Diocesi di Anagni-Alatri

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Ammissione agli Ordini Sacri di Pierluigi Nardi

Vescovo > Bollettino Diocesano > 2008
13 aprile 2008

Ammissione agli Ordini Sacri di Pierluigi Nardi
Omelia della IV Domenica di Pasqua

At 2, 14.36-41
1 Pt 2,20-25
Gv 10,1-10


Oggi non è proprio difficile prendere la parola. Semmai potrebbe risultare ardua la scelta di uno solo dei percorsi, tanti e meravigliosi, aperti e proposti dalla Parola di questa Domenica del Buon Pastore. Abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla
”. Sono parole di incoraggiamento uniche, soprattutto nei momenti di difficoltà. Dovremmo prendere l’abitudine di ripetercele come, magari, l’Avemaria. “Ad acque tranquille mi conduci, davanti a me prepari una mensa, mi ungi di olio la testa”: abbiamo qui la memoria dei sacramenti dell’Iniziazione Cristiana (battesimo, cresima, eucaristia); e l’invito a prendere atto del fatto che le radici della nostra esistenza sono ben piantate nell’amore di Dio. “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10): celebriamo la Domenica del Buon Pastore. Oggi hanno la possibilità di misurare il loro cammino di servizio su Gesù Cristo non solo i pastori della chiesa (vescovi, preti, diaconi, seminaristi), ma anche tutti coloro che hanno un minimo di responsabilità nella guida di altre persone. Penso ai genitori, agli insegnanti, agli educatori, agli operatori pastorali. Alla fine della predica di Pietro il giorno di Pentecoste, tutti “si sentirono trafiggere il cuore” (At 2, 37). Sarebbe augurabile che ciò succeda di nuovo a noi pastori e a tutti gli altri dopo l’ascolto della Parola di oggi. La predica di Pietro è efficace, fa cambiare le persone che chiedono: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2, 37). Oggi, pure noi dobbiamo metterci davanti al  “Grande pastore delle pecore” e domandarci: “Chi guida la nostra vita? Nelle mani di chi poniamo la nostra esistenza? A chi affidiamo il nostro desiderio di felicità?”. E’ proprio questo straordinario desiderio di vita, che ognuno di noi porta dentro, che ci rende degni dell’attenzione di Dio. Gesù si pone come la vera guida dell’uomo, a differenza di qualsiasi altro, per l’esempio che Egli dà e per la positività dei valori che propone. E la medesima logica deve essere assunta da chi serve gli uomini nel cammino della loro liberazione. Il canto al Vangelo riporta queste parole del Signore: “Io sono il Buon Pastore e offro la vita per le pecore” (Gv 10,14-15). Nel testo del Vangelo Gesù si presenta come “la porta” delle pecore (cfr Gv 10,9). Il brano è ambientato durante la festa della Dedicazione del Tempio, che ogni anno faceva memoria della riconsacrazione del Tempio fatta da Giuda Maccabeo, dopo la sua profanazione da parte di Antioco IV Epifane (nel 165-163 a. C). La festa cadeva in dicembre. C’era molto freddo e, quindi, Gesù probabilmente avrà cercato riparo con gli altri dentro l’atrio di Salomone: era una festa della luce, quella della Dedicazione. Quanto buio e quanta cecità, invece, era nel cuore di coloro che lo attorniavano e che Gesù chiama “ladri e briganti”. Il Signore non va troppo per il sottile. Ormai i suoi contraddittori sono ai ferri corti con Lui, ma egli li smaschera: “Chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante”. Il verbo greco usato per indicare “salire” è “anabaino”, che significa pure “arrampicarsi”. Si allude sicuramente a coloro che, dovendo servire, invece di servire gli altri, si fanno servire, usano la loro responsabilità per interessi personali.  Gesù è la “porta dell’ovile”: una porta che si chiude per chi mette avanti il proprio comodo, la propria vanità e la propria supponenza; una porta che si apre per il pastore autentico, per i veri pastori, quelli che fanno della loro vita un dono e non trasformano il loro ministero in mestiere, in una professione fredda e sanz’anima; quelli che, più che dare cose, danno se stessi. Però perché Gesù è “la porta”? Perché è il “Buon Pastore”? Perchè “conosce” le sue pecore e perché aggiunge: “Le mie pecore conoscono me”. Nella Bibbia il verbo “conoscere” indica una piena solidarietà di vita, di amore e di dedizione. Nulla a che vedere con lo sfondo intellettuale con cui lo pensiamo noi. Designa una comunione totale che confina con l’amore. E perché Gesù conosce? Perché dà la vita! Ecco quello che dobbiamo mettere sul tavolo: lo dico a me stesso, ai confratelli sacerdoti, ai diaconi, ai seminaristi, a Pierluigi. Sul tavolo bisogna che mettiamo la nostra vita. Altrimenti trasformiamo la missione in mestiere. Dio non ha solo bisogno di uomini; ha bisogno di servi, di gente che sappia piegare la schiena e si metta a sua disposizione nella custodia degli altri. Credo che ci abbiate fatto caso: Gesù parla dell’ovile come se stesse parlando del Tempio. Al centro, però, non c’è Dio, ma c’è la persona da amare, quasi da adorare, di cui essere responsabili. Oggi è la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Il tema è: “Corro per la via del tuo amore”. Le vocazioni sono a servizio della missione della Chiesa, che non consiste in nient’altro che nel chinarsi sugli altri nella responsabilità, nel prendere a cuore quello che sono e quello che hanno, come il Buon Samaritano.

Abbiamo, inoltre, ascoltato delle parole straordinarie che l’apostolo Pietro rivolge alle comunità cristiane della diaspora dell’Asia Minore: “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme
” (1 Pt 2,21). In greco c’è il termine “hypogrammòs” che, tra i suoi significati, ha anche quello dello schizzo che serviva come modello per l’opera vera e propria. Si suggerisce al cristiano di guardare a Cristo come a Colui alla luce del Quale ridisegnare la propria personalità, sul Quale conformare il proprio comportamento, in ordine al Quale riconfigurare la propria identità e la propria responsabilità nei riguardi degli altri. “Dalle Sue piaghe siete stati guariti” (1 Pt 2,25): è vero, ci vogliono le ferite per guarire le persone. Mi ritorna alla mente un bel testo, il cui autore è H. Nowen (un prete olandese che è passato dalla carriera accademica a consumare i suoi giorni tra i disabili mentali dell’Arca), “Il guaritore ferito”, sulla funzione del ministero nella società contemporanea. Ci vogliono le ferite per guarire le persone. Quelle di Gesù e quelle nostre. “Voi eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime” (1 Pt 2,25): la messa di oggi ci invita a vivere da adulti nella Chiesa, che non ha nulla del gregge o del giardino dell’infanzia. Oggi i padri scompaiono, i guru affascinano, la pubblicità impone i suoi schemi e le sue leggi. Abbiamo bisogno di un punto di riferimento vero. “Che cosa dobbiamo fare? … Convertitevi e ciascuno si faccia battezzare …” (At 2, 37-38): spesso alla fine della predica sappiamo quello che devono fare gli altri; speriamo che oggi, almeno per noi, non sia così. Noi siamo stati battezzati, cresimati. Abbiamo l’Eucaristia e, quindi, non ci manca nulla. Ci manca, invece, il primo atteggiamento: “Convertitevi ... e salvatevi da questa generazione perversa” (At 2,40). Faccio, solo, un piccolo esempio, che mi suggerisce la tornata elettorale che si sta svolgendo oggi in Italia, cercando di non spezzare la lancia a favore di nessuno. Cosa dovrebbero dire i giovani e cosa dovrebbero pensare della violenza verbale, della continua demonizzazione dell’avversario, della litigiosità degli adulti nella campagna elettorale dei giorni passati? Noi siamo cristiani, ci dobbiamo regolare diversamente. Le immagini dell’ovile e del gregge, con gli opportuni  “distinguo” obbligatori dal punto di vista della sensibilità culturale, ci vogliono suggerire che la Chiesa è “un pezzo di mondo riconciliato”; che, all’interno di una società violenta, la comunità cristiana, a tutti i livelli, dovrebbe brillare per la mitezza, la capacità di venire incontro alle persone, i rapporti umani appaganti, il “lasciarsi trovare”, come ho avuto modo di dire all’omelia della messa crismale.

Caro Pierluigi, ho parlato poco di te. Ma, senza accorgercene, abbiamo parlato di te e della tua strada. La 45^ Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni mette a tema soprattutto le vocazioni di speciale consacrazione: la vocazione al ministero ordinato e la vocazione ad una vita in cui si viva in maniera radicale e permanente lo spirito delle beatitudini. Tutte e due, con altre vocazioni, sono a servizio dell’unica missione della Chiesa: quella di chinarsi e di prendere a cuore il cammino di ognuno, mettendosi a disposizione di tutti con la compassione e la tenerezza di Cristo. Noi siamo all’interno di un popolo la cui unica guida è Cristo. La salvezza, di cui noi siamo strumenti, viene da Lui. E Lui, il Signore, è il cuore della nostra vita. Possiamo e dobbiamo avere molte amicizie nella vita, ma l’amore è unico, è per Lui. Allora buon cammino a te. Buon cammino a tutti voi! Oggi stiamo dando vita ad una bella assemblea, ti siamo vicini in tanti. Chiedo al Signore che veramente invada la tua esistenza e ti faccia essere sempre un segno luminoso della Sua presenza.          

+ Lorenzo Loppa


 
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