Menu principale:
Toccati da uno sguardo
Linee conclusive dell'Assemblea Pastorale 2008
Premessa
All’inizio di questo mio intervento ho nel cuore la speranza che non abbiate caricato di eccessive attese questo momento. Nel senso che possiamo riandare a ciò che è stato detto nella nostra Assemblea, possiamo aggiungere altro, ma non possiamo risolvere tutto. Non ho avuto tempo per scrivere quello che vi dirò. E ciò, comunque, non è un gran male, anche perché non dobbiamo cedere al rischio di mortificare lo Spirito Santo. Il titolo dell’Assemblea era “Toccati da Dio”. Il titolo di queste mie osservazioni conclusive è “Toccati da uno sguardo”. Perché è molto importante il testo del Vangelo di Marco (10,17-
-
Innanzitutto mi sembra troppo semplicistico pensare che Gesù, dopo il rifiuto, abbia ritirato il Suo amore. Quello sguardo quell’uomo se l’è portato sempre dietro, anzi dentro. Quell’amore non l’ha più abbandonato. Quello sguardo rimane per tutti … Basti pensare quanto innumerevoli sono i figli di questa vocazione mancata … Inoltre, quello sguardo è lo sguardo di un Povero. Dio non dispone di altre risorse. Non ha molto da offrire in garanzia se non quello sguardo.
Dio è povero e debole. Non ha altra forza per trattenerci che lo sguardo, carico d’amore.
Bisogna che lavoriamo su questo sguardo
-
A proposito di PG, l
Un progetto organico, intelligente e coraggioso di PG sta prendendo corpo. Dobbiamo migliorare sempre di più la lettura del vissuto, il lavoro in rete e, quindi, la ricerca si una convergenza; lo slancio missionario; la capacità formativa (cfr il Corso per animatori tenuto dai Salesiani). Conto molto sulle persone che hanno seguito questo corso per un’animazione dei giovani più condivisa. Non le possiamo lasciare “disoccupate”. Bisogna investire questa ricchezza. Penso che tale lavoro possa avere luogo nelle tre foranie. Le nostre città principali, Anagni, Alatri e Fiuggi, dovrebbero essere un punto di riferimento … Un lavoro per foranie, mi sembra importante … Una PG condotta seriamente è una pastorale vocazionale! Ma questo è vero per ogni lavoro di Chiesa, non soltanto per quello orientato ai giovani.
-
-
Si è parlato ad esempio di “individualismo, malato di narcisismo, che non riesce a far posto alla relazione con l’altro come significativa per la propria realizzazione personale” (cfr. Jesus Manuel Garcia); della “ricerca del tutto e subito” e del “per sempre” che spaventa (cfr. D. Dal Molin); della “generazione del nulla” (cfr. Galimberti); di “desertificazione di senso”, ecc. ecc. Ma pensiamo positivo. In fondo il problema dei giovani siamo noi adulti. Questo mondo l’abbiamo fatto noi, non loro.
Conduco questo mio intervento su due versanti. Il primo è il più importante, perché con esso voglio comunicarvi una prospettiva di fondo cui già ho accennato: la missione della comunità cristiana nei riguardi dei giovani è dare visibilità e corpo allo sguardo di Gesù sul “giovane” ricco e sull’uomo in genere. La seconda parte, invece, avrà lo scopo di tracciare le linee per una pastorale delle vocazioni, per una rinnovata coscienza e capacità di proposta vocazionale della nostra Chiesa.
1
dare visibilità allo sguardo di Cristo
A questo punto la domanda che ci facciamo è la seguente: come far lievitare una cultura vocazionale?
Come costruire (o ricostruire) nella comunità cristiana “spazi” dove possa avvenire la vocazione come evento?
1.1. La chiamata è rivolta a tutti
La prima cosa da dire è che “la chiamata è rivolta a tutti”, non è per pochi privilegiati o UFO dello spirito. Mi riferisco a due testi. Uno della prima lettera a Timoteo e uno del Vaticano II:
-
-
Tutti siamo chiamati alla vita e alla santità. Tutti siamo chiamati a percorrere una strada d’amore. Tutti siamo chiamati alla vita e alla felicità da figli e da fratelli/sorelle. Solo in questo contesto si può parlare delle vocazioni specifiche. E’ a partire da questo contesto che ognuno di noi ha la propria strada d’amore.
1.2. La chiamata è al Vangelo e all’incontro con Cristo
Se la chiamata è al Vangelo e all’incontro con Cristo, ogni tipo di pastorale è pastorale vocazionale. Deve favorire l’incontro con Cristo. Il lavoro fondamentale della comunità cristiana, allora, è favorire l’incontro con Cristo, è trasmettere la fede (+ la speranza + la carità). L’ “unico” e precipuo impegno della comunità cristiana è rendere credibile e affidabile la propria speranza e dare un volto umano a Gesù Cristo!
Quella che è stata la vocazione e la missione di Maria Vergine, l’aver dato un volto umano al figlio di Dio, è la vocazione e la missione della Chiesa oggi. La comunità cristiana dev’essere il volto umano di Cristo per tutti, in modo particolare per i giovani. La domanda circa la capacità di proposta vocazionale delle nostre comunità cristiane fa tutt’uno con la domanda circa la capacità di trasmettere la fede da parte delle stesse. E la domanda circa la trasmissione della fede non deve perdersi un tante direzioni. Deve diventare una domanda della comunità cristiana su di sé, sul suo essere, sul suo vivere.
Il problema della sterilità dell’annuncio e della proposta vocazionale – lo ricordava il cardinale J. Ratzinger tanti anni fa – è un problema ecclesiologico, che attiene, cioè, alla capacità o meno di una Chiesa di configurarsi come reale comunità, come terra di fraternità e di relazioni, come corpo vivo e non come macchina o azienda.
1.3. La comunità cristiana come luogo di esperienza d’amore e come visibilità dello sguardo di Cristo
La Chiesa deve essere un luogo di esperienza di misericordia, mitezza, perdono, ospitalità, attenzione, amore. In questo dà visibilità allo sguardo di Cristo. Si può amare solo una Chiesa del genere, che consenta al credente, e segnatamente alla persona giovane, di toccare con mano la fraternità, la sensibilità, l’accoglienza e l’amore. Una comunità cristiana che trasmetta la fede (e fa una proposta vocazionale) è una Chiesa capace di maternità e, quindi, capace di ospitalità, di umanità. Del resto l’atto di fede è un “fidarsi di” (secondo un’antica etimologia significa “cor dare”, dare il cuore) è un atto umanissimo. Eppoi la fede – speranza – carità – credibile è quella significativa” per l’ “umano” della persona. E’ la fede -
1.4. Cristo, centro e misura dell’annuncio e della proposta vocazionale
Nel comunicare il Vangelo e nella proposta vocazionale occorre lasciarsi guidare dal principio irrinunciabile della centralità di Cristo quale compitore delle Scritture e rivelatore del Padre con la sua umanità!
La fede è una sapienza che prende sul serio l’ “umano”. In Gesù Cristo, nella Chiesa, in noi.
“Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6), ci ricorda Gesù Cristo stesso.
Mentre compie le Scritture e rivela il Padre in quanto uomo, Gesù svolge la funzione sapienzale e pedagogica di “insegnare a vivere in questo mondo” (Tito 2,12). Ma insegnare a vivere è insegnare a credere, a scoprire il proprio posto nella vita e nella comunità cristiana. Si tratta di prendere sul serio l’umanità di Gesù e di dare, come Chiesa, un volto espressivo a questa umanità. Ripeto. E’ come uomo che Gesù Cristo compie le Scritture, rivela il Padre e c’ insegna “a vivere in questo mondo”. E’ con la sua “pratica di umanità” che il Signore fa questo. Gesù – secondo i Vangeli – “evangelizza” e “chiama” attraverso incontri umanissimi, in cui Egli crea uno spazio di libertà attorno a Sé, consentendo a chi Egli incontra di emergere come soggetto e di scoprire la propria dignità e identità. L’arte di incontrare le persone, che Cristo vive e i Vangeli narrano, è un vero e proprio magistero circa il clima relazionale richiesto per la corsa del Vangelo e la proposta vocazionale. Che è una operazione umanissima e, quindi, condizionata alla qualità delle relazioni. Gesù personalizza i suoi incontri, si adatta all’altro nella sua situazione particolare, non giudica mai la persona che ha di fronte (cfr Gv 8,1-
Condizione indispensabile per condurre una persona a Gesù e favorire l’incontro è che l’interessato, il giovane, incontri un’umanità affidabile.
Riassumo la prima parte di questo mio intervento con un testo che leggiamo nella notte di Natale:
“Si è manifestata, infatti, la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni moderne, per vivere in questo mondo con sobrietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo
Gesù, la grazia di Dio in persona, con i suoi incontri umanissimi e con la sua carica di umanità, ci insegna a viver bene in questo mondo, trasmettendoci sapienza e capacità di trasformazione interiore.
E’ il Suo sguardo e la Sua sapienza che bisogna far toccare con mano ai giovani.
2. PER UNA RINNOVATA COSCIENZA E CAPACITA’ DI PROPOSTA VOCAZIONALE: alcuni orientamenti per una pastorale e una pedagogia delle vocazioni
2.1 Una pastorale della testimonianza semplice e credibile
Un elemento importante per far lievitare “la cultura vocazionale” è la testimonianza semplice e credibile delle persone. Lo “spot” migliore per ogni vocazione sono le persone che vivono con gioia il proprio essere dono in una strada particolare della vita, avvolte nella luce del Risorto. La gioia di un papà e una mamma, di una suora, di un prete è un motivo più convincente di qualsiasi altro, per guardare con simpatia ad una scelta. In quest’ottica risulta importantissima la testimonianza e la pedagogia vocazionale della vita di una famiglia cristiana. La famiglia non è solo vocazione, ma è anche “grembo di vocazioni”. E’ lì che il sole di Dio alleva le scelte del domani per un servizio agli uomini disinteressato. Mi sembra importante, poi, anche ai fini di una proposta vocazionale seria, valorizzare in Diocesi alcuni luoghi-
2.2 Una pastorale della comunione con l’apprezzamento e la stima delle vocazioni altrui
2.3 Necessità di figure di riferimento, di adulti credibili, che sappiano oscillare al ritmo dei giovani e “perdano tempo” con loro
Arrivo ad un elemento importante, senza del quale non andiamo da nessuna parte. Scrivevo nella lettera di Natale dell’anno scorso: “La pastorale è il servizio alla vita e alla libertà delle persone in Gesù Signore della vita. Questo lo dobbiamo a tutti, ma in modo particolare alle giovani generazioni. In questo momento la nostra Chiesa ha bisogno di adulti, che si mettano a disposizione dei giovani, rimanendo adulti, facendosi loro compagni di viaggio, assumendo la loro fame e sete di vita e di senso, accogliendo le loro fragilità e trasformandole in vocazione. Occorrono figure significative di adulti che scambino con adolescenti e giovani esperienze e ragioni di speranza, restituendosi la gioia di vivere, la liberà di sperare, la capacità di essere protagonisti della propria esistenza, cosa di cui s’è spesso defraudati dai modelli culturali dominanti. A Natale Dio dice: “Eccomi!”. Abbiamo bisogno di adulti che dicano ai giovani “Eccomi!” .
Dobbiamo organizzare una pastorale dell’ascolto per foranie, non mandando in fumo il patrimonio del Corso per animatori tenuto dai Salesiani fino al maggio scorso. Già tanti sacerdoti mettono tempo e disponibilità nella Direzione spirituale e nel ministero della Riconciliazione. Ma è urgente che come “Buoni Samaritani dell’ascolto” ci siano anche laici e religiosi. Tutti noi adulti abbiamo bisogno di riscoprire l’ascolto e il ministero della paraclesis, della consolazione, dell’accompagnamento spirituale. L’esperienza ci dice che, quando abbiamo saputo donare tempo alle persone, qualcosa è successo. Quando invece abbiamo trattato gli altri come passeggeri del treno o della metropolitana, siamo rimasti con un pugno di mosche.
2.4 Una crescita nella esperienza di fede e di preghiera della comunità cristiana
Senza la pedagogia della preghiera, senza il gusto di essa è difficile che nella comunità cristiana ci sia l”humus” fecondo per la nascita e la crescita delle vocazioni. E’ urgente che la comunità cristiana cresca in questa dimensione, per creare in ognuno dei suoi membri una struttura di apertura e di ascolto nei riguardi della Parola di Dio.
La preghiera personale, il confronto con la Parola di Dio, la “Lectio divina” (che non è riservata a pochissimi eletti), la preghiera della liturgica aiutano a guardare la vita dalla parte del mistero, ci fanno apprezzare la profondità divina del quotidiano. Qui mi preme fare una puntualizzazione. E’ vero che “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tim 2,4), come ho ricordato nelle battute iniziali. Quindi, è vero che Dio è all’opera continuamente e dappertutto oggi per salvare gli uomini. Esiste una liturgia del mondo e una salvezza che cammina dappertutto! Ma celebrare la liturgia della Chiesa, confrontarsi con la Parola, entrare in un clima di preghiera significa accorgersi della salvezza, prendere atto esplicitamente dell’opera di Dio e del Suo amore. Bisogna investire molte energie per aprire adolescenti e giovani alla preghiera personale e all’ascolto della Parola di Dio. Se un giovane è aiutato a scoprire il tesoro della Parola e impara nel silenzio ad ascoltare quella Parola per la sua vita, allora si può essere fiduciosi che quel giovane cominci a “costruire la sua casa sulla roccia”. Cristo comincia “a crescere nella sua vita”. E noi (chi accompagna) possiamo “diminuire” (cfr Gv 3,30).
2.5 In un clima di frammentazione, superficialità, frivolezza, occorre ristabilire il primato della interiorità, rifacendo un cammino che lo favorisca
La vita interiore è essenziale ad ogni uomo per diventare uomo, per assumere con responsabilità la propria identità. Senza il primato dell’interiorità e senza la capacità di silenzio e di guardarsi dentro, è impossibile l’atteggiamento dell’ascolto e della preghiera di cui parlavamo prima. Occorre una disciplina dei sensi, che deve portare ad un sereno rigore. Occorre “un’ascesi del tempo”. Diciamo tutti: “Non ho tempo”. Questo, però, avviene quando lasciamo che il nostro tempo sia confiscato da ciò che è urgente e non da ciò che è importante. Il tempo ci viene restituito mediante una disciplina dello stesso. Occorre anche un’educazione all’ascolto e al silenzio. I silenzi delle celebrazioni della Chiesa sono da garantire assolutamente e sono un elemento della sapienza pedagogica della Chiesa che vuole educare i suoi figli (per es. i silenzi della Messa: all’Atto penitenziale, dopo l’Omelia, dopo la Comunione …). Non si dialoga solo quando si parla, ma anche quando si ascolta.
2.6 Recuperare uno stile di semplicità/sobrietà dando un valore enorme alla ricchezza straordinaria della vita ordinaria
Un’ultima cosa, non ultima in ordine di importanza: mi sembra fondamentale coltivare una “piccola spiritualità del quotidiano”. Perché “camminando si apre il cammino”. Ogni giorno che ci viene donato è un tesoro che deve essere fatto fruttificare. Non ci viene data la fotocopia di una giornata: se la sbagliamo, non ci verrà mai restituita. Quando apriamo la porta di casa al mattino, non ci viene incontro la fine del mondo, ma una giornata con degli spazi bianchi che devono essere riempiti con opere di figli. Ho scritto nella presentazione dell’Agenda liturgico-
Termino queste riflessioni sottolineando una priorità assoluta e una condizione di base di tutto ciò che abbiamo cercato di dire: un’attenzione e una sensibilità decisa, concreta e continua per la crescita umana, affettiva, spirituale della nostre coppie e delle nostre famiglie. La famiglia non è solo vocazione “di vita e di amore”, ma, come ho avuto modo già di affermare, grembo di vocazioni.
Conclusione
Il testo di riferimento biblico dell’Assemblea di quest’anno, tratto dal Vangelo di Marco, è inserito all’interno di una lunga istruzione di Gesù sulla sequela (capitoli VIII, IX, X). Gesù afferma che chi vuole seguire Lui non può insegnarGli la strada, non può anticiparLo (“Mettiti dietro a me, Satana”: Mc 8,33); non può andare davanti agli altri, ma deve servirli (“Se uno vuole esser il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”: Mc 9,35); non può possedere le persone, le cose, se stesso. Bisogna essere come i bambini. Quello che mi colpisce, però, è il fatto che questa lunga istruzione sulla sequela sia collocata dall’evangelista Marco tra due miracoli di guarigione dalla cecità: all’inizio c’è la guarigione del cieco di Betsaida (cfr Mc 8,22-