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«Il bue e l’asino del presepe ci insegnano a essere docili»

Diocesi di Anagni-Alatri
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Il vescovo Lorenzo Loppa incentra la Lettera di Natale alla diocesi sulle più umili figure della natività. «Riconoscono nel Bambino il loro Signore: sono un rimprovero vivente alla nostra disattenzione e mancanza di riconoscenza di fronte al mistero di Dio che si rivela».

È stata pubblicata il 17 dicembre 2017 la “Lettera di Natale” che Lorenzo Loppa, vescovo di Anagni– Alatri ha indirizzato ai fedeli.

«Quest’anno ho deciso di chiedere una mano al presepe per i consueti auguri di Natale – esordisce il vescovo – Vorrei offrirvi un augurio diverso dal solito, a partire dal presepe, dalle sue statuine e dai suoi “personaggi” fino al messaggio che rimandano alla nostra vita. E inizio dalle figure più vicine al cuore del presepe, costituito da Maria, Giuseppe e il Bambino. Il racconto molto semplice della nascita di Gesù nel vangelo di Luca ci offre il primo presepe della storia, ma senza il bue e l’asino. È a partire dalle successive rappresentazioni, fino alla sapiente intuizione di san Francesco d’Assisi a Greccio nel 1223, che il bue e l’asino sono entrati di diritto nel presepe a furore di tradizione. Mentre Israele non riconosce Gesù come Messia, il bue e l’asino riconoscono nel bimbo posto nella greppia il loro Signore. Il bue e l’asino, allora, sono un rimprovero vivente alla nostra disattenzione, alla nostra mancanza di riconoscenza e di docilità di fronte al Mistero di Dio che si rivela. E già questo potrebbe essere un punto importante per il nostro esame di coscienza».

Loppa prende quindi ad esaminare le figure del bue e dell’asino, non solo a pretesto: «Il bue ci appare attaccato all’aratro (magari in coppia con un altro) nel percorrere un campo in tutta la sua lunghezza, lasciando nel terreno un solco profondo. Arrivato ad un estremo, ripercorre il cammino in senso inverso, con quasi geometrica precisione. E così all’infinito, solco dopo solco. Il bue ha un passo lento, costante, regolare. Ci parla della nostra vita di tutti i giorni, nei suoi aspetti ruvidi; nell’impegno di lavoro serio e spesso poco appariscente; nelle sue punte di durezza, ripetitività, monotonia […] È la dimensione dell’ordinario, del consueto […]. Molti di noi spesso fanno i conti con compiti scarsamente gratificanti, con una giornata dal panorama piatto e dall’orizzonte soffocante. Si tratta di realizzare la propria vocazione e di diventare santi nel quotidiano, attraverso il quotidiano, con il quotidiano».

«L’asino del presepe – prosegue nel suo ragionamento il presule – si collega con quello scelto da Gesù per l’entrata in Gerusalemme. Dal racconto dei Vangeli è evidente come sia stato proprio Gesù a volere l’asino per l’ingresso nella Città Santa, rifiutando quindi il cavallo. Tale scelta indica un orientamento di fondo: dice uno stile fatto di umiltà, di semplicità, scevro da ogni mania di grandezza e da ogni sfoggio di potenza. Gesù avanza, guadagna terreno nel mondo silenziosamente, lentamente, discretamente, Egli vuole possedere i cuori senza nessuna forzatura. Il ritmo lento dell’asino gli va bene. Gli uomini non si raggiungono con la fretta. In un momento come quello che stiamo vivendo, in cui si va a velocità supersonica e siamo ubriachi di chiasso e rumori, ci fa bene guardare l’asino del presepe e ascoltare il suo zoccolare dimesso. Se siamo accorti, potremo raccogliere l’invito e fare la strada della piccolezza, della discrezione, della modestia, della non invadenza. Il bue e l’asino quest’anno possono darci una mano a fare un Natale in cui potrebbe mancare qualcosa (la fede non è una assicurazione contro gli infortuni della vita!), ma in cui non dovremmo essere assenti noi! Natale ritorna a dirci che non siamo soli e il mondo non è un orfanotrofio. Natale è l’incanto di un Dio che non è stanco di noi e che – se lo vogliamo – ogni giorno è come al primo mattino della creazione. L’augurio che ci facciamo è che, lasciandoci provocare dal bue e dall’asino, possiamo regalare agli uomini e alle donne di domani dei Natali migliori di quello che ci accingiamo a vivere», conclude il vescovo Loppa.



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