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Camminare nel tempo da figli

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1 gennaio 2010

Camminare nel tempo da figli

XLIII Giornata Mondiale della Pace

Tra pochi giorni farà irruzione nella nostra vita il nuovo anno. “Buon Anno!” saremo impegnati a dire a tutti stringendo tantissime mani in un gesto quasi sacro, auspice di vita e felicità per ognuno, nel tentativo di esorcizzare le mille paure agitate nel cuore sopraffatto dallo scoraggiamento, rassegnato di fronte agli insuccessi, appesantito dalla barbarie di cui facciamo esperienza a tutti i livelli. Ho l’impressione che in quella stretta di mano augurale, che distribuiamo con insolito puntiglio (magari usassimo lo stesso entusiasmo e ostinazione per altre imprese!), sia presente più lo scongiuro e la superstizione che non la profezia della speranza. Sembra quasi che si voglia esorcizzare in maniera un po’ scaramantica l’avvenire colto più come foriero di minacce che non come orizzonte di promesse.

Ma noi, siamo cristiani. Non ci possiamo assolutamente permettere di entrare nel nuovo anno con il passo pesante e strascicato degli schiavi o di coloro che accompagnano senza speranza una salma al cimitero.
Siamo figli, e ci è fatto obbligo di entrare nel nuovo segmento di tempo donatoci da figli. Ciò non vuol dire che non dobbiamo guardare la vita con realismo e, soprattutto, che non dobbiamo fare i conti con le nostre fragilità. Il giorno di Capodanno dico a me stesso e a tutti: “Dimmi cosa custodisci nel cuore il primo giorno dell’anno e ti dirò che razza di cristiano sei”. Allora è il caso di provare a dare uno sguardo al nostro cuore e tentare una specie di “ecocardiogramma” a livello spirituale.

Innanzitutto non possiamo negare che è acuto il sentimento del tempo che passa. Il versante che attraversiamo tra vecchio e nuovo anno ci colloca tra morte e vita, tra “maledizione” e benedizione. Mi spiego.
Gli anni che passano sono “maledizione”, perché essi accumulano nella nostra memoria le persone che ci hanno lasciato, le speranze deluse, i progetti falliti … Il tempo che scorre, spesso, uccide tanti sogni, ci rende consapevoli – se siamo onesti – del nostro limite. Ci riconcilia con la nostra fragilità. Ma il tempo che passa è anche un tempo che viene, è un rigoglio di vita, un affluire di possibilità nuove. Il tempo che viene è benedizione, è un cesto di appelli, una costellazione di promesse. E’ un tempo che ci viene donato come figli. Con il senso del limite, con grande mitezza e con sincera umiltà dobbiamo ridirci le parole che l’apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani di Roma: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: <<Abbà! Padre!>>
” (Rom 8,14-15).
Entriamo nel nuovo anno da figli, che si rendono conto di non vivere in una specie di giardino incantato, in cui tutto va a posto con un tocco di bacchetta magica, e che, quindi, devono sottostare al ricatto della paura delle pandemie, dei capricci della natura, della bruta violenza accesa dalla cattiveria, dell’ecatombe nucleare, dello sfruttamento sconsiderato della natura e della distruzione dell’ambiente.
Accogliamo il nuovo anno da figli facendo credito a Dio, accumulando nel nostro cuore la forza creativa della speranza, nella disponibilità a pagarla giorno dopo giorno, nella decisione di vivere la malizia del tempo non con la disperazione e la paura, ma affidandoci alla Parola e alla prepotenza della speranza che essa accende.

Due luci di posizione fanno prevalere la serena certezza di essere in buone mani sui tristi presagi. La prima è il volto del Padre: “Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te … ti benedica … ti dia pace”
(Num 6,25-26). Dio soltanto ha il potere di benedire. L’uomo lo fa come suo rappresentante. Benedizione significa che tutto viene da Dio, fonte della vita, e tutto deve ritornare a Lui nel rendimento di grazie. All’inizio del nuovo anno il volto luminoso di Dio brilla sulla nostra vita. Il tempo è dono suo. Ma, accogliere un dono significa impegnarsi ad utilizzarlo nel senso manifestato dal Creatore. Tipica è la benedizione sulla mensa di Israele. L’israelita non benedice ciò che sta sulla mensa, non avrebbe senso. Benedice e loda Dio per i doni che si trovano sulla mensa. Ma, mentre il capofamiglia pronuncia la benedizione sul pane, lo spezza e ne rende partecipi i commensali. Benedire e rendere grazie significa condividere e usare le cose, e quindi anche il tempo, secondo un progetto di fraternità. Accogliendo la benedizione all’inizio dell’anno, noi riconosciamo che il tempo non ci appartiene. E’ dono e, quindi, va condiviso, va restituito agli altri, va vissuto da figli e fratelli, va riempito con opere di figli. E’ molto significativo che un nuovo anno cominci con la Giornata mondiale della pace. La pace è il contenuto fondamentale della nostra speranza e del nostro impegno. Un figlio non può ricadere nella schiavitù dell’odio, della violenza, della vendetta, dell’egoismo più forsennato. Il volto luminoso di Dio brilla su chi opera la pace e su chi ragiona in termini di mitezza, accoglienza, fraternità, perdono.

La seconda luce di posizione che ci accompagna nel viaggio del tempo è il volto della Madre: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore
” (Lc 2,19).
Maria, Madre di Dio, che la liturgia della Chiesa Cattolica celebra il 1 gennaio, viveva in maniera contemplativa i fatti che riguardavano Gesù. Occorre custodire nel cuore quello che accade, leggerlo dalla parte del Mistero, aprirsi progressivamente alla comprensione di fede. Senza una fase di raccoglimento e di interiorità non ci può essere il “racconto di una vita” e il tempo viene dilapidato.
Abbiamo alcune indicazioni preziose per il 2010, ma, soprattutto, per vivere il tempo come benedizione:
- prima di tutto, condividerlo;
-  riempirlo, poi, di opere degne dei figli;
- assicurargli, infine, una dimensione di interiorità per evitare la sua dissipazione e dissacrazione.

A tutti, davvero, “buon anno!”

+ Lorenzo Loppa

 
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