Vita eucaristica e missione educativa - Diocesi di Anagni-Alatri

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Vita eucaristica e missione educativa

Annuario > Vescovo > Interventi del Vescovo > 2016
Omelia Festa di S. Sisto I, Papa e Martire
At 3,1-10; 1Cor 11,17-34; Lc 24,13-35


Il cero pasquale acceso al centro della nostra celebrazione è molto eloquente: ci ricorda che Gesù Cristo è risorto o, meglio, che è stato risuscitato dal Padre ed è stato costituito Signore della vita e della storia. Il Crocifisso è il Signore. La morte ha perso l’antico privilegio di dire l’ultima parola. Celebriamo la solennità di San Sisto I, papa e martire, nel quarto giorno dall’ottava di Pasqua. Il masso rotolato all’ingresso del sepolcro e la tomba di Cristo, rimasta vuota per sempre, ci raccontano la morte della morte, ci invitano a rinnovare la nostra fede nel Vivente e, soprattutto, a vivere da risorti. D’altronde per noi l’unica maniera di vivere è quella di risuscitare ogni giorno e così far rifiorire anche la vita degli altri. Ma la forza straordinaria della Pasqua non si è esaurita nell’evento di Gesù di Nazareth e nella comunità pasquale dei primi tempi. Pasqua è “l’aurora di un mondo nuovo” e la luce e la forza della Risurrezione è all’opera anche oggi per trasformare il mondo. Ci è stata messa a disposizione soprattutto nella Parola e nei Sacramenti. Ci viene consegnata in maniera radicale nel battesimo. Ci viene affidata quotidianamente nel sacramento del perdono e, soprattutto, nell’eucaristia.

Il racconto dei due discepoli di Emmaus e della “risurrezione” della loro speranza ci parla dell’eucaristia e della vita eucaristica, della centralità dell’eucaristia non soltanto celebrata, ma anche vissuta. È lì che rinnoviamo la nostra alleanza con Dio. È lì che viene ringiovanita la nostra speranza e si fortifica la nostra coscienza di figli e figlie, di fratelli e sorelle. È nell’eucaristia che prende forza e vigore la vita dei santi e, in modo particolare, il coraggio dei martiri come San Sisto. Nel seguire il racconto dei pellegrini di Emmaus percepiamo la ricchezza di alcuni momenti della messa destinati, forse, per la forza dell’abitudine, ad essere trascurati.

Come i due di Emmaus, all’inizio della celebrazione eucaristica, mettiamo davanti al Signore le nostre perdite e le perdite degli altri. Ognuno di noi, tutti i giorni, perde qualcosa e questo ci fa rischiare di vivere nella rabbia e nel risentimento. Ma nelle nostre perdite e nelle perdite del mondo c’è anche la nostra parte di responsabilità e diciamo: “Signore, pietà!”.

Poi il Signore ci parla. Siamo chiamati a discernere una presenza. “Parola di Dio”: il Signore non ci racconta una storia, non ci informa di qualcosa; ma ci fa capire che noi facciamo parte di un popolo e siamo coinvolti in un progetto che ci riguarda da vicino. Un incontro interessante comincia a diventare una relazione trasformante: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore, mentre egli conversava con noi ungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).

Di conseguenza c’è il nostro invito. Certamente nell’eucaristia c’è l’invito del Cristo: “Venite a mangiare” (Gv 21,12). Ma ci deve essere anche il nostro invito a Lui: “Rimani con noi perché si fa sera e il giorno ormai è al tramonto” (Lc 24,29). E allora diciamo: “Credo”, che non è tanto e solo l’espressione di una dottrina seppure di alto profilo, quanto un atto di fiducia. Diciamo al Signore: “Ti stiamo incontrando, ci stai parlando della nostra vita, ci stai facendo capire che anche nelle nostre perdite c’è un fondo di benedizione, uno spiraglio di vita per la luce della risurrezione. Ci può essere una svolta: allora, rimani con noi!”.

E Lui rimane con noi, ci si offre come corpo donato e sangue versato, ci invita a fare comunione: “Prendete e mangiate! Prendete e bevete!”. La comunione con il Risorto è il grande dono dell’eucaristia. La comunione di vita con il Figlio di Dio è per formare un solo corpo! Quello che ha fatto Gesù nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione, non lo ripetiamo come una specie di fiction. Ma è stato talmente importante, così significativo, così perennemente potente che è presente per sempre con la sua forza salvifica. Quando celebriamo la messa siamo chiamati ad entrare nell’Ora di Gesù. In essa Egli ha trasformato tutta la brutalità, la violenza e la cattiveria, che gli si abbattevano contro, in amore. E questa è la prima delle trasformazioni di quella sera. Ad essa ne sono seguite altre. La trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo; la trasformazione dei commensali attraverso questo cibo e questa bevanda; la trasformazione della realtà nel progetto di Dio… Gesù nel Cenacolo ha ferito profondamente la morte, perché l’ha accettata con amore mutandola in vita.

Ma la comunione con Lui deve aprirsi alla missione e al servizio nel ritorno alla propria comunità e nel formare un solo corpo. Ecco perché, quando si aprirono gli occhi dei due discepoli di Emmaus sul mistero della Presenza, “Egli sparì dalla loro vista” (Lc 24,31). La comunione con il Risorto passa attraverso la Sua Chiesa. Gesù sparisce perché vuole che lo cerchiamo e lo ritroviamo nella comunità di cui facciamo parte. Tutti siamo tentati di andare direttamente a Lui e di fare … Invece dobbiamo passare attraverso la comunità, non la chiesuola di cui siamo partecipi. E questa è la Chiesa diocesana, la parrocchia … La comunione con Cristo, prima che costruire la Chiesa come servizio, la costruisce come comunione e “Suo vero corpo”.

Risulta impressionante quello che abbiamo appreso dalla seconda lettura (1Cor 11,17-35). È il primo testo del Nuovo Testamento in cui si parla della Cena del Signore. Siamo a venti anni circa dalla redazione dei Vangeli. La prima volta che si parla dell’Eucaristia se ne parla in prospettiva critica, perché già le cose non andavano bene. Una cena comune precedeva la celebrazione dell’eucaristia vera e propria. I ricchi arrivavano prima e, ben forniti di cibi e bevande, banchettavano lautamente. Invece i salariati, i lavoratori del porto, gli schiavi arrivavano tardi e si incontravano con gente che aveva mangiato e bevuto e aveva fretta di celebrare la Cena. Comprendiamo, allora, il rimprovero dell’apostolo Paolo: “Sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi … il vostro non è più un mangiare la cena del Signore …” (1 Cor 11,18.20). La comunione con Cristo è, prima di tutto, per formare un solo corpo. Oggi va meglio? La qualità disadorna di certe nostre eucaristie penso sia un tributo alla verità, perché non c’è una fraternità concreta e cordiale in ingresso; ma, forse, neanche un progetto di fraternità in uscita dopo la celebrazione.

Quando riceviamo l’Eucaristia, alle parole “Il Corpo di Cristo” rispondiamo “Amen”. Sant’Agostino diceva ai suoi cristiani che, quando riceviamo il Corpo di Cristo accogliamo il nostro proprio mistero, la nostra realtà più profonda, cioè tutto il Corpo di Cristo, Cristo e i molti fratelli e le molte sorelle che sono membri di tale corpo. Quando, allora, rispondiamo “Amen”, lo possiamo dire in maniera veritiera solo se siamo disposti a lasciarci inserire da Cristo, con i molti altri, nell’unico suo corpo, capo e membra. E, a conclusione del suo discorso, Sant’Agostino usava queste belle parole: “Siate quel che ricevete e ricevete quel che siete: il Corpo di Cristo!” (Agostino, Sermo 272). All’interno della comunione e, a partire dalla comunità, si attiva il servizio nel clima della misericordia. Il servizio è fratello gemello della misericordia, ma a partire dall’essere un solo corpo, in comunione con la Chiesa di Anagni-Alatri che si raduna attorno al Vescovo, con la propria comunità, famiglia di famiglie chiamata ad essere una pagina di Vangelo vivo.

La prima lettura, che ci riferisce la guarigione dello storpio da parte di Pietro e Giovanni (At 3, 1-10) alla porta Bella del Tempio, ci rammenta che la forza della Pasqua è all’opera per trasformare il mondo e vincere la morte. Ma la morte appare spesso potente e crudele nella sua virulenza spietata. Tante cose turbano la nostra coscienza e ci inquietano. Le conosciamo bene: la violenza terroristica; l’immigrazione che appare come un cataclisma umanitario; la deriva liberista, radicale, individualista che cerca di destrutturare il matrimonio e la famiglia; il deterioramento del tessuto sociale e l’aumento della cultura dello scarto; l’emergenza educativa. Come veniamo interpellati da questi fenomeni? Ci sentiamo chiamati a reagire come cristiani. E ciò su due versanti fondamentalmente: nel vivere una vita eucaristica e nel dedicarci senza ombra di dubbio e senza incertezze a quel capolavoro della speranza che è l’educazione di ragazzi, adolescenti e giovani per un domani meno arcigno e cupo.

Dall’eucaristia dobbiamo assumere la forza della Pasqua e la passione per la vita. La risurrezione è un progetto di lotta e di sconfitta contro la morte, qualunque nome essa abbia e dovunque si diffonda. La passione per la vita e l’amore alla vita non possono essere lasciati dentro le chiese. Devono trasformarsi in apertura, accoglienza, aiuto, sostegno alle fragilità. E l’atto di carità più alto che possiamo fare è dare un maggiore impulso alla nostra responsabilità e alla nostra missione educativa. Spesso ci si domanda: che mondo lasceremo ai giovani domani? Credo e sono sicuro che sia più utile rovesciare la domanda: quali ragazzi e giovani lasceremo domani al mondo? Qualche settimana fa a Roma è stato compiuto un delitto “per curiosità”, “per vedere che effetto fa”, quale sensazioni potesse provocare … Cosa stiamo mettendo nel cuore di ragazzi, adolescenti, giovani come adulti, come famiglie, come istituzioni, come comunità cristiana? Il più grande atto di misericordia che il Signore ci chiede in questo momento è mettere nel cuore di chi ci viene affidato ideali, progetti, sogni …

Come Chiesa diocesana, negli anni passati, abbiamo messo a fuoco l’educazione dei piccolissimi e la cura delle radici, coinvolgendo le famiglie. Poi siamo passati alla considerazione e all’impegno in ordine al completamento dell’Iniziazione cristiana in parrocchia. Adesso ci aspetta un grande lavoro nella Scuola: non per fare proselitismo o per la messa a Natale/Pasqua del vescovo o del parroco … Nella Scuola italiana ci sono tanti cristiani che vi lavorano (dirigenti, insegnanti, personale non docente), tanti cristiani che la frequentano (alunni, famiglie): vogliamo solo essere loro più vicini, vogliamo aiutarli a testimoniare Gesù Cristo, Signore della vita. Qualificare la loro presenza, riaccendere una passione, stringere alleanze a livello educativo saranno la misura della nostra capacità o meno di amare un mondo di umanità e di vita che sarebbe temerario continuare a trascurare. Il Signore ci dia il coraggio e la forza di crescer come Chiesa. Ci aiuti San Sisto nel coraggio della testimonianza e nella disponibilità a spenderci per gli uomini e le donne di domani.


Alatri, Concattedrale - 30 marzo 2016

† Lorenzo, Vescovo



Interventi del Vescovo

a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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