Questo è il testo dell’omelia pronuncia da monsignor Santo Marcianò nella Messa in preparazione al Santo Natale per le Istituzioni della provincia – Frosinone, parrocchia San Paolo 18 dic 2025
Carissimi, celebriamo l’Eucarestia che ci prepara il Santo Natale e io sono davvero felice di potere
incontrare voi, professionisti impegnati nel servizio alla città dell’uomo, alla sua vita e salute.
Voglio manifestarvi stima e ammirazione, perché so quanto tale servizio, svolto nel mondo delle
Istituzioni e in quello della Sanità, sia accomunato da dedizione concreta e totale, che spesso
sacrifica impegni e affetti personali nonché tempi di riposo, in nome di quel bene comune che
include tutti i cittadini, gli stranieri, tutti coloro che passano nelle nostre città. Grazie, dunque, per il
vostro servizio all’uomo! Un servizio che la Parola di Dio, oggi, ci aiuta a sintetizzare con un verbo:
«custodire». Lo fa presentando, nel Vangelo (Mt 1,18-24), la figura splendida di San Giuseppe,
sposo di Maria e custode di Lei e di Gesù.
«Giuseppe, figlio di Davide, non temere».
«Non temere». È la prima parola che l’angelo rivolge in sogno a Giuseppe, per sostenerlo nella
missione affidatagli da Dio. E questa Parola, nella Bibbia, è spesso rivolta a coloro che Dio chiama
a una missione particolarmente impegnativa, che sembra sovrastare le forze umane.
È la missione di voi responsabili della cosa pubblica, chiamati a esercitare compiti di responsabilità,
di difesa, di custodia dell’ordine e della legalità, di salvaguardia del creato. Ruoli che vi mettono in
contatto con grandi numeri, con problemi proiettati su larga scala, con sfide che toccano violenza,
corruzione, sfiducia nelle Istituzioni ma che, al contempo, richiedono sensibilità verso i drammi
personali generati da povertà, disoccupazione, immigrazione, disagio giovanile e dipendenze…
È la missione di voi, medici e operatori sanitari, chiamati ad accostare problemi immensi del
singolo essere umano: la vita, la malattia, la sofferenza, la morte. Drammi che esigono in voi
competenza, sapienza, compassione; non ultimo, richiedono coscienza, perché anche voi dovete
oggi affrontare sfide inedite, come il disprezzo crescente del valore della vita, sovvertendo l’etica e
la natura stessa della medicina, scienza che dovrebbe guarire, curare, supportare, accompagnare…
Custodire l’uomo e la comunità, la vita della persona e della società: sono davvero missioni
straordinarie: ma non siete soli ad affrontarle! «Non temere», ripete il Signore, a voi come a
Giuseppe: vi assicura la Sua presenza pur fidando sulla vostra responsabilità.
«Tu lo chiamerai Gesù »
Queste parole dell’angelo sono espressione di un Dio che si affida alla responsabilità umana. Nella
sapienza biblica, il compito di dare il nome è importantissimo ed è, inequivocabilmente, un compito
paterno: al Mistero che si compie in Maria ed è affidato alla sua custodia, Giuseppe è chiamato a
dare il nome. Il nome, lo sappiamo, denota una missione e indica un’appartenenza, un posto nel
mondo; ma il nome – questo è importante – è scelto da Dio!
Dentro questa responsabilità paterna, è bello inquadrare la modalità, la metodologia di azione degli
uomini e delle donne delle Istituzioni. Voi siete chiamati a organizzare la comunità civile
riconoscendo e rispettando la dignità di ogni persona e di ogni ruolo, esercitando l’autorità come
servizio, guidando con equilibrio e saggezza, prendendo a cuore la città come una «casa». Papa
Francesco ha voluto parlare di «casa comune» nella sua Enciclica Laudato si’, dove ha espresso
sollecitudine per la cura del creato, ispirandosi al Cantico delle Creature di San Francesco. Sono
passati ottocento anni da quando il Cantico delle Creature fu scritto e mi piace, in questa celebrazione natalizia, additarlo a voi, Servitori dello Stato, come un riferimento che ispiri e sostenga la dinamica paterna con cui vi assumete la responsabilità della cosa pubblica, dei giovani, dei poveri, della pace. In un frangente della storia contrassegnato, come dicono le scienze umane, dalla cosiddetta “assenza del padre”, è importante, per la nostra gente, capire che state lavorando per la comunità e per le singole persone delle quali, per così dire, conoscete il nome, cioè bisogni e problemi. E che lo fate con tutto voi stessi!
«Non temere di prendere con te Maria, tua sposa»
Il verbo «prendere», chiesto a Giuseppe, traduce il greco paralambàno: non un “prendere” generico,
non “prendere per sé” ma “prendere con sé”; verbo che esprime vicinanza, accoglienza: prendersi
cura della vita dell’altro.
È il cuore della missione di voi medici e operatori sanitari, come ha recentemente ricordato Papa
Leone a un gruppo di cardiologi, richiamando anche l’Enciclica Evangelium Vitae di Giovanni
Paolo II: «il “servizio della vita” è alla base di ogni atto medico autentico, poiché rispecchia la
tenerezza con cui Cristo stesso si avvicinava ai malati e ai vulnerabili. Il suo saldo amore ispira la
dedizione che voi dimostrate attraverso la ricerca, la formazione e i delicati interventi che
preservano la vita». E ha concluso: «Ogni battito di cuore affidato alla vostra cura ricorda che la
vita è un dono, sempre un mistero da riverire» 1 .
Come non contemplare, in questi giorni che ci avvicinano al Mistero del Natale, la figura di
Giuseppe che, assieme a Maria, ascolta e si prende cura di ogni battito del Cuore di Gesù? Sì,
ascoltare e prendersi cura! Ascoltare il malato, dall’attenzione posta ai suoi sintomi fino alla
sofferenza del suo animo: gesti fondamentali, che la tecnologia e l’intelligenza artificiale rischiano
di rubare all’umano; prendersi cura, anche nelle situazioni più disperate, nelle disabilità più gravi,
nelle situazioni di debolezza che la cultura dello scarto tende a eliminare, ricordando che ogni
paziente è persona, dal concepimento alla morte naturale! È la bellezza della compassione incarnata
dalla vostra missione di custodire la vita, di accogliere ogni vita, di curare la persona anche quando
sia impossibile guarirla.
Cari amici, grazie! Grazie a voi che, in diverso modo, custodite la città, custodite la vita, custodite
tutti noi, con tanto coraggio. “Coraggio” significa, etimologicamente, “agire con il cuore”; e Papa
Francesco, qualche anno fa, ha definito San Giuseppe «padre del coraggio creativo» 2 .
Dinanzi alle sfide e ai compiti enormi che vi attendono, il Signore vi doni questo coraggio creativo,
capace di custodire coloro che vi sono affidati, come fece San Giuseppe con Gesù Bambino.
Vi affido a Lui, che rinasce nel mondo per il mondo, perché accompagni il vostro lavoro, vi
protegga e vi benedica.
E così sia!
Santo Marcianò
(Ger 23,5-8; Dal Sal 71 (72); Mt 1,18-24)
1 Leone, Discorso a una delegazione di Cardiologi del “Paris Course on Revascularization”, 5 dicembre 2025; cfr.
anche Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 41
2 Francesco, Lettera Apostolica Patris Corde, 5


