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Portare frutto in tempi difficili: la santità, anticipo di futuro!

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S. Magno 2009 - Omelia
Portare frutto in tempi difficili: la santità, anticipo di futuro!

I santi sono un’idea di Dio per ogni stagione della storia e della vita della Chiesa. Sono il richiamo continuo di Dio a convincerci che è possibile prendere sul serio il Vangelo, è possibile la santità; che essere santi è la situazione più normale della nostra esistenza, non è un lusso né una eccezione. La vita cristiana non è tanto una tensione verso l’aldilà quanto l’attenzione all’aldiqua, cogliendone, nella riconoscenza e nella responsabilità, la logica di senso e di gratuità che in ogni attimo l’amore di Dio vi iscrive.
Le solennità cristiane, come quella che stiamo festeggiando, sono memoria del passato,  luce nel presente e annuncio di futuro. Sono un invito ad integrare nella nostra esistenza l’orizzonte ultimo, che la rende autentica e la solleva dall’onere schiacciante di dover cercare una riuscita che non finirebbe mai di trovare. Il Cielo non è un tranquillante, ma è il senso del nostro cammino e il fondamento ultimo della vivacità della nostra speranza e del nostro impegno nel mondo.
Al vertice della festa e di ogni solennità cristiana si pone la celebrazione dell’Eucaristia. In essa facciamo comunione con la Vita e riceviamo le ragioni per vivere. In essa ci viene offerto l’antidoto di ogni vecchiaia e, soprattutto, l’elisir della perenne giovinezza della nostra speranza. Sono molto chiare le parole di Gesù nella sinagoga di Cafarnao: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno… chi mangia questo pane vivrà in eterno”
(Gv 6,54.58).
L’Eucaristia, con la Parola, è stata ed è la fonte della vita e della speranza per tutti i cristiani. In essa S. Magno ha trovato la luce della fede, la forza per evangelizzare, il coraggio del martirio.
S. Magno non è stato vescovo di Anagni, ma di Trani. Convertito e battezzato dal vescovo Redento, fu suo successore nel ministero episcopale. Ha percorso, evangelizzandole, la Puglia, la Campania e il Lazio. Di ritorno da Roma, passando per Anagni, vi ha diffuso la fede e ha  convertito una ragazza di nobilissima famiglia, Secondina, che subì il martirio. A sua volta, S. Magno ha trovato il martirio durante la persecuzione di Decio a Fondi, presso il campo Dimitriano. Era già morto senza sacrificare agli idoli quando i soldati dell’imperatore l’hanno trovato e, pur essendo morto, lo hanno decapitato. Gli anagnini – alcuni secoli dopo – memori di aver ricevuto da lui il dono della fede, riscattarono le sue reliquie con ricchi donativi da Muca, principe saraceno, che le aveva messe all’incanto dopo avere espugnato Veroli, e le seppellirono nel luogo in cui ancora oggi noi le veneriamo.
La Parola che abbiamo ascoltato ci dice il segreto di ogni testimonianza e martirio cristiano.
La prima lettura con forza ci ha ricordato che non esiste solo il presente e il presente dell’uomo, con il suo carico di non senso e cattiveria, ma c’è anche e soprattutto il futuro di Dio e la vita che farà giustizia di ogni opera di morte (Sap 3,1 e ss).
La lettera di Giacomo -  a sua volta – ribadisce che, anche nella prova più dura, c’è uno spiraglio per la gioia, perché la sofferenza irrobustisce la pazienza, che è il midollo della speranza (cfr Gc 1,2-4.12).
Il Vangelo, infine, ci ripete le parole di Gesù: “Non abbiate paura
”. Perché Dio è profondamente coinvolto anche nelle pieghe più riposte della nostra esistenza. La fede non ci mette al riparo dai guai della vita. Essa apre un varco, dove – è vero – si infilano le tempeste più devastanti.  Ma, attraverso quel varco “provvidenziale”, passa anche e soprattutto una Presenza (cfr Mt 10,28-33). Tutte e tre i testi insistono nel sottolineare che i credenti – non diversamente dagli altri – non vivono in una specie di paradiso dorato in cui viene messo tutto in ordine con un colpo di bacchetta magica. I Santi vivono i problemi, i travagli, le difficoltà e le crisi di tutti. Ma vengono fuori da questi momenti con la luce della Parola e con la forza dell’Eucaristia. La fede non è un’assicurazione contro gli infortuni della vita, ma contro il pessimismo e la disperazione. La Parola, incarnata nella vita dei Santi, ci invita a vivere con sapienza in questo mondo in cammino verso “la beata speranza”. Può aiutarci in questa prospettiva un testo della lettera agli Efesini che abbiamo avuto in dono domenica scorsa (XX^ TO/B) e sul quale vorrei meditare con voi brevemente:

Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti, ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore
” (Ef 5,15-17).
I giorni sono cattivi
”, non per una fatalità meteorologica, ma a causa dell’uomo e del suo egoismo. I giorni sono cattivi non soltanto per la povertà economica, ma anche e soprattutto per la povertà culturale, morale e spirituale. La povertà più grande è il difetto di sapienza con cui si guarda la vita. Parlo di quello sguardo sulla vita non dalla parte del mistero e che fa dire: “Quest’anno il raccolto è stato abbondante … costruirò un granaio … allargherò i miei magazzini …”. “Stolto! Questa notte morirai …” (Lc 12,16-21).
Si vive con la presunzione di sapere e di spiegare tutto e, contemporaneamente, con indifferenza davanti agli interrogativi fondamentali. Questo orgoglio interiore uccide quella umiltà o povertà di spirito che è apertura di cuore di fronte al mistero che ci circonda.
Una stoltezza simile ha occupato il cuore dei nostri padri, tanti anni fa, in tempi di sviluppo industriale e di benessere economico. Si è pensato poco al futuro.
Nella crisi che attraversiamo e ci paralizza c’è una parola di Dio e un suo invito preciso a riscoprire la bellezza di questa nostra città e di tutti i nostri paesi, a riscoprire la vocazione turistica dei nostri centri, che non hanno da invidiare nulla a nessuno, a produrre ricchezza ritornando alla terra e alla generosità dei suoi frutti.
Occorre cercare e adottare nuovi stili di vita. La solidarietà e la condivisione devono essere fondamentali nella scelta dei consumi, dei risparmi, degli investimenti. Tali stili devono essere ispirati alla sobrietà, alla tolleranza, all’autodisciplina sul piano personale e sociale. Bisogna uscire dalla logica del mero consumo. Turismo, artigianato, agricoltura, allevamento sono i nomi antichi e nuovi del nostro viaggio verso il futuro.
I giorni sono cattivi
”, ma posso essere sottratti al veleno del non senso con un sussulto di sapienza, che ci convince a rimanere con serenità e fermezza al nostro posto, senza lasciarsi prendere dal panico e senza urlare invettive apocalittiche. Si tratta di portare frutto anche in tempi malvagi, in stagioni apparentemente disastrose. Occorre attivarsi e mettere sulla tavola dell’uomo, ingombra di troppi cibi avvelenati, i frutti del banchetto eucaristico: amicizia, fraternità, pace, giustizia, riconciliazione, pazienza e mitezza. Il senso della vita cristiana è “rendere grazie” anche all’interno di “giorni cattivi”. D’altronde la prima “azione di grazie” è scaturita nella notte del tradimento, del complotto, delle tenebre, dell’abbandono degli amici.
Anche per quanto riguarda la città di Anagni ci troviamo in un momento di democrazia compiuta. L’anno scorso avevamo il Commissario. Oggi abbiamo al governo cittadino i rappresentanti eletti dal popolo. Dobbiamo ripartire con lena e con entusiasmo.
La Priorità di fondo
 - e in questo senso rinnovo l’invito che faccio ogni anno - è dare ad Anagni un volto più umano e accogliente, sia sul versante civile e sociale sia su quello ecclesiale. Anagni gode dell’ammirazione di tutto il mondo per la sua Cattedrale, i suoi monumenti, i suoi tesori d’arte, i suoi scorci medievali. E’ facile apprezzare le pietre, ma bisogna amare le persone. Un lavoro d’insieme, in tutti gli ambiti e a seconda delle competenze, parrocchie in primis, non può che giovare a tutto il tessuto cittadino. Mi rivolgo anche e soprattutto a chi porta la responsabilità della cosa pubblica, perché ritrovi con coraggio la capacità di progettare, di prendersi a cuore il futuro dell’intera collettività e di ricercare il bene di tutti e di ciascuno, nell’impegno “per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale” (Caritas in Veritate, 4)
È urgente abbassare la litigiosità, il confronto di basso profilo, impastato di egoismo e d’interessi personali. È urgente una riflessione alta, una visione d’insieme responsabile e di ampio respiro, se si vuole camminare verso il futuro in maniera meno avventuristica e più ponderata e condivisa. Con sobrietà e con il grande respiro della solidarietà, che sono i nomi più esigenti della speranza.
Lo sviluppo integrale di tutto l’uomo e di tutti gli uomini ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore, pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto, ma ci viene donato
” (Caritas in Veritate, 79).
L’amore non basta a se stesso: deve prendere luce dalla ragione e dalla fede. Che l’intercessione di S. Magno ci ottenga il dono di essere cristiani con le mani alzate verso Dio, ma pronte a tendersi verso chiunque sia in difficoltà.

+ Lorenzo Loppa

 
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