Questo il testo integrale del messaggio di saluto dell’arcivescovo Santo Marcianò, fatto pervenire ai partecipanti al convegno “Amare non fa male” – Educare all’amore vero”, tenutosi a Fiuggi sabato 13 febbraio 2026, organizzato dall’Azione Cattolica diocesana, area famiglia & vita, dall’associazione La Caramella buona e dall’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Anagni-Alatri

Carissimi,
nell’impossibilità di partecipare ai vostri lavori, non voglio far mancare il mio saluto
al convegno: «Amare non fa male!». È un titolo che, partendo dal fotografare la realtà,
esprime la speranza che mai più si chiami “amore” ciò che è esattamente il suo contrario: la
violenza, lo sfruttamento, l’uso, l’abuso… ogni forma di prevaricazione e dominio sull’altro,
che «fa male», che provoca il male. Un male che spesso riempie le pagine della cronaca e al
quale bisogna imparare a dare un nome, per conoscerlo e per contrastarlo. Ecco la
dimensione educativa, sulla quale il vostro convegno si vuole concentrare.
«L’amore – diceva Giovanni Paolo II – non è cosa che si impari, eppure non c’è cosa
che sia così necessario imparare». Una definizione paradossale, come paradossale, del resto,
è l’amore stesso. Ma una definizione che apre un panorama straordinario: l’apprendimento
dell’amore è quanto di più necessario si possa immaginare. Non è una frase fatta, uno slogan
tra i tanti con i quali oggi si vuole sdoganare un’educazione affettiva che, come si suol dire,
comprende “tutto e il contrario di tutto”. Si tratta piuttosto di individuare la radice di questa
«necessità» dell’educazione all’amore, che è prettamente antropologica. Del resto, è stato lo
stesso Giovanni Paolo II, nella sua prima Enciclica (Redemptor Hominis, 10), ad affermare
che «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere
incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non
s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa
vivamente».
Sì, cari amici. Imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere,
rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitare
comportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umano
una persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è la
possibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. Educare
all’amore è educare all’umano!
Il tema dell’educazione all’amore, dunque, è emergenza e urgenza; al contempo, ce
ne rendiamo conto, è estremamente delicato, proprio per l’antropologia, ovvero l’idea di
uomo che presuppone e veicola. E l’antropologia personalista, che il cristianesimo riconosce e
condivide con molte altre culture e religioni, vede la persona umana come unità integrata e
integrale di corpo, psiche e spirito, fatta per entrare in relazione e chiamata a una libertà che
è anzitutto rispetto della verità e dignità propria e altrui.
Tutto questo, se ci pensiamo bene, è «rivoluzionario»! Implica quella «rivoluzione
dell’amore» che, riprendendo l’invito di Papa Leone, fin dal giorno di inizio del mio ministero
nelle nostre Diocesi ho voluto indicare come programma, offrendone le linee principali nella
Lettera Pastorale Capii che l’amore è tutto. In tale testo, partendo proprio dall’affermazione
di Giovanni Paolo II – «l’uomo non può vivere senza amore» – vi invitavo a osservare che
«l’amore è oggi una delle parole più complesse ed equivocate», ricordando, al contempo, che «“Dio è amore”, l’amore è Suo dono e si concretizza nel Suo Progetto su ciascuno di noi, su
ogni vocazione. Occorre dunque chiedersi sempre cosa significhi amare, per rispondere e
rimanere fedeli alla propria chiamata all’amore in ogni vocazione» perché, in definitiva, «ogni
vocazione nasce dalla gioia di sentirsi amati a dall’essere chiamati ad amare».
Il vostro Convegno affronta il tema dell’educazione all’amore con relatori qualificati
e ricchi di esperienza; e la Chiesa ha profondamente a cuore la dimensione vocazionale
dell’amore. E pensando alla dimensione formativa dei giovani, desidero riproporre a tutti voi
l’interrogativo espresso nella Lettera Pastorale, su cui i vostri lavori possono offrire un
profondo contributo di riflessione: «Come impostare una pastorale vocazionale che, partendo
dalla riscoperta dell’essere e sentirsi amati, aiuti ogni giovane a interrogarsi sul Progetto di
amore Dio, unico e irripetibile, e sia integrata da un’educazione affettivo-sessuale e da
un’educazione all’amore in grado di indicare l’orizzonte del dono di sé come realizzazione
della persona?»
Cari amici, «l’orizzonte del dono di sé»! Ecco la radice antropologica alla quale la
dimensione educativa si deve ancorare, per contrastare una cultura edonista e relativista,
che riduce l’amore alla dittatura del puro sentimento aprendo il varco a comportamenti
egoistici: da diverse forme di immaturità affettiva, fino alla violenza e a ogni genere di
abuso, specie nei confronti di donne, minori e persone vulnerabili.
La «Rivoluzione dell’amore», come ho voluto sottolineare, «ci pone dinanzi l’amore
non solo come sentimento ma come dinamica di tutta la persona: corpo, psiche, spirito,
intelligenza, volontà», nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi bene
ma “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Veglia
di Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!
Che questo convegno ci aiuti a riscoprire nel “dono di sé” il segreto che permette
all’amore di non fare male e promette all’essere umano la felicità a cui egli è chiamato,
perché creato dall’Amore, con Amore, per Amore.
A tutti, buon lavoro!
