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Le opere di misericordia nel Terzo millennio

Annuario > Vescovo > 2016
Convegno FISM - Federazione Italiana Scuole Materne


Alcune premesse

Le opere di misericordia non passano mai di moda, soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo e in cui succedono tante cose che ci fanno soffrire e ci inquietano, come ad esempio il terremoto che ultimamente ha sconvolto alcuni centri delle provincie di Rieti e di Ascoli Piceno. Ma potremmo accennare anche ad altri fenomeni, come quello della violenza terroristica, del dramma dell’immigrazione, della crisi economica con la diffusione della cultura dello scarto, dell’emergenza educativa. Da dove ricominciare? Si tratta di una domanda che sale dal cuore e affiora sulla bocca di molte persone e che può essere intercettata facilmente.

Ricominciamo da tre cose fondamentalmente. Prima di tutto dalla Pasqua di Gesù Cristo, e da quella tomba che è rimasta vuota per sempre; dalla Pasqua che noi cristiani dobbiamo annunciare, celebrare e vivere non solo e tanto come un sublime modello di esistenza, ma anche come grazia e forza liberatrice. Il secondo punto da cui ripartire è l’asse robusto di persone che fanno il proprio dovere in silenzio, senza andare sui giornali. Il mondo non affonda perché le persone buone sono tante. Sto parlando di persone che conducono una vita fatta di famiglia, di lavoro, di fierezza nel guadagnarsi il pane, di onestà senza prezzo, di eroismo senza notizia. Da ultimo ripartiamo dalla nostra responsabilità e dalla missione educativa. Il più grande atto di misericordia che possiamo fare è l’educazione. Non dimentichiamo che siamo nel decennio di “Educare alla vita buona del Vangelo”. Inoltre stiamo vivendo il Giubileo straordinario della misericordia. E non c’è atto di misericordia più alto che dedicarsi agli uomini e alle donne del domani; mettere dentro al cuore di ragazzi, adolescenti e giovani ideali, progetti, sogni, soprattutto il sogno di Dio per un umanità più felice.

La misericordia è un fiume che esce dal cuore di Dio e arriva alla nostra vita. Essa va accolta e fatta rifluire sulla vita degli altri.

Per quanto riguarda il nostro tema, nella bolla di indizione del Giubileo Misercordiae vultus” il Santo Padre si esprime in questi termini: “In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi. In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta. Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto”. A questo punto Papa Francesco introduce il discorso delle opere di misericordia: È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina” (cfr n.15).

La parola misericordia significa avere un cuore per i miseri, prendere a cuore la sofferenza dell’altro, spalancare il cuore alle richieste di aiuto. Oltre alla maniera tradizionale di usufruire dell’indulgenza giubilare passando per la Porta santa, Papa Francesco ha legato il frutto del Giubileo semplicemente e chiaramente alla pratica di una delle opere di misericordia (Lettera di Papa Francesco a Mons. Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, 1 settembre 2015).

Entro nel merito del nostro argomento facendo un percorso in tre tappe.


1. Il testo paradigmatico di Matteo 25, 31-46

È il testo da cui proviene l’elenco delle opere di misericordia. Prima di tutto le prime sei opere di misericordia corporale, alle quali è stata aggiunta quella di seppellire i morti, che proviene direttamente dal libro di Tobia. E poi, per una lettura allegorica delle prime, le sette opere di misericordia spirituale. Faccio alcune brevi puntualizzazioni sulla parabola del giudizio finale per la vostra utilità e anche , perché no?, per la vostra riflessione e la preghiera.

Primo: in questo testo non trovate mai la parola amare e volere bene. Si tratta di fare o non fare: “Tutte le tutte le volte che l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me. Tutte le volte che non l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli non l’avete fatto a me”. Si tratta di fare o non fare. Quindi nella vita servono poche parole, ma tanti fatti.

Secondo: l’incontro con Gesù Cristo non dipende dalla coscienza di esso. Quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, forestiero e ti abbiamo assistito … o non ti abbiamo assistito?”. “Tutte le volte che l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli o non lo avete fatto … lo avete fatto … o non lo avete fatto a me”.

A tale riguardo dico spesso alle persone che mi circondano che nel campo dell’ortodossia si può anche sbagliare. L’importante è che non si sbagli nel campo dell’ortoprassi, del voler bene in concreto. Tutti abbiamo l’esperienza di una richiesta di autostop. Quando vediamo una mano alzata che chiede aiuto, non abbiamo molte scelte. Ne abbiamo solo due: prendere o lasciare. Potremmo tradurre in termini moderni la sostanza della parabola di Matteo nel farsi carico o meno delle persone, come nell’eventualità di un autostop. La valutazione della nostra vita non potrà prescindere dal volto degli altri e dal fatto che li abbiamo presi in carico o meno.

Terzo: la presenza di Cristo negli altri non dipende dalla qualità morale delle persone che aiutiamo: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi”. Ordinariamente in carcere non ci vanno le persone innocenti … La presenza di Gesù non è solo nel povero buono, in quello che ti ringrazia, ma anche in quello che ti fa arrabbiare. Dal momento che Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo, ha sposato l’umanità, l’essere in Cristo non è un fatto di coscienza soggettiva, ma un fatto di inerenza oggettiva. Gesù è in comunione con tutti, pure con quelli che non lo sanno, pure con quelli che lo rifiutano.

Ultima idea: il giudizio, cioè la valutazione della nostra vita, non sarà al di là, ma adesso. Non sopra le nuvole, ma sotto. “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce). Abbiamo già i punti per il nostro esame finale. Sarebbe da stolti non approfittarne.


2. La misericordia corporale

Le opere di misericordia corporale vengono in soccorso ad una specifica necessità del prossimo e attingono ai suoi bisogni primari (fame e sete; vestito e casa; lavoro) o ad alcune si situazioni-limite di sofferenza (malattia, prigionia, morte).

Dar da mangiare agli affamati. Tutti i giorni diciamo al Signore: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Se siamo onesti e se la nostra preghiera è autentica, non possiamo chiedere a Dio delle cose che dobbiamo fare noi.

La preghiera onesta è quella che sorge da un impegno, prevede un impegno e sta all’interno di un impegno. Non possiamo dire a Dio: “Dacci il nostro pane quotidiano” se chiudiamo la porta in faccia alla prima persona che chiede di entrare. Tra i tanti testi biblici richiamo il testo di Luca 16, 19-31: il ricco distratto e il povero Lazzaro. Lazzaro è l’unica persona che ha un nome nelle parabole. Significa “Dio aiuta”. Il messaggio è il seguente: non puoi essere amico di Dio nell’eternità se trascuri le persone che hanno bisogno di misericordia su questa terra.

Inoltre nei Vangeli ci sono sei racconti della moltiplicazione dei pani: due in Matteo, due in Marco, uno in Luca e uno in Giovanni. In tutti e sei i racconti dei Vangeli, con una puntualità impressionante, spunta fuori da parte degli Apostoli la logica delle dimissioni dalle proprie responsabilità. “Rimanda tutti a casa, così ognuno può comprare da mangiare”. “No, date loro voi stessi da mangiare” dice Gesù. Gli amici del Signore non capiscono che, se si sta con Lui, il pane non si compra, si condivide; non si moltiplica, si distribuisce. L’importante è che, o poco o molto che si abbia, diventi il tutto messo a disposizione.

Dar da bere agli assetati. Vi cito il numero 30 della Laudato si’: “L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale, universale, dato che determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli alti diritti umani. Quindi, privare i poveri dell’accesso all’acqua, significa negare il diritto alla vita fondato nella inalienabile dignità”.

So che ho davanti moltissimi insegnanti e cerco di mettermi nei loro panni. Nell’educazione di un bambino sarà difficile proporre di dar da bere l’acqua a qualcuno. Più utile e importante è proporre di non sprecare l’acqua, di usarla bene.

Vestire gli ignudi. San Martino di Tours è famoso, perché ha diviso il suo mantello con un mendicante. Possiamo citare a tale riguardo il libro di Tobia 4,16: “Fai parte dei tuoi vestiti agli ignudi …”.

Ospitare il forestiero. Oggi è un tema sulla bocca di tutti per il problema delle migrazioni. Noi cristiani non possiamo chiudere le porte in faccia a nessuno, anche se l’ospitalità e l’accoglienza hanno bisogno di alcuni aggettivi che le qualifichino. Devono essere oculate; non devono mettere in difficoltà i residenti, devono essere condivise con il resto d’Europa.

Di icone dell’accoglienza ce ne sono tante nella Sacra Scrittura: l’ospitalità di Abramo nei riguardi di tre personaggi misteriosi a Mamre (Genesi, 18). Poi l’episodio riportato dal Vangelo di Luca di Gesù nella casa di Marta e Maria (Luca 10, 38-42). Infine l’episodio che coinvolge i due discepoli di Emmaus (Luca 24, 13-33). Cito due testi molto significativi:

Siate solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità” (Rom 12, 13). “L’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo, hanno accolto degli angeli” (Eb 13,1-2) .

Assistere gli ammalati. Qui è molto importante la testimonianza del Vangelo della sofferenza. Nel Cristianesimo c’è la buona notizia della sofferenza, che salva, che non è solo un limite, una povertà, ma può costituire un’occasione di crescita per la persona stessa che soffre e per le altre persone. Nel Nuovo testamento appare una modalità tipica dell’assistenza agli infermi composta di tre elementi: la visita, la preghiera e il rito (imposizione delle mani e unzione con l’olio). Tutto ciò è diventato il sacramento dell’Unzione degli Infermi: cfr Gc 5,14 e ss.

Visitare i carcerati. Anche se tante volte è difficile entrare in un carcere per una visita, ricordarsi di chi è in carcere è una grande opera di misericordia: “Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere …” (Eb 13,3). E ancora: “Avete preso parte alle sofferenze dei carcerati” (Eb 10,34).

Seppellire i morti. È un’opera di misericordia che viene direttamente dal libro di Tobia (1,17; 12,12 e ss.). In Israele, essere privato della sepoltura era considerato come un male orribile.


3. La misericordia spirituale

Le opere di misericordia spirituale, sono meno appariscenti delle opere di misericordia corporale, scuotono meno la sensibilità; ma ci portano a somigliare a Dio nello spirito di vigilanza, per la crescita delle persone (discernimento e
istruzione); nello spirito di consolazione (per le situazione di solitudine e sofferenza); nello spirito di riconciliazione, reagendo a situazioni sregolate (correzione fraterna, perdono, pazienza con gli antipatici). Sfociano e vengono rifinite con la preghiera.

Consigliare i dubbiosi. Nell’Evangelii gaudium, nel capitolo terzo, Papa Francesco parla dell’evangelizzazione. Dopo aver sottolineato la necessità di rinnovare la predicazione cristiana e la catechesi in senso più cherigmatico e più mistagogico, alla fine del capitolo parla dell’accompagnamento e afferma che tutti i cristiani, non solo i ministri, dovrebbero imparare l’arte sublime dell’accompagnamento delle persone … Tutti dovrebbero togliersi i calzari davanti alla terra sacra che è l’altro (Esodo, 3,5). Consigliare e accompagnare le persone è importante soprattutto su due versanti: quello del dubbio, che è connaturale alla fede e che aiuta a farla diventare matura; e quello del discernimento, ad esempio in una scelta vocazionale.

Insegnare agli ignoranti. Qui bisogna ritornare al capitolo ottavo degli Atti degli Apostoli in cui è riportato l’episodio del battesimo dell’eunuco etiope della regina Candace, da parte del diacono Filippo sulla strada di Gaza. Tutto comincia con una domanda del diacono Filippo: “Capisci quello che stai leggendo?”, l’eunuco risponde: “E come posso, se nessuno me lo spiega?” (At 8,30). Pensiamo al lavoro di educare.

Ammonire i peccatori. La pace portata da Gesù non è quieto vivere, a scapito della verità e della giustizia. Non è qualunquismo. In certe situazioni sarebbe più comodo stare zitti. Ma se si sta con il Crocifisso, non può stare con i crocifissori. Qui è molto importante la correzione fraterna: cfr Matteo 18, 15-18. Siamo responsabili della fede e della santità dei nostri fratelli. La correzione fraterna è una mano tesa, ostinata e mite nello stesso tempo, che non si rassegna alla perdita dell’altro “chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (Gc 5,20).

Consolare gli afflitti.Beati quelli che piangono perché saranno consolati”, dice Gesù (Mt 5,4). Quest’opera di misericordia ci rende strumenti della consolazione! La prima pagina della seconda lettera ai Corinzi è molto significativa a tale riguardo: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perchè possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione, con la consolazione con cui siamo stati consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1, 3-5).

Perdonare le offese. È il massimo della carità cristiana, quello che la qualifica fino in fondo: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12; Lc 11,4). La parola perdono significa un super dono. A volte ascoltiamo frasi come questa: “Non lo perdono, perché non lo merita”. Ma se il perdono si meritasse, non sarebbe più perdono, sarebbe un atto di giustizia. Il perdono è qualcosa di inaspettato, immeritato, assolutamente gratuito. Molti sono i motivi per imboccare la strada del perdono. Ma uno risalta su tutti: ogni giorno riceviamo una quantità smisurata di misericordia: come facciamo a non riversarne almeno un minimo sugli altri?

Sopportare pazientemente le persone moleste. In giro si incontrano molte persone arrabbiate; tanti individui sono puntigliosi, spigolosi … La pazienza è un esercizio d’amore! Integrare con mitezza gli aspetti antipatici di una persona è un grande atto di misericordia e le ragioni della mitezza sono le stesse ragioni del perdono.

Pregare Dio per i vivi e per i morti. La preghiera è la sintesi di tutte le opere di misericordia. Papa Francesco, al termine dell’esortazione Evangelii gaudium, sottolinea l’importanza della “preghiera dei volti” e la forza missionaria dell’intercessione: cfr EG, 281-283.

Ultima sottolineatura. Da ieri, 1º settembre 2016, con il messaggio per la XI Giornata per la custodia del creato “Usiamo misericordia verso la casa comune”, Papa Francesco ai due settenari classici delle opere della misericordia ne ha aggiunto un’ottava: la cura della casa comune. Come opera di misericordia spirituale essa include la contemplazione riconoscente del mondo. Come opera di misericordia corporale, richiede “semplici gesti quotidiani, nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo …” (Laudato si’, 230-231) (fare un uso oculato della plastica e della carta; non sprecare acqua, cibo ed energia elettrica; differenziare i rifiuti; trattare con cura gli altri esseri viventi; utilizzare il trasporto pubblico; condividere in famiglia lo stesso veicolo tra più persone).


Conclusione

Vorrei concludere ricordandovi che nel Cristianesimo c’è un assioma fondamentale, un primo principio assoluto per cui conoscere Dio significa conoscere l’uomo e viceversa. Occorre aggiungere, però, che la parola conoscere qui non ha nulla di intellettuale o astratto, ma significa avere dimestichezza di vita, fare comunione, amare. La parabola del buon Samaritano ci insegna che non sono gli altri i nostri prossimi come se noi fossimo al centro; ma siamo noi che dobbiamo farci prossimo della persona in difficoltà. L’esperto della legge, lo scriba, vuole sapere da Gesù a chi deve indirizzarsi il suo amore, ma il Signore gli fa capire che il vero esperto della nuova alleanza non è uno che sa, ma colui che fa (cfr Lc 10, 29-37).

Le opere di misericordia vogliono venire incontro a tanti tipi di povertà il cui aspetto più evidente è quello economico. Ma esiste anche una povertà culturale (analfabetismo e scarsa opportunità di formazione …); sociale (relazionale); spirituale (vuoto, disorientamento, mancanza di fiducia e di speranza). Credo che la povertà più grande sia quest’ultima. Senza pane, senza vestiti e senza casa si vive male. Ma si vive in maniera peggiore se manca la fiducia, l’apertura verso l’avvenire, la speranza.

Da dove cominciare?

Educare, educare, educare!



† Lorenzo, Vescovo



a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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