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Notizie del SIR
Pomigliano
Quale sindacato?
Non solo per il futuro di uno stabilimento
ALDO CARERA* - Sull’accordo dell’8 giugno, riguardante il futuro dello stabilimento Fiat di Pomigliano, si è aperto un dibattito a forte caratura politica. Eppure nel merito la vicenda propone alcune parole chiave su cui vale la pena riflettere: impresa, contratto/legge, rappresentanza, territori.
Impresa: lo stabilimento “Gian Battista Vico” è il luogo in cui la Fiat si sta assumendo responsabilità sociali (occupazione, reddito dei lavoratori e delle loro famiglie). Oggi Pomigliano sembra un microcosmo sociale il cui destino dipende dall’incremento della produttività del lavoro, cioè da una materia tradizionalmente esposta alle resistenze autocratiche delle imprese e alle sofferenze anticapitalistiche del sindacato. Pensare che sessant’anni fa la Cisl e Mario Romani avevano posto la questione della produttività ma si erano trovati isolati per le resistenze delle altre forze sindacali e nelle imprese. Pomigliano può testare la capacità di trovare un equilibrio tra le esigenze produttive e la dignità economica e umana dei prestatori d’opera che le sopravvivenze del taylorismo continuano ad aggredire.
Contratto/legge: la Fiat ha proposto autonomamente un protocollo che lasciava ben poco margine alla trattativa. L’accordo (su basi privatistiche, per cui non vale la conformità costituzionale) apre però alla contrattazione perché la sua attuazione è demandata a commissioni congiunte azienda-sindacato. Stanti le difficoltà a far marciare l’accordo sui livelli contrattuali del gennaio 2009, e trattandosi della Fiat, Pomigliano può dar luogo alla sperimentazione di nuove forme di coinvolgimento del sindacato non solo per prendere atto di decisioni già prese. Sempre che organizzazioni come la Fiom riescano a liberarsi da un approccio politico e si convincano che sono saltati per tutti gli antichi canoni delle appartenenze culturali e ideologiche. Marchionne, e con lui il mondo imprenditoriale, dovranno rimuovere sul campo il timore che a Pomigliano sia iniziato il ridimensionamento della contrattazione nazionale di categoria, sempre indispensabile per il buon esito dei processi regolativi a livello aziendale e territoriale. Il sindacato dovrà ribadire la propria autonomia dalla tentazione politica (di Sacconi e Ichino) di rilanciare l’intervento della legge per rafforzare il contenuto del contratto e/o per imporre l’accordo a chi non l’ha siglato (per esempio sulla regolazione dello sciopero).
Rappresentanza: i risultati del referendum hanno evidenziato come una parte significativa dei lavoratori esprima interessi e motivazioni al lavoro proprie degli outsider (in particolare i giovani) che non coincidono con quelli dei lavoratori che si riconoscono nei sindacati che hanno firmato. Generalizzando, anche dentro una fabbrica tradizionale si propone per il sindacato la necessità di innovare il proprio approccio culturale e organizzativo alle costanti trasformazioni sociali e produttive. Affrontarle puntando sui referendum significherebbe indebolire la delega insita nell’atto associativo.
I territori: nello stabilimento “G.B. Vico” si intrecciano due scale territoriali tanto differenti tra loro da rendere quasi naturali le reciproche tensioni. La Fiat Group Automobiles è un grande gruppo multinazionale i cui confini unitari sono definiti dalle scelte imprenditoriali. Il sindacato non sembra in grado di valorizzare l’esistenza dei Coordinamenti sindacali di gruppo e dei Comitati aziendali europei. Eppure i lavoratori polacchi e gli italiani hanno destini almeno in apparenza congiunti. Vedremo se Pomigliano sarà l’ultima spiaggia di un prodotto datato come la Panda e dove la Fiat posizionerà i prodotti innovativi necessari per aggredire il mercato.
Il secondo spazio è l’area di Pomigliano, nel cui futuro il “Vico” sembra l’unica alternativa alla camorra. Rappresentazione delle realtà del Mezzogiorno ove i processi di sviluppo sono attardati da una cultura del lavoro arretrata, deboli anche perché l’assenteismo non è solo assenza dal lavoro ma segno del cedimento a logiche esterne, a strumentalizzazioni comunque ingiustificabili in realtà moderne e competitive. La vera svolta storica sarebbe se la vicenda di Pomigliano desse occasione per riportare a tema il problema storico del Mezzogiorno, sottomesso da troppo tempo a ogni altra priorità via via emergente. Dimenticando che i processi di crescita civile ed economica hanno bisogno di densità e di continuità di impegno. I tanti discorsi sui nuovi modelli di sviluppo che traguardano oltre l’attualità non possono fermarsi al futuro di Pomigliano se lì tutto dipende dalla Fiat.
* Università Cattolica – Milano
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