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Il futuro dell'uomo nel futuro di Dio

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Il mese di novembre, che si apre con la solennità di Ognissanti e la commemorazione di tutti i fedeli defunti, favorisce certi pensieri portandoli sul terreno delle cose “ultime”,cioè sulle realtà decisive della nostra esistenza. La teologia cristiana, nel suo sforzo di riflessione, ha conosciuto e conosce un trattato consacrato al futuro dell’uomo e della sua storia: l’escatologia (escatos = ultimo; logos = discorso), una parola un po’ complicata che indica quelli che gli antichi chiamavano “i novissimi”. Questo trattato, per motivi diversi, era diventato una “cenerentola” nell’universo teologico. Collocato al termine di tutti gli altri, veniva frequentato in maniera discutibile e strumentale, spesso per incutere paura, nel campo della predicazione, della catechesi e della formazione spirituale. C’è stato un tempo, fino al Vaticano II, in cui i teologi hanno pensato di porre al di fuori del laboratorio di questa parte della teologia il cartello: “Chiuso in attesa di restauro”.
 
 
È stato il Vaticano II a recuperare lo spessore escatologico di tutta la fede cristiana, per cui le realtà “ultime” (morte, giudizio, inferno e paradiso) non si collocano solo al termine della vita del credente, ma nella realtà di tutti i giorni. Il Concilio ha riportato al centro della teologia e nel cuore della fede l’escatologia come prospettiva globale. È importante considerarla non come un’appendice della teologia e della nostra fede. L’essenziale è sapere fin da principio qual è la meta. Tutti i nostri movimenti dovranno essere orientati in quella direzione. Come afferma il teologo della speranza J. Moltmann, il cristianesimo è escatologia dalla a alla zeta e non soltanto nel suo termine. E la Chiesa è la comunità della speranza escatologica che ha un nome e un volto: Gesù Cristo! Nonostante, però, il recupero del Vaticano II, i problemi rimangono: una cultura che ignora certi orizzonti, la durezza e la difficoltà dei contenuti, il linguaggio – a volte – poco biblico e discreto, le immagini che risentono di un’anagrafe culturale di matrice egiziana o greca.
 
 
C’è bisogno sempre, allora, di una purificazione della fede e dei linguaggi con cui affrontiamo i temi della vita e della morte. E un minimo di discrezione e un po’ di silenzio possono avere una sicura efficacia pedagogica. Ci dobbiamo affidare di più alla Parola di Dio. Di certo oggi abbiamo delle luci nuove sulle realtà “ultime” e dai Vescovi italiani all’inizio del terzo millennio raccogliamo un monito e un’autorevole indicazione di lavoro:
 
 
“Non è cosa facile, oggi, la speranza. Non ci aiuta il suo progressivo ridimensionamento: è offuscato se non addirittura scomparso nella nostra cultura l’orizzonte escatologico, l’idea che la storia abbia una direzione, che sia incamminata verso una pienezza che va al di là di essa. Tale eclissi si manifesta a volte negli stessi ambienti ecclesiali, se è vero che a fatica si trovano le parole per parlare delle realtà ultime e della vita eterna (“Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, n. 2).
 
 
S. Ignazio d’Antiochia definiva i cristiani come “coloro che sono giunti ad una nuova speranza”. E la speranza di cui siamo testimoni è la persona stessa del Signore Gesù, il suo essere in mezzo a noi per sempre con la promessa di quel mondo nuovo ed eterno, nel quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato risplenderà nella sua straordinaria bellezza. Questo mondo nuovo è nato con la Pasqua, con la Risurrezione del Crocifisso. Custodire e proporre senza paura il tratto escatologico della nostra fede che viene proclamato nelle ultime parole del Credo (“Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”) è urgente e appartiene al nostro impegno di testimonianza (cfr Nota della CEI dopo il IV Convegno ecclesiale, nn. 7 e 8).
 
 
Nel ricentrare la speranza in Cristo la teologia e la spiritualità cristiana ormai vedono chiaramente la continuità tra l’oggi e il domani, tra il presente e il futuro. L’aldilà per la Bibbia non è ciò che viene dopo l’aldiqua, bensì ciò che introduce nell’aldiqua una rottura, un nuovo orizzonte: quello della bontà, della gratuità, della bene-volenza. La bontà per la Bibbia è il vero aldilà, che è dentro la vita di tutti i giorni, e che trasfigura questo mondo in un “altro mondo”, in un “nuovo” mondo, non nel senso delle coordinate di tempo e spazio, ma nel senso di una nuova logica, di un nuovo significato con cui esso viene interpretato e abitato. L’aldilà sotteso all’adiqua è l’amore di Dio, come bontà assoluta, come gratuità somma, pienamente immotivata, che parte non dal proprio bisogno, ma dal bisogno dell’altro. E questo amore, mentre si dona e dona il mondo gratuitamente, chiama l’uomo a rispondere nella piena consapevolezza.
 
 
La morte, allora, già è presente ora, come esistenza alienata in quanto in essa si è inaridito il gesto dell’amore di alterità e l’uomo – invece che custode del fratello – se ne è fatto nemico, sottraendogli la vita anziché donarla. Disobbedire a Dio è già morire. Il giudizio è, invece, il momento in cui la luce di Dio “scende” sulla vita di ognuno nell’istante delle scelte e la valuta come autentica o irresponsabile. Ogni giudizio “puntuale” rimanda a quello “finale” (la luce di Dio su tutta la vita) ed è sempre anche “universale”, perché riguarda tutti e sempre … L’inferno, è la possibilità del fallimento per l’assenza dell’amore. è il “luogo” non più abitato da Dio, lo “spazio” in cui non c’è più posto per il Suo amore. Può essere una modalità dell’esistenza umana, definitivamente e irreversibilmente fallita. Bisognerebbe, allora, parlare di “esistenza infernale”. L’inferno è la porta chiusa per sempre all’amore diDio che bussa per entrare. Non è creato da Dio, ma dall’uomo. Il paradiso è la certezza del compimento. È il trionfo dell’amore che rischiara i giorni e le notti della storia, dell’amore che per la prima volta ci è venuto incontro nel sorriso del papà e della mamma. Il paradiso è l’amore di Dio tenero e forte, accolto e ridonato nella reciprocità della responsabilità. E per tutti è gioia senza fine. Il purgatorio, come il paradiso e l’inferno, è uno stato, una situazione, una condizione personale. è la conversione che va ramificandosi in tutti gli anfratti della condizione umana, che passa dal centro alla periferia. Una purificazione senza residui. Il purgatorio è un atto della misericordia, non della giustizia di Dio, come un’esigenza avvertita e assecondata dallo stesso peccatore.
 
 
Gesù non ha mai assecondato la curiosità in ordine alla fine della storia universale e personale. Non importa sapere il quando e il come. Quello che conta non è tanto la rappresentazione della fine del mondo, quanto il prendere una decisione in ordine alla fine e a ciò che essa significa: distruzione di tutto ciò che è nato dall’ingiustizia e dalla prepotenza; esaltazione e accoglimento nella stessa vita di Dio di ciò che è stato edificato nell’amore! Nell’oggi già c’è il nostro domani!
 
 
Nel pensare all’aldilà, bisogna mortificare la nostra immaginazione. Il paradiso, l’inferno, il purgatorio non sono luoghi, ma condizioni personali. C’è un testo di uno dei più grandi teologi del XX secolo, H. U. Von Balthasar, che potrebbe anche essere imparato a memoria e che riassume in maniera vertiginosa tutta quanta l’escatologia cristiana. Egli, commentando un passaggio di S. Agostino: “Dio stesso, dopo questa vita, è il nostro luogo!”, con una frase di straordinaria efficacia afferma che non ci sono luoghi nei quali andare perché: “è Dio il «fine ultimo» della sua creatura. Egli è il cielo per chi lo guadagna, l’inferno per chi lo perde, il giudizio per chi è esaminato da lui, il purgatorio per chi è purificato da lui. Egli è colui per il quale muore tutto ciò che è mortale e che risuscita per lui e in lui” (“I novissimi nella teologia contemporanea”, pag 44).
 
 
Il discorso sui “novissimi” pone la nostra vita sotto il segno della consolazione e della speranza. Proprio la vicenda di H. U. Von Balthasar permette di spingerci più oltre. Nei suoi studi egli si è fatto la convinzione che è possibile sperare la salvezza per tutti. Stiamo attenti alle parole: non si dice che è sicuro, ma semplicemente che possiamo sperare in una salvezza universale. La S. Scrittura contiene affermazioni che si possono leggere in tal senso …
 
 
Rimane, comunque, il fatto che bisogna impegnarsi seriamente nella vita, con timore e tremore, con grande responsabilità, con sapienza e speranza, con attenzione e responsabilità, riconoscendo in ogni momento l’appello di un amore che chiama a rispondere:
 
 
L’escatologia non è tanto la tensione verso l’aldilà quanto piuttosto l’attenzione verso l’aldiqua, cogliendone – nella riconoscenza e nella responsabilità – la logica di gratuità e di senso che in ogni attimo l’aldilà vi iscrive”.



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