Parrocchia: il volto missionario della chiesa - Diocesi di Anagni-Alatri

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Parrocchia: il volto missionario della chiesa

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Lettera Pastorale 2003

Al popolo santo di Dio che è in Anagni-Alatri,
ai presbiteri, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, ai laici, uomini e donne

Carissimi,
1. Una chiesa più vicina al sogno del Vaticano II
Un anno fa, nella mia prima lettera pastorale, riflettendo sui primi passi del mio servizio episcopale in Anagni-Alatri, comunicavo a tutti una convinzione profonda che trasformavo in un invito pressante: “Ripartiamo da Cristo!”. Lo stesso invito che Giovanni Paolo II rivolgeva a tutti quanti i cristiani al termine del grande Giubileo del 2000 (cfr. Novo Millennio Ineunte, III^ parte).
Poi aggiungevo: “Ripartire da Cristo per rendere la nostra Chiesa di Anagni-Alatri più vicina alla Chiesa sognata dal Vaticano II, in cui la ricerca di Dio e il primato della Sua Parola generi una comunione profonda a tutti i livelli e in cui una fede adulta e pensata maturi decisamente nell’unità profonda tra ascolto, celebrazione e testimonianza vissuta da mettere umilmente a disposizione di tutti, in uno slancio missionario che ringiovanisca e renda sempre più dinamiche le nostre comunità” (p. 6).
2. Il nostro è il tempo della conversione
Eccolo il punto. Se vogliamo uscire dalle secche di una pastorale ripetitiva e scontata che, in maniera stanca, cerca solo di mettere le toppe ad una situazione di “smarrimento della memoria e della eredità cristiana” e di pratica “apostasia silenziosa dal Vangelo” (cfr. La Chiesa in Europa, nn. 7-9), bisogna porre in atto la “conversione pastorale” che, a cominciare dal Convegno di Palermo del 1995, emerge come esigenza inderogabile per l’impegno della Nuova Evangelizzazione nelle nostre chiese.
Afferma la nota pastorale CEI del 26.05.96 “Con il dono della carità dentro la storia”: “Oggi in Italia l’evangelizzazione richiede una conversione pastorale. La Chiesa, ha affermato il Papa  a Palermo, «sta prendendo più chiara coscienza che il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione». Non ci si può limitare alle celebrazioni rituali e devozionali e all’ordinaria amministrazione: bisogna passare ad una pastorale di missione permanente” (n. 23).
3. La conversione ha da essere “missionaria”
La conversione pastorale da attuare è, dunque, una conversione “missionaria” della pastorale. La nota CEI del dopo-Palermo così continua: “Nell’attuale situazione di pluralismo culturale, la pastorale deve assumersi in modo più diretto e consapevole, il compito di plasmare una mentalità cristiana, che in passato era affidata alla tradizione familiare e sociale. Per tendere a questo obiettivo, dovrà andare oltre i luoghi e i tempi dedicati al “sacro” e raggiungere i luoghi e i tempi della vita ordinaria: famiglia, scuola, comunicazione sociale, economia e lavoro, arte e spettacolo, sport e turismo, salute e malattia, emarginazione sociale” (n. 23).
Gli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del Duemila “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” del 29.06.01 [CVMC] puntualizzano con decisione: “Se comunicare il Vangelo è e resta il compito primario della Chiesa, guardando al prossimo decennio … intravediamo alcune decisioni di fondo capaci di qualificare il nostro cammino ecclesiale. In particolare: dare a tutta la vita quotidiana della Chiesa, anche attraverso mutamenti nella pastorale, una chiara connotazione missionaria …” (n. 44).
4. L’”epicentro” della missione è la parrocchia
E la punta di diamante, l’”epicentro” dello slancio missionario della Chiesa è la parrocchia “quale luogo - anche fisico – a cui la comunità stessa fa  costante riferimento. Ci sembra molto fecondo recuperare la centralità della parrocchia …” (CVMC, 47). La parrocchia, che è la “Chiesa … che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie” (Christifideles laici, 26) è chiamata ad essere la protagonista della conversione missionaria della pastorale, la titolare di questa grande svolta, in quanto essa è nata per realizzare la missione della Chiesa in rapporto alla vita quotidiana della gente (cfr. Prolusione del Card. Ruini al Consiglio permanente della CEI del 21.09.03, n. 4).
La parrocchia, questo crogiolo di esperienze, di carismi, di ministeri a servizio del Vangelo è la dimensione di Chiesa più vicina alla gente: ridare vigore alla sua realtà puntando su un forte slancio missionario per una rinnovata comunicazione della fede, rimane il passaggio obbligato per una Chiesa che vuole andare verso il futuro senza disperare, collaborando alla crescita del Regno.
5. La “cosa più necessaria” alla parrocchia oggi
Proprio l’Assemblea Pastorale di Fiuggi (26-28 settembre u.s.), con il suo tema discretamente allusivo “Di che parrocchia sei?” e con le sollecitazioni che ha proposto, ci ha invitato a ri-pensare le “nostre” parrocchie non solo e non tanto come punto di riferimento per un’appartenenza, quanto per la qualità e la proposta della loro esperienza di fede. Che razza di parrocchie sono le nostre? Sono all’altezza dei tempi? Sono adatte a quell’impresa straordinaria e irrinunciabile che è la Nuova Evangelizzazione? …
Nella sintesi dell’Assemblea, sottolineando alcune priorità e alcuni “punti fermi”, ho messo l’accento sulla “cosa più necessaria” per il rilancio della parrocchia come avamposto privilegiato per l’annuncio del Vangelo: la “coscienza missionaria”; direi una chiara, viva, spiccata coscienza missionaria, che deve emergere non solo nella figure ministeriali classiche (il parroco, gli altri sacerdoti, i diaconi, i religiosi, gli operatori pastorali …), ma in ogni membro della comunità cristiana. Senza questa coscienza non si va da nessuna parte. La terza nota pastorale del Consiglio permanente della CEI riguardante l’Iniziazione cristiana, al n. 31, così si esprime: “Al vescovo tocca tenere alta la coscienza missionaria della sua Chiesa, responsabilizzando i presbiteri, le comunità parrocchiali e religiose, i fedeli laici, specialmente quelli aggregati”. E proprio per la mia responsabilità nei Vostri riguardi mi sento di aggiungere che tale coscienza missionaria si spende non solo, ma soprattutto in parrocchia e in una parrocchia che deve diventare a tutti gli effetti il luogo ordinario e privilegiato di evangelizzazione della comunità cristiana. Sempre la nota pastorale del Consiglio permanente della CEI, qui sopra evocata, al n. 32 aggiunge: “La parrocchia è chiamata ad una trasformazione qualitativa che la renda sempre più luogo di accoglienza, di dialogo, di discernimento e di iniziazione al mistero di Cristo attraverso l’annuncio, la catechesi, la testimonianza, la celebrazione dei sacramenti, il servizio della carità, la corresponsabilità ecclesiale e l’esercizio dei ministeri”. Una parrocchia così non è utopia. E’ un sogno! Facciamolo insieme. Sognare insieme significa non diventare vecchi, significa trasformare il sogno in profezia e realtà di vita.
Bene. Allora Vi invito a fare questo sogno in compagnia di due amici, di cui ci parla l’evangelista Luca, che ebbero la fortuna, andando da Gerusalemme a Emmaus, di avere come compagno di viaggio il Risorto e di passare dalla disperazione alla speranza e dal senso del fallimento al coraggio della missione.
6. Un’icona scintillante della parrocchia: i due discepoli di Emmaus
Il racconto dell’apparizione ai due di Emmaus è uno dei più scintillanti racconti di Pasqua (Lc 24,13-35). In esso è custodito il DNA della fede cristiana, nel senso che l’episodio in filigrana presenta l’identità e la struttura della fede cristiana sia sotto la dimensione personale che sotto la dimensione comunitaria.
Per noi è interessante scoprire come due persone, dal senso di frustrazione e dallo scoraggiamento, passino alla testimonianza convinta e vivace e al coraggio della missione. E’ la compagnia del Risorto che guarisce il cuore e fa ritrovare la gioia di vivere attraverso la Parola che illumina e dà senso, il Sacramento che fa ri-conoscere  e la testimonianza di vita che ne consegue…
Come può destarsi e può crescere la coscienza missionaria nella parrocchia? Come possiamo educarla? Di che atteggiamenti può essere nutrita? Quale costellazione di elementi la compongono?
7. Le tre “coscienze” di una parrocchia missionaria
7.1 Una coscienza profetica o catecumenale
La coscienza missionaria è – prima di tutto – coscienza catecumenale.
Si fermarono con il volto triste …” (Lc 24,17).
I due discepoli scappano, voltano le spalle a Gerusalemme. Sono dimissionari. Mille domande affollano il loro cuore. Avevano investito tanto su Gesù. L’amore per Lui non è morto, ma sono ciechi, restano prigionieri del passato. muovono il registro del disinganno. Gesù  si affianca a loro. I loro occhi non lo riconoscono. Sanno tutto su Gesù, sanno anche che è un profeta. Raccontano quello che è successo, ma a luci spente. Conoscono i fatti, ma non ne conoscono il senso. La situazione si sblocca quando i due lasciano allo sconosciuto l’iniziativa della Parola e il viaggio diventa occasione di istruzione. Il Risorto, alla luce della Bibbia, interpreta i fatti e ne mostra il significato.
La nostra Italia da un bel pezzo è diventata un paese di missione. L’ateismo pratico, il relativismo etico, l’assenteismo dalla vita parrocchiale e l’indifferentismo religioso, il deficit di speranza, tante difficoltà e stanchezze trasformano le nostre parrocchie in “muri del pianto”.
La parrocchia su cui scommettere deve, prima di tutto, accettare una logica catecumenale. E’ una questione di mentalità. Siamo chiamati, come cristiani, a farci compagni di viaggio dell’uomo sul territorio, negli ambienti in cui fatica, lavora, si diverte, soffre. La comunicazione della fede e la produzione di senso devono avere alla base - prima di tutto – la stima per la persona e la qualità del rapporto personale. Stima come apprezzamento, come rispetto, come conoscenza, come valore. Se salta il rapporto con la persona, salta tutto. L’incarnazione, oltre che un evento, per noi cristiani è anche un metodo di lavoro.
Mentalità catecumenale significa accompagnare nella formazione alla fede non solo i piccoli e i ragazzi, ma gli adolescenti, i giovani e gli adulti. E non tanto e solo in vista dei sacramenti quanto in vista della vita che scaturisce dai sacramenti. Uno dei compiti che ci attendono è spostare il baricentro della formazione alla fede verso gli adulti/giovani e in ordine alla vita … inventando itinerari di fede, senza omologare le persone, “descolarizzando” l’annuncio e la catechesi. Comunicare il Vangelo è vocazione e grazia per la Chiesa, la sua identità profonda (cfr. Evangelii Nuntiandi, 14), dal primo annuncio in poi … Tale prospettiva catecumenale significa che tutti i cristiani devono assumere il proprio battesimo non solo come dono, ma anche come un impegno da far fruttificare.
“Formare cristiani adulti” è la strada da percorrere per qualificare le nostre comunità come chiese adulte nella fede in grado di generare cristiani adulti nella fede. Occorre, in questo senso, ripensare tutta la pastorale, non solo quella dell’annuncio, a partire dal Rito dell’Iniziazione Cristiana degli adulti. Nelle premesse CEI al Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti (RICA) si afferma che: “L’itinerario graduale e progressivo di evangelizzazione, iniziazione, catechesi e mistagogia è presentato dall’ordo con valore di forma tipica per la formazione cristiana”.
Senza nulla togliere alla celebrazione dei sacramenti dell’Iniziazione Cristiana degli adulti, situazione che si presenta sempre più spesso in Italia, il metodo di lavoro va applicato, in una logica catecumenale, a qualsiasi itinerario di formazione alla fede.
a. In collaborazione con l’Ufficio Liturgico occorre strutturare in maniera agile il servizio diocesano per il catecumenato, proponendo con serietà e senza fretta itinerari di avvicinamento alla celebrazione sacramentale da situare – se non ci sono forti indicazioni contrarie – nel tempo canonico che è quello pasquale e, soprattutto, nella Veglia di Pasqua.
b. L’unità di misura dell’impegno pastorale sia la famiglia non solo come destinataria, ma come soggetto protagonista dell’annuncio e come compagna di viaggio di tante altre famiglie, soprattutto delle famiglie in difficoltà.
c. Teniamo presente che – sempre nel rispetto della sua identità e delle sue caratteristiche che non coincidono con la catechesi – il servizio dell’Insegnamento della Religione Cattolica è un servizio che lo Stato italiano chiede alla Chiesa e non ad un insegnante particolare e – spesso – è l’unica finestra che i giovani possiedono per entrare nell’universo religioso e cristiano. E’ auspicabile che tale “chance” non vada compromessa e barattata con un’ora in cui si faccia sociologismo o si parli di tutto.
7.2 Una coscienza misterico-sacramentale
La coscienza missionaria è, inoltre, una coscienza che opera il passaggio dal rito al mistero.
Egli entrò per rimanere con loro” (Lc 24,29).
Gesù fa come per andare oltre, perché non vuole rimanere nella vita dell’uomo senza che egli lo voglia. I due ancora non l’hanno riconosciuto, ma il momento centrale si avvicina. Seduto a tavola con loro, il Risorto prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dona. In quel momento i loro occhi lo riconoscono. Ma egli scompare. Gli occhi dei discepoli si aprono, ma su un vuoto. Vorrebbero averlo lì, a disposizione, fargli domande, godere della sua presenza, ma Lui sparisce dalla loro vista. Invisibile, non assente.
a. Coscienza misterico – sacramentale significa educarsi all’invisibile e percepire la profondità divina del quotidiano. E questo attraverso l’apprendistato della liturgia e delle celebrazioni della Chiesa, soprattutto dell’Eucaristia. Qualcuno ha scritto che il Cristianesimo non è la religione della trascendenza né dell’immanenza, ma della trasparenza.
Attrezzarsi per la missione significa, prima di tutto, riconoscere il primato del dono e mettere la spiritualità al primo posto (la centralità di Dio e del suo progetto; cfr. Gv 15,1-17).
Ogni rinnovamento ecclesiale passa per la pista obbligata del nostro rinnovamento personale, della nostra conversione e della preghiera che il luogo privilegiato in cui si esprime e si nutre la speranza.
b. La liturgia è un tesoro che la Chiesa ci affida e che custodisce il mistero della salvezza. Non ne siamo i padroni. Nessuno. Nemmeno chi presiede. La riforma del Vaticano II (in questi giorni celebriamo il quarantesimo anniversario della “Sacrosanctum Concilium” del 4.12.63) suppone un’indispensabile “conversione” al progetto e allo stile di Dio che ha voluto comunicare la sua salvezza attraverso il “sacramento” delle cose più comuni e delle azioni più quotidiane. Afferma la nota pastorale CEI “Il rinnovamento liturgico in Italia”: “Per risultare significativi, i riti da una parte debbono conservare la loro autenticità senza essere banalizzati con un cerimonialismo che ne estenua l’originale senso umano, dall’altra devono risultare evocativi di ciò che Dio ha fatto per la salvezza del suo popolo e ancora oggi opera nella celebrazione. E’ necessario che i ministri conoscano il valore dei gesti che compiono e dei segni che pongono; che sappiano valorizzarli pienamente secondo le esigenze dell’assemblea … che facciano risaltare la ricchezza di significato che tali riti rivestono per la vita e per la fede delle assemblee, rifuggendo allo stesso tempo dalla prolissità verbosa e dalla frettolosa approssimazione, favorendo invece una totale disponibilità a ricevere la ricchezza del dono di Dio” (n. 12).
c. Quello che si richiede ai ministri si domanda anche ai fedeli. Per formare alla coscienza del mistero, è essenziale costituire un gruppo per l’animazione liturgica, dove non ci sia, o migliorarlo, dove già sia presente per un’animazione misurata ed educativa.
d. Due sono soprattutto i tesori da custodire: l’anno liturgico e la domenica.
L’Anno Liturgico, questo viaggio intorno al Risorto condotto dalla Chiesa Sua Sposa, è un itinerario di fede e di vita. E’ l’ossatura, il canovaccio di qualsiasi itinerario di formazione cristiana. Si pensi solo alla ricchezza delle letture bibliche che, nel ciclo triennale, ci vengono donate ogni domenica, dote da non sottovalutare, da non manomettere, ma da valorizzare sia per la preghiera personale che comunitaria. Nel giorno del Signore – ricorda Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Dies Domini” – noi facciamo memoria della Parola di Dio che ci ha creati, del Verbo fatto carne, morto e risorto per la nostra salvezza, dell’effusione dello Spirito nella Chiesa. Ma ricordiamo anche che la vita umana acquista senso quando ci sono tempi e spazi di riposo e di gratuità destinati alla relazione tra gli esseri umani (cfr. Dies Domini 55-73). Aggiungono i Vescovi italiani negli Orientamenti per la prima decade del 2000: “Se un anello fondamentale per la comunicazione del Vangelo è la comunità fedele al <<giorno del Signore>>, la celebrazione eucaristica domenicale, al cui centro sta Cristo che è morto per tutti ed è diventato il Signore di tutta l’umanità, dovrà essere condotta a far crescere i fedeli, mediante l’ascolto della Parola e la Comunione al corpo di Cristo, così che possano uscire dalle mura della chiesa con animo apostolico, aperto alla condivisione e pronto a rendere ragione della speranza che abita i credenti (cfr. 1Pt 3,15). In tal modo la celebrazione eucaristica risulterà luogo veramente significativo dell’educazione missionaria della comunità cristiana” (CVMC n. 48).
e. Alla base di tutto ci deve essere la consapevolezza chiara che la liturgia celebra la salvezza rinnovando l’Alleanza. La dignità, la bellezza, il gusto nelle celebrazioni in fondo sono un servizio alla fede e alla speranza dell’uomo che in esse trovano un nutrimento.
“La liturgia è come un galantuomo: ti tratta come la tratti”. Se la tratti bene, ti appaga; se la maltratti, ti ritrovi con un pugno di mosche in mano …”.
7.3 Una coscienza ministeriale
La coscienza missionaria è, infine, una coscienza ministeriale. Nel senso che la vita di fede si sostanzia in un servizio e nel senso che tale servizio è portato avanti attraverso funzioni e ruoli stabiliti (ministeri che derivano dall’Ordine, ministeri istituiti e ministeri di fatto).
E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme …” (Lc 24, 33).
Gli occhi dei due discepoli si sono aperti, ma su un vuoto: perché appena riconosciuto, “Lui sparì dalla loro vista” (V. 31). Tuttavia, questo vuoto è ormai per essi pieno di una presenza, che essi, nello stesso istante, cominciano ad annunciare. E’ impossibile riconoscere il Risorto senza essere risuscitati con Lui in una novità di vita, e dunque senza vedersi con ciò stesso incaricati di annunciarlo.
I due fuggiaschi sono diventati missionari e si fanno compagni di viaggio di altri, perché la gioia si moltiplichi.
Per i cristiani di Gerusalemme – come ci mostrano gli atti degli apostoli – credere nella Risurrezione significò accettare un progetto: ridurre e sconfiggere la morte, qualunque tipo di morte, per liberare tutto l’umano e tutti gli uomini. Questo progetto si identificava con la comunione, la condivisione, nella responsabilità solidale soprattutto  verso le persone in maggiore difficoltà (cfr. AT 2,42 e ss. e 4,32 e ss.).
a. Il terzo volto della coscienza missionaria è la dinamica del servizio, cioè la forza della testimonianza della carità. Il servizio fondamentale è alla comunione, che va verso molteplici direzioni: dall’interno della parrocchia (tutti i soggetti ecclesiali, le comunità religiose, le aggregazioni laicali …) verso le altre parrocchie, la Diocesi, le altre Chiese particolari, la Chiesa universale. Ma non basta “vivere insieme” per essere Chiesa. Bisogna “costruire insieme”. E per costruire insieme occorre il servizio della carità. Il servizio alla vita e alla felicità degli altri. Il servizio è il figlio primogenito della Comunione.
La parabola del Buon Samaritano (cfr. Lc 10, 25-37) ci ricorda che l’uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa. Su questa frontiera si misura la qualità e la forza della vita cristiana di una comunità parrocchiale. Qui si sperimenta la capacità della parrocchia di rendersi credibile anche agli occhi dei più distratti.
L’istituzione, dove non ci sia, e il miglioramento, dove esista, della Caritas parrocchiale è un’esigenza evangelica. La Caritas, intendo, come organismo pastorale, non come gruppo tuttofare e assistenziale; una struttura pastorale che educa la comunità, la guida e la anima all’attenzione verso situazioni di indigenza, sollecitandone una risposta generosa.
        La diaconia della carità deve avere luogo all’interno di una parrocchia “casa e scuola di      comunione”. La spiritualità di comunione è la sostanza della spiritualità cristiana. La         comunione è il segno più grande di Gesù: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano     anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21).
La Chiesa è icona della Trinità che ha in essa l’origine, il modello e la meta, e anche la parrocchia partecipa al mistero di comunione che è la Chiesa proveniente dalla Trinità. La comunione assume il volto concreto della comunità che viene animata nella corresponsabilità e nella partecipazione. L’evangelizzazione è un’impresa straordinaria e difficile: non può essere appannaggio di battitori liberi o di navigatori solitari. Il parroco, in comunione con il Vescovo e il presbiterio, è colui che ha il dono dell’”insieme” per armonizzare e animare tutte le responsabilità in vista della missione. La comunione va alimentata nella preghiera. Ma gli spazi della corresponsabilità e della partecipazione non vanno mortificati. Mi riferisco al Consiglio per gli Affari economici e al Consiglio pastorale che è il cuore pulsante della comunità parrocchiale. La vita parrocchiale deve essere “ecclesiale”, cioè “sinfonica”. Non può essere appaltata a pochi intimi. E’ sempre meglio il poco fatto da molti che non il molto fatto da pochi. Nella prospettiva di questa sensibilità ministeriale e partecipativa, si colloca anche la collaborazione stretta e necessaria tra le parrocchie e le varie associazioni e movimenti ecclesiali.
Tra le diverse realtà non posso tacere un esplicito riferimento all’Azione Cattolica che da sempre “sposa” in pieno il cammino pastorale della chiesa locale e se ne fa intelligente e fedele interprete soprattutto all’interno della parrocchia, ove trova il suo privilegiato terreno di coltura e di servizio. Il caso esemplare dell’AC e quello di altri movimenti ed associazioni laicali costituiscono una risorsa, maturata dopo il Vaticano II, non va vista nei termini contrapposti verso l’istituzione – parrocchia, ma va piuttosto valorizzata nella prospettiva di quella “pastorale integrata” di cui parlava il Presidente della CEI nell’ultimo Consiglio permanente (21.09 u.s.) e nella prospettiva di una compiuta opera di evangelizzazione.
a. Il servizio e la testimonianza cristiana germogliano su un territorio che la sensibilità ministeriale e missionaria deve conoscere, leggere e interpretare. “A motivo del territorio dove abita, la parrocchia ha il dovere di ripensare sempre sé stessa, conoscendo i volti delle persone che la compongono, sempre immaginando con fantasia e ricostruendo con pazienza la sua figura … La parrocchia … è per il territorio, ossia per tutti gli uomini e le donne che vi abitano …. Questo “essere per” porta ad escludere ogni forma di colonizzazione spirituale, manipolazione religiosa e possesso della persona; è nel territorio, cioè posta nel cuore stesso dell’umanità … Ciò porta ad escludere ogni sorta di estraneità e di lontananza …; è con il territorio, e questo vuol dire solidarietà, condivisione … Quella della parrocchia è una presenza fatta di rispetto, capace di passare presto ed efficacemente dal conoscere al comprendere” (M. Semeraro, I piedi della Chiesa, pp. 35-36).
La presenza della parrocchia sul territorio potrebbe essere più efficace attraverso delle articolazioni più piccole, intermedie tra il centro e la periferia. La parrocchia è l’ultima articolazione della Chiesa; ma, in molti luoghi, si sta sperimentando un’articolazione comunitaria ancora più capillare e vicina alla gente. La si chiami “comunità ecclesiale” o “centro d’ascolto”, è importante estendere sul territorio e nei quartieri una presenza della parrocchia più efficace e più “estroversa”. Come il sangue del corpo umano che, attraverso i vasi capillari, irrora anche le regioni più periferiche del nostro organismo. Lettura dei problemi del territorio, ascolto della Parola, attenzione agli ultimi, il servizio alla speranza di ogni uomo, potrebbero avere luogo nei quartieri e “tra le case”, facendo diventare estremamente vera la definizione della parrocchia come “casa vicina alle case degli uomini”.
b. Vorrei, infine, segnalare tre attenzioni da privilegiare nell’ambito di una spiccata sensibilità ministeriale:
i giovani, le sentinelle del mattino, da curare in maniera particolarissima a livello di formazione e da coinvolgere nella maniera più globale all’interno della comunità;
le vocazioni di speciale consacrazione, necessarie alla vita della Chiesa. Soprattutto le vocazioni al sacerdozio ministeriale. Una Chiesa che guarda al futuro deve collaborare di più con il “Padrone della messe perché mandi operai alla sua messe” (Mt 9,38);
la formazione degli operatori: la coscienza catecumenale, sacramentale, ministeriale non potrà mai avere spessore e concretezza se non si incarnano in volti di persone che lavorino e s’impegnino responsabilmente in tutte le aree della vita ecclesiale. Soprattutto la formazione lenta, continua, profonda dei laici potrebbe e dovrebbe farli passare da “collaboratori” a soggetti  pienamente responsabili nell’edificazione della Chiesa.
In questo senso, il lavoro di formazione dei responsabili della missione, che si sta portando avanti ad Alatri, mette a disposizione delle comunità parrocchiali alcune figure esemplari per un lavoro di crescita missionaria della coscienza in ogni parrocchia.
8. La parrocchia “oltre” la parrocchia: diocesi e foranie
Ha detto qualcuno: “E’ la parrocchia che fa esistere la Diocesi”. E la Diocesi che cosa fa per la parrocchia? Vorrei invitare, a questo punto, tutte le nostre parrocchie a guardare verso due direzioni.
Prima di tutto a Fiuggi, al nuovo Centro dei servizi pastorali. La serie degli Uffici di Curia è a servizio della comunione e dell’unità della missione della Chiesa diocesana. In questo senso i servizi diocesani hanno la finalità e il compito di formare, animare, coordinare la pastorale diocesana. La parrocchia ha il diritto-dovere di chiedere al Centro un aiuto in questo senso. E se lo deve aspettare.
Inoltre invito le parrocchie a sentirsi parte integrante della forania in cui si trovano. Abbiamo diviso la Diocesi in tre zone pastorali (Anagni, Alatri, Fiuggi) e ciò è funzionale a una lettura più chiara del territorio e a una più precisa interpretazione dei dati. Da questo punto di vista è facilitato di più il coordinamento delle iniziative e una pastorale d’insieme.
9. Affetto e riconoscenza per i parroci
Rivolgo ora il mio saluto pieno di affetto e di riconoscenza a tutti i parroci e ai sacerdoti che lavorano nelle nostre comunità parrocchiali, profondendo in esse tesori di vita, di fede, di fantasia, di intelligenza e di coraggio. E a volte non sempre con il conforto della simpatia e della comprensione di tutti.
Coloro che guidano  una comunità parrocchiale sono strumenti di Cristo Capo, Pastore e Servo del Padre e degli uomini. A loro oggi la Chiesa chiede passione per la comunione, qualità nelle relazioni, capacità di dialogo e di coinvolgimento, passione per il gioco di squadra, gusto del recupero, amore al dialogo, ecc. Un ministero importantissimo, vitale per la Chiesa, difficile, da accompagnare con la preghiera, la simpatia e l’amicizia da parte di tutti. A tutti coloro che guidano le comunità parrocchiali auguro di somigliare sempre di più alla misura alta del Buon Pastore e di spendersi in un servizio senza pretese “per preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,17). Che il loro servizio al Vangelo per la speranza degli uomini, meriti loro il “centuplo in questa vita … e nel futuro la vita eterna” (Mc 10,30).
10. Anche la parrocchia può e deve fare Pasqua
Il sogno di Emmaus è che l’avventura dei nostri due amici, che risuscitano al contatto con il Risorto, si moltiplichi nelle comunità della Diocesi, affinché anche le nostre parrocchie facciano Pasqua e passino da una pastorale di piccolo cabotaggio a quel “Prendi il largo …” che le faccia diventare “fontana del villaggio”, avamposti missionari di una chiesa estroversa, crocevia di evangelizzazione, punti di riferimento per la produzione di senso, spazi in cui gli uomini possano avvertire il respiro delle loro speranze. Sì. Anche la parrocchia può e deve fare Pasqua, può attuare un passaggio:
- da “stazione di servizio”, in cui si “consumano” i sacramenti, alla compagnia cordiale dell’uomo, specialmente del “piccolo”;
- dalle iniziative pastorali alla proposta di itinerari di educazione alla fede;
- dal rito al mistero e da una liturgia “mordi e fuggi” alla celebrazione pacata e serena delle meraviglie di Dio;
- dalle perplessità e dalle paralisi che creano i “muri del pianto” all’entusiasmo di Pasqua e allo slancio della missione;
- dalla chiusura delimitata dal proprio campanile alla apertura orientata ad un lavoro con l’intera realtà diocesana.
11. “La mia piccola speranza è colei che si leva ogni mattina”
Puntuale – come sempre – torna l’Avvento ad aprire l’Anno liturgico e a richiamarci al dovere della speranza. “Sacramento della speranza” – come lo ha chiamato qualcuno – il primo tratto dell’Anno della Chiesa ci fa abitare all’interno del progetto che abbiamo proposto con la sapienza della fede e l’intelligenza del cuore. Il volto missionario della Chiesa in parrocchia non può rinunciare alla luce della speranza. “Speravamo … “ (Lc 24,21) è la pietra tombale che gli amici di Emmaus mettono sopra i loro sogni. E’ questa stessa pietra che – con la forza straordinaria della Pasqua e con lo sguardo fisso a “Colui che viene” – l’Avvento ci chiama a ribaltare.
Vengono a proposito le parole stupende del poeta francese C. Peguy: “La piccola speranza procede tra le sue due grandi sorelle, solo non si fa attenzione a lei … Il popolo cristiano non vede che le due grandi sorelle … Una dimenticanza imperdonabile, perché dice Dio il padrone di tutte le virtù: <<La fede è colei che tiene duro nei secoli dei secoli. La carità è colei che si dona nei secoli dei secoli. Ma la mia piccola speranza è colei che si leva ogni mattina (…). La fede è una chiesa, è una cattedrale. La carità è un ospedale, un ospedale maggiore che raccoglie tutte le miserie del mondo. Ma, senza la speranza, tutto sarebbe un cimitero>>”.
Proprio la speranza oggi viene ricollocata al centro dell’attenzione della comunità cristiana, dato il deficit che essa fa segnare nell’odierno contesto culturale (cfr. cvmc, n. 1; tutta l’esortazione apostolica post-sinodale “La Chiesa in Europa”; l’esortazione apostolica post-sinodale “Pastores Gregis”, nn. 3-5).
Provvidenzialmente l’Avvento, allora, ci prende per mano e ci fa accomodare all’interno di una speranza purificata (cioè non dal fiato corto), orientata (che ha come punto di riferimento il Signore della Gloria), produttrice d’amore. Una speranza dotata di quel marchio di autenticità inconfondibile che è la gioia. La terza domenica d’Avvento ci regala questo testo dell’apostolo Paolo ai Filippesi: “Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil. 4,4-7).
Un invito pressante, ripetuto (per dire quanto è difficile!) alla gioia che giro direttamente a tutti Voi e trasformo in un augurio: che il volto missionario delle nostre comunità parrocchiali sia fatto visibile da un caleidoscopio di volti trasfigurati dalla luce dell’amore di Dio, segnati dall’”affabilità”, dalla indulgenza, dal senso delle proporzioni, dall’invito ad accorciare le distanze, dalla capacità di non fare drammi per delle sciocchezze; volti liberati dalla ansietà, dalla inquietudine e dall’angoscia. E la pace di Dio che sorpassa ogni capacità di pensiero e d’immaginazione custodisca quello che avete nel cuore e i Vostri progetti in Cristo Gesù.
12. A Natale Dio dice “Eccomi”. E noi?
L’augurio cordialissimo di Buon Natale e di un Felice 2004 si accompagna a quello di condividere in pieno la scommessa che in questo momento la Chiesa italiana sta facendo sulla parrocchia, perché questa accolga e attui la grande svolta della conversione “missionaria” della pastorale. Nella consapevolezza di essere stati raggiunti da una misericordia sconfinata e da un Amore che non si rassegna alla “distrazione” e alla lontananza dei figli, formulo per Voi, per le Vostre famiglie, per tutti noi l’augurio di non disattendere questo Amore, di rimanere aperti al Dono del Natale come Maria, modello della comunità cristiana che accoglie il dono di Dio. La Parola del Signore si realizza, a patto che qualcuno si fidi totalmente di essa. In fondo, il Natale è un Dio che mantiene la Parola. E cerca gente disponibile come Maria, che si aggrappi a questa Parola. Dio dice “Eccomi”. Sarebbe strano che noi non ci facessimo trovare …
Saluto con affetto tutti e ciascuno benedico di cuore.
                                                                                    + Lorenzo, vescovo
30   novembre   2003
I Domenica d’Avvento
Interventi del Vescovo

a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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