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Misericordia di... Casa ad Anagni

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Pubblicato da in Società ·
Con i ragazzi dell’Osservatorio diocesano siamo andati a conoscere la realtà della Cooperativa Sociale La Meridiana, nata circa tre anni fa dall’idea di Marzia La Guardia e Ilenia Scerrato, ex animatrici di comunità del Progetto Policoro. Dopo qualche anno di lavori di ristrutturazione e lungaggini burocratiche per acquisire tutti i permessi, La Meridiana è riuscita a trasformare alcuni locali della chiesa sconsacrata di Madonna del Popolo ad Anagni in un appartamento, la ”Piccola Casa della Misericordia ”, che ospita oggi 22 migranti, di cui 18 provenienti da diversi Paesi dell’Africa e 4 dal Bangladesh, accolti in quanto richiedenti protezione internazionale.

La Meridiana, che svolge sia le funzioni di centro di prima accoglienza sia di centro SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), ospitando i richiedenti per il periodo necessario all’esame della domanda presentata alla Commissione territoriale e coloro ai quali è stata riconosciuta la protezione internazionale, che aderiscono al programma SPRAR. Una volta avviata la richiesta sono quattro le forme di protezione che possono essere riconosciute al richiedente: Protezione Internazionale; Protezione Sussidiaria; Protezione Umanitaria; Status di rifugiati. Per il momento solo pochi ragazzi rientrano nel progetto SPRAR, mentre altri sono ancora in attesa del colloquio o del responso della Commissione territoriale ed hanno un permesso di soggiorno provvisorio.

Arrivati alla Piccola Casa della Misericordia ci hanno accolto Marzia, Tommaso (un volontario), alcuni degli ospiti e altri migranti che vivono presso l’Hotel Santoro. Tra questi ultimi Bouazo, con la sua determinazione e abilità comunicativa da leader, ci ha introdotto in una tavola rotonda invitando tutti a presentarsi. Gli ospiti della Casa si sono mostrati subito curiosi di conoscerci e di sapere quali domande avessimo per loro. Così timidamente abbiamo iniziato a domandare delle loro aspirazioni future, di come si trovassero ad Anagni e se gli sarebbe piaciuto rimanere qui se avessero potuto, di come passano il tempo libero e se praticano sport, quali i cibi italiani che sono piaciuti loro di più e quali quelli del loro paese che più mancano loro. Domande che hanno permesso di rompere il ghiaccio, dalle quali i nostri interlocutori hanno preso spunto per cominciare a raccontare le loro storie.

La maggior parte dei ragazzi con cui abbiamo parlato vengono dall’Africa Occidentale, hanno una età compresa tra i 20 e i 30 anni circa. Hanno cominciato il loro viaggio con l’obiettivo di raggiungere quei Paesi del Nord Africa in cui ancora si vive in pace, come il Marocco, la Tunisia o l’Algeria. L’Africa centrale è attraversata dalla guerra e il Sud Africa è un territorio chiuso che sconta ancora le conseguenze dell’apartheid. Per raggiungere il Nord Africa dalla Costa d’Avorio o dal Burkina Faso, però, si è obbligati a passare dalla Libia dove, per utilizzare le loro parole, “non c’è legge”: gli africani dalla pelle nera sono fortemente discriminati, tanto da non avere garantiti neppure i diritti fondamentali all’incolumità fisica, alla vita. Per ognuno il cammino è stato diverso e obbligato da diverse contingenze. Molti hanno attraversato la Libia tramite il deserto: lì c’è il rischio di incappare nei ribelli o essere arrestati dall’Esercito libico, e qualcuno di loro ha potuto raccontarci cosa significa. Alcuni di loro sono giunti in Europa dopo essere riusciti a scappare da mesi di prigionia in terra straniera, oppure da situazioni di vera e propria schiavitù; altri sono scappati da morte certa assumendosi il rischio di un’altra probabile morte, quella che avrebbe potuto inghiottirli durante il viaggio attraverso il Mediterraneo.

Ecco come alcuni sono arrivati in Italia senza mai averlo voluto o progettato. E su questo sono stati davvero chiari adducendo come motivo, oltre al rischio concreto di morire durante la traversata del Mediterraneo, il non volersi ritrovare in Italia. Ci hanno parlato della diffidenza diffusa tra la popolazione italiana spesso avvertita come razzista. La parte più pericolosa del loro viaggio è ora terminata, hanno visto morire molti dei loro compagni di viaggio, ma ora sono arrivati in un Paese che si trova in pace. La pace e l’accoglienza ricevuta dai tanti operatori e volontari che hanno incontrato, li ha fatti ricredere del razzismo diffuso nella nostra popolazione, ma solo in parte: continuano, infatti, a leggere commenti razzisti sui social-media, a sentirli dai telegiornali e anche nella nostra comunità subiscono gesti di pura ostilità.

Dai loro racconti e dalle motivazioni della loro partenza, due cose hanno catturato maggiormente l’attenzione. Nessuno di loro ha lasciato il loro Paese per mancanza di cibo per vivere: con un orgoglio lucente hanno rimarcato più volte che nei loro Paesi si sta bene, c’è cibo in abbondanza; quello che è mancato loro è la pace per poter godere di questo cibo. “Immaginate che vi troviate con la vostra famiglia, con le persone che amate sul palmo di una mano ben aperta, tutti insieme – racconta uno di loro – Quando c’è la guerra il palmo di quella mano non è più un posto sicuro. Non si riesce, però, a spostarsi tutti insieme da un’altra parte e non resta che disperdersi sulle dita di quella mano aperta”.

Senza grandi sforzi di immaginazione si può ben intendere che lo spazio su ogni dito è molto stretto, e obbliga a camminare da soli stando ben attenti a mettere un piede dopo l’altro per non cadere giù. Per adesso loro sono riusciti a non cadere e nei loro pensieri quel palmo di mano non sembra cancellato e sembra forte la loro speranza di congiungersi con le persone che amano, anche se immaginare quando sembra davvero difficile. Difficile perché alcuni di loro sono partiti già da tempo, hanno lasciato già da anni il loro Paese e si trovano qui da quasi un anno dopo aver cambiato rotta e direzione più volte e ancora sono in attesa di regolarizzare il loro soggiorno qui, aspettano di sapere se e per quanto potranno restare.

Stanno studiando molto per imparare l’italiano e, soprattutto chi veniva già da un percorso di studi nel proprio Paese, ha fatto grandi progressi. Partecipano a corsi di formazione, cercano lavoro purtroppo incontrando le stesse difficoltà dei giovani italiani. C’è chi si è integrato meglio, chi è stato più bravo, chi più fortunato. Vivono in mille modi diversi tutto ciò e mi piace prendermi il compito di dire che vogliono raccontare ancora le loro storie a tanti altri che abbiano voglia di ascoltarle.

Una serie di domande che ci hanno rivolto ci ha messo in scacco: “perché molti di voi continuano ad essere razzisti? Perché quando camminiamo per strada, saliamo sugli autobus e quando entriamo in chiesa per pregare ci sentiamo guardati male?”. Non è stato facile rispondere, pensando a quante volte possa essere capitato anche a noi ciò di cui hanno accusato altri e capire perché, come è possibile che la paura e la diffidenza che abbiamo verso chi non conosciamo ci lasci così indifferenti se non ostili all’altro.

Dopo il nostro incontro, Bouazo e i suoi amici hanno deciso di fare il bis, organizzando autonomamente un incontro simile a quello avuto con noi dell’Osservatorio, ma aperto alla cittadinanza. Sabato 24 giugno c’è stata una “bella” affluenza, per il numero (eravamo una trentina) e per l’interesse sincero e rispettoso che hanno mostrato quanti vi hanno partecipato: i tempi sembrano maturi affinché incontri di questo tipo si replichino. Il confronto aperto e l’informazione possono aiutare a semplificare i problemi e le paure di una convivenza che i tempi che viviamo ci obbligano ad essere in grado di affrontare. Incontri del genere oltre ad avere un importante effetto di sensibilizzazione, potrebbero dare inizio a delle reti virtuose di scambio.

Molti dei migranti che oggi vivono ad Anagni parlano perfettamente francese e inglese e si stanno proponendo per fare tandem linguistici con chi fosse interessato. Alcuni si sono poi proposti di aiutare la popolazione anagnina in lavori di bricolage, muratura, sartoria. Quelli di loro che rientrano del progetto SPRAR potrebbero usufruire anche di inserimenti lavorativi a carico, economicamente, dello stesso progetto e potrebbero davvero rappresentare un aiuto concreto per quelle realtà economiche del territorio che sono nella difficoltà di assumere personale.



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a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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