Cattolici e Resistenza: il contributo di Marcianò al convegno di Morolo

19 Aprile 2026

Cattolici e Resistenza: il contributo di Marcianò al convegno di Morolo

In occasione delle celebrazioni dell’81° anniversario della Liberazione, la Fondazione Antonio Biondi e l’ANPC – Associazione Nazionale Partigiani Cristiani hanno promosso un importante momento di riflessione storica e civile dal titolo “Religiose e religiosi nella Resistenza: la fede nella libertà”, svoltosi presso l’Auditorium comunale di Morolo.

L’iniziativa ha posto al centro dell’attenzione il contributo, spesso poco conosciuto ma decisivo, di religiose e religiosi alla lotta di Liberazione, evidenziando come la fede abbia rappresentato non solo una dimensione spirituale, ma anche una forza concreta di impegno per la libertà, la giustizia e la dignità umana. Un patrimonio etico e civile che ha contribuito in modo significativo alla costruzione dei valori fondanti della Costituzione italiana e al consolidamento della democrazia nel nostro Paese.

Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali dell’assessore alla cultura del comune di Morolo,  Enzo Moriconi, insieme a Luigi Canali, presidente della Fondazione Antonio Biondi, e Gianfranco Noferi, segretario ANPC sezione di Roma.

L’introduzione dei lavori è stata affidata a Silvia Costa, vicepresidente nazionale ANPC, che ha sottolineato l’importanza di mantenere viva la memoria della Resistenza come momento fondativo della Repubblica e come riferimento per le sfide contemporanee.

Sono intervenuti autorevoli relatori: don Santo Battaglia, che ha portato il messaggio di Monsignor Santo Marcianò, arcivescovo di Frosinone-Anagni-Alatri, impossibilitato a partecipare (messaggio che di seguito pubblichiamo integralmente);  suor Grazia Loparco, storica della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxiliuma; Biancamaria Valeri, storica e vicepresidente del Centro Studi Don Giuseppe Morosini di Ferentino; Alessandro Santagata, storico dell’Università di Padova; e Marilinda Figliozzi, vicepresidente ANPC Frosinone.

Le conclusioni sono state affidate a Maria Pia Garavaglia, presidente nazionale ANPC, che ha ribadito come il sacrificio e l’impegno dei protagonisti della Resistenza, inclusi religiose e religiosi, abbiano contribuito in maniera determinante alla nascita di una Costituzione fondata sui valori della libertà, della solidarietà e della partecipazione democratica.

L’incontro, moderato dal giornalista Dario Facci, ha rappresentato un’importante occasione per riflettere sul legame profondo tra memoria storica e responsabilità civile, riaffermando il ruolo della coscienza etica e della fede nella costruzione di una società libera e democratica.

QUESTO IL CONTRIBUTO INVIATO DAL VESCOVO MARCIANO’:

Parlare di guerra, di Resistenza, di partigiani, in questo momento storico, fa percepire il passato vicino come non avremmo mai potuto immaginare. Un senso di vicinanza temporale che – è comprensibile – si lega anche a incredulità, incertezze, paure generate dal clima di guerra e, per certi versi, ci chiede ancor più di imparare dal passato. Anche da quell’esperienza peculiare che fu la Resistenza dei partigiani italiani, tra i quali si coinvolsero sacerdoti e religiosi.
Sappiamo quanto il tema sia delicato, ma possiamo dire che quanto essi fecero rappresentava il
tentativo di trasformare quel tempo di guerra in tempo di pace. Basti pensare al senso puro e forte di
antifascismo che li animava o all’attenzione con cui essi trattavano i prigionieri di guerra, mai
prestandosi a torture o violenze di alcun genere, tantomeno a soppressioni; basti ricordare quanto un
indiscusso uomo di pace come don Milani ebbe a scrivere nella famosa Lettera ai cappellani: «In
questi cento anni di storia c’è stata una guerra “giusta” (se guerra giusta esiste). L’unica che non
fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana»
Sappiamo che non esiste la «guerra giusta», la Chiesa non manca di ribadirlo in più occasioni; e
possiamo essere certi che la stessa espressione di don Milani non la giustifichi assolutamente ma sia
volutamente paradossale, nel tempo drammatico del fascismo, mettendo in luce come l’esperienza
della resistenza abbia contribuito a compattare un sano senso di Patria e a recuperare valori su cui le
nostre Istituzioni si sono poi edificate: anzitutto la centralità dell’uomo, da difendere nella sua vita,
dignità e libertà. E la difesa, come la Tradizione della Chiesa insegna, è lecita e addirittura
necessaria qualora vengano lesi i diritti degli innocenti, venga esercitata violenza e prevaricazione
in nome di interessi personali o discriminazioni religiose, politiche, razziali.
Vasta parte del mondo cattolico, quello stesso che ha aiutato l’Italia a rialzarsi e costruire nuove
istituzioni fondate sulla libertà, ha scelto di condividere, in varie modalità, la tragedia del conflitto,
testimoniando a tutti, anche ai soldati, che Dio è Padre e portando l’Amore del Padre come luce che
rischiara le tenebre della guerra. È prezioso ricordare anche l’opera silenziosa di tanti religiosi e
religiose nel proteggere, difendere e nascondere ebrei o partigiani…
Coloro che per questi valori hanno combattuto lo hanno fatto nella certezza di difendere la libertà e
la dignità umana, di difendere l’identità di un popolo al quale li legava un profondo senso di
appartenenza; e il loro esempio può trasmette una lezione di appartenenza all’uomo moderno, il
quale è sempre più sganciato dai propri legami relazionali, familiari, culturali, quindi dalle proprie
radici.
Una Resistenza così intesa era decisamente orientata alla pace. Lo sottolineava il Presidente
Mattarella un anno fa a Genova, in occasione della Festa del 25 aprile: «L’aspirazione profonda del
popolo italiano, dopo le guerre del fascismo, era la pace. Il regime aveva reso costume degli italiani
la guerra come condizione normale: non la guerra per la vita ma la vita per la guerra. La Resistenza
si pose l’obiettivo di raggiungere la pace come condizione normale delle relazioni fra popoli. In
gioco erano le ragioni della vita contro l’esaltazione del culto della morte»
È proprio così: la promozione della pace va di pari passo con la promozione della vita; non c’è pace
dove non si custodisce la vita. E il nostro Convegno vuole mettere in luce il contributo alla pace che alcuni consacrati hanno dato alla Resistenza, con il proprio impegno e con il dono della propria vita,
non solo per difendere l’Italia ma per difendere la vita di tante persone deboli e inermi, oppresse e
uccise dalla violenza nazifascista. Un impegno e un dono che non si comprende appieno se si
dimentica la forza che essi hanno attinto dalla fede cristiana e, di conseguenza, alla preghiera, che li
avrà aiutati a combattere continuando a invocare da Dio il dono della pace. Un’invocazione che
oggi mi permetto di fare nostra, concludendo il mio intervento con le parole del Papa nella Veglia di
Preghiera per la Pace, sabato 11 aprile.
«La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il
Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme,
come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio
per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia
scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che
già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace,
sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie!
Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non
bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza
pietà». Che questa pietà possa muovere oggi i cuori di coloro che sono chiamati a costruire pace,
per vincere finalmente la grande sofferenza, la grande ingiustizia, la grande “follia” della guerra.

Santo Marcianò
Arcivescovo

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