Gioia e pazienza: gli ingredienti della speranza - Diocesi di Anagni-Alatri

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Gioia e pazienza: gli ingredienti della speranza

Annuario > Vescovo > Interventi del Vescovo > 2016
Omelia III Domenica di Avvento
Is 35,1-6.8-10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

La stagione liturgica dell’Avvento mette la nostra esistenza sotto il segno dell’attesa vigilante nel clima della speranza, in un momento in cui la geografia della disperazione si fa sempre più vasta per i problemi che conosciamo e che non possono sfuggire alla nostra esperienza di cristiani e di uomini. La terza domenica di Avvento, nel cammino di educazione alla affidabile e sicura speranza, tradizionalmente sottolinea una componente irrinunciabile della vita di fede: la gioia! Gioia perché il Signore è vicino, perchè siamo figli amati, perché la salvezza, venuta storicamente a Bethlem, si rinnova sacramentalmente nella vita di tutti i giorni; nella celebrazione del Natale, ormai vicino; in tanti segni di misericordia che raggiungono la nostra esistenza. La Parola di Dio oggi, all’invito alla gioia aggiunge il richiamo e l’esortazione alla pazienza e al coraggio della perseveranza, perché Dio non ci viene incontro e ci salva a buon mercato, senza ricerca, senza crescita, eliminando subito la sofferenza …

Siamo chiamati a rallegrarci perché la salvezza è venuta e viene e Dio non tradisce i suoi figli. Nel medesimo tempo essa non è definitiva, si costruisce giorno per giorno, chiama all’appello la nostra responsabilità: è come il chicco di frumento che il rigore dell’inverno seppellisce sotto la neve, e che ha ricevuto le cure del contadino che sa e aspetta fiducioso il frutto (seconda lettura).



Le letture possono essere così connesse: agli esuli provati dall’esilio in Babilonia la piccola apocalisse di Isaia propone il coraggio e la speranza perché il Signore non tarderà ad intervenire per ricondurli in patria. Dio opererà un nuovo esodo. Il profeta intona il suo “inno alla gioia” non in occasione dell’arrivo a Gerusalemme, ma già durante la dura marcia nel deserto. La corrente impetuosa della gioia investe tutti, ma in modo particolare i deboli, coloro che portano mutilazioni nel corpo e nell’animo. Il deserto resta deserto, ingrato e inospitale. La meta è ancora lontana. Ma il futuro è già iniziato: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio … viene a salvarvi!” (prima lettura).

Questa salvezza si è resa presente in Gesù Cristo, ma non coincide con le attese. È, per tanti versi, sconcertante e … può provocare scandalo: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3). Giovanni il Battista è in prigione. Nel deserto ha imparato la coerenza. Non è “una canna sbattuta dal vento” (Mt 11,7). È entrato nel palazzo del re per dire cose che qualcuno non voleva ascoltare. Ha sentito riferire qualcosa su Gesù. Ma non è convinto del suo stile di umiltà e di servizio. Il dubbio s’impossessa di lui. E spedisce alcuni suoi discepoli come “messaggeri” presso l’Atteso per chiedergli di declinare le sue generalità, esibire i documenti di riconoscimento, invitandolo a spiegarsi meglio, a chiarire ogni equivoco. Se Gesù è l’inviato di Dio, cosa aspetta a salvare colui che è in carcere e sta rischiando la morte per la sua testimonianza? Il dubbio, la tentazione di credere di aver tutto sbagliato, il presentimento di essersi illuso … non sono patrimonio esclusivo degli “spiriti deboli”. Giovanni non era “una canna sbattuta dal vento” (v. 7), eppure questa strada dura non è stata risparmiata nemmeno a lui: “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8). Gesù Cristo è un Messia diverso dalle nostre attese. Chiama i suoi amici a seguirlo sulla via dolorosa; provoca le persone a cercare la salvezza degli altri, non la propria. Vorremmo che difendesse la nostra causa e si fa avvocato degli altri. Attendiamo da Lui delle risposte e ci pone delle domande. Desidereremmo da Lui un’apparizione strepitosa e invece viene a noi nel silenzio e nella povertà … Gesù non risponde in maniera chiaramente affermativa a Giovanni, invita ad osservare e discernere i segni per interpretarli rettamente e riconoscere l’opera di Dio e la forza del Suo amore nel mondo (Vangelo).

Se Dio viene, allora, per strade inattese; se la salvezza assume delle forme misteriose e sconosciute; se i tempi e i metodi di Dio non sono i nostri allora questa è la stagione della pazienza, ma una pazienza attiva come atteggiamento fondamentale della speranza. È la pazienza dell’agricoltore che non aspetta con le mani in mano, ma fa tutto il possibile – anche contro i dati di fatto – perché la sua perseverante attesa sia motivata. Aspetta il raccolto, ma dopo aver seminato. Attende le piogge di primavera, ma dopo aver lasciato cadere sul terreno le gocce del suo sudore (seconda lettura).

L’uomo della pazienza è uno che non si arrende, non si dà per vinto nemmeno dopo un fallimento. Accetta i ritardi, il buio fitto, le contraddizioni, i rifiuti. Ma non li considera “la parola ultima”, definitiva. Ad ogni smentita della realtà, ad ogni delusione l’uomo della pazienza (e della fede e della speranza) incrementa il proprio capitale di forza interiore e … ricomincia!

Beato colui che non si scandalizza di me!” (Mt 11,10): quando Gesù disse queste parole alludeva certamente al contrasto tra la sua condizione umana, di uomo tra gli uomini, senza dimora, senza prestigio e la sua qualità di Messia inviato dal Padre ad adempiere tutte le promesse. Dopo venti secoli di cristianesimo siamo a ripeterci la stessa cosa. Abbiamo tanti dubbi che esista una via santa su cui camminano i riscattati dal Signore. I TG e la realtà ci raccontano che non è vero che la terra di Dio fiorisce di bellezza e di gloria, come ci promette Isaia … Allora?



Il primo nostro dovere è quello di non mentire davanti ai fatti. È vero: la storia e la cronaca spesso vanno in senso totalmente contrario a quello che sentiamo e celebriamo in chiesa. Ma la nostra è una speranza che non delude. Essa è fondata sulla fede nella promessa di Dio e sulla Sua fedeltà. La promessa di Dio è vera e rimane per sempre. Dio non tradisce i Suoi figli. Il Suo amore è come la roccia su cui si abbarbica, in maniera sicura e solida, l’ancora della nostra vita, la speranza che non delude (Eb 6,19). Una volta, dunque, che la nostra speranza si appoggia sulla fede nella promessa di Dio, essa è immune da quella smentita che deriva dai fatti. E allora la stessa speranza si trasforma in indomabile pazienza. Pazienza non in senso passivo: pazienza come perseveranza, come coraggio, come volontà di affrontare i fatti, di vederli nella trasparenza della promessa, di aprirli facendo germogliare in essi ciò che è positivo, che va verso l’adempimento, e combattendo tutto ciò che c’è di negativo ed è d’ostacolo al Regno. Il modo più cristiano di pagare la speranza è la pazienza operativa di chi aspetta il futuro compromettendosi, come Giovanni Battista, che era in prigione. E se possibile, con un sorriso, quello dei “servi inutili” il cui unico onore e vanto è quello di mettere a disposizione di Dio una bella schiena da piegare e un bel sorriso appunto per non perdere il senso delle proporzioni. Gioia e pazienza: sono i materiali con cui è lastricata la “Via Santa” (prima lettura) non solo per il Natale, ma anche per un mondo diverso.



Alatri - S. Maria Maggiore, 11 dicembre 2016 (III Domenica d’Avvento)

† Lorenzo, Vescovo



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a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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