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Da chi andremo?

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Lettera Pastorale 2005

 
DA CHI ANDREMO?
Dal Giorno del Signore ai giorni dell’uomo

AL POPOLO SANTO DI DIO
CHE È IN ANAGNI-ALATRI

Di che cosa hanno fame le donne e gli uomini di oggi?”. Così il sottotitolo del tema della nostra Assemblea pastorale 2005.
Donne e uomini di oggi hanno fame di senso, fame di vita, fame di coraggio e di speranza, fame di gratuità, fame di accoglienza e di tenerezza. Anche se tante volte non lo ammettono e non lo dicono nemmeno a sé stessi.
In questo primo scorcio del terzo millennio dell’era cristiana qualcuno ripropone il discorso della “dissoluzione” del Cristianesimo. Sicuramente stanno venendo sempre meno, in molti casi, le ragioni storiche, sociali e culturali dell’appartenenza alla Chiesa e della frequentazione dei sacramenti. Tira aria di crisi. Il clima non è dei più adatti a suscitare entusiasmo e, soprattutto, a risvegliare la speranza …

Più o meno la stessa situazione che venne a delinearsi a Cafarnao dopo che Gesù ebbe terminato il discorso sul pane della vita. È il caso di rileggere la testimonianza di quella crisi nel Vangelo di Giovanni:
[59] Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. [60] Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? ”. [61] Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza? [62] E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? [63] È lo Spirito che dá la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. [64] Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. [65] E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”.
[66] Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
[67] Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene? ”. [68] Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; [69] noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

Forse anche voi volete andarvene?” (v. 67). La risposta di Pietro a questa domanda terribilmente seria ci porta a riscoprire le motivazioni ultime della fede che non subiscono la corrosione del tempo: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (v. 68).
Le parole di vita eterna sono le parole che portano luce all’orizzonte su cui sostiamo smarriti quando ci interroghiamo sul mistero personale e collettivo dell’esistenza, sul nostro vivere, sul nostro soffrire, sul nostro morire. Sono le uniche parole cui possiamo aggrapparci. Sono “parole di vita eterna”. E questo aggettivo ”eterna” dobbiamo assumerlo secondo la ricchezza di risonanze che ci proviene dalla Parola di Dio. “La vita eterna” è la vita nel senso più pieno del termine, è la vita ricondotta all’autenticità piena e alla piena esperienza della liberazione. Allora potremmo veramente riesprimere le parole di Pietro con queste altre: “Signore, Tu solo ci dai la piena libertà; Tu solo ci dai l’esperienza della vera maturità umana e della vera pienezza. Tu sei la parola di salvezza”.
Questa parola è diventata parola umana, si è fatta carne, esistenza donata per la vita del mondo, pane vivo per la nostra fame, luce e forza della Pasqua messa a disposizione dei figli nel combattimento quotidiano contro la morte, fonte della perenne giovinezza della Chiesa e del mondo.

Comunicare il Vangelo e servire la speranza dell’uomo e il suo desiderio di vita è l’impegno di tutte le Chiese e della nostra Chiesa. La missione fondamentale cui siamo chiamati è annunciare e testimoniare la Pasqua a partire dal momento più alto e significativo del nostro incontro con il Risorto che ci dice di nuovo “Pace a voi!” e ci dona lo Spirito per l’impegnativa lotta contro la morte in tutte le forme.
Ecco il grande dono della domenica e dell’Eucaristia.

Da chi andremo?”. Da Colui che non solo ha parole di vita eterna, ma che è pane di vita eterna per la nostra fame e per i nostri passi verso la fame degli uomini. Andremo da Colui che ci suggerisce, attraverso lo Spirito, il possibile che dobbiamo produrre e l’impossibile che dobbiamo attendere dal Padre. Il possibile da realizzare e l’impossibile da ricevere.



1. Il “Giorno del Signore” nel cuore dei giorni

L’iniziazione alla fede e ogni itinerario di crescita nella vita cristiana trovano nella domenica – e nel suo cuore che è la celebrazione dell’Eucaristia – il proprio punto di riferimento e il proprio baricentro. “La vita della parrocchia ha il suo centro nel giorno del Signore e l’Eucaristia è il cuore della domenica”  afferma al n. 8 la nota pastorale “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” (= Il volto missionario …) .Tale convincimento è stato rafforzato e arricchito di ulteriori motivazioni dall’anno dedicato in modo particolare all’Eucaristia (ottobre 2004 – ottobre 2005), dal Congresso eucaristico di Bari (“Senza la Domenica non possiamo vivere”: maggio 2005) e, da ultimo, dalla XI^ Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi (ottobre 2005) che ha avuto come tema “L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della chiesa”.

L’Assemblea pastorale di Fiuggi 2005 (per la quale dico ancora grazie a tutti coloro che l’hanno pensata, organizzata e resa possibile contribuendo al suo pieno, ricco e apprezzato svolgimento) non poteva passare sotto silenzio tali sollecitazioni e ha raccolto l’invito a riscoprire una rinnovata, robusta e fattiva fedeltà alla domenica per un ingresso nei giorni feriali all’insegna della Pasqua annunciata e testimoniata con la luce e la forza dell’Eucaristia.

La nostra Chiesa è in cammino con tutte le Chiese che sono in Italia per restituire smalto al volto missionario delle nostre parrocchie (Assemblea diocesana del 2003), in modo tale che abbiano la capacità di generare cristiani dalla fede adulta e che facciano della santità «la “misura alta” della vita cristiana ordinaria» (“Novo millennio ineunte”, n. 31, Assemblea diocesana 2004).
Il primo movimento di questa impresa è “un rinnovato primo annuncio” della Pasqua. Il momento più alto e significativo di questo nostro compito e il motore più straordinario della missione è l’Eucaristia nel  “Giorno del Signore”. Al centro della nostra settimana c’è “il Giorno del Signore”. Nel cuore della domenica c’è l’Eucaristia, la mensa della Parola e del Pane, che realizza al massimo la promessa e l’impegno di Cristo: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).



2. Una questione d’identità

«”Senza la domenica non possiamo vivere”. Non è uno slogan ad effetto né l’esclamazione di chi, dopo una settimana di lavoro, può finalmente riposarsi. È, al contrario, la testimonianza di fedeltà alla domenica dei 49 martiri di Abiténe – una località nella attuale Tunisia - che nel 304 hanno preferito, contravvenendo ai divieti dell’imperatore Diocleziano, andare incontro alla morte piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore. Erano consapevoli che la loro identità e la loro stessa vita cristiana si basava sul ritrovarsi in assemblea per celebrare l’Eucaristia nel giorno memoriale della risurrezione». Così il Consiglio permanente della CEI nella lettera in preparazione al XXIV Congresso eucaristico nazionale di Bari (n. 2).
“Il mondo che cambia”, nuove condizioni di vita, nuove abitudini e, in particolare, l’organizzazione del lavoro e i fenomeni nuovi di mobilità agiscono da fattori disgreganti la comunità e precludono la possibilità di vivere la domenica in tutta la sua ricchezza esponendola ad una perdita di significato: “In questa situazione è possibile che il giorno della festa … si risolva in un giorno di puro riposo e di evasione, nel quale l’uomo, vestito a festa ma incapace di fare festa, finisce con il chiudersi in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il cielo” (“Il giorno del Signore”, n. 5). Se poi guardiamo a come i cristiani vivono la domenica, a quanti partecipano alla messa, a come partecipano, a come è coinvolta la comunità, rischiamo di annegare in un mare di problemi. La tentazione, allora, potrebbe essere quella di mettere delle toppe tamponando le perdite o abbaiando contro la società. Occorre decidere, invece, per una prospettiva più radicale. Non si tratta di trovare delle pezze, ma di partire dal centro, dalle “grandi cose” che Dio ha fatto per noi e da qui far sprigionare una creatività pastorale e culturale che possa aiutare a ritrovare e ripensare la bellezza del giorno del Signore e il grande regalo che Dio con esso ci ha fatto. Si tratta insomma non tanto di difendere un precetto quanto di gioire per un tesoro (cfr relazione di Mons. Sigalini in Assemblea). “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo” (Salmo 117, 24). La domenica è “il Giorno del Signore” non perché è il giorno che l’uomo dedica al culto, ma perché essa è dono prezioso di Dio al suo popolo. È un giorno di cui è impossibile fare a meno: “Prima di essere una questione di precetto, è una questione di identità. Il cristiano ha bisogno della domenica. Dal precetto si può anche evadere, dal bisogno no” (Il giorno del Signore, 8). Allora occorre ripresentare la domenica in tutta la ricchezza del suo mistero di “Pasqua settimanale”: “Giorno del Signore, della sua Pasqua per la salvezza del mondo, di cui l’Eucaristia è memoriale, origine della missione; giorno della Chiesa, esperienza viva di comunione condivisa tra tutti i suoi membri, irradiata su quanti vivono nel territorio parrocchiale; giorno dell’uomo, in cui la dimensione della festa svela il senso del tempo e apre il mondo alla speranza” (Il volto missionario …, 8).



3. Il Giorno del Risorto

La domenica ci riporta a quel “primo giorno dopo il sabato”, quando il Crocifisso, risuscitato dal Padre, è apparso ai suoi discepoli e ha loro donato lo Spirito. Da quel momento l’eternità ha incrociato il nostro tempo e il tempo del nostro orologio si è fatto tempo di grazia e offerta di salvezza. Da lì in poi il sabato, memoria della prima creazione e del riposo di Dio, fu sostituito con il primo giorno della settimana: “Il vero giorno del Signore non sarà più quello in cui Dio si riposa dalle sue opere, ma quello in cui egli agisce per la vita e la salvezza dell’uomo” (Il giorno del Signore, 8).
La  Risurrezione del Crocifisso significò anche risurrezione per gli amici di Lui e per la loro speranza. Gli incontri con il Risorto li fecero persuasi che il loro passato di tradimento e di fuga non potesse costituire un ostacolo alla sequela. A mensa con il Vivente, con la luce della Parola e la forza del Pane condiviso, ritrovarono il coraggio di vivere scoprendo nella Risurrezione un progetto di vita da calare nella propria esistenza e da trasmettere ad altri. Di otto giorni in otto giorni, di domenica in domenica l’incontro con il Risorto plasmò la comunità pasquale e con il dono dello Spirito la aprì al mondo.
È stato Gesù stesso, con la cadenza delle sue apparizioni, a suggerire e consacrare il ritmo settimanale del giorno da dedicare al suo vivo ricordo nell’incontro più alto con la sua realtà e la sua missione di salvezza. Da quel “primo mattino della nuova creazione” ogni settimana il Risorto convoca i cristiani attorno alla sua mensa, perché, “nel giorno in cui ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della vita immortale”, diventino complici di Dio nel progetto di liberazione dell’umanità dalla morte. Nell’Eucaristia e mediante l’Eucaristia Cristo morto e risorto genera e rigenera incessantemente il suo popolo: “Culmine dell’iniziazione cristiana, l’Eucaristia è alimento della vita ecclesiale e sorgente della missione” (Il volto missionario …, n. 8).

La domenica è anche il giorno in cui facciamo memoria del nostro battesimo che, configurandoci alla morte e alla risurrezione di Cristo, è per noi fonte di vita nuova. Come l’anniversario del nostro battesimo – qualunque sia la data – viene celebrato durante la Veglia pasquale, perché lì siamo nati come cristiani, così l’invito a rinnovare e celebrare la grazia della nostra rinascita ci proviene da ogni domenica che è la “Pasqua settimanale”.



4. Il giorno della Chiesa

La domenica è, inoltre, il giorno della Chiesa che vive e si realizza innanzitutto quando si raccoglie in assemblea convocata dal Risorto e riunita nel Suo Spirito. Inoltre è giorno della Chiesa e della missione, esperienza viva di comunione condivisa tra tutti i suoi membri e diffusa tra quanti vivono sul territorio parrocchiale.
L’assemblea eucaristica è il cuore della domenica. È lì “che i cristiani vivono in modo particolarmente intenso l’esperienza fatta dagli apostoli la sera di Pasqua, quando il Risorto si manifestò ad essi riuniti insieme (cfr Gv 20,19)” (Dies Domini, 33) augurando loro la gioia e la pace e, soprattutto, donando loro lo Spirito. La messa della domenica, di per sé, non ha uno statuto diverso da quella celebrata nei giorni feriali, ma la forte presenza comunitaria e la solennità che la contraddistinguono la rendono più significativa ed esemplare rispetto alle altre celebrazioni eucaristiche (cfr Dies Domini, 34).

Guidata dall’esempio del Maestro, che nel giorno stesso della sua risurrezione aveva spezzato il pane per i discepoli di Emmaus, “la Chiesa ha sempre santificato il giorno del Signore con la celebrazione del memoriale del suo sacrificio nel quale la proclamazione della parola, la frazione del pane e la diaconia della carità sono intimamente unite. In questo modo essa perpetua la presenza del Risorto nel suo triplice dono: la parola, il sacramento, il servizio” (Il giorno del Signore, 11). Nella vita di fede personale e comunitaria questi tre aspetti devono essere sempre strettamente congiunti. Non è stato un grande guadagno l’aver ridotto tutto, a volte, e specialmente in certi periodi, al solo momento rituale.
Oggi occorre superare questa riduzione. Ma la domenica è il giorno dell’eucaristia non solo perché è il giorno in cui si partecipa alla messa, quanto perché in quel giorno, più di qualunque altro, il cristiano cerca di fare della sua vita un dono, un sacrificio spirituale gradito a Dio.
La parola annuncia questo dono di sé, il sacramento comunica la forza per realizzarlo, il servizio lo dispiega nella vita che deve essere eucaristicamente vissuta. In questo senso l’Eucaristia è una scuola di vita. Ogni elemento rituale della celebrazione eucaristica è profezia e progetto di vita; ogni gesto, anche quello che sembra il più banale, è l’indicazione di ciò che dovrebbe essere la vita nella Chiesa e nella comunità degli uomini.
Quando l’assemblea si scioglie e si è rinviati alla vita, è tutta l’esistenza che deve diventare dono di sé. Certamente, se l’assemblea eucaristica ci lascia come prima, se non converte, se non è in grado di formare cristiani adulti, se non apre alla missione significa che stiamo tradendo il dono più bello che Dio ci ha fatto, l’esperienza più qualificante della vita credente. Dobbiamo invece riportare la celebrazione eucaristica domenicale ad essere il perno della vita parrocchiale e il baricentro della comunità cristiana, il punto focale della formazione di ogni credente, la base di partenza per la missione: <<Il “Corpo dato” e il “Sangue versato” sono “per voi e per tutti”: la missione è iscritta nel cuore dell’Eucaristia. Da qui prende forma la vita cristiana a servizio del Vangelo. Il modo in cui viene vissuto il giorno del Signore e celebrata l’Eucaristia domenicale deve far crescere nei fedeli un animo apostolico, aperto alla condivisione della fede, generoso nel servizio della carità, pronto a rendere ragione della speranza>> (Il volto missionario …, 8).

Congiuntamente la domenica è il giorno della carità, della solidarietà, è il giorno in cui si riallacciano i rapporti familiari sfilacciati durante la settimana, è il giorno dell’attenzione ai più poveri e ai più infelici, ai malati, a chi è nella solitudine: “Una visita, un dono, una telefonata, ma anche un impegno più serio e perseverante là dove c’è bisogno, possono portare luce in una giornata altrimenti triste e grigia” (Il giorno del Signore, n. 14).



5. Il giorno dell’uomo

La domenica è il giorno in cui restituiamo non solo a Dio e agli altri, ma anche a noi stessi quello che, per forza di cose, non abbiamo potuto dare durante la settimana. In questo senso la domenica è soprattutto il giorno della festa, della gioia, del riposo.
Illuminanti sono – a tale riguardo -  le parole dell’”Insegnamento degli Apostoli”: “Il giorno di domenica siate sempre lieti, perché colui che si rattrista in giorno di domenica fa peccato” (I, 20,11).
La festa nasce dall’insieme di due fattori: un evento importante da vivere e il bisogno di ritrovarsi comunitariamente a celebrarlo nella gioia.
Il sabato per Israele è memoria grata della creazione, dell’esodo e della alleanza. Cristo con la sua Pasqua è venuto a offrirci un nuovo esodo, una nuova alleanza in attesa della festa definitiva. La domenica, allora, più che una “sostituzione” del sabato è la sua realizzazione compiuta, la sua perfezione (cfr Dies Domini, 59).
Nella parabola del Padre misericordioso e dei due figli il motivo della festa è il figlio liberato dalla schiavitù e accolto nella comunione. Il fratello maggiore, che non vive da persona libera (ma è schiavo di un perbenismo deformante) e non vive la comunione, non può entrare a far festa (cfr Lc 15, 11-31). Festa vuol dire celebrare la libertà e la comunione che non si conquistano a buon mercato. Cristo per donarcele ha affrontato la morte. La festa non è consumare le cose, non è uscire dal tempo e dalla storia per dimenticare, per poter poi lavorare ed essere sfruttati in maniera più oppressiva di prima. Festa è immergersi dentro la vita per togliere le situazioni disumane e per vivere in maniera più intensa la libertà e la comunione con gli altri. Fare “festa” è dare senso al tempo “feriale”. Non è tregua nella sofferenza e nella lotta della vita, ma è dare un significato vero al nostro soffrire e al nostro tribolare.
Abbiamo bisogno di far festa, di essere di più noi stessi per ritrovare la direzione della vita che talvolta smarriamo nella confusione della settimana.
Il riposo domenicale, l’astensione dalla fatica, il deporre gli affanni della settimana hanno una dimensione non solo reale, ma anche ed essenzialmente simbolica e profetica: “Il riposo cristiano afferma la superiorità dell’uomo sull’ambiente che lo circonda: egli riconosce come suo il mondo in cui è chiamato a vivere, ma progetta e anticipa un mondo nuovo e una liberazione definitiva e totale dalla servitù dei bisogni” (Il giorno del Signore, 16).
In fondo abbiamo bisogno di dire a noi stessi e agli altri che non siamo fatti per morire ingobbiti su un tavolo di studio o su un banco da lavoro.
La “Pasqua settimanale”, questo giorno ricco di pienezza divina e umana, il nucleo primitivo e originario dell’Anno liturgico è, infine, “il signore dei giorni”, il giorno che illumina gli altri giorni.
In esso gli affanni dei giorni feriali, che rischiano di soffocarci, ritrovano la giusta misura e le persone che ci vivono accanto avranno finalmente il loro vero volto. La domenica diventa, in tal modo, un anticipo di quello a cui siamo destinati, della “Domenica senza tramonto”: “Essa è l’annuncio che il tempo, abitato da colui  che è il Risorto e il Signore della storia, non è la bara delle nostre illusioni, ma la culla di un futuro sempre nuovo, l’opportunità che ci viene data per trasformare i momenti fugaci di questa vita in semi di eternità” (Dies Domini, 84).



6. Alcuni orientamenti

Nella nota pastorale della CEI, che ho più volte citato,  “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, al n. 8, dedicato completamente alla domenica “sorgente, cuore e vertice della vita parrocchiale”, c’è questa affermazione chiara e decisa: «Dobbiamo “custodire” la domenica, e la domenica “custodirà” noi e le nostre parrocchie, orientandone il camino e nutrendone la vita». Nel declinare poi gli obiettivi di questa custodia fedele e cordiale, i Vescovi li individuano in un triplice impegno:
a. difendere anzitutto il significato religioso, ma insieme antropologico, culturale e  sociale della domenica;
b. curare in modo particolare la qualità delle celebrazioni eucaristiche domenicali (e festive);
c. vivere la domenica come tempo della comunione, della testimonianza, della missione (cfr “Il volto missionario … , 8).

a. Dobbiamo - innanzitutto – fare in modo che non ci “rubino” la domenica.

A chi mi riferisco? Prima di tutto all’organizzazione e allo stile di vita contemporanei che configurano la domenica più o meno al “fine settimana” e la orientano ad una deriva economico-utilitaristica (l’assolutizzazione del lavoro) e ludica (la ricerca del puro divertimento).
La cultura contemporanea secolarizzata tende a svuotare la domenica del suo significato religioso e a sostituirlo con i riti di massa. La cultura del “week-end” (ritmi di lavoro sempre più incalzanti, organizzazione sempre più serrata del tempo libero, maggiore mobilità delle persone) fa emergere delle esigenze legittime, ma reca danni facilmente rilevabili non solo alla pratica religiosa, ma anche alle persone e, in particolare, alla comunità familiare. Spesso, per parecchie famiglie la domenica è diventato proprio il giorno della massima estraneità (cfr Il giorno del Signore, 28).
Credo che la parrocchia debba rimettere al centro della domenica la famiglia e che la stessa domenica vada tutta ripensata in prospettiva familiare (non solo la partecipazione alla messa). In tale prospettiva la comunità cristiana dovrebbe proporre occasioni di aggregazione, esperienze di comunione appaganti non solo a ridosso della celebrazione eucaristica, ma anche in altri momenti della giornata festiva (il sabato sera).
In molte parrocchie si sta facendo esperienza di una giornata festiva da vivere insieme, genitori e figli, giovani e anziani, magari una volta al mese.

In molti paesi dell’Occidente, la maggior parte delle attività che rischiano di “mangiare” la domenica (per es. gli incontri di calcio o di altri sports) trovano collocazione al sabato, il quale è reso libero dalla scuola e dal lavoro, e può diventare il giorno delle attività collettive. La domenica, in tal caso, resterebbe libera per le attività religiose, per la famiglia e per gli altri rapporti sociali e personali. Noi cristiani dovremmo far sì che la società in cui viviamo si muova anche in tal senso esercitando il nostro diritto–dovere di cittadini con gli strumenti che la Costituzione ci mette a disposizione nelle sedi più appropriate.

b. La qualità delle celebrazioni eucaristiche domenicali (e festive) va curata in maniera particolare.

Questa preparazione accurata deve coinvolgere varie ministerialità (non solo chi presiede) e dovrebbe essere distesa per tutta la settimana. È assolutamente necessario che la parrocchia possa offrire una celebrazione eucaristica dignitosa e fruttuosa, bella e attraente, “vera” e coinvolgente. Sicuramente a ciò non contribuiscono la moltiplicazione esagerata delle messe, gli orari a volte non proprio azzeccati e una distribuzione dei punti celebrativi poco accorta sul territorio.
Che cosa viene chiesto alla celebrazione eucaristica della domenica?
Equilibrio tra Parola e Sacramento, cura dell’azione rituale, valorizzazione dei segni, legame tra liturgia e vita. La Parola, nella proclamazione e nell’omelia, va presentata rispettando il significato dei testi e tenendo conto delle condizioni dei fedeli, perché ne alimenti la vita nella settimana. Il rito va rispettato, senza variazioni o intromissioni indebite. I segni e i gesti siano veri, dignitosi ed espressivi, perché si colga la profondità del mistero; non vengano sostituiti da espedienti artificiosi; parlano da soli e non ammettono il prevaricare delle spiegazioni; così si salvaguarda la dimensione simbolica dell’azione liturgica. La celebrazione ha un ritmo, che non tollera né fretta né lungaggini e chiede equilibrio tra parola, canto e silenzio. Si dia spazio al silenzio, componente essenziale della preghiera ed educazione ad essa; si dia valore al canto, quello che unisce l’arte musicale con la proprietà del testo. Va curato il luogo della celebrazione, perché sia accogliente e la fede vi trovi degna espressione artistica. C’è bisogno, insomma, di una liturgia insieme seria, semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini” (Il volto missionario …, 8).
Non ci può essere Chiesa senza Eucaristia. Una autentica comunità ecclesiale pone al suo centro l’Eucaristia e dalla Eucaristia assume forma, criterio e stile di vita. Ma l’Eucaristia va continuamente riscoperta, va ricollegata alle realtà che le permettono di dispiegare tutta la sua luce e la sua forza di vita, di comunione e di missione. Invece molti cristiani vivono senza Eucaristia; altri celebrano l’Eucaristia, ma non “fanno” la Chiesa; altri ancora vi partecipano, ma non producono una vita coerente.
Per mettere a fuoco questa serie di problemi mi rifaccio ad un bel documento dei Vescovi italiani del 1983 “Eucaristia, comunione e comunità” (= ECC). Nella seconda parte (al cap. II) ci sono tre affermazioni da considerare attentamente:
I) non c’è Eucaristia senza fede (nn. 66-69);
II) non c’è Eucaristia senza Chiesa (nn. 70-71);
III) non c’è Eucaristia senza missione (nn. 72-74).

I) La prima affermazione allude al grave problema della disaffezione di tanti cristiani all’Eucaristia domenicale. Il Padre imbandisce una mensa e invita i suoi figli: disprezzare l’invito è grave; declinarlo per seri motivi è causa di rammarico; prendervi parte stancamente significa privarsi dell’abbondanza di quel dono: “Questo discorso è duro!” (Gv 6,60): è la reazione dell’uomo carnale e polemico alla parola di Gesù sul pane della vita. La ragione ultima della disaffezione totale o parziale all’Eucaristia è da ricondursi alla crisi che tocca la risposta di fede e il senso di appartenenza alla comunità e alla sua missione. Se uno sta bene in una famiglia, è un punto d’onore e un bisogno personale prendere parte ai momenti più qualificanti della sua vita. Così dovrebbe essere per tutti i cristiani all’interno delle comunità parrocchiali. È compito dell’educazione alla fede riproporre la centralità dell’Eucaristia e il suo essere punto di arrivo e di partenza per la missione. Ma niente sarà così convincente come una esperienza eucaristica più appagante e una comunità più accogliente.

II) Un’altra serie di problemi nasce da un rapporto non privo di tensioni tra la celebrazione eucaristica e la comunità ecclesiale. Come non può esistere una Chiesa senza l’Eucaristia, così non è possibile l’Eucaristia senza la Chiesa. Non basta mangiare il Corpo di Gesù Cristo. Bisogna diventare “un solo corpo”. Cioè non si può celebrare l’Eucaristia senza lasciarsi plasmare dalle leggi della comunione che l’Eucaristia fonda ed esige.
Accenno rapidamente a due situazioni. La prima è quella che si viene a creare quando gruppi, associazioni e movimenti (che costituiscono una indubbia ricchezza per la Chiesa) chiedono di poter celebrare l’Eucaristia al sabato sera o alla domenica in maniera sistematica e “parallela”, disarticolata rispetto all’intera comunità, sottraendosi all’assemblea domenicale e alla totalità della comunità dei credenti. C’è un solo altare, una sola mensa, una sola assemblea. Il corpo del Signore non è impoverito solo da chi non va all’assemblea, ma anche da coloro che, sfuggendo dalla mensa comune, aspirano a sedersi ad una mensa privilegiata e più ricca. Se l’Eucaristia è condivisione, chi più ha ricevuto, più sia disposto a donare, anche quando ciò potrà sembrare perdere (cfr Il giorno del Signore, 10).
Di conseguenza “le messe per gruppi particolari si celebrino di norma non di domenica ma per quanto è possibile nei giorni feriali; in ogni caso le celebrazioni degli aderenti ai vari movimenti ecclesiali non siano tali da risultare preclusi alla comunità” (Il giorno del Signore, 33 e ECC, 81).
L’altro problema è quello relativo alla moltiplicazione immotivata, esagerata e inopportuna delle messe festive, con l’uso non giustificato della “binazione” o “trinazione” e con grave pregiudizio per la cura pastorale. Essa, oltre a provocare un eccessivo frazionamento della comunità, finisce per assorbire quasi tutto il tempo e le energie dei sacerdoti sottraendoli alle zone meno ricche di clero e ad altre attività che potrebbero rendere più bello e gioioso il Giorno del Signore. La celebrazione dell’Eucaristia è un antidoto contro la dispersione e non deve essere motivo di diaspora. Moltiplicare inopinatamente le messe è andare contro il senso dell’Eucaristia. Sul territorio, nelle cappelle, nei punti di riferimento comunitario deve andare l’annuncio del Vangelo e, soprattutto, il primo annuncio.

III) Una terza serie di problemi nasce quando il rapporto tra l’Eucaristia e la vita non si trasforma in testimonianza e missione. La convocazione eucaristica rimane semplicemente “rituale”, non è per il mondo e con il mondo: ”Una Eucaristia che non converte e non trasforma o non fa servi gli uni degli altri, rischia di essere solo scadenza di calendario e non attrae a Cristo” (ECC, 72).
La celebrazione eucaristica è epifania della Chiesa e progetto di comunione e missione da estendere alla vita di tutti i giorni. Ogni segmento rituale è un’indicazione di scelta di vita da incarnare nel quotidiano con la forza del “Corpo dato” e del “Sangue versato”. L’Eucaristia è memoria viva del sacrificio pasquale di Cristo perchè noi ne siamo memoria vivente nell’esistenza di tutti i giorni.

c.  Il Giorno del Signore è anche tempo della comunione, della testimonianza, della missione.

Il rapporto tra Eucaristia e vita inizia già alla domenica.
L’abbiamo anticipato quando abbiamo fatto cenno al Giorno del Signore come “giorno dell’uomo”.
La domenica, oltre a essere “un tempo per darci tempo” per ritrovare sé stessi e lasciarsi guardare da Dio, è il momento in cui dobbiamo trasformare “il tempo rubato” agli altri in tempo loro dovuto. Tra “le opere dell’ottavo giorno” (il giorno che completa il settimo ed evoca “il secolo futuro”) eccelle la carità, segno vero ed efficace della presenza del Risorto tra i suoi. La domenica è il giorno della famiglia, il giorno in cui è possibile dedicare un po’ di tempo ai parenti, agli amici, ai malati, ai lontani. Da questi gesti profondamente umani e cristiani tante persone si accorgeranno che è domenica anche per loro. Pure la visita al cimitero, se ben compresa, diventa l’annuncio della “domenica senza tramonto”. Non è solo rimpianto per chi non c’è più, ma un atto di fede e una professione di speranza. È soprattutto, infine, alla domenica che la parrocchia dovrebbe presentarsi come casa di tutti, casa aperta alla speranza, luogo di incontro, proposta di momenti aggregativi e festosi per rinsaldare i vincoli della fraternità e dare concretezza alla comunione.

Dimmi come vivi la domenica e ti dirò che cristiano sei!” (Paola Bignardi) è una frase ha fatto fortuna al Congresso eucaristico di Bari nel maggio scorso. Alla domenica, apriamo il cassetto dei sogni! La domenica deve costituire “uno sprazzo di cielo sulla terra” e al centro della festa risplende l’Eucaristia come “pegno del mondo che verrà”.
A partire dalla celebrazione eucaristica e dall’intera giornata della domenica la luce e la forza della Risurrezione passeranno per la bocca, il cuore, le mani e i piedi dei cristiani e la realtà dei giorni feriali, non più “grigia” e “opaca”, potrà essere trasformata in terreno dove fruttifica il Regno.



7. Dal Giorno del Signore ai giorni dell’uomo

Dalla domenica e dalla celebrazione dell’Eucaristia prende slancio e vigore la missione di comunicare il Vangelo – a cominciare dal primo annuncio – che si distende durante tutta la settimana fino ad una nuova convocazione domenicale. La Pasqua celebrata di domenica in domenica deve essere annunciata e, soprattutto, vissuta nella vita di tutti i giorni. La domenica e la celebrazione eucaristica rimangono il perno irrinunciabile della formazione alla fede, ma “una parrocchia dal volto  missionario deve assumere la scelta coraggiosa di servire la fede delle persone in tutti i momenti e i luoghi in cui si esprime” (Il volto missionario, 9). Una comunità parrocchiale, che vive la forza missionaria che si sprigiona dall’Eucaristia, deve avere la possibilità, attraverso “il ministero” e la competenza di tanti suoi figli, di intercettare la fame di senso, di gratuità e di vita, che emerge da parecchie invocazioni mute e da tanti comportamenti, forse, anche discutibili … orientandoli ad una forma di esistenza che arrischia l’avventura cristiana.
È il grande problema e il grande compito di ogni comunità cristiana: la generazione, la formazione e l’accompagnamento della fede di ragazzi, giovani e adulti fino alla sua statura più piena e matura. Come ho già avuto modo affermare ne “Il sogno del discepolo”, la Chiesa, all’interno di una comunità concreta come la parrocchia, deve riuscire a dialogare con ogni uomo e con ogni donna per proporre loro la salvezza in Gesù Cristo e coinvolgerli nel suo mistero pasquale per vivere in unità l’adesione al suo Corpo. Portare gli uomini a vivere “per Cristo, con Cristo e in Cristo” grazie allo Spirito che ci viene donato nei sacramenti (a cominciare da quelli dell’Iniziazione cristiana) e “fare i cristiani”, sempre nella forza dello Spirito, diventa la missione prioritaria di ogni comunità parrocchiale. Allora veramente l’iniziazione alla fede, il diventare o il ri-diventare cristiani, a partire dal primo annuncio, costtuisce l’impegno e la missione fondamentale della comunità cristiana. Ma, come dimostra chiaramente la verifica fatta da alcune parrocchie nei mesi passati, ancora questo problema è lungi dall’essere risolto. Ecco perché, allora, trovate in appendice i numeri e i testi de “Il sogno del discepolo” che sono ancora meritevoli non solo di più attenta riflessione, ma anche di un più puntuale e concreto impegno. Costituiscono la frontiera che ci vedrà impegnati nel prosieguo del nostro cammino diocesano e ci diranno se le nostre parrocchie sono in grado di generare alla fede o di ri-generare una fede adulta mediante degli itinerari catecumenali a partire dal primo annuncio, sul quale vorrei spendere qualche parola.



8. Il primo annuncio

Non si può dare per scontato che tra noi e attorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto il Vangelo di Gesù: le parrocchie devono essere dimore che sanno accogliere e ascoltare paure e speranze della gente, domande e attese, anche inespresse, e che sanno offrire una coraggiosa testimonianza e un annuncio credibile della verità che è Cristo”: è la prima delle sette proposizioni sintetiche nell’introduzione de “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”.
È un’affermazione chiara, decisa e coraggiosa che rivela una situazione preoccupante ed è specchio di un contesto obiettivamente missionario in cui c’è un assoluto “bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede” (Il volto missionario, 6). La missione di comunicare il Vangelo ha il suo punto di partenza nell’annuncio che Gesù Cristo crocifisso è risorto. È Lui la nostra speranza e l’unico salvatore di tutti, perché in Lui si compie la piena e autentica liberazione dal male, dal peccato e dalla morte. Lo scopo del primo annuncio è la scelta fondamentale di aderire a Cristo e alla sua Chiesa. È un annuncio che non sta solo nella parola, ma trova il suo supporto fondamentale nella testimonianza di vita che è servizio d’amore. Deve partire dal vissuto della persona ed è un compito di tutti e singoli i fedeli, non essendo necessaria altra investitura oltre quella dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana. Il primo annuncio è “un annuncio fondamentale”, “prioritario” non solo e non tanto in senso cronologico quanto in senso genetico e fondativo. Alla base di tutto l’edificio della fede sta “il fondamento … che è Gesù Cristo (1 Cor 3,11)” (cfr “Questa è la nostra fede”, n. 6).
Per un approfondimento più ricco e preciso rimando alla nota pastorale “sul primo annuncio del Vangelo” della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della CEI “Questa è la nostra fede” del 15 maggio 2005.
Aggiungo solo che la situazione esemplare e lo sfondo più appropriato del primo annuncio è la Veglia pasquale e, quindi, la  Pasqua settimanale. E il simbolo che sintetizza e racchiude la fede da comunicare è il segno della Croce: in esso ”noi professiamo il cherigma, il cuore del messaggio cristiano: l’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù, la trinità e unità di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Scaturito dalla Pasqua di Cristo, il segno della croce viene consegnato al cristiano nella sua Pasqua personale, il battesimo; apre e chiude il rito della Pasqua domenicale, l’Eucaristia; diventa il segno della fede espressa nella vita quotidiana, nei momenti di gioia e di sofferenza, fino alla Pasqua senza tramonto. Nel segno della croce ogni credente ritrova la sorgente della fede, le ragioni della speranza, la forza della carità” (Questa è la nostra fede, 16).
Il primo annuncio dona vivacità non solo ai primi passi di un cammino di fede, ma anche a tutte le tappe del suo sviluppo e della sua crescita. Tutte le azioni pastorali della parrocchia troveranno beneficio e freschezza se saranno sostanziate e rese solide dal primo annuncio: la catechesi che dovrà sempre ricondurre al cuore del messaggio cristiano, la celebrazione eucaristica, l’omelia, la testimonianza della carità.
Sappiate rendere ragione della speranza che è in voi, tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto …” (1 Pt 3,15): tali parole dell’apostolo Pietro ai cristiani del primo secolo, di una delicatezza unica, vengono a proposito a ridire qual è il compito più essenziale di una parrocchia e di un cristiano: dire la propria fede nell’accoglienza cordiale e gratuita, nel dialogo che si apre e non impone, nel contatto personale che sorprende e suscita interrogativi per la serietà, la concretezza e la gioia con cui si vive la propria appartenenza a Cristo e alla Chiesa.
Il primo annuncio e la comunicazione del Vangelo sono compiti di tutte le comunità cristiane e di tutti i battezzati. Una parrocchia dal volto missionario esige una coscienza ministeriale più alta e diffusa e, soprattutto, la formazione degli animatori. Proprio nella formazione degli animatori diocesani (non solo per l’annuncio, ma anche per gli altri servizi ecclesiali) la Chiesa di Anagni-Alatri è chiamata a investire di più, e non solo in termini economici. È fondamentale formare, attraverso iniziative nazionali o regionali, “formatori di animatori” per metterli a disposizione delle parrocchie. All’interno delle parrocchie stesse, nelle associazioni e nei movimenti, tra i “referenti” della missione diocesana, ci sono sicuramente tante persone disponibili che possono essere “attrezzate” alla missione di  comunicare il Vangelo anche con iniziative a livello diocesano (percorsi formativi al Leoniano e incontri con il vescovo). Da ultimo faccio presente che è partito il servizio diocesano al catecumenato ed è stato ricostituito il servizio diocesano al diaconato permanente e agli altri ministeri.
La vigna del Signore ha bisogno di tanti operai, generosi e sereni, dalla fede come credito illimitato nei riguardi di Dio che si trasformi in un servizio senza pretese. La speranza è che la vigna del Signore che è la nostra Chiesa sia una vigna che non deluda, in modo tale che il vendemmiatore, quando stenderà la mano nelle sembianze di persone che cercano il coraggio di vivere, possa trovare il vino che dà la gioia e non una bevanda imbevibile.
L’evangelizzazione e la domenica, con la celebrazione eucaristica che è fonte e culmine dell’annuncio, si propongono come punti qualificanti del nostro cammino di Chiesa e come metro di misura della nostra crescita e della nostra capacità di vivere nella città degli uomini con un supplemento di senso e con la gioia di essere testimoni del Risorto, speranza e futuro di vita non solo per la Chiesa, ma per tutta l’umanità.



9. L’Avvento e il Natale

Proprio al dovere della speranza, i cui nomi più significativi sono conversione, vigilanza, responsabilità, gioia e pazienza, ci richiama il capodanno liturgico e l’inizio dell’Avvento.
Questa lettera raggiunge le comunità parrocchiali della nostra Diocesi, ormai per tradizione, in concomitanza con l’inizio di un nuovo anno della Chiesa e l’avvio del cammino di preparazione al Natale. Stagione attesa, bella e suggestiva che ci chiama a regolare il nostro orologio sull’oggi. La liturgia dell’Avvento colloca la nostra esistenza di credenti tra due “venute” decisive del Cristo: una c’è stata, ed è l’”avvento” nella carne che riguarda il passato; l’altra ci sarà, e (oltre quella che riguarda la nostra vita personale) è la “venuta” nella gloria che conclude la storia e riguarda il futuro. In realtà ambedue le “manifestazioni” interessano l’oggi del credente, che non è chiamato a spostare indietro le lancette dell’orologio né a spingerle in avanti. Cristo è “già” venuto, ma va accolto oggi. Cristo deve “ancora” venire, ma deve essere atteso oggi nella vigilanza attenta e responsabilmente operosa.
Il nostro Dio prende l’iniziativa, ci stupisce, ci sorprende. E ciò fa appello alla nostra consapevolezza e responsabilità. Prima, però, dell’”andare incontro al Signore” c’è il fatto che è Lui che viene incontro a noi. Ci cerca e non vede l’ora di trovarci.

La prima parola della prima lettura della prima messa d’Avvento ci offre, custoditi dallo scrigno di una stupenda preghiera penitenziale, un “Padre nostro” antico e il grido struggente del profeta:
Tu, Signore, tu sei nostro padre,
da sempre ti chiami nostro redentore.
Perché, Signore,
ci lasci vagare lontano dalle tue vie
e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?
Ritorna per amore dei tuoi servi,
per amore delle tribù, tua eredità…
Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
Davanti a te sussulterebbero i monti” (Is 63,16-17.19).

Il dato fondamentale della nostra esperienza di fede e di vita cristiana è che la storia, come la nostra piccola esistenza, sono anticipate, avvolte e sostenute da un Amore che non sopporta le nostre “distrazioni” e la nostra lontananza. Questo Amore – chiamato in causa quale responsabile del mondo – ha preso sul serio il grido del profeta e ha “squarciato” i cieli, è “disceso” non occasionalmente, ma per rimanere con noi sempre; e non ai margini della nostra esistenza, ma al centro. Quello “squarcio” è una costante del rapporto tra Dio e il mondo. L’Incarnazione non è solo un fatto avvenuto una volta per tutte, ma una legge, un metodo di lavoro, la strada che Dio segue abitualmente per incontrare l’uomo. Di questo incontro la celebrazione dell’Eucaristia è il momento più alto e “sorprendente”. Davanti ad un Dio così è d’obbligo l’accoglienza, che germoglia dall’apertura e dalla disponibilità e che procura un altro “avvento”, quello del cristiano.
La manifestazione di un Cristianesimo scontato, abitudinario, irrilevante, banalmente ripetitivo, stanco e lamentoso sui mali del mondo non interessa più nessuno.
Servono cristiani contenti, gioiosi, pieni di speranza, attivi, sereni, nonostante tutto, che “costringano” i distratti ad accorgersi dello “squarcio” che si è prodotto nel cielo e a provare nostalgia per qualcosa di diverso. Del resto la povertà delle nostre domeniche e la qualità disadorna di alcune nostre messe sono un tributo alla verità, perché, forse, non siamo ancora delle comunità pienamente conviviali in grado di poter celebrare eucaristie davvero conviviali.
Nell’anno liturgico appena iniziato, alla domenica, avremo tra le mani il Vangelo di Marco, la cui apertura parla di un “principio”: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio …” (Mc 1,1). La buona notizia è che si può ri-cominciare sempre da Gesù Cristo, che è venuto per venire nel nostro cuore e rimanerci. Ecco il mistero e il dono del Natale: la possibilità di cominciare o ri-cominciare. Beninteso facendo finire il nostro vecchio “io” con il suo vecchio “mondo” di supponenza, di superbia, di lamenti, di scoraggiamento, di inerzia, di immobilità, di dubbi e di incertezze …
Tu scendi dalle stelle”, canteremo nei prossimi giorni. Il canto napoletano del XVIII secolo, di S. Alfonso de’ Liguori, ci ricorderà che il Figlio di Dio “è sceso e scende” per portare l’uomo all’altezza di Dio. L’invito e l’augurio è quello di saper pagare più di qualcosa e scendere dal trono della nostra superbia, delle nostre complicazioni, dei nostri comodi. Bisogna “scendere”: è Natale! Poi ancora risuonerà il latino medievale dell’ “Adeste, fideles!”. E saremo invitati al movimento verso Cristo e tutti coloro che si identificano con Lui. “Venite, fedeli!”: siate creature capaci di movimento verso Cristo che si nasconde nell’uomo. È Natale!
Infine “Stille nacht!”. Il canto austriaco di fine 800, ci trasmetterà con le sue note la nostalgia del silenzio, della riflessione, della quiete … Ritrovare e recuperare, con il silenzio, la riflessione e la preghiera, il baricentro della nostra esistenza e la coscienza di essere figli e fratelli è uno dei doni più belli del Natale!
Un po’ di silenzio per essere più capaci di ascoltare; scendere dal proprio piedistallo per arrivare a misura di volti; muoversi con speditezza verso gli altri: saremo capaci di lasciarci avvolgere dal mistero del “Dio – con – noi” facendoci prendere per mano dal canto di Natale? È il mio augurio e la mia preghiera.

Saluto con affetto tutti e ciascuno benedico di cuore

+ Lorenzo Loppa

27 novembre 2005
1^ Domenica di Avvento





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a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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