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La benedizione del Natale

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Lettera di Natale 2017



Carissimi,

quest’anno ho deciso di chiedere una mano al presepe per i consueti auguri di Natale. Già l’anno scorso, pur raccontando la storia e il messaggio dell’albero di Natale, avevo avuto modo di sottolineare l’incanto del presepe come pure la poesia di umanità e di vita che ispira. “Il Natale è la festa più umana della fede, perché ci fa percepire nella maniera più profonda l’umanità di Dio. In nessun’altra parte diventa percepibile come nel presepe che cosa significa il fatto che Dio ha voluto essere «Emmanuele», un «Dio con noi», un Dio con cui abbiamo confidenza, perché ci viene incontro come un bambino” (J. Ratzinger). Vorrei offrirvi un augurio diverso dal solito, a partire dal presepe, dalle sue statuine e dai suoi “personaggi” fino al messaggio che rimandano alla nostra vita. E inizio dalle figure più vicine al cuore del presepe, costituito da Maria, Giuseppe e il Bambino.

Il racconto molto semplice della nascita di Gesù nel vangelo di Luca (2,6-7) ci offre il primo presepe della storia, ma senza il bue e l’asino. E’ a partire dalle successive rappresentazioni, fino alla sapiente intuizione di S. Francesco d’Assisi a Greccio nel 1223, che il bue e l’asino sono entrati di diritto nel presepe a furore di tradizione. Già in precedenza, però, fin dal 3° secolo, un ardente apologista come Origene (+ 253) li aveva scomodati e aveva accostato un testo di Isaia alla mangiatoia di Betlemme: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende” (Is 1,3). Mentre Israele non riconosce Gesù come Messia, il bue e l’asino riconoscono nel bimbo posto nella greppia il loro Signore. L’interpretazione di Origene è significativa: mentre gli animali riconoscono Cristo, gli essere umani nascondono lo sguardo al mistero dell’Incarnazione. Il bue e l’asino, allora, sono un rimprovero vivente alla nostra disattenzione, alla nostra mancanza di riconoscenza e di docilità di fronte al Mistero di Dio che si rivela. E già questo potrebbe essere un punto importante per il nostro esame di coscienza. Ma procediamo oltre nel chiedere ai nostri due “personaggi” ulteriori significati e sollecitazioni.

Nel fare un bel salto all’indietro, prima dell’éra dei trattori rombanti, il bue ci appare attaccato all’aratro (magari in coppia con un altro) nel percorrere un campo in tutta la sua lunghezza, lasciando nel terreno un solco profondo. Arrivato ad un estremo, ripercorre il cammino in senso inverso, con quasi geometrica precisione. E così all’infinito, solco dopo solco. Il bue ha un passo lento, costante, regolare. Ci parla della nostra vita di tutti i giorni, nei suoi aspetti ruvidi; nell’impegno di lavoro serio e spesso poco appariscente; nelle sue punte di durezza, ripetitività, monotonia … E’ la dimensione dell’ordinario, del consueto … Molti di noi spesso fanno i conti con compiti scarsamente gratificanti, con una giornata dal panorama piatto e dall’orizzonte soffocante. Si tratta di realizzare la propria vocazione e di diventare santi nel quotidiano, attraverso il quotidiano, con il quotidiano. Il bue è a disposizione per le faccende più gravose e i servizi più umili. Non prende parte alle sfilate. E’ affidabile, modesto, discreto. Ci ricorda che nella vita ci vuole costanza, determinazione, tenacia, applicazione, pazienza, disponibilità al sacrificio, voglia di ricominciare sempre. Il bue, inoltre, ha bisogno del giogo per esprimere la sua forza e incanalarla nella direzione giusta. Si rischia di dimenticare spesso che la passione ha bisogno di rigore e disciplina per produrre scelte significative. Il Signore Gesù ha detto: “Prendete il mio giogo su di voi … il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Mt 11, 28-29). Seguire Gesù e il suo stile di vita è sottomettersi ad un giogo che è dolce e leggero, prima di tutto perché l’ha portato Lui; e poi il giogo è quello dell’amore, che è pesantissimo e leggerissimo, dato che chi ama e perde la testa per qualcuno fa cose eroiche senza nemmeno accorgersene.

L’asino del presepe si collega con quello scelto da Gesù per l’entrata – forse assai poco trionfale – in Gerusalemme. Dal racconto dei Vangeli è evidente come sia stato proprio Gesù a volere l’asino per l’ingresso nella Città Santa, rifiutando quindi il cavallo, cavalcatura tipica dei guerrieri e dei potenti. Tale scelta indica un orientamento di fondo: dice uno stile fatto di umiltà, di semplicità, scevro da ogni mania di grandezza e da ogni sfoggio di potenza. Gesù avanza, guadagna terreno nel mondo silenziosamente, lentamente, discretamente, Egli vuole possedere i cuori senza nessuna forzatura. Il ritmo lento dell’asino gli va bene. Gli uomini non si raggiungono con la fretta. In un momento come quello che stiamo vivendo, in cui si va a velocità supersonica e siamo ubriachi di chiasso e rumori, ci fa bene guardare l’asino del presepe e ascoltare il suo zoccolare dimesso. Se siamo accorti, potremo raccogliere l’invito e fare la strada della piccolezza, della discrezione, della modestia, della non invadenza.

Il bue e l’asino quest’anno possono darci una mano a fare un Natale in cui potrebbe mancare qualcosa (la fede non è una assicurazione contro gli infortuni della vita!), ma in cui non dovremmo essere assenti noi! Natale ritorna a dirci che non siamo soli e il mondo non è un orfanotrofio. Natale è l’incanto di un Dio che non è stanco di noi e che – se lo vogliamo – ogni giorno è come al primo mattino della creazione. Egli non spreca la sua eternità a meditare vendette e non spreca la sua onnipotenza a progettare castighi. Dio è misericordia, compassione, futuro per tutti noi. In Lui possiamo ricominciare sempre. Egli mette noi e il nostro bisogno prima del nostro merito. Tiene più alla nostra vita e al nostro dolore che a quello che pensiamo o crediamo di Lui. In Dio e nel Suo mistero di luce è accolta la nostra esistenza di figli amati e continuamente perdonati. Da Lui germoglia la smisuratezza della nostra speranza e in Lui prende pienezza l’esigenza infinita del nostro amore. A patto che ci lasciamo avvolgere ubbidienti dal Suo mistero e ci arrendiamo alla Sua Parola. Natale non potrà farci dimenticare tante ferite, tanta sofferenza, tanta fatica. Le difficoltà di persone e famiglie, i problemi vicini e lontani sono innumerevoli e ci interpellano! Ma siamo cristiani! Come spesso mi è capitato di affermare: l’unico vero, grande, impellente problema che abbiamo, decisivo per il futuro, è l’educazione! Sono i ragazzi, gli adolescenti e i giovani che devono occupare il centro del nostro cuore ed assorbire le migliori energie che abbiamo a disposizione come adulti. Nella loro crescita riposa la speranza di un mondo diverso. E la Scuola è lo spazio di vita in cui i cristiani – sia che vi lavorino sia che ne usufruiscano – devono essere maggiormente sostenuti e meglio accompagnati nella loro testimonianza.

L’augurio che ci facciamo – e che faccio a tutti gli adulti – è che, lasciandoci provocare dal bue e dall’asino, possiamo regalare agli uomini e alle donne di domani dei Natali migliori di quello che ci accingiamo a vivere. Che il futuro del mondo, attraverso l’impegno sincero e senza riserve di noi adulti, sia meno arcigno e cupo di quanto possa apparire oggi. Non servono ai ragazzi e ai giovani adulti piagnucolosi e impauriti, oppure rabbiosi e incattiviti con tutti. Invito, allora, tutti a dimostrare di nuovo e nella maniera più piena amore per le nuove generazioni, fiducia nelle loro capacità e possibilità. Dare valore all’altro e costruire relazioni non è un gesto isolato, ma è un processo continuo da intraprendere e perseguire con determinazione e volontà. L’esperienza ci dice che è grazie alla speranza che molte persone hanno potuto cambiare vita anche attraverso itinerari difficili. La speranza è da costruire e da ricostruire sempre. Essa è basata sulla fiducia nella bontà della vita e nell’Amore di un Padre che non tradisce mai i suoi figli dimenticandoli nella morte.

È possibile per tutti vivere meglio. E Gesù ne possiede la chiave. La porta è stretta, perché è a forma di croce, ma si apre verso una festa smisurata.

E allora, avanti! Entriamo in questo Natale. Senza essere distratti davanti al passaggio e alla presenza di Dio. Senza scomporsi davanti agli aspetti ruvidi e ripetitivi delle nostre giornate, dando qualità alle cose ordinarie. Con la modestia, la costanza, la tenacia, l’applicazione, la pazienza e la capacità di ricominciare sempre del bue. E con la semplicità, l’umiltà e il rifiuto delle manie di grandezza, la discrezione non invadente e il passo lento dell’asino.

Auguri a tutti di cuore, perché la benedizione del Natale giunga alla nostra vita con il dono di un’infinita pazienza di ricominciare sempre e dovunque. Come, appunto, fa Dio ogni giorno con noi. Come farà anche in questo Natale!

Auguri!

Anagni, 17 dicembre 2017
3a Domenica d’Avvento

                                                                                                                     + Lorenzo, vescovo
Interventi del Vescovo

a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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