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Veglia di Pentecoste

Vescovo > Bollettino Diocesano > 2010
 
22 maggio 2010

Veglia di Pentecoste

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso … Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità … “ (Gv 16,12-13a).

La Parola di Gesù Cristo ci convince che la verità si esprime al futuro e lo Spirito Santo è la guida verso la sua comprensione. Credere vuol dire, allora, assumere la verità come ci viene detta nelle parole misteriose del Vangelo e portarla in noi in attesa che si riveli. Con pazienza. La pazienza della verità di cui lo Spirito è Maestro. Non è per il presente una intelligenza d’amore piena, completa, esaustiva del Mistero della salvezza, della Pasqua e, soprattutto, del compimento della Pasqua che è la Pentecoste. Pentecoste non è un’idea astratta, ma il memoriale annuo della venuta dello Spirito nella Chiesa. Giunge a compimento la grande e unica Domenica di Pasqua, un lungo giorno di cinquanta giorni. Pentecoste significa perfezione, completamento, compimento. Dio non è l’Atto puro, ma è la vita che trabocca sul mondo. La vita del Risorto è comunicata agli uomini dal Paraclito. Pentecoste è l’atto di nascita della Chiesa e di tutte le Chiese. Quindi anche della nostra.
Dispiace un po’ che una solennità così importante non trovi l’altissima stima che merita nel cuore dei fedeli. Tra le sfaccettature bellissime del meraviglioso gioiello che è il Mistero pasquale, quella della Pentecoste evidenzia in maniera palese una certa patina di opaco. Lo Spirito Santo, il dono dei doni, sono sicuro saprà garantire un recupero di affetto e di amore verso quella che in Oriente chiamano “la metropoli delle feste”, “la festa delle feste”.

Lo Spirito Consolatore è il regista segreto della storia della salvezza e della inabitazione del Padre e del Figlio in noi, il filo sottilissimo che ci connette al Risorto. E’ lo Spirito della comunione, del rispetto della diversità, della vita. L’Assunzione mette fine alla visibilità storica del Cristo e dà inizio ad un altro Suo modo di presenza: più esteso e profondo di quello di prima attraverso “un altro Paraclito” (Gv 14,16). Perché il primo Paraclito è Gesù. E’ Lui il primo fondamentale interprete del Padre. Dopo la Sua scomparsa, c’è bisogno di una Altro che ci guidi a Gesù stesso. Senza Gesù risulta incomprensibile il Padre. Senza lo Spirito non possiamo “comprendere” Gesù. Nell’annunciarLo e prometterLo Gesù afferma: lo Spirito “Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto
” (Gv 14,26).

Il capolavoro dello Spirito consiste in una memoria interiore della Parola di Gesù, così calda da farla diventare attuale e significativa per ogni situazione di vita.

Ognuna delle tre letture di stasera è foriera di mille aperture e suggestioni, di tanti punti di riferimento ed illuminazioni. Il racconto della Pentecoste (I lettura) lo conosciamo a memoria: lo Spirito, vento e fuoco, rifà il codice della comunicazione umana, operando il fenomeno contrario a Babele e permettendo alla famiglia degli uomini di ritrovare un’unità che non mortifichi le differenze.
Il testo della prima lettera ai Corinzi ci racconta di una sapienza che è il dono principale dello Spirito e che non è di questo mondo: è la sapienza della Croce, la sapienza che viene dall’alto, “che è pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera
” (Gc 3,17).

Se siamo qui, inoltre, la nostra vita non è una bestemmia contro lo Spirito (Vangelo): non attribuiamo ad altri diversi da Lui il potere salvifico di Cristo Signore della vita e della storia. Perciò vogliamo accogliere la grazia e il perdono della Redenzione. La Chiesa a Pentecoste è nata dallo Spirito-vento. Siamo nati dal vento. Non siamo fatti per rimanere immobili e parlarci addosso. La Chiesa è missionaria. Siamo nati dallo Spirito-fuoco. Abbiamo ricevuto in consegna il fuoco, perché lo Spirito accenda in noi una passione incontenibile. Lo Spirito non riempie la testa di belle idee, ma riempie il cuore d’amore (cfr Rom 5,5).

La Veglia di Pentecoste ci offre l’occasione per fare il punto sul nostro cammino di Chiesa. Siamo su un tornante che segna la fine di un Decennio (quello di “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”) e apre ad un altro (quello della risposta all’emergenza educativa). Sta per giungere a conclusione anche l’Anno sacerdotale, indetto da Benedetto XVI in occasione del 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars (4 agosto 1859), “per favorire la tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero
” (Benedetto XVI). Sta per vedere la fine anche la Visita pastorale e, soprattutto, siamo in attesa della Visita apostolica di Papa Benedetto XVI a Carpineto Romano il 5 settembre p. v., in occasione del secondo centenario della nascita del grande Leone XIII (2 marzo 1810).

Nel decennio trascorso abbiamo avuto modo di mettere sul tavolo tante cose belle e di formulare dei bei sogni. Primo fra tutti, quello di una parrocchia più missionaria, più dinamica, più evangelizzante, più aperta, soprattutto più umana nei volti che la compongono. Una parrocchia che ricentri la propria vita sulla Parola, sulla Domenica e l’Eucaristia, sulla Persona, da generare, da formare, da responsabilizzare, da attrezzare per una testimonianza credibile sui territori del vissuto. Una parrocchia per la quale il ministero del presbitero è sempre fondamentale. L’Anno sacerdotale si conclude, ma non si conclude l’impegno dei pastori ad essere sempre più chiaramente l’immagine viva del Buon Pastore. E’ bello stasera vedere tanti sacerdoti in mezzo alla gente. Noi pastori siamo chiamati ad essere sempre meno gli uomini del fare e sempre di più uomini della comunione, della ricerca e della valorizzazione dei carismi di ognuno, nell’impresa di trasformare le persone da semplici collaboratori a responsabili, da figure che danno una mano a presenze che pensano insieme e camminano dentro ad un progetto.
La preghiera è importante per il nostro presbiterio. Ma anche l’affetto sincero. Cerchiamo di volere bene ai nostri sacerdoti, con grande rispetto per la loro vocazione, con un’amicizia che espunga gli artigli del possesso.

Il Decennio che si apre vedrà tutte la Chiese che sono in Italia dedicarsi in maniera cordiale e totale alla sfida dell’educazione. Educare non è mai stato facile. Tanto più oggi. L’emergenza educativa è, forse e soprattutto, un’emergenza educatori. Noi adulti stiamo perdendo la capacità, la gioia e il desiderio di trasmettere vita e valori. Dobbiamo lasciarci convertire dal Signore e metterci sulla lunghezza d’onda dei giovani, non per dare loro sempre ragione, ma per essere loro compagni di viaggio nella scoperta del loro desiderio di vita e dell’approdo inaguagliabile che lo metta al sicuro da ogni pericolo e sorpresa.

Sto, inoltre, terminando la Visita pastorale. Vedo tanto bene nelle nostre comunità. Ringrazio Dio e tutti gli operai del Vangelo, preti, religiosi e laici. Le visite alle Scuole sono straordinarie. Gli incontri con i malati e gli anziani nelle loro famiglie sono momenti in cui la speranza cristiana emerge e si dimostra come affidabile. La malattia e la sofferenza sono come un ottavo sacramento in cui Dio dà appuntamento a tutti gli uomini per una esperienza forte della Sua presenza e del Suo Amore. Penso, però, che le nostre parrocchie abbiano bisogno di ulteriori passi verso il compimento del loro servizio e della loro missione. Il primo e fondamentale è quello della ricerca di una comunione più sincera al loro interno e con le altre realtà ecclesiali. Le nostre parrocchie hanno bisogno di essere più “umane”, più ospitali, più aperte, soprattutto alle persone che sono in ricerca. E non è detto che debba essere solo il sacerdote il titolare dell’accoglienza. Essa esige più soggetti e più volti. Gli organismi di comunione e partecipazione, come il Consiglio pastorale parrocchiale e il Consiglio per gli Affari economici, non sempre sono presenti. E dove lo sono, occorre che funzionino meglio. Inoltre, anche la formazione degli Animatori meriterebbe maggiore attenzione, interesse e disponibilità da parte nostra. E se una parrocchia non ha la possibilità di attivare percorsi formativi per i responsabili della vita comunitaria, guardi alle parrocchie vicine. E’ finito il tempo della autoreferenzialità. Una parrocchia da sola non va da nessuna parte, almeno per quanto riguarda il lavoro pastorale con le categorie di persone più “difficili” da raggiungere e da coinvolgere in un cammino condiviso di Chiesa. Penso, soprattutto, alle famiglie giovani, agli adolescenti, ai ragazzi … ai giovani stessi. Quello che dico non è solo frutto di una convinzione profonda, ma riceve di continuo il conforto dell’esperienza. Ho terminato, proprio in questi giorni, la Visita pastorale alle comunità parrocchiali di Mole Bisleti, Laguccio, S. Emidio e Pignano: le ho invitate a camminare insieme, perché ognuna ha dei doni che può mettere a disposizione delle altre. Certo, le parrocchie più piccole non debbono avere remore a  chiedere aiuto a quelle più attrezzate. D’altro canto, queste ultime non devono temere che il loro cammino diventi più “pesante”, per la compagnia di comunità cristiane meno fortunate. Ognuno deve fare il proprio piccolo passo per avvicinarsi agli altri in vista di un incontro e di una sintonia che renda la nostra testimonianza assai più credibile.

Siamo in attesa anche della Visita apostolica di Sua Santità Benedetto XVI il 5 settembre p. v. a Carpineto Romano. Il Papa viene a confermarci nella fede e  a rendere più affidabile la nostra speranza. E’ un dono grande quello che ci fa il Signore, un momento eccezionalmente importante per la vita della nostra Diocesi. Un evento che avrà come protagonista soprattutto lo Spirito del Signore che, attraverso il ministero del Sommo Pontefice, restituirà vigore ai nostri passi e slancio alla nostra volontà di rinnovamento. Dobbiamo prepararci alla Visita del S. Padre con l’impegno di conversione, con l’ascolto della Parola di Dio e con la preghiera, con la celebrazione dei Sacramenti, soprattutto con la Riconciliazione e l’Eucaristia, con una testimonianza e un servizio sinceri e disinteressati, con il dispiegarsi della responsabilità di ognuno che si declina come custodia fraterna di tutti, ma soprattutto delle “pietre scartate” e delle persone che vivono l’esperienza del Calvario.

Ci guidi e ci conforti la luce e la forza dello Spirito di vita i cui frutti sono : “Amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé …
” (Gal 5,22).

+ Lorenzo Loppa

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