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Educare con speranza

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Convegno docenti cattolici del Lazio - Roma, 28 marzo 2009
Educare con Speranza

Premessa
“Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò” (Mc 10,21).

«Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo
dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (J. Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture, conferenza offerta a Subiaco il 1° aprile 2005).

L’aprire il discorso con una citazione biblica e con un inciso dell’allora Card. Ratzinger vuole dettare l’urgenza di fondo della missione educativa: quella di reperire educatori che si dicano tali perché raggiunti dallo sguardo di Dio
, che nella loro azione educativa restituiscano spessore e visibilità a questo sguardo. Solo questo sguardo consente infatti di formare credenti non meramente ottimisti, ma capaci di quella “grande speranza” (cfr Benedetto XVI, Spe salvi n. 27) che, in quanto virtù teologale, trova nell’agire fedele di Dio il suo stabile motivo. Educare alla speranza, dunque, vuol dire in ultima analisi ritrovare in Cristo la certezza di un compimento non lasciato in balia degli umori della storia.

1. La prospettiva di fondo: lavorare “in rete”
Per superare l’emergenza educativa si impone un lavoro “in rete”, cioè (detto con un linguaggio teologico) un lavoro che nasca dalla comunione tra soggetti educanti. Per far ciò è necessario incentivare la comunione e la corresponsabilità all’interno della stessa comunità cristiana per renderla luogo di esperienza d’amore e di visibilità dello sguardo di Cristo. In tal modo si potrà creare una vera rete educativa le cui maglie fondamentali sono – evidentemente – la famiglia, la scuola e le altre agenzie educative, chiamate a incontrarsi grazie all’appello della comunità cristiana stessa.
È bene ribadire che un tale lavoro di rete non deve essere promosso per motivi meramente funzionali o pratici, ad esempio a causa della scarsità qualitativa e quantitativa dei soggetti preposti all’educazione; si educa in rete, cioè in comunione, per un motivo teologico ed ecclesiologico: la Chiesa è mistero di comunione che scaturisce dalla Trinità. Non solo: la comunione come declinazione ecclesiale della responsabilità trova le sue motivazioni nel modo stesso che Dio ha scelto per interloquire con gli uomini:  non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma costituendoli come popolo» (cfr Lumen Gentium
, n. 9).
Ciò posto ci chiediamo: quale può essere il contenuto di una missione educativa precipuamente rivolta ai ragazzi e ai giovani? Riprendiamo il n. 31 della costituzione conciliare Gaudium et Spes
: «Si può pensare legittimamente che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza». Fa eco al Concilio il Cardinal Vallini nella sua lettera pastorale Educare con speranza: educare le giovani generazione vuol dire offrire «le ragioni necessarie per affrontare responsabilmente e con passione la vita». Ce n’è abbastanza per riflettere: trasmettere alle nuove generazioni la fede presuppone che i giovani siano aiutati a stare con sapienza nel mondo, a vivere “bene” in questo mondo. Non si può educare portando in un altro mondo. Il Vangelo va offerto come ermeneutica di questa vita avendo come criterio il Cristo, sapienza incarnata nel mondo che consente al mondo di trovare la trama segreta della sua ragion d’essere. Gesù è il detentore di questa sapienza, il «Maestro buono» (cfr Mc 10,17) che insegna a vivere e a scoprire il proprio posto nella vita. Solo una educazione che si incarna, senza illusioni o pretese, svela al giovane la credibilità dei valori proposti.

2. Il ruolo essenziale del docente cattolico
Nella compagine ecclesiale il docente cattolico è figura educativa essenziale per la sua missione nel campo della scuola: egli esercita quella rara e difficile forma di servizio che è la carità culturale. La sua responsabilità educativa può essere descritta come compagnia cordiale sulle strade della vita, tenendo davanti agli occhi l’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).
Dio si rivela sempre come “Altro” rispetto al suo popolo; una alterità, però, che non è distanza, ma prossimità
. Di conseguenza chiama questo popolo a rendersi responsabile, chiama ciascun membro della Chiesa a farsi a sua volta prossimo di tutti, soprattutto dello straniero o forestiero, del debole o del povero… Dio stesso è il paradigma dell’umano come responsabilità: Egli ci insegna a dare la priorità all’altro e non al nostro io, e che la felicità non proviene dunque immediatamente dalla realizzazione dei nostri progetti, ma prima di tutto dalla risposta al bisogno altrui. Così si comporta infatti il misterioso compagno dei due discepoli sulla strada di Emmaus: prende l’iniziativa di accostarsi a loro, illumina e riscalda il loro cuore triste con la sua presenza e la sua parola, ma insieme li rispetta, li lascia liberi e li promuove nella loro autonomia. Un modello di compagnia cordiale e affidabile.
Per affrontare l’odierna emergenza culturale il docente cattolico dovrebbe avere nella propria bisaccia alcuni importanti strumenti:

  • competenze e professionalità esemplari: capacità relazionali e comunicative sviluppate a tutti i livelli, non solo con gli studenti, ma anche con i colleghi; gusto della ricerca e attitudine alla formazione continua; capacità progettuali, valutative, di lettura critica su ciò che si muove nell’ambito culturale.

  • solida speranza che proviene dalla fede nell’adempimento delle promesse da parte di Dio, senza temere l’apparente smentita dei fatti. Speranza che diviene pazienza operativa e non disfattista: la pazienza del contadino (cfr Gc 5,7), che anticipa nella carità il compimento della storia. L’insegnante che sa sperare e attendere dimostra di essere un vero credente, e suscita così interesse per quanto insegna grazie alla coerenza tra dottrina e vita.

  • comunione con la Chiesa a tutti i livelli: i docenti cattolici sono chiamati costruire rapporti di comunione di fiducia, a promuovere con il proprio modo di pensare e di comunicare quella sintesi tra fede e cultura tanto auspicata. Sono chiamati ad essere uomini/donne della Chiesa nella scuola, e – inversamente – uomini/donne della scuola nella Chiesa, per costruire con la loro vita personale il “ponte” tra comunità ecclesiale e comunità scolastica. Il loro è un vero e proprio ministero di comunione: quello, da un lato, di rendere visibile il servizio educativo che la Chiesa vuole offrire alle nuove generazioni, e, dall’altro, quello di presentare le istanze reali dei ragazzi e dei giovani alla comunità cristiana.

  • grande passione educativa per coinvolgere l’interesse e l’attenzione: “l’educazione è cosa del cuore” diceva don Bosco. Educare con gli occhi “più vicini al cuore che alla testa” e soprattutto più vicini al cuore di Dio! «L’autentica educazione… ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall’amore… Ogni educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore» (Benedetto XVI, Lettera sull’educazione). Un tale atteggiamento di interesse e partecipazione cordiale al cammino di crescita fiorisce dalla stima e dal rispetto per il mistero della persona e anche della sua diversità e dalla fiducia nella santità della vita e nel futuro. Spesso «alla radici della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita» (ivi). Educare con passione vuol dire anche reagire contro la diffusione di una mentalità e una forma di cultura «che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita» (ivi).

Tutti siamo consapevoli delle tante difficoltà che presenta oggi il lavoro nella scuola. Ebbene, bisogna imparare a convivere con questi problemi senza scoraggiarsi e senza lasciarsene schiacciare, cedendo al cinismo o al disfattismo («non vale la pena darsi da fare, tanto non serve a nulla…»). Al contrario, occorre reagire con un supplemento di preparazione e di qualità dell’inseconfidando nella compagnia di altri credenti che lavorano con zelo a servizio dell’uomo e di Dio.

3. Davanti all’emergenza educativa, sempre insieme alla famiglia
L’“emergenza educativa” è legata a numerosi fattori: il cambiamento sempre più accelerato del mondo e, concretamente, della società; il relativismo che rende oltremodo faticosa la ricerca della verità; il consumismo e una falsa e distruttiva esaltazione (o, meglio, profanazione) del corpo e della sessualità; la stanchezza delle agenzie educative tradizionali, che sperimentano un progressivo cedimento della loro alleanza…
Di conseguenza, sempre più spesso l’impegno educativo si accontenta di mirare alla trasmissione di determinate abilità operative, svincolate da riferimenti di senso e assiologici, ritenuti troppo impegnativi e problematici; parallelamente, gli educatori cercano di appagare le nuove generazioni con facili gratificazioni e modelli di vita effimeri, abdicando al loro dovere di insegnare attraverso la fatica e lo sforzo graduale.
Mentre questo scenario si mette in mostra sotto i nostri occhi dobbiamo anche constatare che le tre agenzie educative tradizionali (famiglia, scuola, comunità cristiana) non sono più capaci come un tempo di affascinare e conquistare i giovani. È sfuggito loro di mano il primato
in campo educativo e, con il primato, anche l’autorevolezza. È urgente restituire a tali agenzie le cattedre e il ruolo che a loro compete. Una ‘restituzione’ che diviene credibile solo se si ricolloca l’educare nell’alveo di una concezione olistica della persona.
Tale impresa si potrà portare avanti solamente restituendo alla famiglia il diritto nativo di educare
le nuove generazioni: «I primi educatori sono e saranno sempre i genitori» (Card. Vallini, Lettera Educare con speranza). A seconda del tipo di scuola – forse in quella dell’infanzia e nella primaria sarà meno difficile – si può e si deve tornare ad attuare un circolo virtuoso tra famiglia, scuola e comunità cristiana che, sempre nel rispetto delle proprie competenze, possa portare all’educazione “integrale” «nel rispetto della libertà e dell’orientamento dei genitori» (ivi; cfr anche Gravissimum Educationis, n. 3: «I genitori… vanno pertanto considerati come i primi e i principali educatori… Questa loro funzione educativa è tanto importante che, se manca, può difficilmente essere supplita»). La grazia del matrimonio sacramentale è anche “grazia di educare”: una grazia di stato che è conferita ai genitori perché ne facciano un uso responsabile.

4. Testimoni autentici e veri per un cammino di speranza
Una Chiesa missionaria che vuol comunicare il Vangelo sui terreni del vissuto, perché il Vangelo diventi cultura, non può trascurare la scuola. È un anello forte nell’esercizio della speranza siete voi insegnanti cattolici, testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo. E lo sarete nella misura in cui saprete raccogliere una triplice sfida:

  • di ordine personale, cioè l’impegno sincero e costantemente rinnovato di tendere alla santità;

  • di ordine pastorale, cioè l’assunzione di una fattiva corresponsabilità educativa;

  • di ordine culturale, cioè la fatica di elaborare un linguaggio capace di trasmettere la verità evangelica in modo credibile e comprensibile per l’oggi, ricordando che l’“alfabeto” per dire il Vangelo è la vita di tutti i giorni.

Le coordinate concettuali dell’assolvimento di un tale compito sono dettagliatamente fornite dal magistero di Benedetto XVI. Il Santo Padre a Verona, e in altre occasioni, ha indicato i due grandi assi portanti del suo ministero:

  • la centralità dell’amore di Dio che ci raggiunge personalmente e corporalmente nell’Eucaristia (cfr Deus Caritas est del 2005 e Sacramentum Caritatis del 2007);

  • il rapporto tra ragione e fede nella ricerca del vero volto dell’uomo e nella ricerca della verità, espresso dalla parola d’ordine di «allargare gli spazi della razionalità umana».

Quale, allora, alla luce di queste due coordinate, il compito che vi attende? Bisogna impegnarsi a dare spessore e visibilità allo sguardo di Cristo a livello umano. Gesù ha rivelato il Padre e compiuto le Scritture come uomo. Mentre compie le Scritture e rivela il Padre in quanto uomo, Gesù svolge la funzione sapienziale e pedagogica di «insegnare a vivere in questo mondo» (cfr Tt 2,18). Insegnare a vivere è insegnare a credere! La “pratica di umanità” di Gesù è straordinaria. Egli evangelizza e chiama attraverso incontri umanissimi in cui crea uno spazio di libertà intorno a sé, consentendo a ciascun interlocutore di emergere come soggetto personale e di scoprire la propria dignità e identità autentica. L’arte di incontrare le persone che i Vangeli attribuiscono a Gesù è un vero e proprio magistero. Gesù personalizza ogni incontro: si adatta alle situazioni, non giudica mai le persone che ha di fronte (si pensi all’adultera perdonata di Gv 8,1-11), accetta di mettersi in discussione (vedi l’episodio della donna siro-fenicia di Mc 7,25-30)… «L’autorevolezza… si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell’amore vero. L’educatore è quindi un testimone della verità e del bene» (Benedetto XVI, Lettera sull’educazione, citato anche nella Lettera del Card. Vallini). Le parole acquistano autorità e autorevolezza quando, più che toccare la testa, arrivano a toccare il cuore, come testimonia il citato racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35).

4. Il servizio educativo, un servizio che abilita
Il compito educativo è svolto in modo autentico solamente se fa crescere, sviluppa autonomia e responsabilità, abilita a cavarsela da sé e fa “camminare ogni alunno o alunna con le proprie gambe” – come lo storpio sanato da Pietro presso la Porta Bella del tempio (cfr At 3,1ss). La vera “autorità” (auctoritas) è quella che rende l’altro “autore” (auctor) delle proprie azioni, e quella che fa crescere l’altro (auctor da augeo), sprigionandone le potenzialità nascoste. L’insegnante autorevole sviluppa nei suoi alunni il discernimento critico e la capacità di valutare personalmente le situazioni, potenzia la capacità di dialogo e di collaborazione, educa alla padronanza sulla propria condotta, conduce a saper stare con gli altri responsabilmente e attivamente… La crescita personale degli alunni, a cui egli mira, indirizza ciascuno a compiere il passaggio costante e graduale “dall’isolamento alla solitudine”, “dall’ostilità all’ospitalità”, “dall’illusione alla speranza”, “dal risentimento e dall’amarezza ad una vita grata e gratuita” (J.H. Nouwen).
Ma educare è anche un servizio alla verità
: la verità senza sconti su Dio, l’uomo, la vita con il suo bagaglio di sofferenze e di gioie… Insegna a comporre la fede e la ragione, l’umano e il divino, il naturale e il soprannaturale. Perché la vita è proprio una misteriosa mescolanza di tutto questo, e riconoscere che le cose stanno così è un servizio alla verità.
Educare significa anche svolgere un servizio alla libertà
: perché non esiste un’autentica libertà senza il rispetto delle regole e senza disciplina. Un servizio – quest’ultimo – tanto delicato quanto urgente.
Questo molteplice compito educativo può realizzarsi efficacemente solo nel contesto di una sana laicità
, che non implichi né chiusura alla Trascendenza né una falsa neutralità rispetto a quei valori morali che sono alla base di una formazione autentica della persona (amore alla vita, alla giustizia, alla verità… rispetto della legalità, del bene comune… apertura fiduciosa verso il futuro e la vita nel suo insieme…). In sintesi, l’obiettivo dell’insegnante cattolico e di ogni vero educatore e la piena promozione dell’alunno in tutte le sue dimensioni personali: intelligenza, libertà, interiorità.

5. La scuola cattolica, espressione organica della pastorale
È ben vero che «una speciale missione, in questo ambito, spetta agli educatori che operano nelle scuole cattoliche» (Card. Vallin, Lettera Educare con speranza).
Duplice è il contributo che le scuole cattoliche possono offrire all’educazione delle nuove generazioni. Da un lato, sono chiamate a fornire ai ragazzi e ai giovani un apparato di conoscenze che consenta loro di inserirsi adeguatamente nel mondo del lavoro e nella società. Soprattutto però sono chiamate a presentare una visione del mondo solidamente orientata in senso cristiano. Si richiede per questo un progetto educativo dal profilo ben definito, ispirato chiaramente ai valori evangelici e sinceramente condiviso da tutta la comunità educante.
Voglio ribadire perciò la necessità di consolidare l’identità ecclesiale della scuola cattolica. Essa vive nel cuore della Chiesa, e della chiesa locale, come vero e proprio soggetto ecclesiale, che condivide la missione di «comunicare il Vangelo nel mondo che cambia», con un lavoro educativo in cui si fondono in bella armonia non solo la fede e la cultura, ma la fede, la cultura e la vita
. ogni scuola cattolica è chiamata ad essere luogo di esperienza ecclesiale, sentendosi parte organica dell’azione pastorale della comunità cristiana, e non un “settore a parte”. Anzi, semmai si tratta di uno spazio di evangelizzazione particolarmente prezioso e degno di attenzione.

6. Gli IdR, “uomini e donne della sintesi”
Parlare onestamente del ruolo dell’IdR significa in primo luogo riconoscere i problemi reali dell’«ora di religione», che – per dirla con don Abbondio – è il classico vaso di coccio tra vasi di ferro. Quali sono le difficoltà strutturali dell’IRC? Senza dubbio una certa precarietà, dipendente dalle fluttuazioni delle motivazioni degli alunni, che ne fanno un insegnamento in qualche modo soggetto al “gradimento” degli studenti e delle loro famiglie. Ma anche i contenuti disciplinari sono fonte di difficoltà: si tratta infatti di contenuti assai impegnativi, che richiederebbero quindi un tempo più congruo e disteso per essere approfonditi – sicuramente maggiore della singola oretta a settimana prevista nella secondaria.
C’è poi una difficoltà legata alla missione specifica
dell’IdR. Oltre alla testimonianza, richiesta anche agli altri docenti cattolici, sulle sue spalle incombe infatti il compito di presentare in maniera articolata il messaggio cristiano in modo che ne risalti la sua credibilità! Sarebbe incompleta un’educazione che rimanesse muta davanti ai grandi problemi della vita e, soprattutto, davanti alla sua dimensione religiosa. Non l’educazione alla fede è infatti l’intento dell’IdR – ciò che avviene piuttosto nel contesto ecclesiale della catechesi e della mistagogia –  ma una presentazione attenta e obiettiva della religione cattolica nel suo aspetto contenutistico, come contributo essenziale alla ricerca della Verità che ogni persona cosciente e responsabile è chiamata a mettere in opera.
In tal modo l’IRC contribuisce anche, e non è superfluo notarlo, a sviluppare personalità ricche di interiorità, dotate di forza morale, aperte ai valori civili della solidarietà, della giustizia e della pace, capaci di fare un uso maturo e responsabile della propria libertà… Questa apertura a tutta
l’esperienza umana, compresa la dimensione interiore e spirituale, è forse il cuore della missione educativa dell’IdR. Suo impegno precipuo è quello ricordare alla scuola che non deve trascurare colpevolmente il mondo degli affetti e dei valori, ma è chiamata a prestare adeguata attenzione anche alla dimensione più squisitamente “umana” e religiosa dell’esistenza. In tal modo l’IRC contribuirà a plasmare una cultura entro la quale abbia un posto riconosciuto e rispettato anche la religione: per i fatti che interpreta, per i valori che indica, per l’apertura alla Trascendenza verso cui orienta.
L’IRC è dunque sia una risorsa per la scuola, di cui valorizza l’ampio orizzonte di professionalità, sia una espressione dell’impegno della Chiesa per il mondo. Si pone così al crocevia tra fede e cultura, vangelo e storia, cercando di elaborare una visione sintetica dell’esperienza umana. Ma ancora di più ogni singolo IdR è chiamato a porsi davanti agli alunni come modello di sintesi equilibrata tra le diverse istante e dimensioni della vita. In tal senso, la scelta di diventare IdR si configura, più che come “professione”, come una vera e propria “vocazione
”: una vocazione nutrita di spiritualità cristiana, di appartenenza ecclesiale, di apostolato laicale, in vista della formazione di personalità unificate attorno alla Verità.
Il profilo migliore della missione dell’IdR ci viene forse fornita dall’apostolo Pietro: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza…» (1Pt 3,15-16). Questa è la sua missione, questa la meta – ardua, ma possibile – del suo impegno.

Conclusioni
Chi sono dunque, o almeno chi dovrebbero essere i docenti cattolici? Essenzialmente maestri di sapienza e di vita: icone, certo imperfette, ma non sbiadite, dell’unico Maestro. Per questo si richiede un “supplemento d’anima”, per restituire slancio, speranza ed entusiasmo ai ragazzi di oggi, troppo spesso spenti o sfiduciati. Educare, cioè dischiudere gli orizzonti del futuro, è il capolavoro della speranza.
Desidero concludere queste mie riflessioni ricordando quanto ho scritto nella lettera pastorale
diffusa per lo scorso Natale: «A noi, adulti nella fede, il compito e l’onore di dare visibilità allo sguardo di Cristo, senza perdersi in mugugni, lamenti e recriminazioni, senza indulgenza alle delusioni e alle stanchezze! Perché non è tempo di raccogliere, ma di seminare. Non è il momento di chiudere, ma di ricominciare sempre, servendo la Parola, anche in tempi difficili come i nostri». Se fosse tempo di raccolta, ci sarebbe da disperarsi, anche – e forse soprattutto – nel campo della scuola; ma è tempo di seminare: allora, forza, con l’aiuto di Dio!

+ Lorenzo Loppa

 
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