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Un umano rinnovato per abitare la città degli uomini

Annuario > Vescovo > 2016
Riflessi di speranza per il 2016


“Nessuno di noi vive per sé stesso
e nessuno muoreper sé stesso, perché se noi viviamo,
viviamo per il Signore, se noi moriamo,
moriamo per il Signore.
Sia che viviamo sia che moriamo,
siamo del Signore” (Rm 14, 7-8)

“Misericordia io voglio e non sacrifici”
(Mt 9,13 e 12,7)


Il Giubileo della Misericordia incrocia i suoi primi passi con il Nuovo Anno. Nonostante i guai e le debolezze della nostra umanità, un fiume di grazia è all’opera per rinnovare il mondo. È soprattutto la forza della Pasqua a far sbocciare sempre qualcosa di nuovo. Ingiustizia, cattiveria, crudeltà non sembrano diminuire. Ma il bene torna sempre a fiorire, a svilupparsi. Ogni giorno è pronta a rinascere la bellezza che salva il mondo e noi dobbiamo essere sempre degli strumenti solleciti a favorire tale dinamismo (cfr EG, 276).

Non sarà male, allora, all’inizio di questo 2016, guardarci dentro e tentare di rispondere ad alcune domande fondamentali per il nostro cammino di umanità e di fede all’interno della città degli uomini. Chi siamo? Cosa significa essere uomini e donne in questo primo scorcio del terzo millennio? Cosa significa vivere di fede? Non sono interrogativi di poco conto. Sono sicuramente importanti perché possono aiutarci a mettere a fuoco la nostra identità e la nostra testimonianza di credenti.

In alternativa a vari umanesimi e a molteplici visione antropologiche che si contendono la ribalta, con un carico di autoreferenzialità e di individualismo sfrontato, si pone l’affermazione dell’apostolo Paolo nella lettera ai Romani su riportata. Essa colpisce al cuore quell’amore di sé che è come la premessa morale sia dell’offesa del prossimo che della nostra incapacità di perdono. Chi non vive per sé stesso diventa tollerane, non presume di essere la misura di tutto. Non assume la sua verità come “la verità”; non reputa il suo ideale di giustizia come “la giustizia”. Solo quando non viviamo per noi stessi possiamo entrare nella prospettiva della misericordia nei riguardi degli altri, seguendo l’esempio di Gesù Cristo e imparando dalla sua umanità di Figlio la verità sull’uomo.

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). La mitezza del cuore e l’attitudine alla misericordia sono come il frutto saporoso di un atteggiamento esistenziale nel quale non facciamo centro su noi stessi. “Nessuno di noi vive per sé stesso … sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore”: siamo persone – in – relazione, vale a dire che la nostra identità si scopre e si definisce dal tipo di relazioni che viviamo. Poco prima, in Rom 6,12-13, Paolo aveva delineato un tratto costitutivo dell’identità del credente: noi dobbiamo offrire la nostra vita a Dio come viventi tornati dai morti; ossia, morti al peccato, dobbiamo rendere disponibile la nostra persona ad una relazione vivificante con Dio. Noi siamo “del Signore” (v. 8) e la relazione con Lui ci caratterizza profondamente. I gesti e le parole di Gesù Cristo rivelano un Dio che non deve essere conquistato dalle nostre prestazioni o placato per le nostre imfrazioni. Ci ama e basta. E proprio a questo Dio, di assoluta gratuità, misericordioso e liberante, abbiamo dato il nostro assenso di fede. Il nostro rapporto con Lui vive non sulle nostre opere, ma sulla sua misericordia. Di conseguenza la coscienza di saperci accolti e amati fa nascere in noi atteggiamenti di accoglienza e amore. Essi sono corrispondenti, sono conseguenti ad una gratuità originaria che ci precede e ci fonda. La gioia di accogliere, amare, condividere è connessa alla gratuità con cui si vive l’esistenza e con cui si guarda a chi ha sbagliato o a chi ha bisogno di noi. Direi anche che la gioia di vivere nella Chiesa debba estendersi anche alla misericordia verso coloro che vivono la fede in modo diverso dal nostro, rinunciando a giudizi e valutazioni di merito.

“Misericordia voglio e non sacrifici” è una frase del profeta Osea (6,6) che ritroviamo sulla bocca di Gesù e che viene registrata due volte nel Vangelo di Matteo: dapprima quando Gesù, proprio in casa di Matteo, risponde ai farisei che lo criticano perché mangia con i pubblicani e i peccatori (9,13); e poi quando replica agli stessi che accusano i discepoli di aver strappato le spighe in giorno di sabato (12,7). Gesù Cristo si rivolge ad una religiosità superficiale, non radicata nella conoscenza e nell’amore, incapace di vera relazione con il Dio che guarisce, cura, fascia le ferite del suo popolo e lo vuole rendere capace di produrre frutti di giustizia. Il Dio di Gesù Cristo preferisce la misericordia al sacrificio poichè quest’ultimo è unilaterale, va dall’uomo alla divinità e non viceversa; esprime una relazione religiosa incompleta che corre il pericolo di illudersi di fare qualcosa “per Dio”, di conquistarlo con una prestazione e di tirarlo dalla propria parte. La misericordia, invece, è tutto ciò che Dio fa per il suo popolo, è il nome più vero del suo amore per noi; è dono, perdono, consolazione, sollievo che aspetta una risposta da parte dell’uomo verso i propri simili. La Chiesa, riconoscendosi come fondata, costruita, proveniente dalla misericordia, deve uscire dal tempio e farsi buona samaritana per le vie del mondo attraverso i suoi figli.

“Misericordia voglio e non sacrifici”: la frase pronunciata da Gesù ha come sfondo quello del perdono e della salvezza (in casa di Matteo), ma anche quello della precarietà dell’esistenza e del necessario pane quotidiano (le spighe raccolte il giorno di sabato). Due situazioni in cui si infrangono delle regole cultuali per mettere al centro l’essere umano e la sua vita. “La gloria di Dio è l’uomo vivente” affermava un gigante della fede come S. Ireneo. La Chiesa dei “sacrifici” (riti, sacramenti, pontificali, feste patronali, rosari, tridui e novene) o porta a esprimere quella misericordia che si china su chi ha sbagliato e su chi ha bisogno o rimarrà la Chiesa del sacerdote e del levita che, nella parabola del Buon Samaritano (cfr Lc 10,29-37), scelgono il lato della strada sbagliato; non si fermano, magari perché hanno qualche funzione religiosa da espletare, non soccorrono la persona ferita ai bordi della strada e, sicuramente, non incontrano Dio.

“Misericordia voglio e non sacrifici” non è l’invito a fare a meno della preghiera, dell’ascolto della Parola e della celebrazione dei Sacramenti, ma l’incitamento a trovare in essi nutrimento e luce per l’incontro con gli altro, con una grande capacità di accoglienza e nella apertura a lasciarsi provocare dai piccoli, dai poveri, dal desiderio di una giustizia più radicale, mite, precisa che è quella secondo i criteri della dignità umana e del bene comune.

“Misericordia voglio e non sacrifici”: il cuore della vita di fede è celebrare la misericordia di Dio nei nostri riguardi, ma, soprattutto, viverla nel nostro rapporto con gli altri, con un atteggiamento che guarisce anziché colpire; che abbraccia anziché escludere; che rinnova la vita anziché mortificarla.

† Lorenzo, Vescovo



a cura dell'Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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