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La speranza nelle scelte della Chiesa italiana
Appunti per un confronto sul rinnovamento pastorale
Premesse
Il cammino di questo decennio
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all’uomo>> (29.06.07).
Dal rinnovamento della pastorale in senso missionario, alla parrocchia come epicentro di questo dinamismo evangelizzante fino al “metodo di Verona”.
0.2. Il metodo di Verona (Nota, n. 4)
Tre scelte di fondo:
il primato di Dio nella vita e nella pastorale della Chiesa;testimonianza, personale e comunitaria, come forma della esistenza cristiana;pastorale che converge sull’unità della persona, capace di rinnovarsi nel segno della speranza e dell’attenzione alla vita.
0.3. Distinzione tra speranza e ottimismo
L’ottimismo guarda il “bicchiere mezzo pieno”, ma non cambia la realtà. Il bicchiere rimane sempre a mezzo. L’ottimismo è l’atteggiamento un po’ ingenuo di chi è portato a credere che le cose si aggiusteranno da sole. Ma non è la speranza. Non è la storia a darci motivi di speranza,ma è la speranza a darci le ragioni per vivere dentro questa storia. In questo senso la speranza si oppone alla rassegnazione e all’abitudine. La speranza cristiana, che non teme la smentita dei fatti, è radicata sulla fede nella promessa di Dio che fa accadere l’impossibile (cfr Pasqua). E la speranza non illumina qualcosa che c’è, ma quello che ancora non c’è e che è reso possibile dalla forza straordinaria della Pasqua. La speranza non è un problema di conoscenza, ma di apertura di cuore e di fiducia.
Come fa la Chiesa e la comunità cristiana ad essere “la Chiesa della speranza” o “casa della speranza?”
Cfr la Magna Charta della speranza cristiana, in 1 Pt 3,14-
Potremmo tradurre: “pronti a dare credibilità alla vostra speranza, a renderla affidabile …”
Il testo parla di “apologia” della speranza. “Rendere ragione della speranza”: può costituire oggi l’intera missione della Chiesa.
LE RADICI DEL MALESSERE
La parrocchia è andata soggetta a svariati tipi di analisi. Anche oggi, da tutti gli angoli di visuale – con basi di competenza o più semplicemente con il buon senso – si cerca di individuare le cose che non vanno, e si mettono a fuoco dei problemi particolari (es. i ragazzi che se ne vanno dopo la cresima, la formazione catechistica che non paga, gli organismi di partecipazione che non vanno, ecc. …). Ma difficilmente si risale alle radici di questi frutti non poco indigesti!
Per la testimonianza della speranza c’è un galateo, ma anche una sostanza da rispettare. La prima apologia della speranza si fa con la vita e la testimonianza. Ecco perché c’è bisogno di un rinnovamento pastorale profondo.
Per essere “casa della speranza” la Chiesa deve essere per definizione “la casa della santità”, che è un segno di riconoscimento, una via da percorrere con urgenza, un dono dello Spirito. Una santità che si specifica in alcuni atteggiamenti molto precisi e fondamentali come: il distacco dalle cose (una comunità cristiana più agile e libera …), la gioia (capace di dare luce anche al dolore e alla morte), una simpatia non solo emotiva, ma etica per “le pietre scartate” e per ogni processo di liberazione, di discernimento e l’amore per la “novità”, senza fraintendimenti: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (AP 11,5): il nuovo che nasce, frutto dello Spirito …
L’epoca in cui viviamo non è meno propizia all’annuncio del Vangelo delle epoche che l’hanno preceduta. Ma è diversa da esse. La parrocchia oggi è chiamata a rendere presente e a realizzare la Chiesa in un luogo non inteso in senso topografico, ma “umano”, sociale e culturale; oggi la mobilità spaziale e sociale degli individui è molto alta! La frammentazione è alle stelle!
Le fatiche della parrocchia oggi sono riconducibili al fatto che essa, per tanti versi, continui ad agire come in un regime di cristianità, in una “logica di appartenenza” che lascia ormai il tempo che trova. La fede sembra ridotta ad una “logica dello sportello”, attraverso cui si dispensano i beni della salvezza a chi ne fa rispettosa richiesta. Invece siamo passati, e lo dobbiamo fare sempre di più, ad una “logica dell’identità”. “La pastorale dell’appartenenza” era “una pastorale di trasmissione”, animata dalla preoccupazione di far passare un’eredità di generazione in generazione. “La pastorale di identità” si preoccupa di costruire un soggetto, un’identità. Ci sono uomini e donne del Regno, ma possono non saperlo!
Il problema è: come uomini e donne, chiamati alla vita, possano venire alla vita: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). In una “pastorale dell’identità” non si possono costruire gabbie e non si può partire da schemi prefissati. Oggi la parrocchia deve provare a dispensare a tutti i beni della salvezza, senza stabilire a priori chi ne sia degno e chi no. La comunità cristiana deve orientarsi a prestare a tutti questo servizio, si deve mettere di più a disposizione di soggetti per costruire la loro identità religiosa. Questa è “la dimensione popolare” del cattolicesimo italiano. Al centro c’è il Regno di Dio, non la Chiesa!
IL RINNOVAMENTO PASTORALE
Al centro la persona!
“La persona, cuore della pastorale” (Nota, nn. 21 e 22)
Se rileggiamo Gv 10, scopriamo facilmente che per il Buon Pastore le pecore sono più preziose di qualsiasi altra cosa. Il modo con cui Cristo parla dell’ovile richiama quasi l’immagine del Tempio. E al centro, stavolta, non sta la presenza di Dio, ma l’uomo e la sua coscienza che bisogna servire e amare. L’ovile non è, fondamentalmente, il deposito o il dormitorio delle pecore. E’ il luogo dell’incontro, del riconoscimento, in cui viene assicurato il servizio alla libertà e alla crescita della persona.
Ho l’impressione che il rinnovamento della pastorale, percepito in senso missionario, sia stato messo a tema saltando quasi insensibilmente il soggetto che deve farlo e deve “andare” in missione. C’è bisogno di una pastorale più vicina alla vita delle persone, ai loro nomi e ai loro volti; sburocratizzata, meno affannata e complessa, meno preoccupata delle “cose da fare”, meno dispersa e più incisivamente unitaria.
La centralità della persona e della vita; la qualità delle relazioni comunitarie; le forme di corresponsabilità laicale; le forme di integrazione di soggetti, contenuti, metodi e scopi …sono elementi di un cantiere di rinnovamento ineludibili per la comunità cristiana.
Prima di tutto il fatto che in quella “terra di relazioni” che è la parrocchia la persona deve diventare il cuore della pastorale (Nota, n. 22).
“L’attuale impostazione pastorale, centrata prevalentemente sui “Tria Munera”, pur essendo teologicamente fondata, non di rado può apparite troppo settoriale, non sempre in grado di intercettare le domande profonde delle persone: soprattutto quella di unità, accentuata dalla frammentazione del contesto culturale” (idem).
La questione antropologica non è soltanto una prospettiva di ordine culturale, su chi sia l’uomo e su che cosa significhi essere uomo. Ma è una prospettiva e un quadro di fondo anche pastorale. Questo significa rimettere la persona al centro dell’impianto pastorale, la persona da generare o da rigenerare in Cristo: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
“La persona al centro”: non è uno slogan, ma un criterio e un parametro per fare con precisione “un controllo di qualità” su tutto il nostro modo di fare pastorale.
In genere, l’impianto della nostra pastorale può essere ben denotato dall’aggettivo “oggettivo”, che è propriamente antitetico a “soggettivo”!
“Oggettivo” = è il marchio di un impianto in cui sono importanti
“le cose che si fanno” e
“chi le fa”, esprimendo sé stesso in essere.
(Es. l’attività di carattere rituale è diretta ai fedeli; quella formativa è rivolta agli adulti e ai giovani …).
“Soggettivo” = invece è lo stile di una pastorale dove l’attenzione è posta sulla persona come soggetto: non solo come attore, ma ben di più, come autore delle dinamiche ecclesiali. “La persona al centro” è un principio normativo, un criterio “eversivo” e “sovversivo” della pastorale attuale,che deve provocare una svolta e una conversione: perchè deve portare realmente al primato della persona in azione.
Prima che i servizi vengono le persone!
Questo non per indebolire la dimensione comunitaria dell’agire pastorale, ma per unificarlo e renderlo più incisivo.
La cura e la qualità delle relazioni (cfr Nota, n. 23)
“Durante il Convegno di Verona tre parole sono risuonate come una triade invisibile: comunione, corresponsabilità, collaborazione!” (Idem).
Esse fanno emergere un volto di comunità cristiana che ha uno stile sinodale, che valorizza ogni risorsa e sensibilità, che si rinnova in un clima di fraternità e dialogo, di franchezza e di sincerità, ma anche di mitezza nella ricerca della volontà di Dio. In un contesto sociale frammentato e disperso la comunità cristiana deve “brillare” per lo stile di incontro e di comunicazione, nella promozione di relazioni mature, capaci di ascolto e reciprocità.
La corresponsabilità, via esigente di comunione (cfr Nota, n. 24)
La corresponsabilità è più che collaborazione. E’ coinvolgimento non solo in fase esecutiva, ma anche e soprattutto in fase strategica, dopo maturo discernimento. “La corresponsabilità, infatti, è una esperienza che dà forma concreta alla comunione,attraverso la disponibilità a condividere (e proporre …) le scelte che riguardano tutti. Questo comporta che si rendano operativi quei luoghi in cui ci si allena al discernimento spirituale, all’ascolto, al confronto … fino a maturare, secondo la responsabilità di ciascuno, decisioni ponderate e condivise …” (Idem).
Per ravvivare gli organismi di corresponsabilità e partecipazione la pastorale deve diventare la pastorale del “prendere la parola”.
Affinchè non resti una pura “dichiarazione di intenti” e, quindi, un principio senza conseguenze, la solenne affermazione della “persona al centro” deve coniugarsi con il “mettere al centro una persona che parla”! Che dice, si esprime, comunica …
Se l’azione pastorale non mette la persona al centro concretamente (anche per interrogare i testi biblici e interagire con essi), nel senso che è “soggetto che prende la parola”, realizzeremo solo un sistema di vasi non comunicanti. In tale ottica è da sottolineare una perla autentica della Nota, al n. 26:
“Occorre pertanto creare nella comunità cristiana luoghi in cui i laici possano prendere la parola, comunicare le loro esperienze di vita, le loro domande, le loro scoperte, i loro pensieri sull’essere cristiani nel mondo. Solo così potremo generare una cultura diffusa, che sia attenta alle dimensioni quotidiane della vita. Perché ciò avvenga dobbiamo operare per una complessiva crescita spirituale e intellettuale, pastorale e sociale, frutto di una nuova stagione formativa per i laici e con i laici, che porti alla maturazione di una piena coscienza ecclesiale e abiliti ad una efficace testimonianza nel mondo”
Questo programma di “accelerare l’ora dei laici” sarà frustrato completamente, se l’impianto pastorale non si convertirà alle “condizioni” che consentano “il prendere la parola” di tutti i battezzati; solo in una Chiesa “che prende la parola” si crea il clima, la pedagogia e l’abitudine perché i laici scoprano la loro vocazione laicale e imparino ad esercitarla non solo nel perimetro ecclesiale.
UN’OCCASIONE PER METTERE IN GIOCO LA CAPACITA’ DI SPERARE: trasmettere la fede alle giovani generazioni
Ci troviamo di fronte ad adolescenti con numerosi debiti formativi. Come con la nebbia tutte le sagome si assomigliano, così succede anche per la condizione giovanile. Sono la nebbia dello stereotipo (cfr mass-
E’ possibile trasmettere la fede ai giovani, in un mondo in cui è diffusa la “cultura dell’amnesia”? Un fenomeno che crea gravi problemi ad una chiesa che vive di paradosi e di memoria! Sì, è possibile! Ma questo implica una Chiesa che diventi madre, generando testimoni dell’annuncio e ospite. Una Chiesa che parte e si radica sull’umano “come punto centrale e naturale di intersezione della fede” (W. Kasper).
Una comunità generante.
L’episodio dei discepoli di Emmaus (cc 24,13-
La domanda circa la trasmissione della fede non deve perdersi in tante direzioni. Deve diventare una domanda della Chiesa su di sé. Questo è l’unico modo di impostare il problema in maniera corretta, perché pone in causa la Chiesa tutta nel suo essere e nel suo vivere. Forse, è anche un modo di accorgersi, almeno di cominciare a farlo, del problema dell’infecondità della evangelizzazione o, se vogliamo usare le parole del card. Ratzinger, dell’ “esito catastrofico della catechesi nei tempi moderni”. Il problema della sterilità dell’evangelizzazione è un problema ecclesiologico, che riguarda la capacità o meno della Chiesa di configurarsi come reale comunità, come terra di fraternità e di relazione, come corpo vivo e non come macchina o azienda.
La Chiesa come luogo di esperienza di amore
Del resto l’atto di credere, di “fidarsi di”, è un atto umano, umanissimo. E’ un atto chiamato ad avvenire in un contesto umano e umanizzato. Inoltre, la fede-
Cristo centro e misura dell’annuncio
Una fede “sapiente”, che prende sul serio “l’umano”. Nella trasmissione della fede occorre lasciarsi guidare dal principio irrinunciabile della centralità di Gesù Cristo quale compitore delle Scritture e rivelatore del Padre: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Mentre compie le Scritture e rivela il Padre, Gesù svolge la funzione sapienziale e pedagogica di “insegnare a vivere in questo mondo” (Tt 2,12). Ma insegnare a vivere è anche insegnare a credere. Si tratta di prendere sul serio l’umanità di Gesù: è essa che compie le Scritture e rivela il Padre. Alla luce di ciò appare chiaro che la trasmissione della fede non ha di mira l’edificazione di un tipo particolare di uomo, ma semplicemente dell’uomo: “essere cristiani è un modo originale di essere uomini”.
Il primo luogo della fede è l’umano. L’umano che è in noi e di cui siamo ospiti. L’umano che il luogo della nostra immagine e somiglianza con Dio, che è chiamato ad accogliere il dono e a viverlo nella responsabilità. Al cuore dell’annuncio cristiano vi è Gesù Cristo creduto e testimoniato. Gesù con la sua pratica di umanità. Trasmettere la fede è essenzialmente trasmettere le Scritture, e massimamente i Vangeli (cfr DV 25) che consentono al credente di entrare in una conoscenza dinamica e coinvolgente con il Signore Gesù. Ora, secondo i Vangeli, Gesù “evangelizza” in modo particolare attraverso incontri umanissimi, in cui Egli crea uno spazio di libertà attorno a sé, consentendo a chi Egli incontra di emergere come soggetto e di scoprire la propria dignità e identità. L’arte di incontrare le persone, che Cristo vive e i Vangeli narrano, è un vero e proprio magistero circa il clima relazionale richiesto per la trasmissione della fede. Che è anche essa operazione umanissima e relazionale. Gesù personalizza i suoi incontri, si adatta all’altro nella sua situazione particolare, non giudica mai la persona che ha di fronte (cfr Gv 8,1-
Incontrare Gesù significa:
conoscere e valorizzare il proprio nome, il proprio volto, la propria unicità;nel compito e nella responsabilità di umanizzarsi;l’importanza assoluta e fondamentale del gratuito;nell’avventura e nella fatica della libertà.
Questi elementi sono assolutamente costitutivi e necessari nell’incontro che anche oggi può condurre una persona a Gesù! Condizione fondamentale è che la persona, nella fattispecie il giovane, incontri un’umanità affidabile
Oggi, i giovani non hanno bisogno di essere portati in un altro mondo, ma di una sapienza che insegni loro a vivere in questo mondo, che insegni a noi la nuova strada dell’umanizzazione, la nuova strada del Vangelo. Il Vangelo va offerto come sapienza sulla vita. Gesù è il detentore di questa sapienza, il maestro che ci insegna a vivere: “Si è manifestata, infatti, la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinunziare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e santità, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della grazia del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” (Tito 2,11-
“Si è manifestata la grazia di Dio”
L’apparizione storica di Dio in Gesù di Nazareth e della sua presenza e attività in mezzo agli uomini, della stupenda serie di incontri Suoi con l’uomo del suo tempo, con l’essere umano in quanto tale, per rivelargli se stesso, per guarirlo e aprirlo al dono della salvezza.
“Che ci insegna”
La grazia di Dio è “educatrice”. L’azione pedagogica della grazia si manifesta come capacità e forza di trasformazione interiore che agisce sulla volontà/intelligenza della persona, guidandola anzitutto a troncare con il modo di vita pagano e poi a vivere nel mondo discernendo la volontà di Dio.
“A vivere in questo mondo”
La pedagogia della grazia non ha solo l’effetto negativo della rinuncia al modo di vivere pagano, ma anche l’effetto positivo di insegnare a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e pietà. In questo mondo, cioè senza fughe dalla storia e dal proprio tempo.
Conclusioni
Tre flash per concludere.
Già ho avuto modo di affermare che rendere ragione della propria speranza può costituire oggi l’intera missione apostolica della Chiesa. E’ quanto afferma con forza J. Moltmann alla fine di “Teologia della speranza”: << “La missione oggi adempie il suo servizio soltanto se contagia gli uomini con la speranza” (J. C. Hoèkendijk). La missione serve ad accendere questa speranza viva, attiva e pronta a soffrire, speranza riposta nel Regno di Dio che viene sulla terra per trasformarla. Questo compito spetta a tutta la cristianità, e non soltanto ai suoi dignitari. La cristianità intera è impegnata nell’apostolato della speranza verso il mondo, e trova in tale apostolato la propria essenza, trova cioè quello che la fa essere la Chiesa di Dio. Essa non è, in se stessa, la salvezza del mondo, quasi che l’ecclesiasticizzazione del mondo potesse significare per quest’ultimo la salvezza, ma essa è al servizio della veniente salvezza del mondo ed è come una freccia lanciata nel mondo per indicare il futuro>> (p. 337).
b. Nell’ultimo paragrafo de “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, i vescovi italiani, parlando della parrocchia come “casa della speranza”, sottolineano che il primo atteggiamento che qualifica il suo volto missionario deve essere l’ospitalità: “Essa va oltre l’accoglienza offerta a chi si rivolge alla parrocchia per chiedere qualche servizio. Consiste nel saper fare spazio a chi è, o si sente, in qualche modo estraneo, o addirittura straniero, rispetto alla comunità parrocchiale e quindi alla Chiesa stessa, eppure non rinuncia a sostare nelle sue vicinanze, nella speranza di trovare un luogo, non troppo interno ma neppure insignificante, in cui realizzare un contatto; uno spazio aperto ma discreto in cui, nel dialogo, poter esprimere il disagio e la fatica della propria ricerca, in rapporto alle attese nutrite nei confronti di Dio, della Chiesa, della religione.
La comunità parrocchiale non può disinteressarsi di ciò che nel mondo, ma anche al suo interno, oscura la trasparenza dell’immagine di Dio e intralcia il cammino che, nella fede in Gesù, conduce al riscatto dell’esistenza. Un tale spazio non si riduce a incontri e conversazioni. Va articolato e programmato nella forma di una rete di relazioni, attivate da persone dedicate e idonee, avendo riferimento all’ambiente domestico. L’ospitalità cristiana, così intesa e realizzata, è uno dei modi più eloquenti con cui la parrocchia può rendere concretamente visibile che il cristianesimo e la Chiesa sono accessibili a tutti, nelle normali condizioni della vita individuale e collettiva” (n. 13).
c. Nelle ultime battute della Nota pastorale CEI dopo il 4° Convegno ecclesiale nazionale leggiamo: “A portare una parola di speranza agli uomini e alle donne, stretti nella morsa dell’inquietudine e del disorientamento, più delle attività e delle iniziative saranno la saldezza della nostra fede, la maturità della nostra comunione, la libertà dell’amore, la fantasia della santità. La nostra speranza si sostiene con la preghiera …
In questo cammino non siamo soli. Lo Spirito del Risorto continua a spingere i nostri passi, ad attenderci nel cuore degli uomini, ad allargare gli orizzonti ogni volta che prevale la stanchezza o l’appagamento. Ci sostiene l’intercessione di innumerevoli santi e beati, testimoni dell’amore di Dio seminato nella nostra terra, autentiche luci per il futuro dell’Italia, e ci accompagna la presenza amorevole di Maria, Madre della Chiesa, invocata con mille nomi nei tanti santuari a lei dedicati nel nostro Paese, vera testimone del Risorto e modello autentico per il nostro cammino di speranza” (n. 30).
Postilla
Seminare nella speranza
Esame di coscienza di un pastore
Mt 13,1-
Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. 2 Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. 6 Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. 7 Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. 9 Chi ha orecchi intenda”.
Voi dunque intendete la parabola del seminatore: 19 tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20 Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, 21 ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. 22 Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dá frutto. 23 Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dá frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta”.
Mi sento interpellato da questa parola, prima che come terreno, come seminatore e annunciatore del messaggio. Io, uomo della Parola, devo essere un uomo di speranza. Si può seminare e costruire soltanto nella speranza. Se invece produco mugugni, lamenti, recriminazioni, delusione, stanchezza, sfiducia, giudizi spietati, parole di squalifica, vuol dire che non ho ancora capito il mio “mestiere”, cioè la mia missione. Che non è quella di raccogliere, ma di seminare. E seminare con abbondanza, larghezza, prodigalità, senza calcoli meschini, senza esclusioni pregiudiziali. Devo sentirmi attratto e affascinato anche dai sassi, non aver paura di scorticarmi i piedi su certi terreni ingrati. Devo imparare a cavarmela anche tra le spine. Devo frequentare le strade e gli ambienti dove l’uomo vive, e non solo la chiesa e la sala parrocchiale. Devo amare, in particolare, gli estranei, gli indifferenti, gli sconosciuti … Non ho diritto di selezionare i terreni e decidere in partenza qual’ è quello buono, recettivo … “Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal. 26,5): contrariamente a quello che dice il salmo, è la semina che deve riempirmi di gioia. Mi è consentito di essere soddisfatto solo quando sono certo di aver sprecato il seme in mezzo ai sassi, nell’intrico delle spine. Non posso assolutamente sapere qual’ è il terreno buono, quali i tempi giusti, quali le circostanze favorevoli … Ogni essere umano è portatore di tutti i terreni e di molte possibilità. Non possiamo conoscere le stagioni del cuore … Può essere sempre la stagione giusta! Che serenità e che pace avrei, se riuscissi a lasciarmi rassicurare dall’unica prospettiva esaltante: quella della necessità di ricominciare sempre da capo.
Anagni, 15 luglio 2008
+ Lorenzo Loppa