La porta della misericordia - Diocesi di Anagni-Alatri

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La porta della misericordia

Annuario > Vescovo > 2016
Omelia Giubileo Diocesano della Misericordia
Gal 5,18-25; Mt 25,31-46

“Non si vede bene che con il cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”
(A. de Saint Exupery, Il piccolo principe)



La porta della misericordia è lo sguardo. O meglio: uno sguardo alla realtà con gli occhi più vicini al cuore che alla testa; uno sguardo capace di notare ciò che è invisibile agli occhi, che riconosca nelle persone più sommesse e comuni la presenza silenziosa e discreta di Cristo.

Il Vangelo di questa messa conclusiva della nostra giornata giubilare è lo stesso che Papa Francesco ha commentato stamattina durante l’udienza generale a Piazza San Pietro. È una coincidenza fortunata, inaspettata, provvidenziale, perché ci offre l’occasione di entrare nel cuore e nella sostanza del Giubileo, che si sta avviando verso la conclusione dal punto di vista della scadenza temporale, ma che non finirà mai quanto al nostro impegno e al nostro programma di vita. La misericordia è un fiume di grazia che sgorga dal cuore della SS. Trinità e invade la nostra vita. La misericordia è l’essenza della Rivelazione, il cuore pulsante del Vangelo, l’architrave della vita della Chiesa, il cuore dell’umano, la sostanza della nostra vita comunitaria. La fede ci convince che siamo nelle mani buone e forti di Dio. Siamo sicuri che ci vuole bene. Ogni mattina dovremmo ringraziare il Signore per il Suo amore e dovremmo ringraziarLo per tutte le persone che fin da bambini hanno acceso in noi la luce della fede parlandoci di Lui e mettendoci dentro la voglia di amare la vita. Ogni giorno una quantità smisurata di misericordia approda alla nostra vita perché possiamo farla rifluire sugli altri. Tante volte, a proposito del Giubileo straordinario, abbiamo avuto modo di notare che la misericordia di Dio non è automatica. Essa deve essere accolta; deve portare ad una trasformazione, alla conversione e alla ricerca della riconciliazione; deve recare frutto soprattutto nei riguardi degli altri.

Il testo di Matteo che ci è stato proposto è il testo paradigmatico di questo Anno giubilare, ma, prima ancora, è un testo paradigmatico e sintetico di tutto l’insegnamento e di tutte le esigenze del Vangelo. È il testo da cui proviene l’elenco delle opere di misericordia corporale e spirituale. La prima cosa che colpisce è che in questo brano non compaiono mai la parola amore e il verbo amare. Si tratta semplicemente di fare o non fare qualcosa agli altri. Papa Francesco stamattina ci ha ricordato che una grande rivoluzione di cultura e di civiltà si fa con piccoli semplici gesti di apertura verso gli altri. Inoltre e ancora: scopriamo che la presenza di Cristo negli altri non dipende dalla nostra coscienza. Anche se non la avvertiamo, perché siamo distratti, la presenza del Signore negli altri è un fatto di inerenza oggettiva, perché Dio, con Suo Figlio, ha sposato l’intera umanità: “Quando mai ti abbiamo visto affamato, forestiero, nudo … sconsolato, perplesso, afflitto … e ti abbiamo assistito? Tutte le volte che l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me”.

Infine, la presenza di Gesù Cristo negli altri non dipende dalla qualità morale delle persone che aiutiamo. Gesù non sta solo nel povero buono, educato, che non impreca, che ci ringrazia …

È importantissimo, allora, il nostro sguardo, il nostro modo di porci davanti alla realtà. Il Santo Padre stamattina ci ha ricordato un’affermazione chiarissima e vitale di Sant’Agostino: “Timeo Iesum transeuntem” (Serm. 88), “Ho paura che il Signore passi” e non lo riconosca! È una frase che ci mette al riparo dall’indifferenza e dalla distrazione. Se la ricordiamo continuamente, ci permetterà di essere vigilanti, evitando che Cristo ci passi accanto senza che lo riconosciamo.

L’Anno giubilare ci aiuta a fissare tre tornanti del cammino della misericordia, tre realtà che permettono alla misericordia di uscire da noi e rifluire sugli altri: il cuore, le mani, gli occhi. Il cuore è il centro di tutto, il crocevia della misericordia. Al cuore arriva la misericordia e dal cuore riparte. E la parola misericordia è significativa proprio a questo riguardo: “avere un cuore per i miseri” o “prendere a cuore la miseria degli altri”. Dal cuore la misericordia deve passare alle mani. E la parabola del giudizio finale impegna la nostra responsabilità a non nascondersi, a dispiegarsi con generosità.

Tra il cuore e le mani, però, ci sono gli occhi: le finestre che permettono alla misericordia di trovare la strada del cuore e delle mani. Tutto comincia con la vista. Per la Bibbia il senso più importante è l’udito: “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!” (Lc 9,35). Dall’udito viene la possibilità di credere. Se vogliamo aprire gli occhi, dobbiamo spalancare bene gli orecchi e ascoltare attentamente la Parola. Eppure la vista conserva una grande importanza per la nostra vita di fede. Nello sfogliare i Vangeli e, in modo particolare, il Vangelo di Marco, possiamo renderci conto come la lunga istruzione di Gesù sulla sequela (che si estende per quasi tre capitoli, dall’ottavo al decimo) sia contenuta tra due episodi di guarigione di ciechi: il cieco di Betsaida (8,22-26) all’inizio, e il cieco di Gerico (10,46-52) alla fine. Ciò significa che uno dei problemi fondamentali della sequela è costituito dal modo di guardare la vita. D’altronde pure nella parabola degli operai mandati nella vigna, rispondendo ad uno che si lamentava di aver ricevuto lo stesso salario degli ultimi ingaggiati, pur avendo sopportato il peso di tutta la giornata, il padrone stigmatizza il suo sguardo poco benevolo con queste parole: “O l’occhio tuo è cattivo perchè io sono buono?” (Mt 20,15).

La sequela è un problema di sguardo. La vita di fede dipende dallo sguardo. E, da questo punto di vista, non c’è differenza tra il discepolo contemporaneo di Gesù e quello delle generazioni successive. Perché riconoscere il Signore è sempre difficile. Gesù è vissuto a Nazaret per 30 anni e i suoi compaesani non hanno notato nulla di speciale in Lui. Durante la passione e nella morte non è stato riconosciuto come Messia dai suoi amici. Dopo la risurrezione le cose non cambiano: il Risorto viene confuso con un viandante, un giardiniere, un pescatore. Riconoscere Gesù Cristo è stato un problema per i suoi contemporanei ed è un problema anche per noi. Allora appare importante una parola dell’Apocalisse. All’angelo (il vescovo) della chiesa di Laodicea il Signore fa dire queste parole: “Ti consiglio per comprare da me … del collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo … Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (3, 18-20). Chiediamo a Gesù Cristo che ci aiuti a vedere. È già un dono straordinario riconoscersi ciechi e diventare mendicanti di luce. È una grande cosa. Siamo tutti ciechi, siamo tutti peccatori perdonati, a cominciare da me. Solo con la luce della misericordia potremo evitare “le opere della carne” di cui ci ha reso coscienti la prima lettura. Potremo, cioè, evitare un’esistenza avvitata su sé stessa, autocentrica, che tutto strumentalizza, anche il culto. I frutti dello Spirito, e della misericordia riconosciuta e restituita, sono “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Ci permetteranno di abitare con responsabilità e concretezza le relazioni, soprattutto quella educativa, con cui accompagniamo le donne e gli uomini di domani. Educare è un’opera di misericordia alta, bella, straordinaria. È una “scommessa laboriosa” (Papa Francesco), è il capolavoro della speranza.

Dopo esserci dedicati alla famiglia, alla cura delle radici, alla pastorale battesimale; dopo avere cercato di rimodulare il rapporto della comunità cristiana con i ragazzi e gli adolescenti per il completamento della Iniziazione cristiana, abbiamo aperto una pagina nuova nel nostro cammino diocesano. Ci dobbiamo dedicare di più alla Scuola o, meglio, ai cristiani che abitano la Scuola e la vivono. Dovremo riaccendere una passione nel cuore di tutti e accompagnare meglio la testimonianza e la missione di tutti coloro che vivono, sotto qualunque prospettiva, il mondo della Scuola. “Il tempo è superiore allo spazio” ci ha ricordato Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium” (cfr nn. 222-225). L’educazione, che porta all’apertura degli occhi e della vita, è, in questo momento, il più grande investimento per il futuro. L’educazione allo sguardo è un passo importantissimo verso il superamento dell’indifferenza che umilia, dell’abitudine che addormenta, dal cinismo che distrugge (cfr MV, 15). L’educazione allo sguardo è fondamentale per una relazione autentica con il Signore che può cambiare la nostra vita, soprattutto nei riguardi degli altri: “Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita” (MV, 2).



Roma - Basilica di S. Paolo Fuori le Mura, 12 ottobre 2016

† Lorenzo, Vescovo



a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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