Diocesi di Anagni-Alatri

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Toccati da uno sguardo

Vescovo > Bollettino Diocesano > 2008
28 settembre 2008

Toccati da uno sguardo
Linee conclusive dell'Assemblea Pastorale 2008

Premessa
All’inizio di questo mio intervento ho nel cuore la speranza che non abbiate caricato di eccessive attese questo momento. Nel senso che possiamo riandare a ciò che è stato detto nella nostra Assemblea, possiamo aggiungere altro, ma non possiamo risolvere tutto. Non ho avuto tempo per scrivere quello che vi dirò. E ciò, comunque, non è un gran male, anche perché non dobbiamo cedere al rischio di mortificare lo Spirito Santo. Il titolo dell’Assemblea era “Toccati da Dio”. Il titolo di queste mie osservazioni conclusive è “Toccati da uno sguardo”. Perché è molto importante il testo del Vangelo di Marco (10,17-22), che ha fatto da sfondo a questo nostro incontro annuale. Lo sguardo di Gesù sul “giovane” ricco ha bisogno di essere moltiplicato sui nostri giovani, ha bisogno di essere incarnato e reso visibile.

- Vorrei fare, prima di tutto, due osservazioni sul testo in questione.
Innanzitutto mi sembra troppo semplicistico pensare che Gesù, dopo il rifiuto, abbia ritirato il Suo amore. Quello sguardo quell’uomo se l’è portato sempre dietro, anzi dentro. Quell’amore non l’ha più abbandonato. Quello sguardo rimane per tutti … Basti pensare quanto innumerevoli sono i figli di questa vocazione mancata … Inoltre, quello sguardo è lo sguardo di un Povero. Dio non dispone di altre risorse. Non ha molto da offrire in garanzia se non quello sguardo.
Dio è povero e debole. Non ha altra forza per trattenerci che lo sguardo, carico d’amore.
Bisogna che lavoriamo su questo sguardo
, a cui soprattutto oggi deve dare uno spessore umano la comunità cristiana.

- Sapete bene, poi, che la Pastorale Giovanile (= PG) e la Pastorale familiare sono le due ali che permettono alla pastorale vocazionale di decollare.
A proposito di PG,  l
e conclusioni dell’Assemblea 2007 non sono nel cassetto.
Un progetto organico, intelligente e coraggioso di PG sta prendendo corpo. Dobbiamo migliorare sempre di più la lettura del vissuto, il lavoro in rete e, quindi, la ricerca si una convergenza; lo slancio missionario; la capacità formativa (cfr il Corso per animatori tenuto dai Salesiani). Conto molto sulle persone che hanno seguito questo corso per un’animazione dei giovani più condivisa. Non le possiamo lasciare “disoccupate”. Bisogna investire questa ricchezza. Penso che tale lavoro possa avere luogo nelle tre foranie. Le nostre città principali, Anagni, Alatri e Fiuggi, dovrebbero essere un punto di riferimento … Un lavoro per foranie, mi sembra importante … Una PG condotta seriamente è una pastorale vocazionale! Ma questo è vero per ogni lavoro di Chiesa, non soltanto per quello orientato ai giovani.

- Trasmettere la fede alle giovani generazioni
significa trasmettere sapienza, per vivere bene in questo mondo. Oggi, i giovani non hanno bisogno di essere portati in un altro mondo, ma di sapienza che insegni loro a viver in questo mondo, che insegni a noi e a loro la strada di una vera umanizzazione, la strada del Vangelo. Il Vangelo va offerto come sapienza sulla vita. E Gesù Cristo è il detentore di questa sapienza, il Maestro che ci insegna a vivere. Ora, vivere bene significa scoprire il proprio posto nella vita e nella Chiesa, la propria strada d’amore all’interno del progetto di Dio.

- Infine, aggiungo e termino queste premesse, è essenziale fare un discorso positivo. Non se ne può più di analisi e di rilievi sul “pianeta giovani”!
Si è parlato ad esempio di “individualismo, malato di narcisismo, che non riesce a far posto alla relazione con l’altro come significativa per la propria realizzazione personale” (cfr. Jesus Manuel Garcia); della “ricerca del tutto e subito” e del “per sempre” che spaventa (cfr. D. Dal Molin); della “generazione del nulla” (cfr. Galimberti);  di “desertificazione di senso”, ecc. ecc. Ma pensiamo positivo. In fondo il problema dei giovani siamo noi adulti. Questo mondo l’abbiamo fatto noi, non loro.

Conduco questo mio intervento su due versanti. Il primo è il più importante, perché con esso voglio comunicarvi una prospettiva di fondo cui già ho accennato: la missione della comunità cristiana nei riguardi dei giovani è dare visibilità e corpo allo sguardo di Gesù sul “giovane” ricco e sull’uomo in genere. La seconda parte, invece, avrà lo scopo di tracciare le linee per una pastorale delle vocazioni, per una rinnovata coscienza e capacità di proposta vocazionale della nostra Chiesa.


1
. UNA PROSPETTIVA DI FONDO:
dare visibilità allo sguardo di Cristo

A questo punto la domanda che ci facciamo è la seguente: come far lievitare una cultura vocazionale?
Come costruire (o ricostruire) nella comunità cristiana “spazi” dove possa avvenire la vocazione come evento?

1.1. La chiamata è rivolta a tutti
La prima cosa da dire è che “la chiamata è rivolta a tutti”, non è per pochi privilegiati o UFO dello spirito. Mi riferisco a due testi. Uno della prima lettera a Timoteo e uno del Vaticano II:
- “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4).
- “Tutti i fedeli di qualsiasi stato sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfetta carità” (LG 40).
Tutti siamo chiamati alla vita e alla santità. Tutti siamo chiamati a percorrere una strada d’amore. Tutti siamo chiamati alla vita e alla felicità da figli e da fratelli/sorelle. Solo in questo contesto si può parlare delle vocazioni specifiche. E’ a partire da questo contesto che ognuno di noi ha la propria strada d’amore.

1.2. La chiamata è al Vangelo e all’incontro con Cristo
.
Se la chiamata è al Vangelo e all’incontro con Cristo, ogni tipo di pastorale è pastorale vocazionale. Deve favorire l’incontro con Cristo. Il lavoro fondamentale della comunità cristiana, allora, è favorire l’incontro con Cristo, è trasmettere la fede (+ la speranza + la carità). L’ “unico” e precipuo impegno della comunità cristiana è rendere credibile e affidabile la propria speranza e dare un volto umano a Gesù Cristo
!
Quella che è stata la vocazione e la missione di Maria Vergine, l’aver dato un volto umano al figlio di Dio, è la vocazione e la missione della Chiesa oggi. La comunità cristiana dev’essere il volto umano di Cristo per tutti, in modo particolare per i giovani. La domanda circa la capacità di proposta vocazionale delle nostre comunità cristiane fa tutt’uno con la domanda circa la capacità di trasmettere la fede da parte delle stesse. E la domanda circa la trasmissione della fede non deve perdersi un tante direzioni. Deve diventare una domanda della comunità cristiana su di sé, sul suo essere, sul suo vivere.
Il problema della sterilità dell’annuncio e della proposta vocazionale – lo ricordava il cardinale J. Ratzinger tanti anni fa – è un problema ecclesiologico, che attiene, cioè, alla capacità o meno di una Chiesa di configurarsi come reale comunità, come terra di fraternità e di relazioni, come corpo vivo e non come macchina o azienda.

1.3. La comunità cristiana come luogo di esperienza d’amore e come visibilità dello sguardo di Cristo
La Chiesa deve essere un luogo di esperienza di misericordia, mitezza, perdono, ospitalità, attenzione, amore. In questo dà visibilità allo sguardo di Cristo. Si può amare solo una Chiesa del genere, che consenta al credente, e segnatamente alla persona giovane, di toccare con mano la fraternità, la sensibilità, l’accoglienza e l’amore. Una comunità cristiana che trasmetta la fede (e fa una proposta vocazionale) è una Chiesa capace di maternità e, quindi, capace di ospitalità, di umanità. Del resto l’atto di fede è un “fidarsi di” (secondo un’antica etimologia significa “cor dare”, dare il cuore) è un atto umanissimo. Eppoi la fede – speranza – carità – credibile è quella significativa” per l’ “umano” della persona. E’ la fede -  speranza che accoglie una persona, prima di essere eventualmente accolta e assunta da essa. Basta guardare l’esperienza dell’Apostolo Paolo. Ai Corinti scrive: “A voi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto” (1 Cor 15,3). Paolo è stato “fulminato” sulla strada di Damasco, ma poi, a cominciare da Anania, ha incontrato una comunità cristiana che l’ha accolto, ospitato, accompagnato. E’ lì che ha incontrato il volto di carne di Cristo e ha avuto la possibilità di corrispondere alla chiamata.

1.4. Cristo, centro e misura dell’annuncio e della proposta vocazionale
In questo senso, allora, Cristo è il centro e il punto di riferimento di ogni proposta vocazionale.
Nel comunicare il Vangelo e nella proposta vocazionale occorre lasciarsi guidare dal principio irrinunciabile della centralità di Cristo quale compitore delle Scritture e rivelatore del Padre con la sua umanità
!
La fede è una sapienza che prende sul serio l’ “umano”. In Gesù Cristo, nella Chiesa, in noi.
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me
” (Gv 14,6), ci ricorda Gesù Cristo stesso.
Mentre compie le Scritture e rivela il Padre in quanto uomo, Gesù svolge la funzione sapienzale e pedagogica di “insegnare a vivere in questo mondo
” (Tito 2,12). Ma insegnare a vivere è insegnare a credere, a scoprire il proprio posto nella vita e nella comunità cristiana. Si tratta di prendere sul serio l’umanità di Gesù e di dare, come Chiesa, un volto espressivo a questa umanità. Ripeto. E’ come uomo che Gesù Cristo compie le Scritture, rivela il Padre e c’ insegna “a vivere in questo mondo”. E’ con la sua “pratica di umanità” che il Signore fa questo. Gesù – secondo i Vangeli – “evangelizza” e “chiama” attraverso incontri umanissimi, in cui Egli crea uno spazio di libertà attorno a Sé, consentendo a chi Egli incontra di emergere come soggetto e di scoprire la propria dignità e identità. L’arte di incontrare le persone, che Cristo vive e i Vangeli narrano, è un vero e proprio magistero circa il clima relazionale richiesto per la corsa del Vangelo e la proposta vocazionale. Che è una operazione umanissima e, quindi, condizionata alla qualità delle relazioni. Gesù personalizza i suoi incontri, si adatta all’altro nella sua situazione particolare, non giudica mai la persona che ha di fronte (cfr Gv 8,1-11). Cristo accoglie il linguaggio con cui l’altro si esprime (cfr la peccatrice di Lc 7,36-50), accetta di mettersi in discussione e di mutare parere (cfr la cananea di Mt 15,21-28), ha di mira la libertà dell’altro … Incontrare Gesù per le persone significava: conoscere e valorizzare il proprio nome, il proprio volto, la propria unicità; entrare nel compito e nella responsabilità di umanizzarsi; cogliere l’importanza assoluta del gratuito; entrare nell’avventura e nella fatica della libertà.
Condizione indispensabile per condurre una persona a Gesù e favorire l’incontro è che l’interessato, il giovane, incontri un’umanità affidabile.
Riassumo la prima parte di questo mio intervento con un testo che leggiamo nella notte di Natale:
Si è manifestata, infatti, la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni moderne, per vivere in questo mondo con sobrietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo
” (Tito 2,11-14).
Gesù, la grazia di Dio in persona, con i suoi incontri umanissimi e con la sua carica di umanità, ci insegna a viver bene in questo mondo, trasmettendoci sapienza e capacità di trasformazione interiore.
E’ il Suo sguardo e la Sua sapienza che bisogna far toccare con mano ai giovani.

2. PER UNA RINNOVATA COSCIENZA E CAPACITA’ DI PROPOSTA VOCAZIONALE: alcuni orientamenti per una pastorale e una pedagogia delle vocazioni

Tento di raccogliere un po’ quello che è stato proposto in questi pomeriggi alla nostra Assemblea e ve lo offro nella forma di alcuni spunti/indicazioni, che hanno bisogno di ulteriore approfondimento e sistemazione.

2.1 Una pastorale della testimonianza semplice e credibile
Un elemento importante per far lievitare “la cultura vocazionale” è la testimonianza semplice e credibile delle persone. Lo “spot” migliore per ogni vocazione sono le persone che vivono con gioia il proprio essere dono in una strada particolare della vita, avvolte nella luce del Risorto. La gioia di un papà e una mamma, di una suora, di un prete è un motivo più convincente di qualsiasi altro, per guardare con simpatia ad una scelta. In quest’ottica risulta importantissima la testimonianza e la pedagogia vocazionale della vita di una famiglia cristiana. La famiglia non è solo vocazione, ma è anche “grembo di vocazioni”. E’ lì che il sole di Dio alleva le scelte del domani per un servizio agli uomini disinteressato. Mi sembra importante, poi, anche ai fini di una proposta vocazionale seria, valorizzare in Diocesi alcuni luoghi-segno della vita come vocazione come un monastero, il seminario, un istituto di vita consacrata, una casa-famiglia, una comunità di “recupero” …

2.2 Una pastorale della comunione con l’apprezzamento e la stima delle vocazioni altrui
Un secondo elemento di crescita della coscienza vocazionale è dare impulso alla comunione coniugandola con la diversità delle vocazioni. La comunione vera è un prodigio e fa posto in massimo grado alla diversità, alla differenza. La vera comunione è quella che apprezza l’alterità e che germoglia non “nonostante” le diverse vocazioni, ma, al contrario, proprio attraverso di esse.

2.3
Necessità di figure di riferimento, di adulti credibili, che sappiano oscillare al ritmo dei giovani e “perdano tempo” con loro
Arrivo ad un elemento importante, senza del quale non andiamo da nessuna parte. Scrivevo nella lettera di Natale dell’anno scorso: “La pastorale è il servizio alla vita e alla libertà delle persone in Gesù Signore della vita. Questo lo dobbiamo a tutti, ma in modo particolare alle giovani generazioni. In questo momento la nostra Chiesa ha bisogno di adulti, che si mettano a disposizione dei giovani, rimanendo adulti, facendosi loro compagni di viaggio, assumendo la loro fame e sete di vita e di senso, accogliendo le loro fragilità e trasformandole in vocazione. Occorrono figure significative di adulti che scambino con adolescenti e giovani esperienze e ragioni di speranza, restituendosi la gioia di vivere, la liberà di sperare, la capacità di essere protagonisti della propria esistenza, cosa di cui s’è spesso defraudati dai modelli culturali dominanti. A Natale Dio dice: “Eccomi!”. Abbiamo bisogno di adulti che dicano ai giovani “Eccomi!” .
Dobbiamo organizzare una pastorale dell’ascolto per foranie, non mandando in fumo il patrimonio del Corso per animatori tenuto dai Salesiani fino al maggio scorso. Già tanti sacerdoti mettono tempo e disponibilità nella Direzione spirituale e nel ministero della Riconciliazione. Ma è urgente che come “Buoni Samaritani dell’ascolto” ci siano anche laici e religiosi. Tutti noi adulti abbiamo bisogno di riscoprire l’ascolto e il ministero della paraclesis
, della consolazione, dell’accompagnamento spirituale. L’esperienza ci dice che, quando abbiamo saputo donare tempo alle persone, qualcosa è successo. Quando invece abbiamo trattato gli altri come passeggeri del treno o della metropolitana, siamo rimasti con un pugno di mosche.

2.4 Una crescita nella esperienza di fede e di preghiera della comunità cristiana
Senza la pedagogia della preghiera, senza il gusto di essa è difficile che nella comunità cristiana ci sia l”humus” fecondo per la nascita e la crescita delle vocazioni. E’ urgente che la comunità cristiana cresca in questa dimensione, per creare in ognuno dei suoi membri una struttura di apertura e di ascolto nei riguardi della Parola di Dio.
La preghiera personale, il confronto con la Parola di Dio, la “Lectio divina” (che non è riservata a pochissimi eletti), la preghiera della liturgica aiutano a guardare la vita dalla parte del mistero, ci fanno apprezzare la profondità divina del quotidiano. Qui mi preme fare una puntualizzazione. E’ vero che “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità
” (1 Tim 2,4), come ho ricordato nelle battute iniziali. Quindi, è vero che Dio è all’opera continuamente e dappertutto oggi per salvare gli uomini. Esiste una liturgia del mondo e una salvezza che cammina dappertutto! Ma celebrare la liturgia della Chiesa, confrontarsi con la Parola, entrare in un clima di preghiera significa accorgersi della salvezza, prendere atto esplicitamente dell’opera di Dio e  del Suo amore. Bisogna investire molte energie per aprire adolescenti e giovani alla preghiera personale e all’ascolto della Parola di Dio. Se un giovane è aiutato a scoprire il tesoro della Parola e impara nel silenzio ad ascoltare quella Parola per la sua vita, allora si può essere fiduciosi che quel giovane cominci a “costruire la sua casa sulla roccia”. Cristo comincia “a crescere nella sua vita”. E noi (chi accompagna) possiamo “diminuire” (cfr Gv 3,30).

2.5 In un clima di frammentazione, superficialità, frivolezza, occorre ristabilire il primato della interiorità, rifacendo un cammino che lo favorisca
La vita interiore è essenziale ad ogni uomo per diventare uomo, per assumere con responsabilità la propria identità. Senza il primato dell’interiorità e senza la capacità di silenzio e di guardarsi dentro, è impossibile l’atteggiamento dell’ascolto e della preghiera di cui parlavamo prima. Occorre una disciplina dei sensi, che deve portare ad un sereno rigore. Occorre “un’ascesi del tempo”. Diciamo tutti: “Non ho tempo”. Questo, però, avviene quando lasciamo che il nostro tempo sia confiscato da ciò che è urgente e non da ciò che è importante. Il tempo ci viene restituito mediante una disciplina dello stesso. Occorre anche un’educazione all’ascolto e al silenzio. I silenzi delle celebrazioni della Chiesa sono da garantire assolutamente e sono un elemento della sapienza pedagogica della Chiesa che vuole educare i suoi figli (per es. i silenzi della Messa: all’Atto penitenziale, dopo l’Omelia, dopo la Comunione …). Non si dialoga solo quando si parla, ma anche quando si ascolta.

2.6 Recuperare uno stile di semplicità/sobrietà dando un valore enorme alla ricchezza straordinaria della vita ordinaria
Un’ultima cosa, non ultima in ordine di importanza: mi sembra fondamentale coltivare una “piccola spiritualità del quotidiano”. Perché “camminando si apre il cammino”. Ogni giorno che ci viene donato è un tesoro che deve essere fatto fruttificare. Non ci viene data la fotocopia di una giornata: se la sbagliamo, non ci verrà mai restituita. Quando apriamo la porta di casa al mattino, non ci viene incontro la fine del mondo, ma una giornata con degli spazi bianchi che devono essere riempiti con opere di figli. Ho scritto nella presentazione dell’Agenda liturgico-pastorale 2008-2009: “Buon cammino, con l’augurio non di aggiungere semplicemente giorni alla vita, ma di riempire di vita i giorni e gli spazi bianchi che essi mettono a disposizione della nostra libertà”. Il compimento della nostra esistenza non è chissà dove! E’ nelle nostre giornate, nei luoghi che frequentiamo, nelle persone che più spesso incontriamo. Bisogna educare ad apprezzare il quotidiano, l’ordinario. Gesù ha trascorso trent’anni circa di vita ordinaria prima di iniziare il Suo ministero e la Sua vita pubblica in Palestina. Anche nella vita nascosta è stato il Salvatore del mondo.

Termino queste riflessioni sottolineando una priorità assoluta e una condizione di base di tutto ciò che abbiamo cercato di dire: un’attenzione e una sensibilità decisa, concreta e continua per la crescita umana, affettiva, spirituale della nostre coppie e delle nostre famiglie. La famiglia non è solo vocazione “di vita e di amore”, ma, come ho avuto modo già di affermare, grembo di  vocazioni.

Conclusione

Il testo di riferimento biblico dell’Assemblea di quest’anno, tratto dal Vangelo di Marco, è inserito all’interno di una lunga istruzione di Gesù sulla sequela (capitoli VIII, IX, X). Gesù afferma che chi vuole seguire Lui non può insegnarGli la strada, non può anticiparLo (“Mettiti dietro a me, Satana”: Mc 8,33); non può andare davanti agli altri, ma deve servirli (“Se uno vuole esser il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”: Mc 9,35); non può possedere le persone, le cose, se stesso. Bisogna essere come i bambini. Quello che mi colpisce, però, è il fatto che questa lunga istruzione sulla sequela sia collocata dall’evangelista Marco tra due miracoli di guarigione dalla cecità: all’inizio c’è la guarigione del cieco di Betsaida (cfr Mc 8,22-26); alla fine c’è la guarigione del cieco di Gerico (cfr Mc 10,46-52). Ci si vuole suggerire chiaramente che la sequela di Gesù Cristo e la risposta ad una vocazione è un problema di vista. Bisogna avere occhi per vedere. Ci ha ricordato in questi giorni il Direttore del Centro Nazionale Vocazioni una frase de “L’Idiota” di Dostojevski: “La bellezza salverà il mondo”. Bisogna avere occhi limpidi e sguardo chiaro per vedere una strada e soprattutto per accorgersi di uno sguardo che è lo sguardo di Cristo e il dono del Suo Amore. A noi cristiani del XXI secolo, a noi adulti nella fede il compito e l’onore di dare visibilità a quello sguardo, senza perdersi in mugugni, lamenti e recriminazioni, senza indulgere alla delusione e alla stanchezza. Perché non è tempo di raccogliere, ma di seminare. Non è il momento di chiudere, ma di ricominciare sempre, servendo la Parola, anche in tempi difficili come i nostri. Con gli occhi illuminati dalla speranza.

 
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