Nel respiro di una casa abitata da Dio (diario dal Santuario di Vallepietra)

3 Agosto 2026

Nel respiro di una casa abitata da Dio (diario dal Santuario di Vallepietra)

Tre giorni a Vallepietra non sono una fuga: sono un rientro. Anche questa estate sono riuscito, insieme a mia moglie e mia figlia, a tornare al Santuario della Santissima Trinità.

Il primo elemento che mi colpisce sempre è la familiarità. A Vallepietra ci si conosce per nome, ci si passa le cose a tavola. E’ un posto che, in qualche modo, ti aspetta. È la famiglia del Santuario: pellegrini, volontari, sacerdoti e suore che animano la vita del luogo, senza divisioni nette tra “chi serve” e “chi viene servito”.

La giornata è scandita e il ritmo è chiaro a tutti. Anche a mia figlia che ha imparato presto a vendere i calendari, passare la bussola ed aiutare a preparare la tavola.

La sera è il momento che più degli altri ho atteso. Quando scende il silenzio del tramonto. Con la luce che si abbassa e la recita del Rosario. Le preghiera della sera lascia spazio a un silenzio che non pesa. È il momento in cui la valle si ferma. Ascolta, si fa sera.

Il mattino al Santuario ti insegna, invece, la gioia di un nuovo giorno da vivere. Non di una lotta da affrontare e di problematiche da risolvere ma di giorni fa vivere. è l’opposto: le Lodi del mattino al sole che si affaccia educano non solo alla liturgia, ma all’avvio di una giornata che da lì prende direzione.

Tra la preghiera, il canto dei pellegrini, i servizi da svolgere c’è poi l’ascolto e il confronto su tante questioni inerenti la vita. Si parla a tavola, nei corridoi, sui gradini. Il pranzo e la cena diventano a tutti gli effetti altari della comunione umana. Si portano fatiche, domande, notizie di casa. Nessuno glissa.

A coordinare questo luogo c’è l’attivismo del rettore don Alberto Ponzi. È un punto di riferimento per tutti: per i pellegrini che arrivano, per i volontari che ruotano, per i sacerdoti e le suore che portano avanti gli orari e i servizi. Con la sua disponibilità, riesce in una cosa tanto semplice quanto difficile: non lasciare nulla alla superficialità. Ascolta ogni problema, entra nel dettaglio e lavora alla soluzione di mille situazioni che si generano ogni giorno. Lo vedi passare da una urgenza all’altra, ma senza perdere mai lo sguardo sulle persone.

Ciò che fa però dei giorni al Santuario un appuntamento al quale annualmente cerco di non rinunciare è la possibilità di respirare una casa abitata da Dio. Uno spazio dove il servizio e la carità si tengono per mano. Un luogo dove incontrare una presenza, quella di Dio, che in penombra risalta tra la Liturgia Eucaristica e quelle delle Ore.
E la presenza si coglie anche fuori dalla chiesa. Nella natura, nel mormorio di un vento leggero che sembra accarezzare le fragilità dei figli. Lì si avverte, si coglie, si percepisce e si rivela la presenza di un Dio che è Padre.

Tre giorni così. Con gli orari pieni, il silenzio della sera, la luce la mattina, e in mezzo la vita della comunità che va avanti. Non è diario. È cronaca di un luogo dove la fede diventa gesti ordinari, ripetuti, e per questo veri.

di Gabriele Ritarossi

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