La fede sconfigge la paura - Diocesi di Anagni-Alatri

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La fede sconfigge la paura

Annuario Diocesano > Vescovo > Interventi del Vescovo
Lettera Pastorale 2017



Un capello e un bicchiere d’acqua:
appunti di viaggio per tutti i cristiani che lavorano nella Scuola
 


Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono.
Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta
che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.
Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo:
«Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro:
«Perché avete paura, gente di poca fede?»
Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia.
I presenti furono presi da stupore e dicevano:
«Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?».
(Mt 8,23-27)


 
 
 
Uno dei racconti più impressionanti dei Vangeli Sinottici è quello della tempesta sedata (cfr pure Mc 5,35-41 e Lc 8,22-25). C’è quel Cristo che dorme placidamente sulla barca, e sembra indifferente al dramma che vivono i suoi amici terrorizzati e sballottati dalla bufera. E’ incredibile. L’unica volta, nei Vangeli, in cui viene presentato Gesù mentre dorme, ciò si verifica in una circostanza in cui, dal nostro punto di vista, non avrebbe dovuto abbandonarsi al sonno.  Un’interpretazione sbrigativa del passato vedeva nell’episodio la nostra esistenza in difficoltà tra le onde impazzite della vita. L’importante era avere Gesù a bordo e tutto sarebbe filato per il meglio. Cristo era visto come amuleto, come assicurazione contro tutti gli infortuni della vita. Troppo semplice e scontato, ma poco aderente al senso del racconto. Il quale, riflettendo forse una situazione di pericolo della comunità primitiva e alludendo a situazioni analoghe del presente, mette piuttosto in evidenza una carenza preoccupante nell’equipaggio. L’epicentro del racconto sta nella domanda soffusa di rimprovero da parte di Gesù: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8,26) ; “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40). Gesù costata che la fede dei suoi amici non esiste o, se c’è, è rachitica, deboluccia, incerta. D’accordo, la tempesta, secondo il testo, non è una semplice burrasca, ma uno sconvolgimento terribile, quasi cosmico (seismòs mègas).



 
 
Il contrario della fede non l’incredulità, ma la paura
 
E il Signore “dorme”, non parla, è apparentemente assente. Abbiamo qui un episodio emblematico della situazione della Chiesa al termine del primo secolo, ma anche uno spaccato della situazione attuale! La nostra fede dov’è? Più che svegliare Gesù, dobbiamo svegliare la nostra fede o, meglio, chiedere a Lui che la liberi da ogni paura. Il contrario della fede non è l’incredulità, ma la paura. E la paura è l’atteggiamento dell’uomo che, di fronte al pericolo che lo minaccia e di fronte ai guai della vita, reagisce come se Dio non esistesse!

Oggi le ferite dell’umanità sono tante: guerre in diversi paesi e continenti; terrorismo e criminalità organizzata; abusi subiti da bambini, migranti e vittime della tratta. Contribuiscono, inoltre, ad ingrossare il mare che attraversiamo e a renderlo tempestoso l’individualismo galoppante; la devastazione dell’ambiente; la cultura dello scarto; le calamità naturali; una deriva liberista e radicale che maltratta e mortifica la famiglia, abbandonata dalla politica; la caduta libera dello sviluppo demografico; il dramma della disoccupazione …

Abbiamo mille una ragione per aver paura, ma non dovremmo averne perché Cristo “morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita” (Prefazio di Pasqua I). Se avessimo fede come un granello di senape, sposteremmo le montagne, sconfiggeremmo tutti i violenti del mondo, vestiremmo di festa i piccoli e gli abbandonati. Se avessimo fede, gli alberi si trapianterebbero in mare e le montagne si sposterebbero come le quinte di un teatro. Noi, però, abbiamo forse tonnellate di religione, ma non abbiamo un granello di fede. Ecco perché abbiamo paura. Ecco perché non vediamo il nuovo che batte alla porta e le gemme che tentano di sbocciare ogni giorno. Ecco perché non vediamo i semi della risurrezione germogliare nei deserti aridi della vita di tutti i giorni. Aver fede significa credere in un Dio che è responsabile del mondo e della storia e che ha speso la Sua responsabilità nella Risurrezione del Crocifisso primizia flagrante di tutta un’umanità rinata dalla morte.

 
 
I giovani e la fede

Da questo punto di vista, allora, dobbiamo riconoscere che i problemi più grandi che ci sovrastano non sono quelli che vengono enumerati ogni giorno dai notiziari con una puntualità impressionante. Il problema vero che abbiamo e lo spazio più urgente di cui tornare a occuparsi con decisione è l’educazione. E’ nella generazione non solo fisica, ma umanamente piena degli uomini e delle donne di domani la punta di diamante del nostro investimento per il futuro. Noi adulti, a tutti i livelli e in qualsiasi ambito, dovremmo fare più spazio a ragazzi e giovani, perché essi possano sentirsi accolti, stimati, amati. Occorre, veramente, favorire un ponte tra le generazioni.

La “frattura fra le generazioni” certamente esiste e pesa; ma è l’effetto e non la causa della mancata trasmissione delle certezze e dei valori. Allora, noi adulti dobbiamo riassumerci in pieno le nostre responsabilità, ritrovare ogni giorno la fiducia nella vita, perché l’anima della vera educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile (cfr Lettera di Benedetto XVI alla Diocesi di Roma sul compito dell’educazione del 21 gennaio 2008). Più volte abbiamo avuto modo di sottolineare che l’educazione è “il capolavoro della speranza”, perché chi pone mano alla formazione dei ragazzi e giovani lavora per il futuro senza trascurare il presente. Chi si dedica alla maturazione degli uomini e delle donne di domani trasmette vita, valori, capacità di senso, ragioni di esistenza, fiducia in un mondo diverso, più degno dell’uomo e, quindi, più degno di Dio. Chi educa compie un capolavoro, perché collabora all’opera della creazione e partecipa con Dio a plasmare l’umana esistenza.

Ma uno degli avamposti di futuro più significativo e uno degli spazi maggiori di investimento (forse il più esteso) per il domani è la Scuola! In questo crogiolo di umanità e di vita i nostri bambini, i nostri ragazzi e i nostri adolescenti trascorrono gran parte delle loro giornate per nove mesi l’anno. Le ore che gli studenti passano a scuola non dovrebbero mai essere materiale di scarto. Dipende da noi adulti, in primis dagli Insegnanti, farle diventare moneta sonante per la crescita delle nuove generazioni. Mi rivolgo con stima ma, soprattutto, con affetto agli Insegnanti, e non solo a quelli di Religione. Mi rivolgo, soprattutto, ai cristiani che lavorano nella Scuola, perché facciano innamorare i ragazzi della vita. Cristo cerca sempre e ancora volti per rivolgersi a loro. Gli Insegnanti “stanno” con i ragazzi e i giovani, vivono con loro. La loro pratica di umanità e il loro amore alle persone, la loro fiducia nel futuro e nella vita parlano di Gesù Cristo Risorto senza nominarlo mai. Possono e devono costruire personalità con i fiocchi.

La Scuola è stata lo spazio e l’impegno pastorale primo di don Lorenzo Milani, Priore di Barbiana.  Era aperta 365 giorni l’anno per 12 ore al giorno. Si caratterizzava per un legame profondo con la vita e problemi sociali. Vi si imparavano le materie classiche, ma anche le lingue, la pittura, la politica, la Costituzione, e perfino la consultazione delle carte stradali e dell’orario dei treni. Gli articoli dei giornali erano letti e riletti, per coglierne la sostanziale validità o scoprirne le ambiguità e le menzogne. L’insegnamento, basato sulla parola, era finalizzato al potersi e sapersi esprimere con correttezza ed efficacia per farsi capire e per poter capire gli altri, relazionandosi a loro in una dimensione di solidarietà. Della Scuola, don Lorenzo Milani, tra l’altro, diceva: “Essa mi è sacra come un ottavo Sacramento. Da lei mi attendo (e forse ho già in mano) la chiave non della conversione, poiché questa è segreto di Dio, ma certo della evangelizzazione di questo popolo” (L. Milani, Tutte le opere, Mondadori 2017, Tomo I, p. 226).

Queste parole sul rapporto tra la Scuola e il Vangelo, cioè la buona notizia di un Amore presente in ogni vita e custode della dignità di ogni persona, mi riportano agli operatori scolastici e, in particolare, agli Insegnanti. Penso ad adulti degni di fede, che hanno fiducia nel futuro e nella bontà della vita, credenti autorevoli con una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento. Essi sono testimoni competenti ed entusiasti dell’amore di Dio e del servizio ad un progetto che vivono con fedeltà ed impegno. Sono uomini e donne della Chiesa nella Scuola, discepoli missionari, che permettono alla comunità cristiana l’uscita su un territorio importante per la crescita delle nuove generazioni. A loro e alle comunità ecclesiali di cui fanno parte ricordo due passaggi del “Discorso missionario”, riportato nel Vangelo di Matteo, molto importanti per il compito di chi deve essere un segno dell’Amore di Dio nella Scuola: il primo riguarda l’invito a non aver paura e a perseverare nelle difficoltà di ogni tipo; il secondo riguarda il contenuto della missione nella Scuola e negli altri ambienti di vita.
          

 
Non abbiate paura”

Nel ricordare le difficoltà e i pericoli connessi con l’annuncio del Vangelo (la persecuzione, la discriminazione, l’esclusione), Gesù per tre volte rassicura i suoi discepoli: “Non abbiate paura” (Mt 10,26.28.31). Vale la pena di leggere tutto il brano:
“Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di moti passeri!” (Mt 10,26-31).

La paura di cui parla Gesù è il timore che può afferrare il cristiano nel momento in cui deve confermare la sua fede. Il pericolo, allora, sarà quello di conservare nel segreto la buona notizia che invece deve essere portata alla conoscenza di tutti. Il Vangelo non assicura nessuna immunità contro i pericoli. La fede lascia filtrare l’acqua minacciosa da tutte le parti. Essa apre un varco nella vita di noi cristiani. E lì si infilano le tempeste più devastanti. Ma, attraverso quel varco “provvidenziale”, passa anche e soprattutto una Presenza. La paura tenta di paralizzarci, ma la coscienza che la Pasqua è stata ed è la vittoria decisiva contro il male e la morte risveglia la fede e riduce il timore.

Questo testo del Vangelo spesso è stato accostato con un proverbio non proprio autenticamente evangelico: “Non si muove foglia che Dio non voglia”. Invece, al mondo, si muovono tante foglie e Dio non è d’accordo. Non stiamo qui a ricordare le ferite della terra. Il brano, invece, ci ricorda che nemmeno un passerotto o un capello del nostro capo cadono senza che Dio ne sia coinvolto. Nessuno, cioè, mai cadrà fuori dalle mani di Dio e del Suo amore. Nessuno sarà mai sottratto alla Sua presenza. Nulla accade “senza il Padre”. Nessuno avrà mai a soffrire qualcosa senza il Padre e senza che il Suo Amore ci dia un appuntamento decisivo nei momenti più bui. “Non abbiate paura … Voi valete  più di molti passeri!”.

Questa convinzione dobbiamo raccontarla a tutti, soprattutto ai ragazzi e ai giovani: “Quello che ascoltate all’orecchio voi predicatelo sui tetti”; cioè al posto di lavoro, nella Scuola, negli incontri di ogni giorno annunciate che Dio si prende cura di ognuno dei Suoi figli, che c’è qualcosa di assolutamente indissolubile per Lui, ed è il Suo rapporto con noi. Noi valiamo più di molti passeri, più di tutto ciò che esiste al mondo. Noi valiamo più di quanto osiamo pensare e sperare.



“…un bicchiere di acqua fresca”

Al temine del discorso sulla missione, infine, dopo aver messo avanti le esigenze della sequela e la radicalità della scelta di fede, Gesù sottolinea la necessità  e la possibilità di rapporti nuovi con il prossimo. E il discorso missionario si chiude con un tocco di convivialità e di delicatezza:
Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa” (Mt 10,42).

L’impressione di serietà e di durezza della parola di Cristo viene mitigata da un tocco di umanità. Questa frase dolcissima (“Chi avrà dato anche solo bicchiere di acqua fresca …”) ci ricorda che l’amore e la croce sono anche in una piccola cosa come un “bicchiere di acqua fresca”. Un gesto così piccolo che anche il più povero di noi può permettersi. Un gesto non banale, ma vivo … reso più significativo da quell’aggettivo (“fresca …”). Cioè acqua adatta e buona per la grande aridità in cui i nostri ragazzi e giovani a volte vivono; un’acqua attenta alla sete dell’altro; un’acqua procurata con cura, un’acqua affettuosa che proviene direttamente dal cuore … Nulla è troppo piccolo per il Signore … Il verbo amare nel Vangelo è sempre accompagnato da un verbo d’azione: “dare”, un verbo di mani …



Camminando con i giovani si edifica l’intera comunità cristiana

A tutti coloro che operano nella Scuola, agli Insegnanti soprattutto, rivolgo l’augurio di venire incontro con competenza, coerenza, attenzione e affetto alla sete di vita e di senso dei nostri ragazzi e dei nostri giovani! Alle comunità cristiane raccomando vivamente la cura, il sostegno, la compagnia cordiale e affettuosa per tutti coloro che hanno tra le mani le chiavi della crescita e della maturazione delle nuove generazioni. Sarà questo uno dei segreti dell’ “uscita missionaria” delle comunità ecclesiali e del loro ringiovanimento a sostegno del “nuovo” che nasce!



Anagni, 17 settembre 2017
2° Giornata diocesana della Scuola

† Lorenzo Loppa


Interventi del Vescovo

a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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