Studenti e Famiglie: abitare la Scuola da cristiani - Diocesi di Anagni-Alatri

Anagni Alatri
Diocesi di Anagni-Alatri
Diocesi
-
di
i nostri social
Vai ai contenuti

Menu principale:

Studenti e Famiglie: abitare la Scuola da cristiani

Annuario > Vescovo
Lettera Pastorale 2018

Agli Animatori e ai Fedeli
della Diocesi di Anagni-Alatri

Carissimi,

nella messa conclusiva del terzo Convegno diocesano dedicato al rapporto tra comunità cristiana e scuola, lo scorso 30 settembre, il Vangelo faceva risuonare queste parole:

“In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva» (“Maestro, quell’uomo non era dei nostri”, recitava la traduzione precedente). Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi»” (Mc 9,38-40). La risposta di Gesù evidenzia lo stridente contrasto tra la mentalità settaria, meschina, esclusivistica e intollerante degli apostoli e la larghezza, la tolleranza, la magnanimità dello spirito aperto del Maestro. Dio dona con generosità, il suo Spirito opera imprevedibilmente in territori sconfinati. E l’uomo spesso si dimostra incapace di vedere largo, di rallegrarsi per questo lavoro dello Spirito dappertutto. Cristo, invece, afferma che chiunque aiuti il mondo a fiorire “è dei nostri”.

Chiunque semina amore, responsabilità, coscienza, disponibilità, dignità “è dei nostri”, è di Cristo. Origene diceva: “I cristiani sono amici del genere umano”; o, come afferma il Siracide, sono “amici della vita” (cfr Sir 4, 12).



Il Regno di Dio è più grande della Chiesa

Personalmente sono convinto che è impossibile che la Parola di Dio non ci dica qualcosa di significativo in ogni circostanza della vita. E la Parola di Dio che di solito chiude i nostri Convegni ha sempre dei riflessi d’oro. Si può essere di Cristo senza essere del gruppo dei Dodici. Si può essere uomini e donne di Cristo senza essere uomini e donne della Chiesa, perché il Regno di Dio è più grande della Chiesa, e la Chiesa finirà, mentre il Regno dei cieli no.

Abituarsi a questo sguardo sereno, pacato, libero sulla vita; allenarsi a pensare che lo Spirito non può essere imprigionato da alcun recinto, per quanto sacro, è fondamentale per noi cristiani. Ed è importante soprattutto quando guardiamo alla scuola, alle sue risorse, ai suoi tesori di umanità e di vita, al cantiere educativo di cui è titolare, agli scopi che persegue, alle persone che la abitano, come anche ai suoi problemi, alle sue difficoltà, agli ostacoli in cui si dibatte, ai tornanti difficili che è costretta ad affrontare dal punto di vista burocratico, amministrativo, didattico …

È necessario che noi cristiani amiamo di più la scuola, riportandola al centro della nostra stima, del nostro interesse e del nostro impegno. Purtroppo la scuola non è ancora quel valore che meriterebbe di essere nel cuore di noi cristiani. Farla diventare di nuovo un bene grande per tutti è il primo passo, come abbiamo avuto modo di dire nel 2016.

L’anno scorso, invece, abbiamo cercato di stare più vicini agli insegnanti, ai dirigenti e al personale non docente. Tutti coloro che lavorano nella scuola, soprattutto gli insegnanti, possono e debbono far innamorare i ragazzi della vita.



I giovani, veri protagonisti della scuola

Quest’anno vogliamo accompagnare di più gli studenti e le famiglie perché abitino la scuola da cristiani. Il Convegno di Fiuggi (29 e 30 settembre u.s.) ha indirizzato il nostro sguardo sui fruitori della scuola. In tempi in cui da parecchie parti si denuncia la rottura del patto educativo tra famiglia e scuola, stare più vicini agli studenti e ai loro genitori costituisce senz’altro un buon passo per riannodare i fili di un’alleanza disattesa. Dio lavora nella scuola, attraverso tantissime persone, parecchie delle quali non hanno riferimenti o connotazioni confessionali. Pure i cristiani sono tanti nella scuola, soprattutto tra le famiglie e gli studenti. Ma, spesso, non emerge la qualità della loro fede e il loro legame con la comunità cristiana.

Le famiglie non possono dimenticare che il primo e fondamentale ruolo dell’educazione spetta a loro (cfr Costituzione italiana, artt. 30 e 31).  Che il loro rapporto con la scuola non è una delega totale e definitiva sul piano della responsabilità educativa. La scuola ha nei confronti dell’azione familiare un compito sussidiario ed integrativo (cfr CEI, Fare pastorale della scuola oggi in Italia, n. 37). In realtà i veri e unici destinatari dell’impegno educativo e didattico della scuola sono gli alunni, studenti e scolari. La scuola esiste per loro. Il compito della comunità cristiana è far maturare la loro appartenenza ecclesiale in responsabilità da spendere nei vari spazi dell’attività scolastica e nelle varie forme di partecipazione che la legge a loro riconosce, secondo le misure e i modi consentiti alla loro età (cfr Fare pastorale della scuola …, n. 41).

È vero, quando si parla della scuola, si dimentica che a esserne non solo fruitori, ma attivi e decisivi protagonisti, sono le ragazze e i ragazzi che la frequentano. Una visione paternalistica un po’ vecchia riteneva di poter affidare esclusivamente agli adulti la responsabilità dell’impresa educativa, assegnando ai giovani il ruolo riduttivo di “oggetti” degli sforzi degli educatori. Oggi appare sempre più chiaro che il rapporto asimmetrico tra quanti sono chiamati a svolgere il ruolo di genitori e di insegnanti da una parte, e i loro figli ed alunni dall’altra, non esclude, anzi implica, una reciprocità destinata ad esprimersi come franco dialogo, cooperazione responsabile,  riconoscimento dei rispettivi diritti.



Lasciarsi “educare” dai giovani

Nella scuola questo comporta che il doveroso esercizio dell’autorità da parte di dirigenti e docenti non può e non deve mai essere disgiunto dalla disponibilità all’ascolto e al confronto con coloro che ne sono destinatari. Il vero educatore non si trincera nel muro delle proprie certezze e delle proprie convinzioni per imporre unilateralmente le regole del cammino comune, ma sa lasciarsi a sua volta “educare” dai più giovani, dalle loro risorse, dalle loro esigenze, dalle loro domande, discernendo in esse ciò che va corretto ed eventualmente lasciato cadere, e ciò che invece costituisce una felice novità e apre lo spazio a nuove e inaspettate possibilità. Così, nelle aule scolastiche, un sano protagonismo degli studenti è fondamentale per rimettere in discussione strutture e convinzioni del passato, in un confronto coraggioso col presente che irrompe.

Guai a sottovalutare o, peggio, liquidare questo ribollire di istanze, di esperienze, di problemi, spesso estranei alla formazione ricevuta a suo tempo dal professore, come frutto superficiale di mode passeggere, da cui prescindere per puntare su ciò che di essenziale e di permanente la scuola può offrire, evitando il rischio di parlare a interlocutori inesistenti, mentre quelli reali sbadigliano annoiati da discorsi per loro incomprensibili. Non si tratta di rinunziare  alla sostanza di ciò che si vuole trasmettere, inteso come patrimonio culturale e come nucleo di valori che trasforma l’istruzione in educazione, ma di tradurre costantemente le proprie  parole e i propri concetti nel linguaggio di coloro a cui si parla.



Studenti responsabili e maturi

Ciò però comporta da parte degli studenti un’assunzione delle proprie responsabilità, proporzionate naturalmente alle diverse fasce di età a cui appartengono. Non si può chiedere rispetto se non se ne dà. Non si può chiedere fiducia, se non si è in grado mantenere gli impegni presi. Non si può, insomma, chiedere di essere trattati come maggiorenni in senso morale e poi invocare la propria condizione di minorità anagrafica per giustificare le proprie inadempienze. Oggi c’è questo pericolo. Faccio solo un esempio: il diritto degli studenti a indire mensilmente delle assemblee di istituto, che dovrebbero essere una preziosa occasione sia di formazione che di partecipazione alla vita della scuola e della società, spesso si riduce di fatto a un “diritto alla vacanza”, per la diserzione in massa dei ragazzi, che preferiscono starsene a casa o andare a spasso.

Soprattutto dovremmo aiutare gli studenti a superare l’idea, proveniente da un tempo e una logica paternalistica, che alla fine dei conti quello di far funzionare bene la scuola sia un problema del dirigente e dei professori. Le conquiste del movimento studentesco, la maturazione di una diversa coscienza di sé da parte dei giovani,  hanno felicemente messo in evidenza i loro diritti. Non sempre è altrettanto chiaro che a questi ultimi corrispondono dei doveri, e non tanto verso gli altri (per esempio verso i genitori che magari hanno fatto tanti sacrifici per far studiare il figlio o la figlia), quanto innanzi tutto  verso sè stessi.



Il ruolo dei genitori

In questa maturazione devono avere un ruolo decisivo i genitori. Oggi sembra essersi  diffusa la triste tendenza, da parte di molti di loro, a considerare la scuola una controparte, nei cui confronti rivendicare le ragioni più o meno reali dei propri figli, reagendo con violenze verbali e talora perfino fisiche ad ogni valutazione o provvedimento che li penalizzi. Segno di una crisi educativa all’interno della stessa famiglia, dove spesso si è smarrita l’idea che la capacità di dire dei “no” e di adottare degli opportuni mezzi di correzione faccia parte integrante di una educazione degna di questo nome.

Oggi i giovani crescono in una “cattedrale” tecnologica, dalla quale non si vede il cielo. I ragazzi stessi sono dei piccoli tecnocrati che vivono l’ambiente scolastico come un ambiente disumanizzante. Allora bisognerebbe ripartire dalle persone, dai volti, dalle relazioni, dall’incontro …



Ricostruire il patto educativo tra scuola e famiglia

Se scuola e famiglia vogliono far fronte al potere dilagante dei nuovi mezzi di comunicazione, che tendono a sostituirne l’influenza, riducendola ai minimi termini, scuola e famiglia devono stringere una nuova alleanza, ancora più forte che nel passato, per procedere insieme nell’offrire alle nuove generazioni un orizzonte di valori condiviso, traducendolo in buone pratiche quotidiane.

Questo richiede da un lato che la famiglia abbia più fiducia nella scuola, dall’altro che non si  illuda di poter delegare ad essa l’educazione dei figli. E’ indispensabile una cooperazione, che deve trovare il suo sostegno in un costante dialogo tra genitori e insegnanti. I ricevimenti delle famiglie non possono servire solo a dare e ricevere comunicazioni sul rendimento scolastico!

Dal canto suo, la scuola deve aprire le proprie porte alle famiglie, superando il timore che la loro partecipazione alla vita scolastica possa compromettere la legittima autonomia di insegnamento e di valutazione da parte degli insegnanti. In questo dialogo, sarà interesse degli stessi genitori che il docente sia esigente nell’esercitare i propri compiti professionali. Nel contempo, però, toccherà a loro far presenti quegli aspetti della personalità del loro figlio che a scuola non emergono e che è invece importante conoscere per la sua formazione complessiva.

La strada per realizzare questo dialogo fecondo non è breve, ma avere chiara la sua direzione può essere già un buon primo passo.

Ripristinare il patto educativo tra famiglia e scuola è fondamentale. Si lavora tutti per lo stesso obiettivo: la formazione e la crescita integrale dei ragazzi e dei giovani. Affiancare e sostenere i genitori nel loro compito educativo, specialmente in riferimento alla scuola, deve essere un onere e un impegno grande per la comunità cristiana. È bene attivarsi affinchè, da un lato, la famiglia coltivi e alimenti la fiducia nei confronti della scuola e degli insegnanti, dall’altro, i docenti non avvertano come una fastidiosa invadenza la presenza dei genitori nella scuola.

Gettare ponti tra scuola e famiglia, contribuendo ad eliminare la solitudine educativa di tanti genitori, deve essere uno degli impegni principali della nostra comunità di fede (cfr Papa Francesco, Discorso ai Membri dell’Associazione Genitori, 7 settembre 2018).



Abitare la scuola da cristiani

Il rapporto dei cristiani con la scuola si configura con le immagini evangeliche del seme e del lievito. Non ci interessiamo della scuola perché vogliamo spazi e luoghi da “invadere”; né tantomeno per imporre programmi e contenuti. Vogliamo aiutare la scuola a perseguire i suoi fini, a fare bene il suo lavoro. Ecco perché vogliamo essere più vicini agli operatori scolastici, alle famiglie e gli studenti, per sostenerli con chiarezza in merito ai criteri di impegno come la partecipazione, il dialogo e la collaborazione critica:
  • la partecipazione, intesa come contributo alla soluzione dei problemi in quanto gesto d’amore e di servizio da spendere negli organismi presenti istituzionalmente nella scuola;
  • il dialogo, che senza rinunciare alla propria identità consente di confrontarsi con gli altri, andando loro incontro anche quando non se ne possono comprendere, e tanto meno condividere, le opinioni e le scelte;
  • la collaborazione critica ai progetti messi in cantiere dall’istituzione scolastica, con pazienza, con rispetto, con realistica accettazione dei limiti (cfr Fare pastorale della scuola …, n. 34). “L’assenteismo, il rifugio nel privato, la delega in bianco non sono leciti a nessuno, ma per i cristiani sono peccati di omissione” (CEI, La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, n. 33).
Oltre alla partecipazione, al dialogo e alla collaborazione critica, i cristiani portano nella scuola alcune scelte di campo, tra le quali fondamentale appare il primato dell’educazione, individuato come impegno deciso per il futuro del mondo. Soprattutto l’educazione degli uomini e delle donne di domani “deve essere condotta in modo da suscitare uomini e donne non tanto raffinati intellettualmente, ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo” (GS, n. 31).



Il contributo delle Associazioni dei genitori e degli studenti

Il contributo specifico dei genitori alla costruzione della scuola-comunità passa attraverso impegni concreti quali:
  • l’attenzione ai problemi dell’orientamento, della ripetenza, degli abbandoni, dell’inserimento degli alunni meno fortunati;
  • la vigilanza sui servizi e le strutture messe a disposizione dalla scuola;
  • l’interesse e la cura per gli interventi operati dalla scuola sui temi sensibili come l’educazione all’affettività, l’informazione sanitaria, l’educazione socio-politica;
  • la collaborazione offerta per la concreta attuazione dell’insegnamento della Religione cattolica e delle discipline alternative.

Le Associazioni dei genitori sono necessarie di fronte a questo quadro, perché garantiscono l’informazione, la documentazione, la continuità (nel rapido avvicendarsi delle famiglie), gli indispensabili collegamenti a livello sociale ed ecclesiale.
È giusto ricordare l’opera svolta dall’A.Ge nella scuola statale e dall’A.Ge.S.C. nella scuola cattolica.  Sicuramente dovremo tenere presenti queste Associazioni non solo e tanto per una struttura formale e un’appartenenza esplicita quanto per la sensibilizzazione delle nostre famiglie e l’animazione di gruppi-famiglia in funzione di una presenza efficace nella scuola (cfr Fare pastorale della scuola …, nn. 37-39).

Anche altre associazioni ecclesiali degli studenti possono svolgere un’azione analoga nei confronti dei loro coetanei e animare la loro presenza da “cristiani nella scuola”. Penso al Movimento studenti di Azione cattolica (MSAC) e ad altre forme associative. E’ importante che i ragazzi e i giovani ritrovino la strada di un sano protagonismo, non antagonistico nei riguardi delle altre componenti scolastiche, individuando gli ambiti concreti di impegno. “Di fronte alla caduta di interesse per la partecipazione, bisogna anzitutto recuperare il senso e il valore della vita di classe, dando consistenza alle Assemblee previste dai Decreti Delegati e impegnandosi soprattutto perché nel Consiglio di classe la presenza degli studenti sia propositiva” (Fare pastorale della scuola …, n. 42). Spazio prezioso di testimonianza e di proposte possono e debbono risultare le Assemblee, i Consigli di Istituto e i Consigli di Classe.



Conclusione

Mi avvio alla conclusione con un suggerimento, alcuni ringraziamenti e un augurio.

Innanzitutto guardo alle nostre parrocchie e al loro cammino per annunciare la gioia del Vangelo. E’ importante che in ognuna di loro, magari in sintonia con le altre comunità vicine, ci sia un piccolo gruppo di animatori che aiutino tutti a guardare il territorio “scolasticamente”. In particolare Tra gli animatori, un ruolo importante dovrebbe essere quello svolto dagli animatori della pastorale scolastica. Non possiamo continuare a disattendere uno spazio in cui il Signore sicuramente lavora e in cui c’è bisogno di una testimonianza qualificata non solo di chi lavora nella scuola, ma anche di studenti e famiglie.

Formulo, inoltre, un sentito “grazie” prima di tutto al Professor Giuseppe Savagnone, insegnante di Storia e Filosofia in pensione, collaboratore di “Avvenire” e stimato pubblicista, per il contributo di riflessione e approfondimento che mi ha offerto e da cui ho avuto modo di attingere. Ringrazio e saluto poi il Professor Mirko Campoli, Direttore dell’Ufficio Scuola della Diocesi di Tivoli, per il suo intervento di base al nostro Convegno diocesano 2018; la Dottoressa Serena Zurma dell’Associazione Italiana Genitori, il Dottor Lorenzo Zardi del Movimento Studenti di Azione Cattolica (MSAC) e il Dottor Igor Traboni per l’animazione della tavola rotonda. Invio, infine, un saluto riconoscente a tutti coloro che in qualsiasi maniera e sotto qualsiasi aspetto hanno contribuito alla organizzazione e all’attuazione del Convegno, soprattutto alla Professoressa Maria Pia Ippoliti e ai suoi collaboratori dell’Ufficio Scuola diocesano.

Concludo con una speranza e un augurio. Nell’ottobre scorso si è celebrato il Sinodo dei vescovi dedicato all’accompagnamento dei giovani nella ricerca del sogno di Dio su di loro e di una vita che si realizzi nella gioia dell’amore. Il Sinodo è un piccolo Concilio, un evento di Chiesa straordinario che non può lasciare le cose come prima. Le conclusioni dell’Assise sinodale sono state consegnate a Papa Francesco da cui aspettiamo delle indicazioni autorevoli. Di due cose, però, sono sicuro.

La prima è che è già in atto una bella primavera di cui beneficeremo tutti. La domanda sulla trasmissione della fede alle giovani generazioni è una domanda della Chiesa su sé stessa e sulla sua forza di irradiazione. Questa richiede in maniera impellente una conversione spirituale, pastorale e missionaria da parte di tutti e di ognuno di noi, delle nostre comunità. Siamo capaci di trasmettere la fede agli uomini e alle donne di domani? Siamo capaci di accoglienza, relazione, ascolto, dialogo, umanità? Siamo capaci di guardare i ragazzi e i giovani come li guarderebbe Gesù? Se non ci sentiamo all’altezza, dobbiamo provvedere subito! La conversione non è un evento “una tantum”, ma un atteggiamento di tutti i giorni e una legge di vita.

La seconda mia convinzione è che questa primavera, favorita da una pastorale giovanile in chiave vocazionale più puntuale, più continua ed efficace, si possa intravvedere e addirittura aiutare a sbocciare anche nella scuola. Una primavera che deve far leva sull’amore alla scuola in quanto bene comune della società; sulla fiducia e valorizzazione di tantissime persone, soprattutto studenti e docenti; su un nuovo patto educativo tra scuola e famiglia.
La scuola è la più grande agenzia educativa del mondo e merita più stima e più attenzione da parte di tutti, a cominciare dalla politica. Affiancare e accompagnare alunni e famiglie “nell’abitarla” è un onore e un compito straordinario per noi cristiani. Abbiamo grande fiducia che i segni di una bella stagione di ripresa per un ringiovanimento della nostra speranza possano venire dalla scuola e da coloro che vi lavorano e ci vivono.

A tutti buon cammino!
Anagni, 2 dicembre 2018
I Domenica di Avvento

+ Lorenzo Loppa





a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
Torna ai contenuti | Torna al menu