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San Magno 2008
Omelia
La celebrazione dell’Eucaristia è quanto di più prezioso e di più alto ci sia dato da compiere dall’amore di Dio. E’ il vertice della nostra vita di credenti. E’ la porta più ampia di ingresso della SS. Trinità nel tempo e nella storia e della storia nell’eternità. La processione che la seguirà testimonia che i valori di solidarietà, di partecipazione, di comunione, di condivisione, di sensibilità e attenzione, di cui l’Eucaristia è scuola e sorgente, devono essere portati sulle strade della vita.
Servire la Parola in tempi difficili, come ha fatto S. Magno, non è un caso e un’eccezione, ma è il nostro dovere quotidiano di cristiani. Oggi la Parola trova più difficilmente la strada dei cuori, perchè c’è un’ipertrofia di comunicazione e di messaggi, che genera disorientamento e indifferenza. S. Magno è stato un grande testimone e un grande evangelizzatore, che ha avuto modo di sigillare la sua missione con il martirio. Gli anagnini hanno riscattato le sue spoglie dal principe saraceno Muca, che le aveva messe all’incanto a Veroli, a costo di enormi sacrifici, memori e riconoscenti della sua predicazione ad Anagni e del grande dono della fede.
Lasciamoci interpellare, prima di tutto, dalla Parola che abbiamo ascoltato. Le letture della messa di S. Magno offrono un caleidoscopio di suggestioni alla nostra speranza, che può raccogliere delle indicazioni abbastanza precise.
Il libro della Sapienza (3,1 e ss), evidenzia che la vita propone spesso situazioni di non senso: malati che soffrono senza motivo; malvagi che prosperano negli affari; innocenti che muoiono vittime dell’ingiustizia. Ma questa è solo apparenza. Perché la speranza di queste persone “è piena di immortalità”, in quanto la risurrezione di Cristo ha dato “corpo” a questa speranza. Esse “passano in questo mondo e sono nelle mani di Dio”. Il primo nome della speranza che richiama questo testo è la pazienza. La speranza, basata sulla fede nella promessa di Dio, non teme la smentita dei fatti e si presenta come pazienza, ma una pazienza operativa, quella del contadino che, anche d’inverno, guarda il suo campo con trepida attesa, perchè sa quello che custodisce e il sudore che vi ha versato.
La seconda lettura (Gc 1,2-
Il Vangelo (Mt 10,28-
“Non abbiate paura”: forte risuona questa parola di Gesù. Perché chi fa del male lo può fare solo a livello di superficie, perché “il Padre è più grande di tutti”.
Gioia, pazienza, fiducia indicano una traiettoria di vita sostanziata di speranza e che i martiri hanno percorso. Certo, il martirio cristiano ha di specifico rispetto agli altri “sacrifici” proprio il fatto che è un gesto di speranza, di risposta cioè e di riconoscenza nei riguardi di un Amore e perché è un “morire contro nessuno”, come Gesù.
Mi è capitato di leggere questo titolo qualche giorno fa su un giornale locale: “S. Magno, è festa grande: nonostante i pochi soldi a disposizione!”. L’onore dato ai santi non dipende dal budgeta disposizione, ma significa percorrere la loro stessa via. S. Magno ha amato questa Città! Amare una città significa amare le persone. E’ facile amare le pietre, le piazze, gli scorci medievali, la nostra Cattedrale. E’ più difficile amare la gente. Eppure la vocazione del cristiano è dare un volto umano alla fede, a Gesù cristo. Amare questa Città significa darle un volto più umano, prima di tutto sul versante ecclesiale. Gesù evangelizzava attraverso incontri umanissimi. Gesù ha compiuto l’Antico Testamento e ha rivelato il Padre attraverso la sua pratica di umanità. L’arte di incontrare le persone, che Cristo vive e i Vangeli narrano, è un vero e proprio magistero di cui dobbiamo fare più tesoro. Gesù sapeva creare uno spazio di libertà in cui ognuno poteva ritrovare se stesso come soggetto con una sua identità e con la sua dignità. Gesù personalizza i suoi incontri, si adatta alle situazioni, non giudica mai, accetta di mettersi in discussione, di mutare parere, come nell’episodio della donna cananea a cui guarisce la figlia. Soprattutto, non tende a legare a sé coloro cui dona la guarigione Dobbiamo calcolare di più l’umanità di Gesù. Più restituiamo spessore umano alla nostra fede, più siamo in linea con il Vangelo e amiamo S. Magno. Una comunità cristiana che generi cristiani deve essere madre, esperta in umanità, che ospita, con una prassi di misericordia, di perdono, di fraternità, di pace, di unità, di comunione in un mondo molto frammentato.
Ad ottobre Anagni avrà la visita pastorale. Essa avrà lo scopo di rendere più dinamiche ed evangelizzanti le comunità cristiane, più in sintonia con quello che ormai chiamiamo “il metodo di Verona”. Con la restituzione completa del primato assoluto a Dio e alla Sua Parola. Con un grande lavoro di ricentramento: della parola nella vita, della domenica nella settimana, della persona nella pastorale, della corresponsabilità nella comunione, delle “pietre scartate” nell’interesse di tutti.
La questione antropologica non è solo un fatto culturale (la ricerca del vero volto dell’uomo), ma è anche un dato ecclesiale e di ordine civico.
“La persona al centro!” è la misura non solo della vita della Chiesa, ma anche una prospettiva con cui fare un controllo di qualità alla nostra comunità civile e politica. Ad Anagni in questo momento sembra che il clima sia abbastanza tranquillo. Mi rendo conto, comunque, che in agguato c’è sempre una forte dose di litigiosità.
Amare questa Città significa amare le persone!
E’ vero che la democrazia piena e compiuta si ha solo quando una città è governata dai rappresentanti eletti dal popolo, ma la presenza del Commissario prefettizio, adesso, può costituire una buona occasione per “resettare” la vita politica e sociale. Può costituire un invito a cercare volti, a smussare qualche angolo, a moderare il linguaggio, a non far pesare più il passato (“A 200 metri un uomo è un bersaglio; a 50 cm è un volto”). Bisogna accorciare le distanze. O, meglio, annullarle.
Qualche tempo fa, invitando Chiesa e pubbliche istituzioni a collaborare, facevo notare come una coalizione tra potere religioso, potere politico e potere economico avesse portato Gesù sulla Croce. Per farlo scendere, e per fare scendere tanti “Cristi”, occorre attivare una collaborazione di altro tipo, una collaborazione tra poteri di altro tipo.
Sappiamo già che, tra gli indicatori della civiltà di un popolo, vi sono l’attenzione alla salute e quella alle giovani generazioni. Oggi aggiungiamo che è decisiva l’attenzione alle persone, da amare e da accompagnare sulle strade della vita. Un’attenzione decisiva e irrinunciabile per un futuro più degno dell’uomo e, quindi, di Dio.
Nelle domeniche precedenti, il Vangelo di Matteo ci ha indicato alcuni atteggiamenti fondamentali per la nostra fede: condividere il pane e non aver paura durante la tempesta. Ieri, il primo evangelista, ci suggeriva che “la fede delle briciole”, (della donna cananea) vede meglio della “fede degli invitati della prima ora”. Domandiamo al Signore, per intercessione di S. Magno, il dono della “fede delle briciole”, di una fede, cioè, che non si abitui ai doni di Dio, che sappia stupirsi sempre e ringraziare, che non trovi mai nulla si scontato, che sappia ringiovanire soprattutto i nostri rapporti umani e la convivenza di tutti in questa Città.
+ Lorenzo Loppa