Il sogno del discepolo - Diocesi di Anagni-Alatri

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Il sogno del discepolo

Annuario > Vescovo > Precedenti
Lettera Pastorale 2004

IL SOGNO DEL DISCEPOLO
Il volto missionario della parrocchia nell’iniziazione cristiana

AL POPOLO SANTO DI DIO
CHE E’ IN ANAGNI-ALATRI,
AI MINISTRI ORDINATI,
AI RELIGIOSI E ALLE RELIGIOSE,
AI LAICI, UOMINI E DONNE
 
 



COME SI TRASMETTE LA FEDE?

Come si trasmette la fede? Il testo di Gv. 1,35-42 è una icona di riferimento straordinario e può costituire lo sfondo del nostro lavoro annuale. Lo rileggiamo insieme:
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio! ”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate? ”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti? ”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)” e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”.

Fa impressione sfogliare la prima pagina del Vangelo di Giovanni e scoprire che la grande e solenne affermazione della preesistenza del Verbo (“In principio era il Verbo …”) poi sia seguita dal racconto della vocazione dei primi discepoli che sottolinea l’ora dell’incontro (“erano circa le quattro di pomeriggio”) e l’avvicinamento a Gesù attraverso l’incontro personale, lo scambio di confidenze, l’invito, l’incendio provocato da una scintilla che si accende nei tramiti della giornata e della esistenza quotidiana. La fede non si trasmette come un “deposito”, ma attraverso una parola viva che accende nell’altro un desiderio,  una nostalgia. Le parole dell’annuncio non sono quelle imparate su un libro, bensì quelle che sgorgano incontenibili da un’esperienza sconvolgente e da una scoperta: “Abbiamo trovato il Messia!”. Dio, a volte, taglia la strada bruscamente (vedi S. Paolo sulla via di Damasco). Più spesso si inserisce nelle pieghe della nostra giornata e diventa interno al nostro orologio. La fede cristiana nasce e si costruisce all’interno dei rapporti umani. Questo è il suo modo più autentico di essere. La fede ha il suo vero luogo di incubazione nel sentiero umano in cui si cammina insieme, è legata al rapporto interpersonale, all’incontro personale, che trova il suo sbocco naturale e la sua celebrazione piena nella comunità, ma che ha avuto il suo luogo di accensione lungo il sentiero della vita quotidiana: “Abbiamo trovato il Messia!”


1. COME “FARE” I CRISTIANI OGGI

Il nostro cammino di Chiesa è stato quest’anno scandito dalla riflessione e dall’impegno in ordine alla parrocchia come “punta di diamante ed epicentro dello slancio missionario della Chiesa” (cfr. “Il sogno di Emmaus”, p. 5). A sostegno corroborante del nostro itinerario annuale abbiamo avuto in dono da parte della Conferenza Episcopale Italiana la nota pastorale “Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia” (= “Il volto missionario …”). Il documento, firmato dai Vescovi italiani il 30 maggio u. s., domenica di Pentecoste, offre un’indicazione chiara e decisa di rinnovamento della parrocchia nella linea della missionarietà, per una pastorale più dinamica, più evangelizzante, a forte timbro catecumenale.

Io stesso ne “Il sogno di Emmaus” avevo avuto modo di sottolineare come il primo e fondamentale tratto del volto missionario di una parrocchia fosse la coscienza catecumenale (cfr. pp. 9-13). La coscienza, cioè, che la parrocchia di cui facciamo parte – all’interno della Chiesa diocesana e in sintonia cordiale con le altre comunità ecclesiali presenti sul territorio – nonostante i difetti e i ritardi, se vuole essere vero corpo di Cristo, deve generare nello Spirito dei cristiani adulti che vivono “per Cristo, con Cristo e in Cristo Gesù”. E “fare” i cristiani, nella forza dello Spirito, diventa l’unica, straordinaria, prioritaria missione di ogni comunità credente. Ad uno sguardo, però, sereno e attento non può sfuggire come il grembo materno delle nostre comunità sia diventato sterile e come risulti difficile formare cristiani adulti nella fede che sappiano “pensare in grande ed essere dentro la storia” (Prolusione del Card. Ruini al Consiglio permanente della CEI del 20.9.04). Come attrezzare meglio le nostre parrocchie in ordine a tale obiettivo? Come renderle più idonee a “iniziare” alla fede cristiana piccoli e grandi? Intorno a questi interrogativi e in cerca di una risposta abbiamo celebrato la nostra Assemblea pastorale a Fiuggi dal tema: “Diventare cristiani oggi: tra realtà, attese e sfide” (24-26 settembre 2004).

Ho nel cuore – e penso di condividerlo con tutti voi – un sentimento fortissimo di riconoscenza nei riguardi del Signore, che guida i suoi figli con mano forte e sicura, per i tesori di grazia, di idee, di indicazioni e di orientamenti che sono scaturiti da quell’incontro (non mi riferisco tanto al numero dei partecipanti o ad altri aspetti di “immagine”). Mi è caro qui ringraziare i relatori, i collaboratori, i partecipanti, tutti coloro che hanno offerto tempo e disponibilità perché questo nostro appuntamento annuale portasse i frutti sperati.

Le suggestioni e le risultanze dell’Assemblea di Fiuggi, con il filtro del Consiglio Pastorale Diocesano, sono sicuro possano costituire motivo di riflessione e impegno perché le nostre parrocchie riacquistino smalto missionario e forza evangelizzatrice nella iniziazione cristiana. E’ uno dei nostri sogni (perché i sogni, secondo la Bibbia, in particolare Isaia, ci aiutano ad essere svegli): quello di vedere risplendere il volto missionario delle nostre parrocchie nel campo della iniziazione alla fede cristiana.

Il sogno di una Chiesa è quello di dare origine ad una fede adulta, di iniziare ragazzi e adulti ad una fede robusta. Il sogno di un discepolo è quello di accompagnare un altro discepolo al Signore dicendogli “Abbiamo trovato il Messia” (Gv. 1,41).


2. CRISI DEL MODELLO TRADIZIONALE

I segni della crisi del modello tradizionale di comunicazione della fede sono sotto gli occhi di tutti. Una situazione emblematica – a tale riguardo – è la vicenda paradossale di tanti ragazzi che, dopo la Confermazione, abbandonano il cammino di formazione lasciando la celebrazione eucaristica domenicale e le nostre comunità: finiscono di fatto quando dovrebbero iniziare! E’ il problema del dopo-Cresima. Ma occorre subito riconoscere che abbiamo, contestualmente, anche il problema del dopo-Battesimo e del dopo Matrimonio. L’impianto ordinario di iniziazione alla fede di fanciulli e ragazzi, ma anche di giovani e adulti, mostra la corda e si rivela insufficiente. In verità è giusto prendere atto che, dopo la pubblicazione del Documento di Base “Il rinnovamento della catechesi” (1970), per merito del movimento catechistico italiano, è stato prodotto uno sforzo enorme in campo educativo (di persone, iniziative, testi, mezzi …) che ha pochi riscontri nella storia del Cristianesimo in Italia. Siamo passati – anche per merito dei nuovi catechismi della CEI – dal “catechismo della dottrina cristiana” alla “catechesi per la vita cristiana”. Ma quella scelta non basta più. Purtroppo i nuovi catechismi sono stati usati con una mentalità vecchia, con risultati molto scarsi.

Nella nota pastorale “Il volto missionario …” dopo aver preso atto di una “crisi dell’iniziazione cristiana dei fanciulli” e del fatto che “non sono presenti cammini conosciuti e sperimentati di iniziazione per ragazzi, giovani e adulti desiderosi di entrare a far parte della famiglia della Chiesa”, i Vescovi italiani al n. 7 riconoscono che “si è finora cercato di <<iniziare ai sacramenti>>: e questo è un obiettivo del progetto catechistico <<per la vita cristiana>> cui vanno riconosciuti indubbi meriti e che esige un ulteriore impegno per una piena attuazione. Dobbiamo però anche <<iniziare attraverso i sacramenti>>”. E questo in ordine alla vita e al progetto di vita stessa di cui i sacramenti sono “segno” e “forza” di realizzazione.

Pesano, e molto, sulla insufficienza della prassi ordinaria di iniziazione alla fede in molti casi la debolezza della famiglia e la evanescenza della comunità cristiana. In diversi casi i bambini battezzati e i ragazzi non crescono nell’ambito di una fede concretamente testimoniata. La famiglia, in genere, sembra sempre più incapace di trasmettere la fede anche per la debolezza dell’adulto e proporsi come modello di valori e punto di riferimento autorevole. D’altra parte questo è il riflesso della vita e del cammino della comunità cristiana impoverita dal punto di vista dei soggetti e delle figure ecclesiali (solo la figura della catechista), dal punto di vista delle celebrazioni sacramentali (di regola privatizzate), dal punto di vista degli strumenti pedagogici (abbiamo dei cammini ripiegati sul modello “scolastico”).

La situazione impone un ripensamento e un cambiamento nella prassi ordinaria di trasmissione della fede. Emerge forte l’esigenza di una conversione pastorale nel campo dell’iniziazione alla fede e alla vita cristiana.

Abbiamo tra le mani, dal 1978 e in italiano, il “Rito dell’Iniziazione cristiana degli adulti (RICA) che presenta l’itinerario progressivo di evangelizzazione, iniziazione, catechesi e mistagogia con valore di forma tipica per la formazione cristiana” (Premessa CEI).  La conferenza episcopale italiana ha “pubblicato tre note pastorali sull’iniziazione cristiana, così da introdurre una più sicura prassi per l’iniziazione cristiana degli adulti (1997), per quella dei fanciulli in età scolare (1999) e per il completamento della iniziazione e la ripresa di giovani e adulti già battezzati (2003)” (Il volto missionario …, n. 7).

I Vescovi italiani hanno dedicato a questo tema due loro Assemblee (maggio 2003 e maggio 2004).

Non è difficile riconoscere come qualcosa di importante stia avvenendo oggi nel complesso cantiere della iniziazione alla fede e che ancora di più convince ai fini di una svolta e di un cambiamento di rotta: una preziosa e chiara convergenza tra le affermazioni dei Vescovi, la riflessione teologico-pastorale e alcuni tentativi di sperimentare strade nuove. E’ un segnale sicuramente positivo.

Sarebbe un peccato lasciar cadere la felice occasione di una svolta coraggiosa e di un momento assai favorevole per non continuare con schemi e modelli insufficienti e inventare con la fantasia dello Spirito cammini nuovi per rispondere a “vicende spirituali nuove” come quella di chi domanda la fede o di chi vuole incamminarsi verso una fede finalmente adulta.


3. UNA RISCOPERTA NECESSARIA: LA CHIESA COME MADRE

Il grembo di tante nostre comunità parrocchiali sembra diventato sterile. C’è ancora la possibilità, con l’aiuto del Signore, di restituire a queste nostre chiese la loro capacità originaria di essere madri nella fede?

Trovo molto giusto a questo proposito quello che osserva G. Routhier: “Oggi la nostra sfida è di partorire di nuovo e dare la vita. Quando nelle parrocchie non resta che qualche anziano, spesso in maggioranza donne, non bisogna semplicemente considerare che le nostre chiese mancano di preti, ma piuttosto che esse mancano di cristiani e credere che è urgente metterne di nuovo al mondo. L’evangelizzazione, quadro nel quale dobbiamo situare l’iniziazione cristiana, mi sembra in definitiva il solo motivo decisivo capace di impegnarci in una vera riorganizzazione pastorale che potrà avere un vero domani” (L’iniziazione cristiana o della fatica di generare figli, in Scuola Cattolica 129 (2001), p. 510).

Probabilmente sembra giunto il momento di riscoprire nella maternità (Chiesa-madre) della comunità ecclesiale, prima ancora che nel suo insegnamento (Chiesa-maestra), nella sequela (Chiesa-sposa) o nel servizio (Chiesa-serva), la prospettiva oggi più necessaria. Del resto se una volta non si aveva nessuna difficoltà a chiamare il fonte battesimale “l’utero della Chiesa” non sarà perché è solo nella Chiesa e grazie alla Chiesa che si è generati alla vita divina? La  Chiesa dunque è anzitutto Madre nel senso vero, come è vera la presenza reale nell’Eucaristia. Questa priorità del volto materno della Chiesa aiuterebbe pure - a mio avviso - ad uscire da una percezione troppo sbilanciata sull’organizzazione, che è poi ciò che tiene molti nostri contemporanei lontani da essa.

In effetti la Chiesa è in primo luogo una relazione che sta all’origine del nostro essere credenti e solo in conseguenza di questa assume anche la forma di una istituzione che ha come fine quello di guidare all’incontro con Dio. La  Chiesa è una Madre che conduce per mano alla percezione del Mistero in un mondo che sembra di suo ateo ed ingiustificato e chiede a gran voce un senso, una strada, una possibilità.
Naturalmente questa sorta di accompagnamento non può essere generico e puramente astratto, ma deve concretarsi in una serie di passi identificabili e perciò percorribili.


4. I PASSI DI UN CAMMINO

Si tratta di rifare quel che è stato chiamato il “tessuto generativo” della comunità cristiana che è come dire rivitalizzare l’intera compagine ecclesiale, perchè assuma in prima persona il compito di generare alla fede. Questa scelta, se ben compresa, aiuta a ritrovare il senso ultimo della Chiesa che è quello di “evangelizzare” prima e al di là di qualsiasi altra cosa, restituendo slancio e determinazione a quanti si chiedono: “Cosa fare?”. C’è una sola cosa urgente cui dedicarsi: ridare a tutti la possibilità di credere o di ri-cominciare a credere. La Chiesa esiste unicamente per questo, ma oggi quel che è cambiato è che - diversamente dal passato - non basta accompagnare e plasmare la fede. Bisogna piuttosto suscitarla di nuovo, creando le premesse per un nuovo ascolto della Parola ed intercettando la domanda di religiosità che si cela spesso dietro la richiesta dei sacramenti. Così facendo la Chiesa riacquisterà le sembianze di una madre che, non senza fatiche e dolori, partorisce nuovi figli e genera nuovi credenti.

Per realizzare questo occorre fare dei passi concreti che esemplifico per chiarezza.


Il passo dell’itinerario catecumenale

La fede è un cammino o, se si vuole in termini più biblici, un esodo e perciò va concepita non come una cosa che si possiede ma piuttosto come un itinerario graduale e progressivo.

Questo vuol dire farsi o ri-farsi catecumeno, cioè riprendere daccapo il cammino della fede, passando attraverso quei momenti-chiave che già in antico scandivano la progressiva assimilazione del vangelo. Anzitutto c’è l’annuncio di base che serve alla rinascita della fede. Questo primo annuncio ha valore non tanto perché viene per primo, ma perché è quello che fonda tutto il resto.

Poi c’è l’iniziazione alla fede, cioè la capacità di “entrare dentro” (in-eo) a questo grande dono che è la fiducia in Dio, risvegliata dalla Parola seminata a piene mani nei cuori. Quindi c’è la catechesi che si rivela un approfondimento provvidenziale della fede e delle sue conseguenze pratiche. Infine c’è la mistagogia, cioè la comprensione dei segni della fede che diventano la preghiera e la vita stessa della comunità.

Mi domando: c’è nelle nostre parrocchie l’attenzione a questi diversi momenti, oppure si va diritti alla domenica, ai sacramenti, alle feste patronali, alle devozioni?


Il passo della comunità

La  Chiesa non si identifica con il solo prete o con singole figure di religiose o laici impegnati, ma ha a che fare con una pluralità di presenze che coincidono con l’insieme dei credenti. All’interno di essa c’è chi è disponibile per qualche servizio ecclesiale, c’è chi vive la sua condizione secolare come la forma di trasmettere la fede, c’è infine chi si affaccia per riprendere il cammino interrotto o – caso piuttosto raro da noi – chi vuole imparare a credere dal principio.

Ciò che conta è rimettere al centro dell’attenzione non il singolo operatore pastorale, ma l’insieme plurale della comunità. Questa priorità della comunità ribadisce che il soggetto primo e il contesto proprio dell’iniziazione alla vita in Cristo non è l’uno o l’altro, anche se evidentemente le relazioni con i cristiani sono talvolta decisive per avviare la ricerca religiosa o per interromperla.

Occorre dunque per formare adulti nella fede superare la “delega” ad una sola catechista o ad un solo gruppo, ma riferirsi per quanto è possibile all’insieme dei cristiani. Ciò richiede di far crescere la sensibilità comunitaria non solo attraverso la celebrazione liturgica, ma anche attraverso i vari organismi di partecipazione, primo fra tutti il Consiglio pastorale parrocchiale che dovrebbe rappresentare e promuovere la comunione e insieme la collaborazione.

Dietro tanti fallimenti educativi, dietro tante iniziative partite e poi spentesi per strada, dietro l’incapacità di progettare e di realizzare, si nasconde in realtà l’evanescenza della comunità che esiste solo come riferimento ideale o auspicio personale.


Il passo della famiglia

Se è vero che anche da noi la famiglia mostra preoccupanti segnali di fragilità, resta sempre vero che occorra comunque ripartire da essa, essendo il grembo naturale della vita e della fede. La consapevolezza della sua fragilità e della sua  necessità suggeriscono un coinvolgimento della famiglia graduale e globale allo stesso tempo, secondo modelli diversi: dal coinvolgimento diretto a forme di collaborazione più sfumata ed intermedia. Per questo se è certamente lodevole il tentativo in atto in alcune realtà di fare dei genitori i catechisti dei loro figli, non si può generalizzare questo metodo perché non tutti hanno lo stesso grado di adesione alla fede e la stessa volontà di trasmetterla. D’altra parte proprio l’occasione dei sacramenti dei figli si rivela una preziosa possibilità di contatto che va valorizzata. In ogni caso come sottolinea la stessa Nota CEI sull’iniziazione cristiana dei ragazzi (1999), non va sottovalutata la testimonianza a casa che resta l’educazione di base che fornisce il senso religioso e quindi la premessa per qualsiasi ulteriore sviluppo della fede (n. 29).


Il passo del gruppo di accompagnamento

Nelle chiese capita talvolta di incontrare prima dell’aula liturgica propriamente detta uno spazio intermedio, sotto forma di porticato o di atrio. Questa soluzione architettonica che fa precedere lo spazio sacro da una soglia di passaggio è forse necessaria non solo a livello fisico, quanto a livello relazionale. Ci vorrebbe cioè qualcuno, anzi più di qualcuno, che sia come un ponte per accogliere ed accompagnare all’esperienza comunitaria della fede. Mi piace pensare ad una sorta di ”gruppo di accompagnamento”, cioè un gruppo di persone composto da figure variegate, tessitrici di rapporti, capaci di fare da “soglia” per introdurre nella comunità. Tale gruppo dovrebbe essere anzitutto – come è ovvio – accogliente, poi autenticamente ecclesiale, quindi catecumenale ed infine esperienziale. In altre parole in questo gruppo dovrebbero riflettersi tutte quelle sensibilità che abbiamo finora richiamate per incontrare una chiesa che voglia generare ancora cristiani oggi. Grazie a questo gruppo di accompagnamento chiunque potrebbe trovare qualcuno che annuncia l’essenziale da credere e cerca di motivarlo, rendendo ragione della speranza con dolcezza e chiarezza. E così poter apprendere atteggiamenti e comportamenti cristiani, attraverso modelli concreti e perciò non solo attraenti, ma anche a portata di mano.


Il passo della stretta ed organica connessione dei sacramenti

Uno sforzo ulteriore deve essere anche quello di ridare ai sacramenti dell’iniziazione cristiana non solo la loro successione tradizionale (battesimo, cresima, eucaristia), ma anche la loro trasparente coerenza per cui l’eucaristia rappresenti non tanto ciò che sta in mezzo tra il battesimo e la cresima, ma semmai il culmine dell’intero processo, per altro sempre rinnovabile nella eucaristia del giorno del Signore. Solo così si prenderà coscienza che si tratta di tre segni “intimamente congiunti” e si eviterà non solo di concepirli come segmenti a sé stanti, ma peggio ancora come “binari morti”, invece di essere degli “snodi decisivi” per il crescere della vita cristiana.

Purtroppo, come è noto, una certa prassi pastorale, per tanti motivi che non è il caso di rivisitare, ha introdotto la celebrazione della cresima dopo la prima comunione. Per evitare di disorientare, occorre procedere con calma; ma non avrei nulla da eccepire se qualche parrocchia, sia pure in chiave sperimentale, volesse cimentarsi sin da ora nel tentativo di ridare alla sequenza dei tre sacramenti la sua ordinata ed organica connessione.


5. LE SCELTE

Se i passi  da fare sono stati chiariti a sufficienza, non si potrà realisticamente pensare di compierli senza prima aver compiuto delle scelte che incidano profondamente sulle persone coinvolte negli scenari appena delineati. Il rischio infatti che si è corso in questi anni del post-concilio è stato quello di cambiare tante cose, ma spesso conservando la stessa mentalità di prima. Come dire “vino nuovo in otri vecchi” (!). Vorrei pertanto precisare alcune scelte che in quest’anno pastorale cercheremo di tradurre in pratica.


Formare cristiani evangelizzatori

Se davvero vogliamo introdurre una logica catecumenale, si richiede una comunità dal volto missionario, non ripiegata nostalgicamente nel passato né rassegnata semplicemente al presente. Qui più che mai si richiede di formare, nel senso più completo del termine, persone adulte che convertano il loro abituale modo di intendere la vita e facciano della fede non una variabile tra le altre, ma il criterio ispiratore dei loro giudizi e delle loro azioni. Se ogni cristiano è evangelizzatore, questa capacità missionaria andrà risvegliata e, possibilmente, fatta maturare attraverso un percorso globale.


Ripartire dagli adulti

Si dovrà spostare il baricentro dell’azione pastorale, rimuovendo luoghi comuni e consolidate tradizioni. In particolare occorre allontanarsi da quella persuasione per cui dai bambini è possibile arrivare per una sorta di effetto-trascinamento agli adulti. Piuttosto occorre convincersi che solo riferimenti adulti convincenti possono essere dei modelli esemplari. Solo coltivando in primo luogo l’attenzione ai grandi sarà possibile non vanificare la consueta attenzione rivolta ai piccoli. In concreto questo significherà non smobilitare certo la catechesi per i sacramenti, ma aver cura di introdurre le forze migliori ed anche più motivate nella cura dei giovani e degli adulti, da cui in ultima analisi dipende pure il destino dei bambini e dei ragazzi.


Offrire itinerari di catecumenato vero e proprio

Ogni parrocchia o, quando fosse troppo piccola, ogni gruppo di parrocchie limitrofe dovrebbe attrezzarsi per poter offrire dei veri e propri itinerari di accesso o di riscoperta della fede.

Tali percorsi dovrebbero anzitutto essere differenziati e non omologanti. Infatti differenti situazioni personali esigono talvolta risposte differenziate, che significa malleabilità di impostazione che rifugge pure da date e scadenze fisse come fossero imperativi obbliganti, mentre sa valorizzare in concreto il cammino e la maturazione dei singoli.

Anche all’interno del cammino per i bambini ed i ragazzi, “attraverso” i sacramenti dell’iniziazione cristiana, bisognerebbe che questa duttilità emerga come rispetto del ritmo e del passo di ciascuno, senza pianificare a tavolino quello che dovrebbe essere l’esito di un percorso, verificato dai catechisti insieme alla comunità.

Quanto al catecumenato vero e proprio sarà compito del servizio diocesano precisare forme e contenuti. Resta inteso che, proprio a partire da questo che è la forma tipica, sarà bene assicurare per ogni proposta alcune caratteristiche: l’unitarietà dell’esperienza, la gradualità del cammino, la globalità della persona a cui ci si riferisce, la centralità dell’annuncio e l’integralità della proposta.


Superamento della “logica scolastica”

Se iniziare alla fede  è cosa che tocca la vita in tutti i suoi molteplici aspetti, è ovvio che non può essere limitata alla semplice sfera della conoscenza. La fede non tocca solo la ragione, ma anche la volontà e pure il sentimento. Coinvolge anzi in un’esperienza che sviluppa una nuova conoscenza, suscita nuovi atteggiamenti e provoca pure inedite emozioni. Per questo la persona deve essere coinvolta in tutte le sue dimensioni: corporea, affettiva, emozionale, intellettiva.

In concreto questo invita a ripensare il catechismo dei più piccoli, senza dover all’improvviso cancellare tutto, ma chiedendosi seriamente come far uscire da una mentalità scolastica e far entrare invece in una prospettiva esperienziale. Quanto ai giovani e agli adulti questo vuol dire pure inter-agire con quei campi degli affetti, della scuola, del lavoro, del tempo libero che spesso vengono sottovalutati nell’azione abituale delle nostre parrocchie.


L’istituzione del servizio diocesano del catecumenato

Ritengo necessario a questo punto, anche come scelta che faccia da sintesi a quelle enunciate prima, l’istituzione del servizio diocesano del catecumenato. Non è la singola parrocchia, ma l’intera chiesa locale che può e deve proporre itinerari credibili per quanti adolescenti, giovani o adulti chiedano di ricevere il battesimo o chiedano di “ricominciare” o, più semplicemente, di completare l’iniziazione cristiana (ad esempio la celebrazione della Cresima in vista del Matrimonio). Queste situazioni hanno come modello esemplare il RICA, che, da quando è stato pubblicato, costituisce “la forma tipica” cui fare sempre riferimento in qualsiasi proposta di itinerario di fede.

Il servizio diocesano poi avrà pure funzione di coordinamento e vigilerà perché si proceda solo a battesimi che siano l’epilogo di un vero e proprio catecumenato.


6. NECESSITA’ DI UNA "SAPIENZA PASTORALE”

La serie dei passi e delle scelte da fare non possono far dimenticare i problemi e le difficoltà concrete. E’ facile del resto proporsi in teoria degli obiettivi. Il difficile è tradurli in pratica, cioè attraverso il vissuto variegato ed imprevedibile delle persone. Non posso perciò tralasciare di notare almeno quattro serie di problemi aperti.

Il primo è una sorta di stanchezza e di rassegnazione che talvolta serpeggia non solo in qualche presbitero, ma anche in taluni operatori pastorali sovraffaticati e privi di entusiasmo. Di fronte alla necessità di cambiare ci sono poi obiettivamente delle resistenze emotive, legate alla propria formazione e probabilmente anche ad un certo disorientamento per una stagione che è complessa e in continua evoluzione.

Il secondo problema è legato alla famiglia che resta l’interlocutore privilegiato e che perciò va sollecitata in modo attento e convincente. Occorre coltivare questo rapporto come un’autentica priorità, nonostante prevedibili insuccessi e probabili incomprensioni. La famiglia oggi ha bisogno della Chiesa e la Chiesa della famiglia.

Il terzo problema è la formazione degli operatori pastorali (catechisti, educatori, animatori, ecc…), di cui farsi carico investendo in termini di persone e, se necessario, anche di risorse economiche. Questa dimensione poco appariscente in termini immediati è quella che deciderà in ultima analisi della stessa possibilità di fare della fede non già un dato acquisito o un retaggio tradizionale, ma una scelta che prende corpo in un cammino vero e proprio.

Infine l’ultimo problema è quello squisitamente teologico e solo apparentemente teorico. L’aver introdotto, per motivazioni prevalentemente pratiche, un’inversione dell’ordine dei sacramenti a vantaggio della cresima lasciata per ultima, ha prodotto certo involontariamente la sensazione di una corsa a termine. Auspico che anche in singole parrocchie si cominci a ipotizzare di reintrodurre la sequenza originaria, ristabilendo il primato dell’eucaristia, cui compete di essere il sacramento che porta a compimento l’iniziazione ed immette definitivamente nella vita cristiana (cfr. Il volto missionario … n. 7).

E’ necessaria una “sapienza pastorale” fatta di progettazione, coraggio operativo, costanti verifiche. Non possiamo mandare per aria un impianto di educazione alla fede, a cui dobbiamo riconoscere non pochi meriti, senza un’alternativa globale collaudata. Continuiamo pure a lavorare nel modo tradizionale, ma facciamo in modo che le energie migliori vengano impiegate per questo nuovo tipo di assetto, con fantasia e creatività. Viene opportuna una parola di Gesù che illumina questo atteggiamento e che ci riporta il Vangelo di Matteo dopo il discorso in parabole: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del Regno, è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13,52).


7. L'ANNO LITURGICO E L'AVVENTO

Affido queste riflessioni e questo progetto al cuore e all’intelligenza di tutti all’inizio dell’Anno Liturgico, straordinario viaggio intorno al Risorto in cui la Chiesa, presa per mano dallo Spirito, ripercorre il mistero della salvezza attraverso le vie del Signore, dall’Incarnazione alla Pentecoste in attesa del Suo Ritorno. L’Anno Liturgico è il supremo e fondamentale itinerario di fede e di vita per la Chiesa e per tutti i cristiani. E’ la struttura di base di ogni esistenza credente con il centro irradiante della Pasqua che ci orienta, ci fa camminare come popolo. Il “ciclo annuale”, con lo spessore robusto della celebrazione settimanale della Pasqua, è suprema scuola di fede, fonte del genuino spirito cristiano, è il nostro modo di considerare il mondo e la storia, di vedere il tempo, di illuminare ogni fase della vita come “tempo opportuno”, “momento favorevole”, spazio di salvezza. Abbiamo tanto rispetto per l’anno solare, l’anno sociale, l’anno aziendale, l’anno sportivo. Ma, la vera maniera di misurare il tempo, di filtrarlo alla luce della Pasqua, è per noi l’Anno che prende inizio dalla prima domenica di Avvento. Ogni sua stagione ci fa coniugare verbi importanti per la vita cristiana: attendere in Avvento; convertirsi in Quaresima; morire e risorgere a Pasqua; vivere la profondità divina del quotidiano da Pentecoste alla solennità di Cristo Re e Signore dell’universo.

L’Avvento, come un amico fedele, ritorna in questi giorni a mettere la nostra esistenza sotto il segno di un’attesa operosa nel clima della speranza. L’Avvento di quest’anno si apre con un invito deciso e perentorio, come un ordine di partenza. “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno” avverte l’apostolo Paolo scrivendo ai Romani (13,11). La minaccia della fede è il sonno, un sonno che dà la vertigine, un’adesione indiscriminata, cedevole, alla realtà del tempo. Il sonno provocato dall’attivismo, dal nostro correre, dal fatto che spessissimo confondiamo ciò che è urgente con ciò che è importante. Paolo cerca di buttare giù dal letto i cristiani: ”La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm. 13,12). E’ come se ci strappasse di dosso le coperte con un brusco strattone. Forse sarà il caso di dirci che attendere la venuta di Cristo (attuale o finale) non significa stare ad aspettare seduti su una comoda poltrona, ma calzare un paio di scarpe robuste. Attendere, cioè “tendere verso”. Cioè capacità e voglia di svegliarsi, di mettersi in cammino.

Se poi vogliamo proprio interpellare un altro maestro dell’attesa, Isaia, potremo scoprire che il sogno è un corredo indispensabile del viaggio. Il sogno è un dovere del cristiano che cammina, una concreta possibilità di realizzazione quando c’è di mezzo un Dio che incrocia la disponibilità umile e concreta degli uomini.

I sogni di Isaia di questo Avvento presentano una umanità riconciliata, un mondo bello e ordinato in cui l’iniquità, la violenza, il terrore, l’ingiustizia, la sopraffazione saranno abolite perché gli strumenti di morte saranno riciclati in risorse di vita (cfr. Is. 2,1-5; 11,1-10; 35,1-6.8-10). Troppo bello per essere vero? No. Ma troppo bello per non essere vero. Molti cristiani “dormono” per non affrontare la realtà. Soltanto il sogno ci tiene svegli, perché permette di immaginare una realtà “diversa”, attuabile …

E’ il sogno che ci sveglia e ci mette in piedi, ci fa essere realisti in un cammino di Chiesa che diventi sempre più Madre, grembo generatore di esistenze cristiane coinvolgenti, entusiaste, capaci di accendere la speranza alla fiamma della preghiera, nutrite di fedeltà alla Parola, illuminate dal discernimento, immerse nel fervore dell’impegno storico.


8. BUON NATALE!

Ecco allora il Natale e il dono del Natale. Dio si “abbassa” e “scende” perché l’uomo acquisti la libertà e faccia parte di un’unica famiglia. L’uomo è la pazzia di Dio. E’ amato da Dio. Tutto l’uomo e tutti gli uomini. Natale è un dono a disposizione di tutti. Lo esprimeva con queste parole quel prete vero che fu P. Mazzolari:

Rimanete fedeli a questo dono che vi ha fatto questa notte.
E non dite che non vi ha messo nel cuore niente, il Cristo.
… Quando tornerete a sedervi alla vostra povera mensa,
vicino a vostro padre che è stanco,
a vostra madre che vi guarda
con una compiacenza particolare
più che non gli altri giorni,
ai vostri piccoli fratelli che hanno ancora l’innocenza
sul loro volto così simile a quello del Cristo,
voi sentite che vale la pena,
miei cari fratelli,
pagare qualche cosa nella vita,
scontare qualche cosa,
lavorare,
per mantenersi fedeli a questa tranquillità di coscienza
che fa il galantuomo,
che fa l’uomo fratello,
che fa l’uomo onesto,
che fa l’uomo libero,
e che fa l’uomo capace di poter capire
che al di là di questa vita c’è qualche cosa di più grande,
perché il più Grande l’avete già dentro nel cuore
per un Dono che è il dono di Natale”.

“Pagare … scontare …” per un dono che può essere subito nostro.

Un saluto e un abbraccio particolare a tutti voi, alle vostre famiglie, soprattutto a quelle provate dalle difficoltà, dal bisogno, dal dolore fisico o morale, dalla sofferenza prodotta da incomprensioni, conflitti, separazioni. Colui che bussa alla nostra porta trovi in noi attenzione, accoglienza, capacità di coinvolgimento e di pensare in grande, spirito di iniziativa, volontà di colmare la distanza che separa le nostre realizzazioni dal Suo progetto, i nostri desideri dalle Sue attese. E ciò nella compagnia sincera di tanti fratelli e sorelle con cui spartire la fortuna e l’onore di prendere parte ad un’avventura troppo più grande di noi, nella quale senza merito, ma per grazia, siamo coinvolti da quando Dio è diventato uomo perché noi, tutti, diventassimo figli di Dio. Buon Natale.

Saluto con affetto tutti e ciascuno benedico di cuore

28 Novembre 2004
I^ Domenica d’Avvento





a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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