Diocesi di Anagni-Alatri

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Il "sì" della vita

Vescovo > Bollettino Diocesano > 2008
28 settembre 2008

Il "sì" della vita
Omelia della Messa Conclusiva dell'Assemblea Pastorale 2008

Ez 18, 25-28
Fil 2, 1-11
Mt 21, 28-32


Il Signore, come in questi giorni della Assemblea, a volte ci porta sul Tabor. Sappiamo bene, però, che ce lo concede perché possiamo tornare “in pianura” con una marcia in più, per affrontare il duro lavoro del nostro essere cristiani. Siamo fortunati noi, perché abbiamo la luce della Parola e la forza dell’Eucaristia, il sacramento della vita, la mensa in cui possiamo beneficiare della Sapienza in persona, Gesù Cristo, per vivere bene in questo mondo. Anche quest’anno si rinnova la bella tradizione che vuole la nostra Chiesa diocesana riunita a Fiuggi alla fine di settembre per misurarsi con le esigenze del Vangelo. Oggi poi abbiamo in dono una Parola straordinaria: tre letture, che meriterebbero ognuna una riflessione a parte e che ci permettono di specchiarci nella Bibbia come cristiani di vecchia data e di antica tradizione. Come tali corriamo il pericolo che i nostri “sì” siano dei “no” e che le nostre parole e dichiarazioni d’impegno siano molto distanti dalla sostanza della vita cristiana. Certo, intriga un po’ questa misteriosa simpatia di Gesù per le persone “scomposte”, ribelli, come il figlio della parabola evangelica che dice di no, ma poi, in fondo, obbedisce al Padre e va a lavorare nella vigna. Una simpatia misteriosa che possiamo e dobbiamo riversare sui nostri giovani, protagonisti sia dell’Assemblea dell’anno passato che di quella che oggi si conclude.

La parabola, proposta dal Vangelo di Matteo, ci persuade che l’obbedienza non è un ossequio formale e verbale, ma adesione ai valori del Regno. Il testo di Ezechiele ci convince che il futuro è nelle nostre mani. Dopo che il profeta, in precedenza, ha avuto modo di sottolineare la solidarietà e la corresponsabilità che lega i membri di una comunità (e quindi la possibilità che le conseguenze di determinate colpe ricadano sui discendenti), nel cap. XVI innalza un canto alla libertà e alla responsabilità personale. In fondo, sembra dirci, nessuno è senza futuro, purchè lo voglia. Dipende dalla sua libertà. Se tu sei quello che sei, lo devi a te stesso e alla grazia di Dio, prima di tutto. Se non sei quello che devi essere, è inutile che incolpi il tuo albero genealogico o la società. Ezechiele afferma con chiarezza che ognuno può rompere con il passato e dare una svolta alla sua vita, chiamando all’appello la sua responsabilità. Il nostro futuro, però, è Gesù Cristo. Abbiamo ascoltato dalla seconda lettura l’invito che l’Apostolo Paolo rivolge ai cristiani di Filippi, pensando ai loro problemi, alle rivalità, allo spirito di contesa, di invidia e gelosia che inquinava quella comunità: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo
” (2,5). E mette davanti ai loro occhi la carriera discendente e la discesa vertiginosa del Figlio di Dio nella valle della condizione umana. Tanti pensatori, ad esempio nell’antica Grecia, hanno detto che Dio è amore. Nessuno, però, ha mai azzardato il fatto che questo amore potesse essere disceso in mezzo a noi cambiando la gloria di Dio nell’umiliazione e nell’abominio del Crocifisso. Paolo, invece, afferma che Gesù Cristo non solo è diventato uomo, rinunciando a ogni privilegio divino, ma ha accettato tutti i rischi della condizione umana, assumendone i limiti e le fragilità fino alla morte e ad una morte da schiavo. Per questo il Padre gli ha dato un nome che è al disopra di ogni altro nome. Paolo, possiamo dire semplificando un po’, fa un balzo dall’ortoprassi all’ortodossia, proponendo ai Filippesi un modello da imitare, perché vivano la logica del Vangelo. Abbiamo vissuto stagioni di vita ecclesiale in cui si stava molto attenti alla professione di fede, alla coincidenza delle formule verbali con il deposito della fede. E magari si era abbastanza tolleranti nel campo del comportamento (ortoprassi), specialmente se in presenza di mancanze contro la carità. Penso, invece, che la gloria di Dio non venga offuscata se inciampiamo in qualche formula teologica, bensì se manchiamo di fare un atto di misericordia. Il problema vero che abbiamo e il necessario della testimonianza cristiana non sono le celebrazioni, le processioni, i pellegrinaggi, ma il bicchiere d’acqua dato all’assetato e il pezzo di pane da dare all’affamato; l’ascolto offerto al giovane, l’affetto che riempie la solitudine di un malato. Ricordiamo la parabola del giudizio finale del Vangelo di Matteo: gli eletti possono anche sbagliare nel campo dell’ortodossia, del retto pensare, (“quando ti abbiamo visto affamato, assetato, forestiero, nudo, malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?” cfr Mt 25,37-39), ma non sbagliano nell’ortoprassi, nella pratica di vita cristiana.

La verità, nel Cristianesimo, ha poco o nulla di intellettuale. Per il Vangelo la verità “si fa”. La carità è prassi: se questa parola non fosse entrata in un vocabolario ideologico molto preciso, la potremmo usare come la parola più appropriata per indicare che quello che conta è il “sì” della vita, dell’obbedienza.

Ve lo ripeto, al termine di questa Assemblea specchiandoci in questa Parola, specchiamoci con sincerità nel Vangelo. Quello che conta non è la disponibilità all’inchino e all’ossequio facile, ma la schiena piegata sul terreno della vigna del Signore. Poco fa, nella sintesi conclusiva, facevo emergere con forza l’urgenza e l’esigenza di dare carne e corpo allo sguardo di Gesù sui giovani. Cerchiamo di amare anche quelli che appaiono più ribelli, più scomposti, più incontenibili. Perché c’era più speranza e più futuro nel figlio che aveva detto di no, ma poi ha obbedito al Padre, che non in quello che, dopo aver pronunciato un “sì”, non l’ha fatto seguire dai fatti.

Chiedo al Signore che ci faccia essere Chiesa di persone che vincono la divaricazione tra la parola/promessa e la sostanza della vita cristiana. In fondo, la liturgia della Parola oggi ci ripete tre cose fondamentali: per appartenere al Regno bisogna aderire ai suoi valori, bisogna che la libertà si diriga verso il bene (I lettura). Per noi il punto di riferimento è Gesù Cristo, la sua immersione nella condizione umana, la sua passione per la vita e la felicità degli uomini (II lettura). La nostra adesione a Lui e al suo modo di vedere la realtà non deve essere puramente verbale o formale, ma di sostanza e di vita (Vangelo). Certo, un test molto attendibile per l’autenticità del nostro “sì” è la vita comunitaria e la passione per la comunione (II lettura). Un commentatore del testo ai Filippesi ci ricorda che noi cristiani del XXI secolo non abbiamo inventato proprio niente. Cioè, i cristiani del primo secolo erano già come noi. Quel che importa, comunque, è che il nostro “sì”, sincero e ripetuto, soprattutto a partire dall’Eucaristia, spazzi via ogni passato, soprattutto quello segnato dalla lontananza e dall’abbandono. Mille parole, centinaia di documenti, o dichiarazioni solenni, non fanno un “sì”. Anche perché il “sì” non è una parola!


+ Lorenzo Loppa


 
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