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La sfida dell’educazione. Misura della nostra capacità di futuro (Conclusione)

Vescovo > Bollettino Diocesano > 2009

Assemblea Pastorale 2009 - Linee conclusive
La sfida dell'educazione: misura della nostra capacità di futuro

“… Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno,  àlzati e cammina!” (At 3,6)

Premessa
- L’Assemblea 2009 si presenta in forte continuità con le due Assemblee precedenti e in linea con la 59^ Assemblea generale dei Vescovi italiani che, nel maggio scorso, ha messo a tema “la questione educativa”, avviando la riflessione che darà corpo agli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio. In attesa di tali linee orientative e di un’agenda pastorale 2010-2020, occorre che entriamo sempre di più in un certo ordine di idee, maturando una coscienza e un atteggiamento di più disponibile apertura verso l’impresa educativa, magari mettendoci, a vari livelli, attorno ad un tavolo per raccogliere la grande sfida dell’educazione…

- Data l’abbondanza di in-put, suggerimenti, sollecitazioni e suggestioni, s’impone una semplificazione e una “reductio ad unum” per il nostro cammino di Chiesa: il momento, allora, è propizio per tentare di situare tutte le iniziative e gli eventi di ordine pastorale (anche la Messa della domenica) all’interno di un percorso educativo.

- Uno straordinario compagno di viaggio, per quanto riguarda il tema dell’educazione, si è rivelato per noi Papa Benedetto XVI con i suoi interventi frequenti, puntuali, limpidi e di straordinario spessore. Tra essi emerge la “Lettera alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito urgente dell’educazione” del 21 gennaio 2008, una piccola “summa” sulla formazione delle nuove generazioni, la quale si configura, per una serie di fattori di vario ordine, come una vera e propria “emergenza educativa”. Tale situazione va affrontata con un bagaglio particolare e, soprattutto, con una buona dose di fiducia nel futuro e nella bontà della vita. Alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita e un deficit di speranza.

- L’espressione “emergenza  educativa” non piace a tutti, perchè sembrerebbe non evocare cose buone e, in primis, la speranza, che è l’anima di ogni educazione vera. Forse converrebbe parlare di “crisi dei processi educativi tradizionali” (cfr. Paola Bignardi). Ma se la parola “emergenza” ci suggerisce l’esigenza di darci da fare e di rimboccarci le maniche, se è capace di riaccendere una passione, sia benvenuta! Eppoi anche il Papa, riferendosi alla situazione di crisi e di stanchezza delle agenzie e dei processi educativi tradizionali, la denota con la parola “emergenza”. E’ certo che la Chiesa, nella sua bimillenaria storia, ha sempre avvertito l’esigenza di formare le nuove generazioni. Oggi siamo passati dall’esigenza e dall’urgenza, appunto, all’emergenza.

I
UN DEBITO DI SPERANZA
L’educazione è uno dei debiti fondamentali che una società ha nei confronti delle nuove generazioni: un debito di speranza! Un debito che noi adulti oggi troviamo tremendamente difficile da assolvere … Certo, giovani e ragazzi, si dice, non sono più quelli di una volta. E sicuramente essi sono figli di questo tempo e riflesso della società e della cultura in cui vivono. Ma non sono loro ad aver dato forma al mondo in cui viviamo.

1.1. Alle radici della crisi educativa
Alla sorgente della crisi dei processi educativi tradizionali ci sono ragioni di vario genere che provo a mettere insieme senza la pretesa di organicità e compiutezza.
a. Il clima e la cultura in cui viviamo configurano la società a cui apparteniamo come “una grande piazza” in cui c’è di tutto. La complessità e la molteplicità di punti di  riferimento producono una crisi del senso di appartenenza e, quindi, l’individualismo e il progressivo sgretolamento del patrimonio di convinzioni e di valori che hanno costituito la spina dorsale della società occidentale. Viene meno, soprattutto, una visione condivisa su chi sia l’uomo, su che cosa significhi esserlo, e che senso abbia il futuro. Si perde, in altri termini, quella autentica sapienza antropologica che costituisce il baricentro dell’esperienza formativa. Di conseguenza, si ha una visione riduttiva del fatto educativo… Che non è semplice istruzione o orientamento al lavoro (pure importanti), o trasmissione di determinate abilità, ma formazione completa della persona…

b. L’incapacità degli adulti di trasmettere vita e speranza.
La vita umana si trasmette non solo attraverso la generazione fisica, ma anche e soprattutto attraverso una generazione simbolica, psicologica, culturale, morale e spirituale… Tale trasmissione è essenziale alla vita buona degli uomini. L’educazione appartiene a questo universo generativo; è, a sua volta, un agire generatore di scelte, atteggiamenti, comportamenti. L’emergenza educativa è lo specchio della fatica di essere adulti, di testimoniare un progetto di vita che abbia senso, di mostrare il valore e la bellezza della vita in tutti i suoi aspetti. Nella già citata “Lettera alla Diocesi e alla Città di Roma”, il Papa, parlando degli adulti e della tentazione di rinunciare al compito educativo, afferma: “In realtà, sono in questione non soltanto la responsabilità degli adulti o dei giovani … ma anche un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione ad un’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita”.
Papa Benedetto interpreta la difficoltà degli adulti nei riguardi delle giovani generazioni e la crisi dei processi educativi tradizionali come una crisi di speranza, una crisi di fiducia nella bontà della vita e in un futuro affidabile. L’anima dell’educazione, come di tutta la vita cristiana, può essere solo una speranza forte e vivace …
Occorre anche sottolineare la condizione di fatica degli adulti, la difficoltà di vivere per come sono organizzati la società, il lavoro, la famiglia, la scuola … Un’articolazione così complessa da far sentire stanchi e spossati: per una vita di corsa e per la molteplicità di impegni che dà vertigine, per il vuoto che si sente dentro e che fa sentire aridi.
Tanti adulti denunciano una mancanza di energia che li rende spenti, rinunciatari, poco disponibili, poco accoglienti…

2. Un’opportunità straordinaria
Questa crisi può e deve diventare una formidabile opportunità. I segni dei tempi, con cui il Vaticano II in modo caratteristico interpreta determinati eventi, sono quei fenomeni che, per la loro generalizzazione e la loro frequenza, caratterizzano un’epoca e ne esprimono la peculiare sensibilità. Essi nascondono e rivelano la presenza di Dio e del Suo Spirito che incontrano l’uomo nel santuario della sua coscienza per orientarne le scelte, sostenerne le decisioni, guidare il cammino della Chiesa e dell’umanità tutta. Orbene, l’emergenza educativa è un segno del nostro tempo, è provvidenziale per tanti motivi e in ordine a varie prospettive.

Intanto si sono accesi i riflettori sull’educazione!

Che si ripropone come imprescindibile azione umana: la necessità d’educare non è dettata dalla complessità e dalla difficoltà dei tempi, ma si rende esplicita semplicemente per il fatto che siamo uomini. Ogni uomo nasce con l’esigenza di trovare ragioni di vita e l’educazione diventa un fondamentale strumento che aiuta a trovarle, viverle, proporle.

La nuova attenzione all’educazione ci sta aiutando a ripensare e aggiornare iprocessi educativi,
adattandoli in maniera opportuna alla situazione di urgenza e di non più derogabile necessità. Si potrà contribuire a un nuovo modo di pensare l’educazione, offrendo a tanti giovani la possibilità di crescere acquisendo autonomia di scelte e responsabilità, e a tanti adulti quella di realizzarsi pienamente come uomini e donne autorevoli e maturi, in sintonia piena con la loro vocazione a generare al senso della vita con speranza.

L’emergenza educativa, in conclusione, è “stimolo e occasione per ripensare i processi educativi e ridefinire funzioni, progetti, percorsi, strumenti … E’ occasione per riflettere sulla dimensione umana dell’atto educativo e – speriamo – per tornare a far emergere delle vocazioni educative e per ritrovare il gusto di educare
” (P. Bignardi).

Dobbiamo sentire forte l’urgenza di rimboccarci le maniche e di riaccendere una passione. Senza catastrofismi, ma con la piena assunzione delle nostre responsabilità. Con l’impegno, soprattutto, a costruire alleanze, in una sorta di virtuosa complicità, per affrontare un’impresa cui nessuno oggi può ritenere di far fronte da solo: la famiglia con la scuola; la comunità cristiana con la famiglia; la scuola con le altre realtà del territorio.

II
RITROVARE IL GUSTO DI EDUCARE
(Alcuni orientamenti)
Il testo degli Atti scelto quale icona biblica dell’impresa educativa (At 3, 1-10) ci permette di passare dalla fase dell’analisi e dei rilievi sul campo a quella del necessario e condiviso impegno.

2.1. Un
servizio alla vita e alla speranza

La guarigione dello zoppo alla Porta Bella del Tempio di Gerusalemme è un fatto speciale (per apprezzarlo di più conviene leggere gli interi capitoli 3 e 4 del Libro degli Atti). Lo conosciamo tutti bene. Faccio notare solo qualche passaggio. Pietro e Giovanni vanno al Tempio per trovare, tra tanti problemi, un momento di pace. Sulla soglia della Porta Bella si trovano la strada sbarrata da una mano tesa. Come reagiscono? Come reagisce Pietro? Nella impossibilità di accogliere la precisa richiesta dello zoppo (per fortuna gli amici di Gesù quel giorno erano in bolletta!), non rimanda l’intervento a tempi migliori, non prende tempo, ma viene incontro alla situazione del poveretto raccontando la storia di Gesù, la Sua passione per la vita di tutti, la Sua straordinaria pratica di umanità. Pietro collega l’esperienza di Gesù e la Sua storia alla storia dello storpio con le sue attese più profonde. Egli aveva chiesto a Pietro un po’ di denaro. Faceva così con tutti. Campava su questo. Pietro gli racconta la vicenda di Gesù che, tra le altre cose, aveva guarito molti degli zoppi incontrati. La “scintilla” della guarigione scaturisce dalla convergenza meravigliosa tra le attese più profonde del poveretto (guarire ed essere restituito ad una vita piena, e non solo avere il necessario per sbarcare il lunario fino a sera) e la “specialità” straordinaria di Gesù.E’ con Lui che dobbiamo favorire l’incontro della persona i cui bisogni e le cui esigenze vanno sempre posti al centro.

Il miracolo dello zoppo ci dice che i discepoli di Gesù, che vivono nella Chiesa, sono a servizio della vita e della speranza di tutti, per consolidarla in tutti, in modo che sia piena e completa,  come ha fatto Gesù stesso: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza
” (Gv 10,10). E il servizio alla vita e alla speranza ha come punto di riferimento privilegiato le persone più deboli e in difficoltà, i piccoli del Vangelo. E tra di essi è scontato che oggi ci siano ragazzi, adolescenti, giovani…

Al presente, infatti, uno dei motivi fondamentali per cui ragazzi e giovani zoppicano è perché vivono una situazione di “orfani”. Magari per eccesso di padri e di madri: non solo per le famiglie “allargate”, ma soprattutto per una miriade di proposte, di suggestioni e di promesse, che pretendono di offrire ragioni di futuro e di speranza. Non si può vivere senza padri e madri autorevoli e significativi. Dovendo scegliere in tanta confusione, troppi giovani preferiscono l’autonomia o si rassegnano a vivere senza punti di riferimento. E da questa situazione molti arrivano alla disperazione o al disimpegno. Ragazzi e giovani ci chiedono, invece, di essere “adulti nuovi”, capaci di camminare con loro e di condividere una ricerca di senso e l’esperienza della speranza. Ci chiamano a diventare padri e madri con un “grido” vivo, continuo, ma silenzioso. Un grido che ci carica quasi con violenza di responsabilità, che bisogna ascoltare con amore “educativo” e “promozionale”, sincero e maturo, riconoscente ed efficace.

2.2. Diventare adulti significativi
Il dono impensabile che ci fa il grido muto di tanti ragazzi e giovani è l’invito a ritrovare come adulti la nostra capacità di trasmettere la vita, servendo il senso e la speranza degli uomini e delle donne di domani, dando visibilità allo sguardo di Cristo. “Guarda verso di noi!” (At 3,4): è la parola suggestiva che Pietro insieme a Giovanni rivolgono allo storpio. E’ l’inizio della svolta della vita per l’infermo nel nome di Gesù Risorto.

Già l’anno scorso, nella prima parte delle linee conclusive dell’Assemblea 2008, ho scritto che “l’unico e precipuo impegno della comunità cristiana è rendere credibile e affidabile la propria speranza e dare un volto umano a Gesù Cristo
” (p. 11). E noi adulti dobbiamo attrezzarci sempre di più a dare carne e corpo allo sguardo di Cristo che si posa sui ragazzi e giovani di oggi. A noi adulti spetta il  compito di tessere la rete di umanità e di umanizzazione della comunità cristiana. Solo un’esperienza di misericordia e perdono, affabilità e mitezza, ospitalità e attenzione-amore in una parola, che coniuga insieme rispetto per la persona con la verità e la coerenza di vita - affascina e attira adolescenti e giovani. Dovrebbe essere facile, allora, amare una Chiesa dal volto così umano per il servizio e la presenza di tanti suoi figli adulti, che coltivano la passione di educarsi per educare; che ricominciano ogni giorno e si “attrezzano” per non tradire le esigenze di Dio e degli uomini; e che dovrebbero essere dotati di un corredo particolare.

a. Prima di tutto una speranza solida
, basata sulla fede nell’amore di Dio e nell’adempimento della Sua promessa, già realizzata nella Pasqua di Gesù Cristo. Una speranza, che non teme la smentita dei fatti e che diventa pazienza che opera nella carità (cfr Gc 5,7). Una speranza che si alimenta alla sorgente della Parola di Dio e dei Sacramenti. Una speranza che è anima e riflesso della preghiera, sostegno robusto di una responsabilità che sa prendere a cuore la crescita della persona.

b. Inoltre un adulto all’altezza della situazione è colui che assicura vicinanza e fiducia
come frutti dell’amore.
Come il calore del sole fa sbocciare i fiori così la vicinanza e la fiducia dell’adulto fanno fiorire maturità e responsabilità nei giovani.

c. Nella bisaccia di un adulto significativo, inoltre, non dovrebbe mancare l’amore alla verità e il servizio alla verità
verso gli uomini di domani. Verità su Dio, sull’uomo, sulla vita e la morte, sul dolore…

d. Pane per il viaggio educativo deve essere l’autorevolezza
- proveniente dalla esperienza, dalla competenza e dalla coerenza – a servizio della libertà. Non serve la parola dell’autorità, ma l’autorità della parola.

e. Non ultima dote del corredo educativo risulta una passione coinvolgente e contagiosa
. “L’educazione è cosa del cuore”, diceva S. Giovanni Bosco. Educare è un’arte che insegna a guardare la vita con gli occhi più vicini al cuore che alla testa, e, soprattutto, con gli occhi più vicini al cuore di Dio.

2.3. Tre spazi di impegno e di formazione degli adulti
La via maestra per diventare adulti significativi, per essere educatori sempre - non una volta o l’altra - per avere la capacità di “stare con”, e di “perdere” tempo mettendosi in gioco, è la formazione. Per un futuro meno arcigno e avaro, avrei individuato già da qualche tempo tre piste di lavoro per la nostra comunità cristiana, tre spazi di impegno sui quali dobbiamo scommettere con tutte le forze a livello diocesano, a livello di forania, a livello cittadino o a livello più semplicemente di unità pastorali. Nella formazione e nel coinvolgimento degli adulti occorre privilegiare le Famiglie giovani, i Catechisti, gli Insegnanti.

a. Prima di tutto le Famiglie, soprattutto giovani, decisive per l’educazione alla fede dei bambini da 0 a 8 anni. E’ un dato di fatto che, quando i bambini arrivano per un percorso di fede nelle parrocchie (7/8 anni), siano già “strutturati”. In genere hanno già avuto i loro in-put e sono stati “costruiti”: i primi anni di vita sono fondamentali per la crescita. E noi spesso li perdiamo!

b. I Catechisti. Pure qui, la figura di catechista, che è sottesa a tanti documenti del Magistero, non penso che sia molto diffusa e facilmente rintracciabile nelle nostre comunità. Più che insegnanti di catechesi sono necessari come il pane dei compagni di viaggio che condividono la ricerca di senso, la passione per il Regno, l’amore per la vita e la felicità di tutti. Il passaggio dalla Scuola elementare alla Media è difficile. L’età della Scuola Media, spesso, provoca uno tsunami (fisico, psicologico, morale …) nella vita degli adolescenti. L’età della Cresima spesso è l’età della … pensione e non dell’inizio di una matura responsabilità.

c. Gli Insegnanti
. E non solo quelli di Religione. Gli Insegnanti cattolici sono una forza, ma non ce ne accorgiamo. I ragazzi e i giovani passano le ore migliori della giornata a Scuola. Non per educare alla fede, ma per farli innamorare della vita, Cristo cerca dei volti per continuare a fissare lo sguardo su di loro. Gli Insegnanti “stanno con” i ragazzi molte ore. La loro pratica di umanità e il loro amore alla vita parlano di Gesù Cristo Risorto senza nominarLo, possono costruire delle personalità con i fiocchi. Il Vescovo sogna un bel gruppo di Famiglie giovani nelle nostre città grandi, e in altre zone della diocesi; un numero di catechisti disponibili al cambiamento e a spendersi autenticamente per la missione; un nutrito gruppo di Insegnanti che condividano la passione e il proposito di fare dei ragazzi e dei giovani degli innamorati della vita.

2.4. Promuovere l’umanizzazione dei luoghi educativi e costruire “il cortile educativo”
A volte i nostri ragazzi frequentano dei “non luoghi”, degli spazi che non inseriscono le persone all’interno di una storia, di una memoria, di un progetto. I “non luoghi” non danno un’identità, non offrono relazioni significative, non inseriscono in una storia. Purtroppo possono rientrare in questa categoria anche gli ambienti più normali di vita come la famiglia, la scuola e la comunità cristiana. Un luogo, invece, è formativo solo se la persona sperimenta in esso una relazione con adulti significativi, se sperimenta l’accoglienza, la fiducia, il rispetto, realizzando così l’incontro autentico con gli altri nella libertà. Dobbiamo provare, allora, ad offrire dei luoghi umanizzati e abitati da volti accoglienti, che possano favorire delle relazioni educative significative, che orientino a guardare la vita riconciliandosi con il vissuto quotidiano.

Potremmo, inoltre, provare a costruire un vero e proprio “cortile educativo”. Nella società contadina, il cortile – popolato da tanti bambini – era sorvegliato da un adulto di cui tutte le famiglie si fidavano …

Oggi un discorso del genere sembra improponibile (per il pluralismo culturale e religioso, la mobilità, la complessità…). Perché, però, non proviamo a ricreare qualcosa del genere superando la frammentazione, lo spontaneismo, l’episodicità, la delega, la supplenza?!? Perché non è possibile oggi educare all’interno di uno “spazio” costruito da tutti coloro che sul territorio convergono in ordine ad un progetto educativo condiviso?

2.5. Con una prospettiva di fondo: lavorare in rete, costruendo alleanze che mettano insieme più soggetti possibile.
Come accennavo concludendo la prima parte, occorre accendere una complicità virtuosa e stringere un patto tra le varie agenzie educative. Anche all’interno della comunità cristiana, come su tutto il territorio, sono molti i soggetti e le realtà che s’impegnano (o vorrebbero impegnarsi) in ambito educativo, ma non sempre sono coordinati e in relazione organica tra di loro. Diventa urgente, allora, creare un effettivo coordinamento, prima di tutto all’interno della comunità cristiana e poi su tutto il territorio, fra tutte le realtà che perseguono l’impresa di educare. Quest’opera convinta di coordinamento e collaborazione, soprattutto all’interno della comunità cristiana – tra essa e la famiglia, la scuola e gli altri enti locali – può restituire slancio e motivazioni all’impegno educativo.

Per noi cristiani, infine, essa è dettata non tanto da motivi puramente funzionale e pratici, ma, prima di tutto e soprattutto, da motivi teologici ed ecclesiologici: la Chiesa è un mistero di comunione che ha nella Trinità la sua origine, il suo modello e la sua meta.

Conclusione
È facilmente  intuibile come quanto ho cercato di dirvi richieda in prima linea il solido lavoro della pastorale familiare e la presenza  di un progetto organico di pastorale giovanile. La sfida dell’educazione, se accettata e raccolta, reca, e recherà senz’altro, benefici anche alla pastorale delle vocazioni. Educare ad amare la vita, insegnare a vivere bene in questo mondo, significa aiutare a trovare la propria strada d’amore all’interno del progetto di Dio. La sfida dell’educazione va raccolta e affrontata con speranza. La misura dei nostri passi verso il futuro dipenderà proprio dalla quota di speranza che portiamo dentro e dall’impegno di noi adulti nel servire la vita e la speranza di tanti ragazzi, adolescenti, giovani. Nell’accompagnare con un sorriso il loro cammino di uomini e donne di domani, nell’amare la loro vita, serviremo sicuramente Cristo Risorto Signore della vita!

 
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