Diocesi di Anagni-Alatri

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La comunità pasquale

Vescovo > Bollettino Diocesano > 2008
30 marzo 2008

La comunità pasquale
Omelia della II Domenica di Pasqua

Cristo è vivo. La morte ha avuto ragione di Lui solo in maniera illusoria. Egli continua ad essere con i suoi anche se in modo nuovo, diverso. A loro affida il Suo Spirito e il potere di vincere il male del mondo. Certamente, per gli Apostoli e i primi discepoli la fede nella risurrezione fu una conquista faticosa. Gesù stesso dovette inseguirli con le Sue apparizioni perché superassero il dubbio e la paura. Gli incontri con il Risorto li fecero persuasi che il passato di tradimento, di vigliaccheria, di disconoscimento e di fuga non potesse costituire un alibi per la sequela. A contatto con il Vivente - con la Parola, il Pane e il Perdono - ritrovarono la forza e il coraggio di vivere scoprendo nella Risurrezione un progetto di trasformazione del mondo che in Gesù aveva avuto il suo inizio e che loro avrebbero dovuto accogliere e consegnare ad altri. Fu la comunione con il Risorto, di otto giorni in otto giorni, di Domenica in Domenica, a dare origine alla Comunità pasquale che crebbe nella consapevolezza di dover combattere la morte in tutte le sue forme con uno stile di vita fatto di condivisione e di solidarietà a tutti i livelli (non solo in ordine alla preghiera e alla liturgia). Solo in questo modo la risurrezione di Cristo è diventata e diviene fonte di rigenerazione e di salvezza.

Le letture di questa Domenica riflettono un problema fondamentale per le generazioni di cristiani che tennero seguito alla prima, e quindi per tutti noi: dove incontrare il Risorto? Come venire a contatto con il Vivente e con la straordinaria forza di trasformazione della Sua Pasqua? La risposta della Parola di Dio è chiarissima: Cristo Lo si incontra vivendone la realtà e la missione di salvezza nella Chiesa. E’ nella Comunità cristiana che si fa esperienza del Risorto, soprattutto alla Domenica nella celebrazione dell’Eucaristia, e da lì si riparte per una testimonianza attrezzata e solida sui territori del vissuto per una presenza profetica e significativa.

E’, dunque, la Comunità pasquale al centro della nostra riflessione, che potremmo articolare in tre brevi momenti: il primo è quello che mette in rapporto la comunità dei credenti e il Risorto; l’altro è il momento della Comunità come tale; il terzo riguarda il rapporto di questa Comunità con la storia e il mondo.

Il Vangelo ci racconta la fatica della fede. Cristo si fa presente in mezzo ai suoi. La Sua venuta non conosce barriere. Ripete più volte il saluto augurale di pace, quasi a dire quanto sia difficile superare lo scandalo della Croce per giungere alla gioia della Pasqua. “Mostrò loro le mani e il costato
”: non solo per dimostrare che è lo stesso del Calvario, e neanche solo per dire che la pace e la gioia della Pasqua provengono dalla Croce, quanto soprattutto per farci capire che il Suo amore a nostro riguardo continua e continuerà sempre. E proprio grazie a questo amore e alla comunione di vita con Lui che il futuro non potrà più farci paura. L’incredulità di Tommaso di fronte al troppo grande e insperato è l’incredulità stessa degli altri amici di fronte a un Cristo nuovo, diverso, che ora vuole essere accettato non più come presenza materiale, ma come forza interiore; non più come realtà da vedere e da toccare, ma da vivere e da comunicare al mondo. Gesù prende sul serio questo uomo tutto di un pezzo, che non ha paura di apparire poco edificante. Alla fine Tommaso non ha trovato “il luogo dei chiodi”, ma la prova decisiva che era amato, atteso, capito, reinserito nella comunione. L’Apostolo si è visto di fronte un Cristo sfolgorante di dolcezza, pace e tenerezza che non lo tratta come l’ultimo arrivato e che, dopo una delle professioni di fede più belle della Bibbia, pronuncia alcune parole che suonano augurio e promessa, la più bella promessa che si potesse rivolgere ai cristiani di tutti  i tempi: “Perché hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Nessuna generazione di cristiani sarà meno favorita della prima. I credenti di tutti i tempi, nella fede (e, come aggiungerà Pietro nella seconda lettura, “nell’amore”), potranno incontrare continuamente il Risorto e, a loro volta testimoniarlo, nella comunione della vita ecclesiale e, al vertice di essa, nella celebrazione dell’Eucaristia.

La comunità, che era riunita nel Cenacolo, per paura dei Giudei, una volta raggiunta la coscienza della nuova realtà del Cristo, mediante il dono dello Spirito, diventa la comunità messianica che fa della fede nella risurrezione un progetto di vita e di trasformazione del mondo. Luca, autore degli Atti degli Apostoli, con il primo dei suoi sommari, pur tratteggiando un quadro a tinte ideali (ci dovevano essere delle ombre anche allora, come verremo a scoprire dal prosieguo del racconto degli Atti stessi), fa una piccola rassegna della struttura genetica della Chiesa nella quale si mostra come i primi cristiani vivessero con determinazione la spinta alla comunione. La comunione non soltanto nel riferirsi all’insegnamento degli Apostoli, alla celebrazione dell’Eucaristia, ma nell’organizzazione della vita comunitaria in termini di fraternità. Per la comunità, nata dalla Pasqua e strutturata dalla Pasqua, la comunione, proveniente dalla Parola e dall’Eucaristia, andava oltre le persone, si estendeva a tutte le loro relazioni, e coinvolgeva anche i beni economici. La forza della Pasqua, donata dalla “frazione del pane”, era capace perfino di trasfigurare le cose trasformandole da mezzi di accaparramento e di divisione in strumenti di comunione. La morte doveva essere attaccata e combattuta a tutti i livelli: questo significò per quei cristiani “fare Pasqua” ed essere “figli della Risurrezione”. La comunione nella fede, con buona pace di tutti gli spiritualisti vecchi e nuovi, non riguarda solo lo spirito, ma incide su tutte le strutture, anche sulla struttura economica.

L’esigenza di mutare il mondo e di trasformare la realtà è un’espressione necessaria della fede. Chi non la sente difficilmente può andare d’accordo con il Vangelo. Credere nella Risurrezione è mettersi a disposizione di Cristo che continua “a passare nel mondo facendo del bene
” e a vivere il proprio amore verso il Padre nella dedizione alla causa dell’uomo. E il credente può mettersi cordialmente a servizio della forza straordinaria della Pasqua proprio perché la sua speranza è stata rigenerata. La seconda lettura ci riporta quello che il primo Papa poteva dire alle comunità cristiane della diaspora dell’Asia minore: “Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo …. Nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe ..”. La Pasqua ha fatto segnare la risurrezione anche per la nostra speranza. Questa non ha proprio più nulla da temere. E’ diventata solida e affidabile. E quindi i suoi frutti possono maturare anche nella stagione rigida della prova e della sofferenza inevitabile. Perché la speranza stessa è ancorata all’Amore di Dio che non dimentica nella tomba i suoi figli … La speranza, basata sulla fede nella Promessa, diventa amore concreto che si compromette e che trasforma la storia. Combattere la morte, cercare di vincerla con la forza straordinaria della Pasqua che ci viene messa a disposizione nella Parola, nei Sacramenti e soprattutto nell’Eucaristia, costituisce il nostro impegno di cristiani nel mondo e quello che ci permetterà sicuramente di essere come Comunità lievito della storia.

+ Lorenzo Loppa

 
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