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Il Venerdì Santo ad Alatri per rivivere la Passione

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Pubblicato da in Tradizioni ·
Tags: VenerdìSantoPassione
Tornano la rievocazione religiosa e quella storica, da quest’anno con l’unificazione delle processioni. Alessandro Cola, regista del corteo con Fernando Gatta: «Raccontiamo la storia di un figlio strappato alla madre. Un figlio che è tutti i figli. Una madre che è tutte le madri. Condannare è ogni giorno. E anche risorgere».



Ogni anno ad Alatri la sera del Venerdì santo si tiene la rievocazione storica del dramma del Golgota. I quadri commemorativi sfilano tra i cori delle turbe, i cavalieri, i soldati romani ed ebrei. Quest’anno la processione religiosa e la rievocazione storica tornano ad essere unite, chiuse dalla crocifissione. Ad Alessandro Cola, regista dell’evento storico insieme a Fernando Gatta, abbiamo chiesto di raccontare la sua esperienza e le motivazioni alla base delle scelte per l’edizione di quest’anno. «Proviamo a metterci passione, nella
passione – esordisce Cola –. Anni fa è iniziata la nostra avventura con l’organizzazione del venerdì Santo ad Alatri. Ci fu chiesto di progettare le scene recitate, collocare nello spazio e nel tempo le azioni dei protagonisti del credo, recuperare discorsi da piantare nella pronuncia viva degli interpreti. Sin dall’inizio non volemmo nulla di posticcio, artefatto, finto. Niente playback, nessun figurante che non fosse anche interprete, che non vivesse il ruolo e la parola con energia e sentimento d’uomo. Provammo a metterci passione. Mettere la passione, la nostra, nella passione. Ci accolse un universo di tradizione, una mitologia tutta umana nutrita di riti e pratiche ed epos popolare, radicato nella coscienza e nella storia di chi ha nutrito una tradizione pubblica di un’intimità familiare. Il corpo della rievocazione storica, infatti, è, alla lettera, storia di un corpo. Del Cristo che si fa corpo d’uomo. Del corpo sociale di decine di persone che si fanno corpo dell’opera, regalando devozione, sforzi e la migliore, terrestre, spiritualità alla realizzazione un progetto». «Notammo sin dall’inizio – ricorda Cola – quanto fosse necessario entrare in punta di piedi in questo mondo brulicante di vita e sentimenti. Notammo sin dall’inizio che il valore tecnico da praticare più di ogni altro era l’umanità. Nessuna recitazione, nessun rapporto finto, scenico: il nostro grande sforzo è stato sin dal principio quello di provare a restituire la fisionomia di quella umanità. Dall’anno zero (o meglio 33 agli anni 2000). Umanità fatta di debolezza, fatica, sforzo, e ricerca di salvezza». «I racconti della memoria storica della processione, depositati nei ricordi delle famiglie di acclamatores (solo per citarne alcuni) hanno nutrito e indirizzato la nostra ricerca. Le emozioni pure viste trasparire nei volti degli appassionati hanno orientato i nostri obiettivi». «Proviamo a raccontare – prosegue la sua attenta disamina Alessandro Cola – la storia di un figlio strappato all’amore di madre. Un figlio che è tutti i figli. Una madre che è tutte le madri. Per farlo attingiamo dalle emozioni vere, già tutte presenti in ciascuno. Procediamo, per così dire, dall’uomo a Dio; per tornare all’uomo. Mettiamo passione nella passione. Ogni anno. Grazie al cuore infinito dei protagonisti che abitano la nostra umana commedia. Condannare è ogni giorno. Risorgere pure, può essere ogni giorno. Se la fede è nella vita», conclude Cola.



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