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La comunità pasquale
Omelia della II Domenica di Pasqua
Cristo è vivo. La morte ha avuto ragione di Lui solo in maniera illusoria. Egli continua ad essere con i suoi anche se in modo nuovo, diverso. A loro affida il Suo Spirito e il potere di vincere il male del mondo. Certamente, per gli Apostoli e i primi discepoli la fede nella risurrezione fu una conquista faticosa. Gesù stesso dovette inseguirli con le Sue apparizioni perché superassero il dubbio e la paura. Gli incontri con il Risorto li fecero persuasi che il passato di tradimento, di vigliaccheria, di disconoscimento e di fuga non potesse costituire un alibi per la sequela. A contatto con il Vivente -
Le letture di questa Domenica riflettono un problema fondamentale per le generazioni di cristiani che tennero seguito alla prima, e quindi per tutti noi: dove incontrare il Risorto? Come venire a contatto con il Vivente e con la straordinaria forza di trasformazione della Sua Pasqua? La risposta della Parola di Dio è chiarissima: Cristo Lo si incontra vivendone la realtà e la missione di salvezza nella Chiesa. E’ nella Comunità cristiana che si fa esperienza del Risorto, soprattutto alla Domenica nella celebrazione dell’Eucaristia, e da lì si riparte per una testimonianza attrezzata e solida sui territori del vissuto per una presenza profetica e significativa.
E’, dunque, la Comunità pasquale al centro della nostra riflessione, che potremmo articolare in tre brevi momenti: il primo è quello che mette in rapporto la comunità dei credenti e il Risorto; l’altro è il momento della Comunità come tale; il terzo riguarda il rapporto di questa Comunità con la storia e il mondo.
Il Vangelo ci racconta la fatica della fede. Cristo si fa presente in mezzo ai suoi. La Sua venuta non conosce barriere. Ripete più volte il saluto augurale di pace, quasi a dire quanto sia difficile superare lo scandalo della Croce per giungere alla gioia della Pasqua. “Mostrò loro le mani e il costato
La comunità, che era riunita nel Cenacolo, per paura dei Giudei, una volta raggiunta la coscienza della nuova realtà del Cristo, mediante il dono dello Spirito, diventa la comunità messianica che fa della fede nella risurrezione un progetto di vita e di trasformazione del mondo. Luca, autore degli Atti degli Apostoli, con il primo dei suoi sommari, pur tratteggiando un quadro a tinte ideali (ci dovevano essere delle ombre anche allora, come verremo a scoprire dal prosieguo del racconto degli Atti stessi), fa una piccola rassegna della struttura genetica della Chiesa nella quale si mostra come i primi cristiani vivessero con determinazione la spinta alla comunione. La comunione non soltanto nel riferirsi all’insegnamento degli Apostoli, alla celebrazione dell’Eucaristia, ma nell’organizzazione della vita comunitaria in termini di fraternità. Per la comunità, nata dalla Pasqua e strutturata dalla Pasqua, la comunione, proveniente dalla Parola e dall’Eucaristia, andava oltre le persone, si estendeva a tutte le loro relazioni, e coinvolgeva anche i beni economici. La forza della Pasqua, donata dalla “frazione del pane”, era capace perfino di trasfigurare le cose trasformandole da mezzi di accaparramento e di divisione in strumenti di comunione. La morte doveva essere attaccata e combattuta a tutti i livelli: questo significò per quei cristiani “fare Pasqua” ed essere “figli della Risurrezione”. La comunione nella fede, con buona pace di tutti gli spiritualisti vecchi e nuovi, non riguarda solo lo spirito, ma incide su tutte le strutture, anche sulla struttura economica.
L’esigenza di mutare il mondo e di trasformare la realtà è un’espressione necessaria della fede. Chi non la sente difficilmente può andare d’accordo con il Vangelo. Credere nella Risurrezione è mettersi a disposizione di Cristo che continua “a passare nel mondo facendo del bene” e a vivere il proprio amore verso il Padre nella dedizione alla causa dell’uomo. E il credente può mettersi cordialmente a servizio della forza straordinaria della Pasqua proprio perché la sua speranza è stata rigenerata. La seconda lettura ci riporta quello che il primo Papa poteva dire alle comunità cristiane della diaspora dell’Asia minore: “Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo …. Nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe ..”. La Pasqua ha fatto segnare la risurrezione anche per la nostra speranza. Questa non ha proprio più nulla da temere. E’ diventata solida e affidabile. E quindi i suoi frutti possono maturare anche nella stagione rigida della prova e della sofferenza inevitabile. Perché la speranza stessa è ancorata all’Amore di Dio che non dimentica nella tomba i suoi figli … La speranza, basata sulla fede nella Promessa, diventa amore concreto che si compromette e che trasforma la storia. Combattere la morte, cercare di vincerla con la forza straordinaria della Pasqua che ci viene messa a disposizione nella Parola, nei Sacramenti e soprattutto nell’Eucaristia, costituisce il nostro impegno di cristiani nel mondo e quello che ci permetterà sicuramente di essere come Comunità lievito della storia.
+ Lorenzo Loppa