Il silenzio, l’esame, Sara e la clausura del monastero di Alatri

19 Giugno 2026

Il silenzio, l’esame, Sara e la clausura del monastero di Alatri

È giugno. Le aule trattengono il fiato. Giugno è sempre un passaggio: per i ragazzi che chiudono un ciclo, per noi insegnanti che li accompagniamo fino all’ultima soglia. Giugno è la resa dei conti, ma anche sussurro di promesse.

Nei primi giorni di maggio, Sara mi ha guardato e mi ha detto, con una voce che sembrava venire da più lontano di lei: “Prof, ho scelto il silenzio. Che mi suggerisce?”. Mi sono fermato. L’ho guardata bene negli occhi e dentro di me qualcosa si è acceso. Non era la solita richiesta. Non era un tema da incastrare in una mappa. Era un desiderio raro, quasi antico. In un mondo che urla, che vibra, che non smette mai di notificarsi addosso… una ragazza di terza media aveva scelto il silenzio.
Mi sono chiesto: chi parla più del silenzio, oggi? Chi ha il coraggio di cercarlo senza paura di perdersi?mCi ho pensato. “Dammi qualche giorno”, le ho detto. Perché certe parole non si improvvisavano. Il silenzio andava custodito, prima di essere raccontato.

Poi si è accesa una idea: qui, a due passi, c’è il Monastero della monache Benedettine. Ad Alatri batte un cuore nascosto tra le sue antiche mura. Un monastero di clausura. Un luogo dove il silenzio non è assenza, ma lingua. Dove le monache parlano piano all’anima, da una vita intera.

Qualche giorno dopo in classe le dico: «Sara, ma ti andrebbe di conoscere delle monache di clausura? Ti andrebbe di andare a toccare con i piedi e mani quel silenzio? Ti andrebbe di ascoltare chi lo abita ogni giorno, come un respiro?».

Lei ha spalancato gli occhi. “Prof, è una figata. Bellissimo”.
E dietro di lei, Alexandra e Nicole: “Veniamo anche noi”.

Ho chiamato la Madre Superiora:Madre Scolastica Le ho spiegato il nostro desiderio, così fragile e così grande. E loro, le monache di clausura, ci hanno aperto la porta. Ci hanno regalato un’ora. Un’ora fuori dal tempo.

Sara, Alexandra e Nicole sono entrate in punta di piedi. E lì hanno incontrato Suor Maria Speranza. All’anagrafe Isabella, 28 anni. Da circa 10 nel monastero. Giovane, era un po’ più grande di loro quando decise di entrare in monastero e con lo sguardo di chi nella clausura ha trovato casa, parola, e liberta. Suor Speranza ha raccontato loro del suo silenzio. Non un silenzio vuoto, ma grembo. Un luogo dove si impara ad ascoltare il cuore, dove la preghiera diventa respiro.

Le mie tre alunne camminavano tra i corridoi di pietra antica, il chiostro e i loro volti si facevano luce. Era stupore, era pace, era una gioia che non sapevano nominare. Le foto che scattate quel pomeriggio non ritraevano solo sorrisi ma volti che avevano riconosciuto un altro modo di essere al mondo.

Poi, è arrivato il giorno dell’esame...
Sara ha proiettato quelle immagini. E nell’aula è successo qualcosa di raro. La commissione si è fatta silenzio. Ho visto i miei colleghi spalancare gli occhi, come davanti a un miracolo semplice. Ho visto le labbra aprirsi in sorrisi veri, non di circostanza. Ho visto curiosità autentica, quella che nasceva quando si toccava qualcosa di vero.

E Sara… Sara parlava. Raccontava di quel luogo che non si aspettava. Raccontava di come, nel silenzio, aveva trovato una parola che il mondo non le aveva mai detto: una parola di fiducia, di bellezza, di casa. Sara mi ha ribadito che insegnare non è riempire, ma aprire porte.
E che a volte basta il coraggio di una ragazza e il silenzio di un monastero per ricordare a tutti noi che esiste un altro modo di ascoltare la vita.

Gabriele Ritarossi, docente di Religione Cattolica

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