Il messaggio del vescovo Santo al convegno “Amare non fa male!”: «L’uomo è creato dall’Amore, con Amore, per Amore»

Questo il testo integrale del messaggio di saluto dell’arcivescovo Santo Marcianò, fatto pervenire ai partecipanti al convegno “Amare non fa male” – Educare all’amore vero”, tenutosi a Fiuggi sabato 13 febbraio 2026, organizzato dall’Azione Cattolica diocesana, area famiglia & vita, dall’associazione La Caramella buona e dall’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Anagni-Alatri Messaggio convegno (pdf) Carissimi,nell’impossibilità di partecipare ai vostri lavori, non voglio far mancare il mio salutoal convegno: «Amare non fa male!». È un titolo che, partendo dal fotografare la realtà,esprime la speranza che mai più si chiami “amore” ciò che è esattamente il suo contrario: laviolenza, lo sfruttamento, l’uso, l’abuso… ogni forma di prevaricazione e dominio sull’altro,che «fa male», che provoca il male. Un male che spesso riempie le pagine della cronaca e alquale bisogna imparare a dare un nome, per conoscerlo e per contrastarlo. Ecco ladimensione educativa, sulla quale il vostro convegno si vuole concentrare.«L’amore – diceva Giovanni Paolo II – non è cosa che si impari, eppure non c’è cosache sia così necessario imparare». Una definizione paradossale, come paradossale, del resto,è l’amore stesso. Ma una definizione che apre un panorama straordinario: l’apprendimentodell’amore è quanto di più necessario si possa immaginare. Non è una frase fatta, uno slogantra i tanti con i quali oggi si vuole sdoganare un’educazione affettiva che, come si suol dire,comprende “tutto e il contrario di tutto”. Si tratta piuttosto di individuare la radice di questa«necessità» dell’educazione all’amore, che è prettamente antropologica. Del resto, è stato lostesso Giovanni Paolo II, nella sua prima Enciclica (Redemptor Hominis, 10), ad affermareche «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essereincomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se nons’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipavivamente».Sì, cari amici. Imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere,rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitarecomportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umanouna persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è lapossibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. Educareall’amore è educare all’umano!Il tema dell’educazione all’amore, dunque, è emergenza e urgenza; al contempo, cene rendiamo conto, è estremamente delicato, proprio per l’antropologia, ovvero l’idea diuomo che presuppone e veicola. E l’antropologia personalista, che il cristianesimo riconosce econdivide con molte altre culture e religioni, vede la persona umana come unità integrata eintegrale di corpo, psiche e spirito, fatta per entrare in relazione e chiamata a una libertà cheè anzitutto rispetto della verità e dignità propria e altrui.Tutto questo, se ci pensiamo bene, è «rivoluzionario»! Implica quella «rivoluzionedell’amore» che, riprendendo l’invito di Papa Leone, fin dal giorno di inizio del mio ministeronelle nostre Diocesi ho voluto indicare come programma, offrendone le linee principali nellaLettera Pastorale Capii che l’amore è tutto. In tale testo, partendo proprio dall’affermazionedi Giovanni Paolo II – «l’uomo non può vivere senza amore» – vi invitavo a osservare che«l’amore è oggi una delle parole più complesse ed equivocate», ricordando, al contempo, che «“Dio è amore”, l’amore è Suo dono e si concretizza nel Suo Progetto su ciascuno di noi, suogni vocazione. Occorre dunque chiedersi sempre cosa significhi amare, per rispondere erimanere fedeli alla propria chiamata all’amore in ogni vocazione» perché, in definitiva, «ognivocazione nasce dalla gioia di sentirsi amati a dall’essere chiamati ad amare».Il vostro Convegno affronta il tema dell’educazione all’amore con relatori qualificatie ricchi di esperienza; e la Chiesa ha profondamente a cuore la dimensione vocazionaledell’amore. E pensando alla dimensione formativa dei giovani, desidero riproporre a tutti voil’interrogativo espresso nella Lettera Pastorale, su cui i vostri lavori possono offrire unprofondo contributo di riflessione: «Come impostare una pastorale vocazionale che, partendodalla riscoperta dell’essere e sentirsi amati, aiuti ogni giovane a interrogarsi sul Progetto diamore Dio, unico e irripetibile, e sia integrata da un’educazione affettivo-sessuale e daun’educazione all’amore in grado di indicare l’orizzonte del dono di sé come realizzazionedella persona?»Cari amici, «l’orizzonte del dono di sé»! Ecco la radice antropologica alla quale ladimensione educativa si deve ancorare, per contrastare una cultura edonista e relativista,che riduce l’amore alla dittatura del puro sentimento aprendo il varco a comportamentiegoistici: da diverse forme di immaturità affettiva, fino alla violenza e a ogni genere diabuso, specie nei confronti di donne, minori e persone vulnerabili.La «Rivoluzione dell’amore», come ho voluto sottolineare, «ci pone dinanzi l’amorenon solo come sentimento ma come dinamica di tutta la persona: corpo, psiche, spirito,intelligenza, volontà», nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi benema “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Vegliadi Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!Che questo convegno ci aiuti a riscoprire nel “dono di sé” il segreto che permetteall’amore di non fare male e promette all’essere umano la felicità a cui egli è chiamato,perché creato dall’Amore, con Amore, per Amore.A tutti, buon lavoro!
Norme Diocesane per Comitati feste patronali e feste ad esse equiparate

Ecco le norme decise dall’arcivescovo Santo Marcianò Norme Diocesane per Comitati feste patronali e feste ad esse equiparate (pdf)
Il Vescovo ai consacrati: «Grazie per il vostro essere profezia di amore»

XXX Giornata mondiale della vita consacrata – festa della Presentazione del Signore Cattedrale di Anagni – 2 febbraio 2026 Carissimi fratelli e sorelle, Consacrate e Consacrati, incontrarvi per la prima volta tutti assieme in questa Cattedrale è motivo di gioia, di festa. È una Festa la celebrazione di questa XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Ed è tanta la mia gratitudine di padre per il vostro esserci, per la presenza, con i diversi tipi di apostolato che svolgete in diocesi; e per l’anniversario significativo, che illumina ancora di più questo nostro “primo incontro” comunitario. In realtà, abbiamo già avuto modo di incontrarci con tanti di voi. Siete tanti, tante forme di vita consacrata, tanti carismi diversi; ma un “cuore” vi accomuna tutti, svelato nel bellissimo brano evangelico di oggi: la Presentazione di Gesù al Tempio ((Lc 2,22-40). E il cuore è proprio questo: «presentare»: «Portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore», scrive Luca, utilizzando il greco parastèsai che, tradotto con «presentare», significa in realtà anche «offrire», riferito a quanto avviene con i sacrifici del Tempio. Si tratta, cioè, di un’offerta che esprime l’appartenenza totale a Dio: quanto si offre, si riconosce essere Sua proprietà esclusiva. D’altra parte, il verbo ritorna anche in Rm 12,1: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale». È veramente bella questa modalità di appartenenza che vi contraddistingue e, al contempo, indica l’Assoluto di Dio! E se è vero che ogni creatura appartiene al Signore, è anche vero che essere presentati così, essere offerti così, offrire se stessi come «sacrificio», ha una sfumatura del tutto peculiare: sacerdotale e sponsale. Si vede qui tuttoil senso della vostra esistenza: dall’ascolto della chiamata di Dio che vi ha scelti per Sé, alla gioia della vostra risposta libera e innamorata, alla quotidianità che a volte sembra spingere verso lo scoraggiamento, al tempo della croce che visita ciascuno in modo diverso, alla fecondità che si manifesta dove non avremmo mai immaginato… Tutto è offerta d’amore! Tutto è sacrificio d’amore! Tutto appartiene a Dio e al Suo Amore! Presentare, dunque; offrire in sacrificio. Un verbo che, per certi versi, il Vangelo ci aiuta a caratterizzare ulteriormente con le figure di Simeone ed Anna. Due prospettive diverse e complementari: potremmo dire, una statica e l’altra dinamica. Anna, infatti, si offre con il suo «stare» nel Tempio. Simeone lo fa con il suo andare, «recandosi» al Tempio. E potremmo qui pensare ai diversi carismi della vita consacrata. Pensiamo allo «stare» della vita monastica, claustrale, con il servizio a Dio di un cuore che Gli appartiene talmente da «non allontanarsi mai» dalla preghiera, dal coltivare l’interiorità, dal posare lo sguardo su di Lui. Non è scontato ai nostri giorni, anche a motivo della pervasività di alcune tecnologie – inclusi social e intelligenza artificiale – che possono insinuarsi al punto da sostituire l’anelito al soprannaturale con un certo bisogno di “evasione”. E si tratta di un rischio che tutti corriamo, assieme al rischio di dimenticare come lo «stare» riguardi in realtà tutti i consacrati, pure nelle diverse fasi della vita. Come portare avanti una feconda vita apostolica senza lo «stare» della preghiera? E come non cogliere la misteriosa fecondità dello Spirito anche nei momenti di malattia, di prova della fede, di crisi e di fallimento, come pure nella fase anziana della vita, quando le forze declinano e ci si può sentire marginalizzati? Simeone, d’altra parte, è Icona di colui che va, che corre, mosso dallo Spirito e mosso dall’attesa che, potremmo dire, ha affinato la sua sensibilità allo Spirito. Quanto è importante che ogni vostra missione abbia questo profumo spirituale! Che le vostre opere siano interiormente mosse dallo Spirito Santo, per seguire veramente la Volontà di Dio e per portare gli altri a vedere quel Dio che è «salvezza» del mondo! E questo è vero tanto a livello personale quanto a livello comunitario. Non bisogna precipitarsi per mantenere la docilità allo Spirito; bisogna evitare che l’emergenza dell’organizzazione, della mancanza di vocazioni, della stessa economia pressino e sostituiscano la risposta della fiducia in Dio. Allo stesso tempo, quando lo Spirito manda, non bisogna tirarsi indietro, per paura o lentezza: è solo in quel preciso momento che Gesù si lascia incontrare da Simeone. Infatti, lo Spirito che nutre l’attesa frenando la fretta inopportuna è lo stesso Spirito che infonde il coraggio e la prontezza di andare verso la novità di Dio, anche se ci sentiamo “anziani” o sentiamo “anziana” e appesantita la nostra Congregazione. È bellissimo pensare che a Simeone ed Anna, anziani, Dio si manifesta come Bambino, come novità assoluta, Vita appena nata. E proprio ieri abbiamo celebrato la Giornata per la Vita, alla quale i Vescovi Italiani hanno dato come tema “Prima i bambini”! Presentare, stare, andare. In tutto questo, il racconto evangelico trasuda di profezia, riprendendo peraltro la profezia di Malachia (Mal 3,1-4) che parla del Signore che «entra» nel Suo Tempio e dell’«offerta» che sarà gradita al Signore. La Vita Consacrata è profezia! Attraverso l’«offerta» di se stessi diventa profezia di un Tempio che è di Dio, appartiene a Dio; di un Dio che, entrando nel Tempio come un Bambino, entra nella storia umana – nei tempi, nei luoghi e nelle persone, che sono il «santo tempio di Dio», come dice Paolo (cfr. 1 Cor 3,17) – e ne conferma l’appartenenza al Signore. C’è una profezia che, come persone consacrate, vi è affidata, oggi, nelle nostre Diocesi. Ciascuno potrà dettagliarla e lo faremo anche assieme nelle vostre realtà. Vi lascio però due indicazioni concrete. Nel Messaggio per questa Giornata, il Dicastero per la Vita Consacrata parla della «dimensione profetica della vita consacrata come “presenza che resta”: accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova… restare con amore, senza abbandonare, senza tacere, facendo della propria vita la Parola per questo tempo e per questa storia» 1 . È
“Prima i bambini!”: il messaggio del Vescovo Santo per la Giornata nazionale per la Vita

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli; perché io vi dico che i loro angeli in cielovedono continuamente la faccia del Padre mio (Mt 18,10).Le parole di Gesù, riprese dai Vescovi italiani nel Messaggio per la 48° Giornata per la Vita – “Prima ibambini” – mettono, potremmo dire, “i bambini al centro”. Ed è questo il gesto con cui Gesù stessoaccompagna la sua ammonizione, quando i discepoli gli chiedono chi sia più grande: «Allora chiamò a séun bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventeretecome i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”» (Mt 18,1-3).Mettere al centro i bambini significa mettere in campo gesti concreti: valori, priorità, leggi, opere… alivello personale, familiare, sociale, ecclesiale. E per assicurare una tale concretezza, i Vescovi ci invitanoanzitutto a pensare a tanti bambini, oggi, nel mondo: dai bambini soldato a quelli “vittime collaterali”delle guerre degli adulti; dai bimbi considerati un diritto e “fabbricati” in laboratorio per soddisfare idesideri degli adulti a quelli cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, talora perché malati; daibimbi che pagano egoismi e conflitti familiari e sono maltrattati o abbandonati a loro stessi, implicati neicasi di separazione e divorzio dei propri genitori, sfruttati come lavoratori o coinvolti nelle violenzedomestiche, ai piccoli fatti oggetto di attenzioni sessuali, fino all’infernale piaga degli abusi, che affliggefamiglie, ambienti educativi e persino la Chiesa. Quella Chiesa che invece è, e deve diventare sempre più,“casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che licolpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni divita comunitaria.Sogno sempre più così la nostra Chiesa! Un luogo in cui i bambini siano “al centro” e siano “a casa”: daipiccoli nel grembo materno fino ai ragazzi delle nostre città, che dobbiamo proteggere da pericoli ediscriminazioni ma anche da una cultura del provvisorio, del consumismo, dell’immagine, che rischia difarli crescere in un clima di vuoto e competizione, violenza e odio; persino nell’odio di sé. Sogno che lanostra Chiesa ami sempre più la vita amando i bambini: quanti ne incontro nelle nostre parrocchie e conquanta gioia! Sogno che le famiglie non si scoraggino nel trasmettere loro la vita e, assieme a sacerdoti eoperatori pastorali, non si stanchino di educarli alla fede e all’incontro con Gesù. E sogno la nostra Chiesa,e anche il nostro mondo, come un luogo in cui, per dirla con l’autore del “Piccolo Principe”, i grandi nondimentichino di essere stati bambini: sappiano ascoltarli, capirli e operare, con coraggio, scelte rispettosedella dignità e della vita di ciascuno. Sì, sebbene il rispetto per la vita umana non si limiti al rispetto per l’infanzia, esso inizia proprio da lì: dacolui che è piccolo, quasi “invisibile agli occhi”, come direbbe ancora il Piccolo Principe, ma vive e ciinsegna ad amare. Per questo, assieme ai Vescovi, dico grazie a tutte quelle persone e istituzioni che, nellanostra Chiesa, operano attivamente per educare e custodire i bambini nonché per proteggere la vita umanain tutte le sue fasi e situazioni. Ogni vita! A cominciare da quella dei piccoli che devono ancora nascere,fino a quella dei malati o degli anziani che talora sembrano tornati bambini, tanto sono deboli e bisognosidi tutto, ma la cui esistenza non può essere soppressa.Mettiamo dunque i bambini al centro: metteremo al centro la vita, metteremo al centro l’umano! Santo Marcianò Frosinone, 30 gennaio 2026
Il Vescovo ai giornalisti: «Dietro ogni comunicazione c’è la persona»

Omelia alla Messa nella festa di San Francesco di Sales, patrono dei GiornalistiFrosinone, Cappella della Curia Diocesana, 23 gennaio 2026 Carissimi, nel Vangelo di oggi (Mc 3,13-19) leggiamo: «Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -,perché stessero con lui e per mandarli a predicare». In questo brano del Vangelo potrebbe essereracchiuso il senso della vostra professione, che si radica in una vocazione, in una chiamata di Dio.In un certo senso anche voi siete «mandati a predicare», potremmo dire con Gesù. Perché il vostroservizio, in qualunque modo si svolga – quotidiani o periodici, servizio online o fotografici, culturadell’immagine o scritti – è sempre servizio alla Parola. A una parola umana, che, quanto più umana,tanto più si avvicina a diventare trasmissione della Parola di Dio.Mi piace pensare a questo proprio alla Vigilia della Domenica della Parola di Dio, che si celebreràdomani, e che ha per tema: «La Parola di Cristo abiti tra voi». Una Parola che ci deve abitaredentro, vivere dentro, lavorare dentro prima di essere annunciata. Prima di essere «predicata».È bella l’espressione “predicare”: etimologicamente significa “dire prima”, o meglio “dire dinanzi”.È una parola che va detta, annunciata e non taciuta – voi lo sapete bene –, ma “dinanzi”, ovverotenendo presente che essa raggiunge sempre qualcuno, ci mette in relazione con qualcuno,suscitando una reazione.Predicare, dunque. Vorrei provare a coniugare questo verbo con altri tre verbi, tratti dalla Parola eda alcuni spunti che Papa Leone, in questi primi mesi di Pontificato, ha suggerito proprio a voigiornalisti: Ecco allora il secondo verbo: custodire.«Custodire voci e volti umani», titola così Leone XIV il suo Messaggio, esortando a rendersi contoche «il futuro della comunicazione deve assicurare che le macchine siano strumenti al servizio e alcollegamento della vita umana, e non forze che erodono la voce umana».Dietro ogni comunicazione c’è la persona. Ed è bello pensare che Gesù, prima di mandare i suoi apredicare, li chiami «per nome», dia loro un «nome».D’altra parte, ogni vocazione inizia così e dice la nostra unicità, originalità, insostituibilità. Èproprio vero: si può sostituire la mansione, non la persona!Il nome è identità. È appartenenza a una famiglia, a una storia, a una società. A un ambiente che voisiete chiamati a raccontare. Ma il nome è anche assunzione di responsabilità: è la “firma” cheponete sui vostri articoli o i vostri lavori, dietro i quali si riconosce un pensiero, uno stile, unamodalità di interagire che, in definitiva, è comunicazione di vita.Tutto questo va custodito, custodendo anzitutto se stessi. Fare in modo che le parole siano non solostudiate professionalmente ma misurate umanamente; capaci, cioè, di custodire l’umano, che siesprime nella voce e nel volto, dice appunto Papa Leone.Arriviamo così al terzo verbo: amare.Predicare non è sostenere un monologo dotto, per autocompiacimento o per far prevalere il propriopunto di vista; è desiderio di andare incontro all’altro, di condividere, aperti a dare e a ricevere.«Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farciuscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore,spesso ideologici o faziosi», diceva Leone XIV nel suo primo incontro con voi giornalisti, il 12maggio scorso. E continuava: «Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile cheadottate, è importante. La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma ècreazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto» Potremmo dire che predicare e comunicare è anche saper ascoltare.Cari amici, ritorna dunque il rapporto con la Parola di Dio e si fa preghiera. «In te si rifugia l’animamia; all’ombra delle tue ali mi rifugio», abbiamo cantato nel Salmo 56 (57). Mettiamoci sotto questeali, capaci di custodire il nostro pensiero, il nostro linguaggio, la nostra comunicazione perdiventare, come ha detto ancora Papa Leone ai media cattolici riuniti a Lourdes in questi giorni,«seminatori di parole buone, artefici di una parola che abbraccia, di una comunicazione capace diriunire ciò che è spezzato, di un balsamo sulle ferite dell’umanità». Dio vi custodisca in questomodo di predicare, comunicare, amare. E così sia! Santo Marcianò
Il Vescovo ad Alatri per San Sisto: «Camminiamo nella “strada verso l’altro”»

Omelia alla celebrazione in occasione della memoria della traslazione delle reliquie di San Sisto.Alatri, 11 gennaio 2026 Carissimi fratelli e sorelle, siamo qui, oggi, per vivere una memoria molto importante per questacittà di Alatri. Ricordare San Sisto I significa rinnovare una tradizione radicata nella nostra gente,ma il cui significato non si esaurisce nella storia, sebbene interessante.Una tradizione che impregna e ispira tanti altri gesti: io stesso ho fatto esperienza di uno tra questiquando, qualche mese fa, sono entrato a dorso della mula bianca nella città di Alatri, desiderandoentrare nel cuore della gente, delle sue tradizioni e delle sue speranze, per iniziare il MinisteroPastorale.È bello pensare così alle tradizioni: come a segni di speranza, tramandati di generazione ingenerazione non per evocare fatti folkloristici ma per dire che non siamo soli: c’è, infatti, una storiache ci precede e, per quanto a tratti drammatica, essa è guidata da Dio e volge sempre verso il bene;non perché si annulli il male e il dolore, la malattia e la morte ma perché il male non prevale e lamorte non ha l’ultima parola. Se Alatri ha scelto san Sisto come Patrono, in fondo, è proprio perquesto messaggio di speranza: perché si è sentita da lui non solo, per così dire, “scelta”, ma ancheprotetta.Sappiamo, però, che spesso la malattia non si vince; e sappiamo che tutti dovremo, prima o poi,affrontare la morte. Ma proprio le difficoltà della vita ancor più ci fanno apprezzare la necessità diaver accanto qualcuno che ci protegga e ci guidi verso Dio; che ci aiuti a essere noi stessi e avolgere tutto al bene.Nel lontano 1132, il giorno 11 gennaio, le Reliquie di Papa Sisto I giungevano ad Alatri a dorso diuna mula, la quale cambiava direzione rispetto alla strada iniziale che l’avrebbe condotta altrove. Sefosse stato solo il capriccio di un animale, la memoria di tale evento non si sarebbe certo tramandatadi padre in figlio, segnando così profondamente la vostra storia. Pertanto, se oggi siamo qui, èperché i nostri padri hanno letto in questo evento molto di più, lo dicevo pure ieri ai Vespri,trasmettendoci la testimonianza di una narrazione che supera il semplice racconto storico e ciproietta nell’ottica della fede. Si può qui scorgere, cioè, l’azione silenziosa della Provvidenza cheguida la storia e ci chiede di imparare a camminare nelle strade del Signore: quelle che fanno lafelicità perché realizzano in pienezza la nostra verità di persone.È questo che siamo invitati a fare anche oggi. E oggi, 11 gennaio 2026, celebriamo la Liturgia delBattesimo di Gesù, momento in cui si rivela a noi la strada di Dio, come era stato nella Festadell’Epifania. D’altra parte, anche il Battesimo del Signore è “epifania”, cioè “manifestazione”,“rivelazione” di Gesù e della Sua realtà divina e umana: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui hoposto il mio compiacimento», abbiamo ascoltato dal Vangelo; ed è la voce del Padre a pronunciarequeste parole, che rivelano chi sia Gesù e, al contempo, rivelano chi sia l’uomo. Cristo, dice infattiil Concilio, «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomoall’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» Gesù, dunque, ci dice che il primo passo per camminare sulle vie di Dio è sentirsi figli, avereconsapevolezza di essere «figli amati». È la nostra identità, quasi un DNA che ci definisce, a partiredal dono della vita e dal dono del Battesimo, che ci libera dal peccato e ci rende «figli nel Figlio». Il Battesimo del Signore non è come quello degli uomini, Egli non deve essere liberato dai peccati.Ma Lui, il Figlio, è inviato dal Padre proprio per liberarci dai peccati, manifestando al mondo chel’amore di Dio è salvifico ed è per tutti.Con il Suo Battesimo, inoltre, Gesù inizia la cosiddetta vita pubblica, il tempo della Sua missione,nella cui luce possiamo leggere anche la nostra, proprio a partire dal Sacramento del Battesimo. Ed«ecco la strada della missione: una strada verso l’altro», ha detto il Papa a Natale nell’Omelia.Cari amici, è bella questa Liturgia che la Chiesa oggi ci regala, unendo la Festa di Papa Sisto I alBattesimo di Gesù. È bella la strada che essa ci indica. Una strada che il nostro Santo ha seguito eche chiede pure a noi di percorrere: la «strada verso l’altro»!È una strada che si irradia in ogni ambito della nostra esistenza; meglio, che imprime una direzioneall’intera esistenza, con ricadute importanti su tutta la vita personale e familiare, sociale e persinopolitica. È la strada, squisitamente evangelica, del superamento di egoismi, bisogni autoreferenziali,smanie di potere, denaro e successo… dei tanti meccanismi che ci vedono concentrati su noi stessi eincapaci di volgere lo sguardo sugli altri, soprattutto sui più fragili, deboli, malati, migranti, poveri,bimbi piccoli o invisibili nel grembo; e tali meccanismi, germinati nello spazio di ogni cuore, sisviluppano poi fino a generare ingiustizie, violenze, guerre. La strada che le contrasta è la strada difraternità, amore, pace.Ecco pertanto l’augurio che oggi ci facciamo, ispirati e sostenuti dall’esempio di santità del nostroPatrono: iniziare a camminare nella «strada verso l’altro», rimanere su questa strada. E, se ci siamoallontanati, avere il coraggio di “cambiare strada”, come fece la mula tanti anni fa, sapendo diessere chiamati a percorrere la via della santità, per portare a molti la speranza, la gioia e la pace. Ecosì sia! Santo Marcianò
Marcianò chiude il Giubileo «ma lasciamo aperte le Porte della Speranza, dell’Amore, della Fede»

Omelia alla Messa di chiusura del Giubileo nelle diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino eAnagni-Alatri.Abbazia di Casamari – Festa della Sacra Famiglia, 28 dicembre 2025 Carissimi fratelli e sorelle, Spes non confundit, la speranza non delude!Con questa certezza si apriva un anno fa il Giubileo. E mentre Papa Francesco, visibilmente provatodagli anni e dalla malattia, apriva la Porta Santa della Basilica di San Pietro, nella Notte di Natale,tanti cuori, sia pure sommessamente, si schiudevano a una speranza nuova. Un respiro sembravaattraversarci e restituirci fiato: era ed è il soffio dello Spirito, che in questo Anno Giubilare hasoffiato con abbondanza.Dire che la speranza non delude significa crederlo. Significa discernere i segni del Suo passaggionelle nostre vite e nella vita del mondo, affinché la conclusione di questo tempo di Grazia sia unulteriore nuovo inizio, una ripresa del cammino che vede la Chiesa arricchita da un patrimonioinestimabile. Per valorizzarlo, alla luce della Parola, vorrei porre tre domande: Cosa ha portato ilGiubileo? Cosa lascia? Cosa chiede? Provo a rispondere individuando, per così dire, tre doni, trePorte aperte dal Giubileo: [Quanta preghiera ha accompagnato il Giubileo! Preghiera consegnata alle Porte Sante da chi ègiunto a Roma o cresciuta in chi non ha potuto arrivare! Sì, la speranza è dono di una Chiesa cheprega e la preghiera è “porta” che apre il Cuore di Dio e apre il nostro cuore a essere come Dio. Cifa vedere ciò che non si vede; ci aiuta a leggere nella storia umana il compimento della salvezzavoluta dal Padre. Come non ricordarlo in questa splendida Abbazia di Casamari, simbolo dellanostra preghiera diocesana?È quanto ha sperimentato San Giuseppe nel sogno (Mt 2,13-15.19-23), nel discernimento spiritualeche lo portato a fuggire in Egitto. Un viaggio drammatico, quello della Santa Famiglia, ma segnatodalla speranza del ritorno, avvenuto poi, come alcuni esegeti commentano, quasi ripercorrendo ilcammino di liberazione del popolo di Israele. Dio è fedele: è questa la Speranza della Chiesa cheprega! Cosa lascia il Giubileo? L’amore, Porta di una Chiesa in sinodoIl Dio Fedele è il Dio Amore. E «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori»: ecco perché «lasperanza non delude» (Rm 5,5)! Il patrimonio del Giubileo è una vera eredità d’amore il cui segreto Cosa chiede il Giubileo? La fede, Porta di una Chiesa in camminoNel Vangelo (Mt 2,13-15.19-23), la fuga della Sacra Famiglia appare come la storia di un cammino:verso l’Egitto, dall’Egitto, verso Nazaret… E il Giubileo, Papa Francesco lo ha ricordato fin dalprincipio, è questo: un cammino, un Pellegrinaggio.«Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie», abbiamo cantato nel Salmo (Salmo 127 [128]).Il riferimento al timore del Signore ci riporta all’essenza della vita cristiana: le fede. Nel camminola fede cresce, tra dure prove e corse gioiose, tra porte che si chiudono e porte che si aprono.La Porta Santa tra qualche giorno si chiuderà. Ma si è aperta per sempre una Porta della fede, percoloro che l’hanno attraversata, fisicamente o spiritualmente, e che si sono fatti attraversare daGesù, vera «porta» per la quale le «pecore» possono passare (Gv 10,7).Come poche volte nella storia durante un Giubileo, abbiamo vissuto cosa significhi perdere ilPastore, sentendoci smarriti alla morte di Papa Francesco; ma abbiamo sentito con quanta dolcezzail Padre abbia provveduto per noi, quando Papa Leone si affacciato per la prima volta alla finestra.La fede della Chiesa è fondata su Pietro, principio di unità assieme ai vescovi, successori degli apostoli. E sono convinto che questo Giubileo abbia confermato come oggi il cammino di fede sia cammino di unità. Anch’io l’ho sperimentato con forza venendo tra voi, come ho spesso ripetuto. Itale unità, la Porta della fede lega la «città di Dio» alla «città dell’uomo»; ci aiuta a collaborare coni responsabili della cosa pubblica, testimoniando la Speranza dell’“oltre”, che si raggiunge se siamo ancorati al Cielo ma di cui tutti possiamo essere capaci, grazie a gesti di giustizia e pace, bene comune e solidarietà, fraternità e amore. Carissimi, solo se uniti, e insieme, pure dopo il Giubileo, «rimarremo pellegrini di speranza!», comeha detto Papa Leone. Perché «sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio: il mondoin cui Dio, gli esseri umani e tutte le creature passeggiano di nuovo insieme, nella città-giardino, laGerusalemme nuova. Maria, speranza nostra, accompagni sempre il nostro pellegrinaggio di fede edi speranza» 3 .A conclusione canteremo il Te Deum che, aprendoci al ringraziamento, avvierà il giubileo della vitaattraverso le tre porte che rimarranno sempre aperte per noi e da noi: la speranza, l’amore, la fede. Santo Marcianò Arcivescovo
Messaggio di Natale del Vescovo ai giovani: «Scoprite la vostra meravigliosa originalità»

Ai giovani delle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri Cari giovani, miei giovani… è Natale!Ne sentiamo il clima, in questi giorni, tra le luci splendenti, i canti, i sapori…Vorrei raggiungervi tutti, uno ad uno, e stringervi in un abbraccio di auguri, di gioia. Sì, perché il Natale di Gesù è gioia. Una gioia speciale, che solo la nascita di una persona ci può regalare. La gioia che avranno provato i vostri genitori, i vostri cari, quando ciascuno di voi è venuto al mondo. La gioia che ha provato Dio creandovi nella vostra unicità irripetibile. «Originali, non fotocopie!», come diceva il vostro Santo, Carlo Acutis. Ed è così che voglio darvi il buon Natale: augurandovi di scoprire la vostra meravigliosa originalità, voluta da Dio e fatta a SuaImmagine.Dove trovarla, questa originalità? Il Natale ci aiuta a rispondere.La troviamo alla Grotta di Betlemme, la troviamo nel Volto di un Bambino. È a Lui che la nostra originalità deve somigliare, non ai tanti miti, idoli, “influencer” dei nostri tempi, che ci lasciano vuoti e senza senso.Ma come arrivarci? Proprio con il Natale; seguendo, cioè, i veri suoni e le vere luci di questi giorni.Oltre le musiche natalizie, c’è un canto nella notte, bello e attraente, con il quale gli angelici parlano di Dio e con la Parola di Dio. Esso supera le parole di conflitto, aggressività,superficialità che a volte ci invadono, specie attraverso i “social”, e ci raggiunge ovunque, anchenelle notti della nostra vita, per dire che tutto può rinascere, che tutti possiamo rinascere, come ilBambino Gesù. Soprattutto voi giovani!Rinascere nella vostra originalità, trovare la vostra strada, seguendo la Stella Cometa: nonle luminarie appariscenti del consumismo, dei “like”, del successo, dell’apparire, dell’avere… ma laLuce della verità del vostro essere, scritta nel profondo di ogni cuore.Caro giovane, cara giovane, in questo Santo Natale, ti auguro di trovare la tua verità originale e ti prometto che ti aiuterò a cercarla; soprattutto nei nostri incontri comunitari e personali, che spero siano sempre di più…Non lo dimenticare: il mondo non sarebbe uguale senza di te! La nostra Chiesa e il nostro mondo hanno davvero bisogno della tua originalità, che il Bambino di Betlemme ti indica e ti porta in dono.In questi giorni, guardaLo e accogliLo: in Lui c’è la tua immagine, c’è la gioia che può dare senso, sapore alla tua vita e farti gustare il vero sapore del Natale. Frosinone, 27 dicembre 2025. Santo Marcianò
Il Vescovo alla Professione di tre Clarisse del monastero di Anagni: «Custodite il “sì” alla vita e alla vocazione»

Omelia alla Messa per la Professione delle monache clarisse Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara AuroraAnagni, chiesa Santa Chiara – 26 dicembre 2025 Care sorelle clarisse, carissime Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara Aurora,che dono ritrovarsi qui a celebrare la vostra Professione, in questo giorno particolare e in questotempo particolare! E proprio questo tempo liturgico regala alla nostra celebrazione alcunesuggestioni che segnano provvidenzialmente il vostro cammino di oggi e potranno rimanere comepiccola eredità per il cammino futuro. Ne colgo tre e ve le consegno, con sollecitudine e gioiapaterna. La prima suggestione viene dal Natale Siamo nel Tempo di Natale, nel giorno successivo al Natale. E Natale, se ci pensiamo bene, è lafesta della vita, quella vita che non possiamo non contemplare come la prima vocazione. Lo è lavita di ogni creatura umana, “divinizzata” dall’Incarnazione del Figlio di Dio. Lo è la vostra vita,care sorelle, in cui è scritto un mistero di unicità irripetibile nel quale si dispiega il disegno di Dio,pensato per ciascuna di voi da sempre. Sì, parlare di vita è parlare di unicità.Ma parlare di vita è anche parlare di concretezza, di quotidianità. È lì che la Grazia di questo giornovi raggiunge e vi conduce: una quotidianità che sarà trasformata dalla vostra trasformazioneinteriore. «Alle tue mani, Signore, affido il mio spirito», abbiamo cantato con il SalmoResponsoriale (Salmo 30 [31]). Lasciate fare a Dio, lasciatevi toccare e plasmare da Lui: nulla saràcome prima, dopo oggi, e saprete così trasformare gli eventi concreti, anche quelli più difficili,ricevendoli come Dono dalle mani di Dio e vivendoli come dono di voi stesse. Perché la vita è donoricevuto che, per sua natura, deve essere donato: ecco la risposta alla vocazione!Una vocazione che non vi vede statiche ma chiamate a crescere. Parlare di vita, infatti, è ancheparlare di maturazione. Infatti, la vocazione alla vita cresce, matura e vi matura, conducendoviverso il compimento preparato da Dio per voi: non pensate mai di essere arrivate o che la vita nonoffra più nulla da scoprire. Oggi è solo l’inizio; per meglio dire, oggi è un nuovo inizio della vostrarelazione personale con Dio che è il «Dio delle sorprese», come diceva Papa Francesco. Lasciatevisorprendere da Lui, Sposo e Signore! Conservate lo stupore di Maria e Giuseppe dinanzi alla culladi Gesù Bambino: e questo Natale segnerà per sempre la vostra vita impregnandola di gratitudinegià di fronte alle piccole cose. La seconda suggestione è offerta dalla festa di oggi Celebriamo Santo Stefano Protomartire, consapevoli che la vita cristiana, in particolare la vitaconsacrata, non può essere capita fuori dello spirito del martirio. Non mi riferisco, ovviamente,soltanto al martirio cruento ma a quell’attitudine, a quella testimonianza che si incarna nella totalitàdel dono sponsale di sé.Accanto al martirio del quotidiano che si consuma nella vita di preghiera e di comunione incomunità, c’è il martirio che vi chiama a vedere un “oltre”, non visibile o dimostrabile, che Coluiche è più intimo a noi di noi stessi affida alla vostra contemplazione: vedere ciò che non si vede;vedere Dio nel Volto di Gesù amato. «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che staalla destra di Dio», grida Stefano condotto al martirio, lo abbiamo ascoltato dalla prima Lettura (At6,8-10.12; 7,54-60).Papa Leone, in questo senso, ha messo in guardia da quello che ha chiamato il rischio di un«“arianesimo di ritorno”, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlodavvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi» 1 . È questo Dio vivo e vero che voi, caresorelle, siete chiamate a contemplare ogni giorno nella preghiera e a servire con amore,testimoniando la comunione e la maternità, dentro e fuori la comunità. Stefano attinge alla preghierala forza di amare, di perdonare i suoi carnefici, e la sua testimonianza d’amore genererà Paolo, ilquale lo seguirà poi nello stesso martirio. Siate testimoni, martiri: con la fedeltà della preghiera e lagioia di un’appartenenza totale, sponsale a Cristo. L’ultima suggestione viene dalla gioia, dal Giubileo Stiamo chiudendo un tempo di Grazia che è proprio tempo di gioia: giubilare significa anzituttogioire. E l’autenticità della vocazione, di ogni vocazione, ha un criterio irrinunciabile: la gioia!Povertà, obbedienza, castità, non sono negazione o rinuncia ma vie concrete che la Grazia percorreper impregnarvi nella totalità della vostra vita e del vostro amore. Si amerebbe davvero se non sidonasse liberamente a Dio il tutto del proprio avere, del proprio sentimento, della propriaautodeterminazione?La gioia che tutto questo offre, tuttavia, non sta nella generosità istintiva di un momento ma nellacostanza di tutta la vita, nei tempi belli come in quelli duri. «Chi avrà perseverato fino alla fine saràsalvato», dice Gesù nel Vangelo (Mt 10,17-22) E Santa Chiara, nel suo Testamento, lo ricorda:«Poiché stretta è la via e il sentiero, ed angusta la porta per la quale ci si incammina e si entra nellavita, pochi son quelli che la percorrono e vi entrano; e se pure vi sono di quelli che per un poco ditempo vi camminano, pochissimi perseverano in essa. Beati però quelli cui è concesso dicamminare per questa via e di perseverarvi fino alla fine!» 2 . Sì, «beati», cioè felici! Non lodimenticate: senza perseveranza nessuna vocazione, soprattutto la vita consacrata e claustrale, puògustare la vera gioia!Care Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara Aurora, è la gioia, è la felicità il dono che oggi Dio vuole farvi, rivelandovene il segreto.Custoditelo questo segreto: nel “sì” unico alla vita e alla vocazione; nel martirio di fedeltà allapreghiera, alla comunione, alla maternità; nella gioia infinita di appartenere a Cristo in modo totale,sponsale. Nel vostro quotidiano scrutare e indicare nel Suo Volto del Padre, che tutti amadall’eternità e per l’eternità. Lui vi benedica. Buon cammino. E così sia! Santo Marcianò
Il Vescovo ha celebrato la Messa di Natale in carcere: «Nessuno può mortificare la nostra dignità!»

Nel giorno della vigilia di Natale, l’arcivescovo Santo Marcianò ha fatto visita alla Casa Circondariale di Frosinone, celebrando Messa all’interno del carcere. Il presule è stato accolto in un clima di grande cordialità dalla Vicedirettrice, Laura Notaro (che ha portato i saluti del direttore Francesco Cocco, fuori sede), dal Comandante del Reparto di Polizia penitenziaria, primo dirigente Noemi Gennari; dal vice comandante, Commissario Francesco Langella; dal responsabile della sorveglianza generale, sostituto Commissario Antonio Martino; dal coordinatore del 5° Reparto, Ispettore Luigi Cipriani; dal cappellano del carcere, don Guido Mangiapelo; dal responsabile della Pastorale carceraria e delle Caritas interdiocesane, don Onofrio Cannato. Prima e dopo la funzione, monsignor Marcianò ha avuto parole di apprezzamento e stima per quanti prestano servizio nel carcere frusinate, cogliendo sui loro volti in particolare la fatica del lavoro, ma svolto con serenità, oltre alla riconosciuta professionalità. Anche se l’orologio segnava la tarda mattinata, il vescovo ha poi voluto celebrare la Messa della notte di Natale, per dare un ulteriore segno ai detenuti presenti – una sessantina circa del 4° e del 5° Reparto – che ha salutato ed abbracciato uno ad uno prima della Messa, donando poi loro un Rosario e la Lettera pastorale. «Nella notte di Natale – ha detto monsignor Marcianò nel corso dell’omelia della Messa, concelebrata con don Guido Mangiapelo e don Santo Battaglia – da una parte si veglia, ma dall’altra si accoglie. Ed esplode il canto del Gloria alla nascita di Gesù, per dire “grazie” al Signore, “grazie” perché ti aspettavamo, noi uomini amati dal Signore. Ecco, se ci chiediamo perché il Signore viene, la risposta è proprio questa: viene per amarci! L’amore di Dio ci salva». Il vescovo ha fatto quindi un esplicito richiamo all’umiltà di Gesù e al suo voler assumere «i nostri peccati e portarseli sulla Croce». Facendo poi riferimento alla prima Lettura, declamata poco prima da un detenuto, Marcianò si è soffermato sull’importanza della Luce «che vince le tenebre, che è segno di speranza, di vita. Gesù dice anche a noi di essere Luce. Quali sono – ha detto rivolgendosi quindi in maniera più esplicita ai presenti, sui volti dei quali era possibile leggere una profonda commozione – le tenebre nel cuore di un detenuto? Di certo il fatto di trovarsi rinchiusi. E poi il senso di colpa, di quei pesi che qui dentro si acuiscono e rischiano di distruggervi. Ma è bello pensare che la Luce di Cristo arriva nei vostri cuori e porta serenità: Gesù si prende le nostre colpe, e allora il perdono diventa liberazione. Gesù ripara le nostre vite, è come se ci facesse nascere di nuovo. Siamo figli di Dio e nessuno può mortificare la nostra dignità! Il Signore dice: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. Il Signore si manifesta nei pastori, negli umili, non nei potenti: Lui è presente in voi. E se aprite con umiltà il vostro cuore a Lui, Lui vi darà la pace e rischiarerà i vostri cuori», si è avviato a concludere il vescovo, rimarcando più volte proprio la dizione “ero carcerato”. Al termine della funzione, il cappellano don Guido Mangiapelo ha voluto ringraziare l’arcivescovo, cogliendo in particolare un aspetto della Messa: il grande silenzio presente nel salone scelto per la funzione. Prima di andar via e dando appuntamento ad un altro incontro, magari in preparazione alla Pasqua, monsignor Marcianò ha voluto anche salutare alcuni familiari arrivati per i colloqui nella Casa circondariale intitolata a Giuseppe Pagliei, agente di custodia, originario di Giuliano di Roma e ucciso l’8 novembre 1978 nei pressi di Patrica nell’attentato terroristico, rivendicato dalle Unità comuniste combattenti, che costò la vita all’allora Procuratore della Repubblica di Frosinone, Fedele Calvosa, e a Luciano Rossi, altro uomo della scorta del giudice. di Igor Traboni
