…Se la Vita vince! Il messaggio del Vescovo per la Santa Pasqua

Cari fratelli e sorelle, siamo andati dietro a Gesù nella Passione e nella morte in Croce; e Lui è venuto dietro a noi, ci è rimasto accanto, nelle nostre croci e morti quotidiane. Si è fatto Uomo e, da Uomo, si è fatto carico di tutte le debolezze, fragilità, sofferenze dell’essere umano, delle sue insufficienze e solitudini, dei suoi limiti e rifiuti, dei suoi lutti e di tutte le sue lacrime. Tutte! Si è fatto carico. Si fa carico, ogni giorno. Gesù soffre ancora e si fa carico dei dolori del mondo, delle atrocità delle guerre, delle violenze inimmaginabili, di tutte le violazioni della dignità e della vita umana, che hanno una radice nel cuore di ogni persona, la cui libertà Dio stesso ha creato e rispetta. Ma Cristo le assume in Sé stesso e le vive con noi, perché nessuno si senta solo e tutti possiamo sapere che la nostra croce è stata già portata; le assume e le trasforma in Vita! E lo fa perché è Vivo, è Risorto! Lo fa perché la Vita, la Sua Vita, vince: sul male, sul peccato, sulla morte. In questa Pasqua difficile, forse fatichiamo a trovare, nella Risurrezione, le risposte al dolore umano. Forse ci sentiamo schiacciati dal clima di morte che avvolge il mondo, dagli aneliti di pace che appaiono soffocati, dalla prevaricazione dei potenti che schiaccia i deboli. E ci sembra che l’ultima parola spetti al male, mentre le armi del buon senso, del dialogo, della condivisione, della fraternità, della pietà – peraltro incessantemente invocate anche da Papa Leone – non hanno alcuna efficacia. Ci sentiamo impotenti, inermi, come Gesù in Croce. Eppure è proprio quel Crocifisso debole e sconfitto, ma Risorto, a indicare la risposta a ogni male, la via da percorrere: la Vita!Sì, è la Pasqua è la pagina finale della storia umana. E la Pasqua è la Vita che vince! Gesù ci insegna che potremo vincere la guerra, la disperazione, la povertà, la stessa morte, non con la forza delle strategie e delle ideologie ma solo con la Vita. Ci insegna che, come diceva Madre Teresa di Calcutta, non possiamo sbandierare slogan o portare avanti lotte per la pace, la giustizia, l’economia, l’ecologia, neppure per i poveri, se non accogliamo e difendiamo indistintamente ogni persona umana, a partire dalla più piccola e debole: quella che sboccia nel grembo materno, quella che è afflitta dalla fame o resa inabile dalla malattia, quella che porta il peso dell’anzianità o che consegna l’ultimo respiro… perché su questo si misura la giustizia, la solidarietà, la pietà, l’amore. Nulla ci schiaccia, nulla ci può schiacciare, se la Vita, se questa Vita, vince! Se vince nella cura della famiglia e delle nostre famiglie, nelle legislazioni degli Stati, nei calcoli dell’economia, nei provvedimenti della politica, nelle ricerche della scienza, negli sforzi della medicina… persino nella pastorale della Chiesa, a volte incentrata su spiritualismi che deresponsabilizzano e allontanano dal Vangelo. Come Chiesa, siamo chiamati a una Pastorale della Vita capace di mettere la persona al centro: non come essere autoreferenziale ma quale creatura di Dio, fatta a Sua immagine, da Lui amata dall’eternità e chiamata ad amare, in terra e nella vita eterna, in cui il Risorto ci ha preceduto.Fratelli, sorelle, è questo il gioioso annuncio della Pasqua, che diventa annuncio di giustizia, di bene, di fraternità, di pace. E sarà questa la nostra Pasqua e la Pasqua del mondo… Se la Vita vince! Pasqua di Resurrezione 2026 Santo MarcianòArcivescovo-Vescovo di Anagni-Alatrie di Frosinone-Veroli-Ferentino

Messa del Crisma, il Vescovo ai sacerdoti: «Guardiamo alla nostra vocazione con la lente della fedeltà»

Il Testo dell’omelia (pdf) Omelia alla S. Messa del Crisma, Cattedrale di Anagni, 1 aprile 2026Santo Marcianò, Arcivescovo-Vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri Carissimi confratelli,La «lente della fedeltà»!È la modalità attraverso cui Leone XIV invita noi sacerdoti a guardare alla nostra vocazione. Èbello accogliere l’invito a “indossare” questa lente nella nostra Messa Crismale, momento centralenella vita dei presbiteri e del presbiterio della Diocesi.È una gioia celebrarla per la prima volta con voi! È una gioia potervi esprimere tutta la gratitudineper ciò che fate, per ciò che siete, nella nostra Chiesa e nel mio stesso Ministero: ringraziol’impegno nel vostro Ministero, a volte difficile, segno di una fedeltà, che è prima di tutto di Dio,alla quale rispondete con entusiasmo e dedizione, sacrificio e amore. E mi piace farlo proprio conl’aiuto della Lettera Apostolica di Leone XIV Una Fedeltà che genera futuro, scritta per il 60°Anniversario dei Decreti Conciliari Optatam Totius e Presbyterorum Ordinis. E la «fedeltà», eglispiega, «è insieme grazia di Dio e cammino costante di conversione per corrispondere con gioiaalla chiamata del Signore Gesù».Oggi, stupiti e grati, ci apriamo ancora una volta a questa «grazia», ci interroghiamo sul nostrocammino di «conversione», rinnoviamo la nostra «fedeltà». Volete rinnovare le promesse, che almomento dell’ordinazione  avete fatto davanti al vostro vescovo e al popolo santo di Dio? vichiederò. Le rinnoviamo assieme, raccogliendo, alla luce della Parola di Dio, l’invito del Papa aconiugare la fedeltà con alcuni aspetti del nostro bellissimo Ministero: servizio, fraternità,sinodalità, missione, futuro. È proprio vero: l’olio che ci ha unto è il solo vero balsamo per le ferite dell’umanità! A volte, però,lo dimentichiamo. A volte, come scrive il Papa, «la tentazione dell’autoreferenzialità non cede ilpasso alla logica dell’ascolto e del servizio» ; a volte sono le stesse ferite del sacerdote a bloccarneil servizio: lo abbiamo meditato pure nei nostri Ritiri, sottolineando al contempo il valore salvificodi tali ferite.Per essere fedeli al servizio, occorre allora «ricordare con passione il suono della voce del Signoreche ci ama, ci sceglie e ci chiama», esorta il Papa: «ogni giorno il sacerdote è come se tornasse allago di Galilea – là dove Gesù chiese a Pietro “Mi ami tu?” ( Gv 21,15) – per rinnovare il suo“sì”».Cari amici, nell’Eucaristia di oggi ciascuno torni a quel Lago, ascolti nel proprio cuore questa Voce,Le restituisca il primato nella propria vita, impegnandosi a rinnovare la fedeltà quotidiana! Perfarlo, accanto all’intimità della preghiera Leone indica un’altra via: «una formazione continua,permanente, in modo da costituire un dinamismo di costante rinnovamento umano, spirituale,intellettuale e pastorale» .Dopo il Seminario, che «dovrebbe essere una scuola degli affetti», siamo invitati anche a curare«un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza,libertà, e la plasma a immagine del Buon Pastore».Un dovere, la formazione presbiterale! E noi lo abbiamo assunto, come impegno serio e gioioso, peruna crescita nel ministero e nella fraternità. 1 . Fedeltà e servizio«Il Signore mi ha consacrato con l’unzione».Gesù, nel Vangelo (Lc 4,16-21), rilegge così la profezia di Isaia. C’è un’unzione all’origine delnostro Ministero, un’unzione che indica la scelta di Dio. È Dio che ci unge e lo fa con l’unzionestessa del Cristo, l’Unto del Signore. Mentre si spalanca dinanzi a noi il Triduo Pasquale, la lentedella fedeltà ci fa mettere a fuoco Gesù: ci aiuta a guardarLo, seguirLo, imitarLo, amarLo… fino aessere uno con Lui.Nella Sua Consacrazione c’è anche la nostra! E oggi, lo riascolteremo, la Santa Chiesa celebra lamemoria annuale del giorno in cui Cristo Signore comunicò agli apostoli e a noi il suosacerdozio.Il sacerdozio è Suo, non ci appartiene, è un puro dono; il primo gradino del vero servizio sta in taleconsapevolezza. Siamo unti per profumare di Cristo e portare il Suo profumo, lo abbiamo ascoltatodalla prima Lettura (Is 61,1-3.6.8b-9): «fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertàdegli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, consolare tutti gli afflitti…». È proprio vero: l’olio che ci ha unto è il solo vero balsamo per le ferite dell’umanità! A volte, però,lo dimentichiamo. A volte, come scrive il Papa, «la tentazione dell’autoreferenzialità non cede ilpasso alla logica dell’ascolto e del servizio» 3 ; a volte sono le stesse ferite del sacerdote a bloccarneil servizio: lo abbiamo meditato pure nei nostri Ritiri, sottolineando al contempo il valore salvificodi tali ferite.Per essere fedeli al servizio, occorre allora «ricordare con passione il suono della voce del Signoreche ci ama, ci sceglie e ci chiama», esorta il Papa: «ogni giorno il sacerdote è come se tornasse allago di Galilea – là dove Gesù chiese a Pietro “Mi ami tu?” ( Gv 21,15) – per rinnovare il suo“sì”» .Cari amici, nell’Eucaristia di oggi ciascuno torni a quel Lago, ascolti nel proprio cuore questa Voce,Le restituisca il primato nella propria vita, impegnandosi a rinnovare la fedeltà quotidiana! Perfarlo, accanto all’intimità della preghiera Leone indica un’altra via: «una formazione continua,permanente, in modo da costituire un dinamismo di costante rinnovamento umano, spirituale,intellettuale e pastorale» .Dopo il Seminario, che «dovrebbe essere una scuola degli affetti», siamo invitati anche a curare«un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza,libertà, e la plasma a immagine del Buon Pastore».Un dovere, la formazione presbiterale! E noi lo abbiamo assunto, come impegno serio e gioioso, peruna crescita nel ministero e nella fraternità. (Grazie a Fausto Martufi per il servizio fotografico)

Il Vescovo Marcianò ai funerali dei tre operai di Acuto: «Grazie per essere stati un dono»

Omelia di Mons. Santo Marcianò alla celebrazione delle esequie di Valentino Perinelli, Emiliano Martucci, Mauro Agostini – Acuto 15 marzo 2025 Carissimi fratelli e sorelle, siamo qui per abbracciarvi, per pregare, per condividere il pianto di un momento di grande dolore, per il tragico incidente che ha falciato le vite dei nostri Emiliano, Mauro, Valentino. Siamo qui perché non avremmo saputo stare lontano da voi, carissime famiglie. Ci siamo tutti, la comunità cittadina e parrocchiale. Il lutto di oggi è lutto di tutta Acuto. Lo viviamo in silenzio e anch’io voglio dirvi solo poche parole, delle quali sento tutto il limite. Come si fa a parlare dinanzi al dolore straziante di una madre, di un padre, di fratelli e sorelle, di parenti e amici, di giovani e colleghi…? Solo la Parola di Dio, solo Lui il Signore Risorto, può illuminare il nostro cuore ottenebrato e darci consolazione. Siamo nel tempo della Quaresima e la Liturgia di questa Domenica sembra capire il nostro sgomento perché ci parla del buio. È il buio sperimentato dal cieco nato, di cui parla il Vangelo (Gv 9,1-41); è il nostro buio in questo momento drammatico. E buio significa che le cose non si vedono, che non si vede la strada, che non si vede il futuro. Che ci sembra di essere davanti al “nulla”! Sì, in un attimo, si è fatto buio! Lo avete sperimentato e lo potete dire soprattutto voi, care famiglie e persone vicine a questi nostri ragazzi. Si è fatto buio nei legami affettivi, nella quotidianità della vita, nel pensiero del domani; «buio su tutta la terra» (cf. Mc 15,33), come ascolteremo nel Vangelo della Passione di Gesù, nella Settimana Santa. È buio, non possiamo negarlo! E anche noi, come i discepoli nel Vangelo, chiediamo «perché»? Chi ha sbagliato, chi ha peccato, perché egli nascesse cieco? Perché, Signore? Perché proprio lui? Perché proprio loro? Cosa hanno fatto di male? Valentino, il più giovane, troppo giovane. Un giovane gioioso, innamorato della fidanzata, che tutto viveva con passione: dai cavalli alla natura, dal lavoro condiviso con il papà, socio dell’azienda, all’amore della famiglia: mamma, fratello, zii, nonno… Mauro, un giovane semplice, che ha conosciuto tanto dolore ma che ha trovato sostegno e conforto proprio nell’impegno lavorativo, portato avanti con precisione e soddisfazione. Emiliano, un giovane umile, educato; segnato dalla sofferenza, assieme alla compagna Anita, ma dotato di una straordinaria bontà, come tanti testimoniano. Tre persone speciali che, come dice la seconda Lettura (Ef 5,8-14), vivevano cercando «di capire ciò che è gradito al Signore», che «non partecipavano alle opere delle tenebre»… tre giovani bravi, luminosi, che portavano luce nelle loro famiglie, nella comunità, sul lavoro. Certo, possiamo lasciarci prendere da tante recriminazioni, pensare alla sicurezza sulle strade e sul lavoro in genere, provare rabbia e sconforto; possiamo e dobbiamo riflettere sulla prevenzione di tali tragedie. Ma resta la domanda profonda: perché? Una domanda destinata, per certi versi, a rimanere senza risposta. Non riusciamo a capire. Non possiamo capire. Non capite voi, care famiglie dei nostri giovani, ieri ricche della loro presenza, oggi distrutte dal distacco. Non capite voi, giovani e colleghi qui presenti. Non capiamo tutti noi. Ma, nel buio, Qualcuno ci tende la mano. È Gesù! Come dinanzi al buio del cieco nato, Egli non risponde, spalma del fango, tocca gli occhi di colui che non Gli aveva chiesto nulla. Una Mano che guarisce, quella di Cristo. Che, in certo senso, ripete il gesto originario con cui Dio ci ha creati. Dunque, una Mano che dona vita. E’ la mano del Cristo Risorto che ha vinto la morte. Certo, il buio resta, cari amici, ma la fede ci fa dire questo: che Valentino, Emiliano, Mauro, hanno incontrato quella Mano che dona vita sempre, anche nella morte. Nel momento che noi chiamiamo fine, questa Mano li ha raggiunti, toccati, salvati, ricreati, accompagnati. È la Mano di Gesù, Buon Pastore, la cui presenza abbiamo cantato nel Salmo 22, che tutti accompagna, nei sentieri bui della vita e della morte. Ed è la stessa Mano che accompagna anche noi, nel buio di oggi. La «valle è oscura», senza dubbio. Ma «Tu sei con me», ripete il Salmista. E questa è l’unica certezza che può strapparci il nostro cuore alla desolazione del “nulla”. Nella valle oscura della morte, i nostri giovani sono stati afferrati da questa Mano, non hanno incontrato il nulla. Del resto, essi non hanno vissuto per il nulla, come purtroppo fanno molti; hanno invece consumato la loro esistenza per fare il bene, pur con fatiche e difficoltà, ma trovando un senso alla vita: nei loro interessi, negli affetti profondi, nel lavoro condiviso, per il quale, nella loro semplicità, si sentivano scelti, vivendolo con dedizione e impegno, come un servizio. Cari amici, se oggi siamo sgomenti, straziati, è paradossalmente anche per questo: perché abbiamo sperimentato, nella vita di Emiliano, Mauro e Valentino, un dono per tutti noi. Un dono di cui sentiamo il vuoto, nello strappo della separazione. Ma è un dono; e il dono rimane, pur se rimane il buio. Rimane nella testimonianza, nel ricordo che ci sostiene, soprattutto nell’amore che ha portato. Grazie, cari Emiliano, Mauro, Valentino, per essere stati un dono per i vostri cari, per i vostri amici, per il vostro ambiente di lavoro, per la comunità cittadina e cristiana di Acuto, per la nostra Chiesa. Grazie per l’esempio di impegno e dedizione che ci lasciate. Grazie, soprattutto, per l’amore che avete saputo seminare in molti, nella semplicità e nella concretezza del quotidiano. Perché l’amore non muore. Mai! Cristo è Risorto! A Maria, nostra Madre, che ha vissuto l’abisso del dolore ma ha toccato la gioia della Risurrezione del Figlio, chiediamo di aiutarci a capirlo e a trovare la forza, umanamente impossibile, di lasciare che tutto questo dolore si trasformi in amore, il buio in luce, la morte in vita. In Gesù Crocifisso e Risorto, che ci tende la Mano e ci ripete: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, avrà la luce della vita»! (cf. Gv 8,12), poniamo

Il Vescovo celebra per il Miracolo Eucaristico di Alatri: «Che sia l’inizio di una preghiera intensa»

Omelia alla celebrazione in ricordo del Miracolo EucaristicoConcattedrale di Alatri, 13 marzo 2026 Carissimi fratelli e sorelle, è festa! È la Festa del Miracolo Eucaristico di Alatri che ci rimanda all’Eucarestia, cuore di tutta la nostra fede e della nostra vita. In ogni Eucaristia si rafforza la fede, si rinnova la vita. In ogni Eucaristia si rende presente la Vita di Cristo, il Suo Dono per noi, il Suo sacrificio sul Calvario, la Sua gloriosa e gioiosa Risurrezione… si rende presente il Mistero dell’Amore che ci salva.Nell’Eucaristia di oggi, noi desideriamo ricordare un evento del quale conosciamo i particolari che ci sono stati tramandati e che rimangono incisi nelle pietre di questa nostra città.Tale Miracolo, a suo tempo riconosciuto dalla Bolla Fraternitatis Tuae di Papa Gregorio IX 1 è unsegno soprannaturale che viene in aiuto alla fede del popolo di Dio, e ci rimanda al valore unicodell’Eucaristia, che supera ogni altro segno. Vogliamo dunque farne oggi memoria.Quando si celebra l’Eucarestia si fa memoria della Pasqua di Cristo, la si rende presente (CCC1264). «Ogni volta che il sacrificio della croce viene celebrato sull’altare, si rinnova l’opera dellanostra redenzione» (L.G. 3)E l’Eucaristia, che è memoriale del Sacrificio di Gesù, è pure memoria del cammino che il Signoreci fa fare nella vita: dei tempi di deserto, delle fatiche e delle speranze, della liberazione che vieneda Lui. Del nostro incontro con Lui!Oggi vogliamo metterci davanti al Signore, davanti a Gesù Eucaristia, la nostra storia, la nostraquotidianità, i nostri ricordi, quello che ci preoccupa, ci interroga, ci fa soffrire e gioire.E, davanti a Signore, vogliamo rileggere anche la memoria del Miracolo Eucaristico. Se cipensiamo bene, l’Ostia Consacrata, trafugata da quella donna su indicazione della maga per essereusata in modo sacrilego, si trasforma in modo da “rimanere” e, di fatto, rimane ancora oggi.L’Eucaristia è memoriale che ci rende contemporanei a Gesù, è certezza della Presenza del Signorenella Sua Chiesa, nella storia, nell’anima di ciascuno di noi. Sempre. Anche oggi, e mentre siamoattoniti e impauriti per il clima di violenza, guerra e incertezza intorno a noi, il Miracolo Eucaristicoinsegna che, davvero, il Signore non ci abbandona: «Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia confiore di frumento.», abbiamo cantato con il Salmista (Samo 147).Dio ci dà pace e ci sazia. Egli è nutrimento.Forse ci pensiamo poco ma l’Eucaristia fa questo: ci nutre. Nutre la nostra vita spirituale, allo stessomodo in cui il cibo materiale nutre la vita fisica. Gesù non abbandona il mondo e non abbandonaquesta nostra bella terra; rimane per essere sostegno del nostro cammino; ma noi abbiamo bisognodi «mangiare» Lui. Senza Lui non viviamo! «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangiadi questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo», Egli dicenel Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 6,51-58). Cosa significa?Per mangiare, anzitutto, bisogna fare spazio, non essere riempiti e saziati da altro.Ci chiediamo allora: quali cose nutrono le nostre giornate? A cosa dedichiamo il tempo, ilpensiero… a cosa ci affidiamo? Ci sono cibi che ci appesantiscono e talora ci intossicano:pensiamo, come esempio, all’uso smodato dei social, alle dipendenze, al volere a tutti i costi soddisfare bisogni di ogni genere… è un cibo che ci fa “ingrassare”, per così dire; ci porta ad averesempre di più, a volere sempre di più; ma finisce per lasciarci nella solitudine.Il Miracolo Eucaristico sta lì, segno piccolo e povero, a ricordarci che c’è un altro Cibo, al qualepossiamo fare spazio nelle nostre giornate, nelle nostre vite, e che possiamo «mangiare», lasciandoche diventi parte di noi, ci trasformi. È Amore e ci trasforma in amore!Amore, comunione: ecco il significato più profondo dell’Eucaristia!Se ci pensiamo bene, è anche il messaggio centrale del nostro Miracolo Eucaristico. La trasformazione dell’Ostia in Carne avvenne in quel lontano 13 marzo 1228 come risposta a una mancanza di fede.È dunque l’Amore che sostiene la nostra fede piccola, povera, incredula. È con l’Amore che Diocolma la nostra incredulità, perdona il peccato, ci accoglie ogni volta che dubitiamo di Lui o persinoLo rifiutiamo.Questo Amore che Egli ci dona nell’Eucaristia, e con il quale ci trasforma, diventa amore fraterno,comunione, nella Chiesa e per il mondo: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, unsolo corpo», dice Paolo nella seconda Lettura (1 Cor 10, 16-17). Diventa la risposta al male dellaguerra, della violenza, dell’ingiustizia; diventa sostegno nelle nostre difficoltà, consolazione nelletribolazioni. Diventa senso e stile della nostra vita.Se non amiamo, vuol dire che non ci lasciamo nutrire dall’Eucaristia; che siamo troppo pieni di noistessi, per far spazio a Lui e ai fratelli. Ma se Lo accogliamo anche una sola volta, anche pentiti dalpeccato più grave, come fu per la giovane donna di Alatri; anche soltanto in punto di morte, come il“buon ladrone”, Egli ci dona nuova vita, ci fa risorgere con Lui!Davanti a tutto questo Amore, possiamo dire una sola parola: grazie! E rispondere con l’Adorazione.Sì, cari amici: «l’ora dell’amore è l’ora della preghiera», come vi ho scritto nella mia prima LetteraPastorale, dove vi chiedevo: «Come testimoniare la Bellezza dell’Adorazione Eucaristica, viaprivilegiata di relazione personale e intima con Gesù, facendo crescere la sensibilità e ladisponibilità per l’Adorazione Eucaristica continua, anche notturna, in una terra toccata dallaGrazia dei Miracoli Eucaristici di Alatri e Veroli?».È una domanda che voglio riproporre in questo giorno, in questo luogo, in questa terra benedetta.Facciamo dunque in modo che la giornata di oggi segni l’inizio di una preghiera intensa, diun’Adorazione Eucaristica che ci fa crescere nell’amore e nella santità, specchio e dono del MisteroEucaristico e ci prepara all’importante anniversario del 2028. Che esso rifulga nella vita e nellasantità di ciascuno di noi! Santo Marcianò

Giornata di preghiera e digiuno per la pace: l’invito del Vescovo

Amare la pace disarmata e disarmanteGIORNATA DI PREGHIERA E DIGIUNO PER LA PACE Venerdì 13 marzo 2026 Carissimi,in questo momento drammatico che l’umanità si trova ad attraversare, ci sentiamo tutti chiamati a intensificare la preghiera per la Pace. Le drammatiche notizie che provengono dal Medio Oriente ci interpellano a stringerci con più forza nella preghiera di supplica, di intercessione, di fiducia! Raccogliamo con profondo senso di comunione ecclesiale l’appello della Chiesa Italiana, sensibilizzando le nostre comunità a offrire per la Pace la Giornata di digiuno e preghiera del prossimo 13 marzo. Le parrocchie e le comunità religiose potranno seguire le indicazioni e le proposte per la Celebrazione Eucaristica, la Via Crucis e il digiuno offerte dalla CEI.Sentiamoci uniti in questa comunione, assieme a tutte le diocesi italiane, in una supplica incessante e insistente. Con coraggio e abbandono, non stanchiamoci di intercedere, con Cristo, per Cristo e in Cristo: Egli, che è Principe della Pace ed è la nostra Pace, protegga tutti gli uomini, specie i più piccoli e inermi; illumini le menti di chi può farsi promotore di processi di dialogo e riconciliazione, tocchi i cuori bruciati dall’odio e dalla sete di potere, convertendoli al Bene sommo e insostituibile della Pace, Dono unico e prezioso di Dio. Il Signore benedica la nostra dedizione e la nostra preghiera. Santo Marcianò

Il messaggio dell’Arcivescovo Santo per la Quaresima 2026

L’Amore è tutto… è il cuore della conversione La Quaresima è tempo di conversione. La Chiesa ce lo ricorda ogni anno e Leone XIV lo sottolinea nel titolo del suo Messaggio: Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione. La conversione ci aiuta a «rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita», a proiettare su Lui il nostro amore. La conversione sarebbe impensabile senza l’amore, perché il cambiamento di rotta, di scelte, di vita, non è diretto a dei comportamenti ma a una Persona: Dio. A Lui e con amore! L’Amore è tutto, vorrei ripetere richiamando il titolo e l’invito della mia prima Lettera Pastorale; l’Amore è il cuore della conversione. Il Papa ci invita a declinare tale conversione in tre parole: ascoltare, digiunare, insieme. Provo a riproporle suggerendo alcune modalità concrete per viverle. Ascoltare: ama il tuo Dio e ama il tuo fratello L’esperienza dell’ascolto ci introduce nel valore della Parola di Dio da conoscere, meditare, amare, amando in essa Dio stesso. Egli ci parla ma anche, ricorda il Papa, ci ascolta, «ascolta il grido dei suoi figli». Egli ci insegna, così, ad ascoltare, «tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale», il grido dei fratelli, specie quello «che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia». – Scegli una modalità di ascolto quotidiano della Parola di Dio: il Vangelo del giorno, un Libro della Bibbia letto di continuo, un semplice versetto ripetuto nel cuore… fallo anche per pochi minuti, ma andando nella profondità di te stesso, per intercettare la Voce di Dio. E fai attenzione al grido di aiuto di qualche fratello: un familiare, un vicino, una situazione più difficile… cercando di rispondere generosamente, più che concentrarti sulle tue esigenze. Digiunare: ama il tuo corpo e ama il bene Il digiuno ci educa a questo. Ci fa passare dal “mangiare-fare ciò che mi va”, al “mangiare–fare ciò che devo”, secondo la persona che scelgo di essere. Possiamo farlo perché il corpo ne è capace, data la sua dignità; e l’agire così ci permette di «disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene». – Proponiti una forma di digiuno, anche piccola ma reale: evitare un tipo di cibo; regolare il tempo sui social; ridurre la mole di lavoro e di impegni per stare di più in famiglia, con gli amici, con Dio nella preghiera. E prova a digiunare «dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo», imparando a «coltivare la gentilezza» e a desiderare il bene dell’altro.  Insieme: ama la tua Chiesa e la tua comunità Cercare il bene altrui ci porta a vivere per l’altro e con l’altro; e la Quaresima, ci ricorda il Papa, è alla fine un tempo da vivere «insieme». È un tempo di Chiesa, in cui sperimentare «la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno», consapevoli che «la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni». È un tempo per crescere in quella comunione che ci fa Chiesa unita e missionaria; per crescere nell’Amore che è tutto! – Cura le tue relazioni, nella comunità familiare, lavorativa, ecclesiale. E aiuta gli altri, e fatti aiutare, alla fedeltà nel cammino di conversione, promuovendo, in parrocchia o in comunità, momenti di preghiera condivisa, per camminare insieme nell’amore di Dio e dei fratelli. Affidiamo a Maria il cammino quaresimale: ci doni Lei di vivere, anche attraverso piccoli propositi, la gioia della perseveranza e la grazia della conversione, aprendo il cuore verso la luce della Pasqua Frosinone, 18 febbraio 2026 Santo Marcianò Arcivescovo-Vescovo di Anagni-Alatri e di Frosinone-Veroli-Ferentino

Gli auguri dell’Arcivescovo alla comunità islamica per il Ramadan

Cari fratelli e sorelle della comunità islamica, vi raggiungo all’inizio del Ramadan, tempo per voi prezioso, scandito dalla pratica del digiuno e che, quest’anno, inizia in contemporanea alla Quaresima, il tempo che prepara i cristiani alla Santa Pasqua, in un cammino di conversione aiutato dalla preghiera e dal digiuno.Il digiuno, antica pratica religiosa, si fonda sulla convinzione che l’uomo sia capace di andare oltre sé stesso, di dirigere sé stesso, superando anche bisogni molto semplici, per seguire determinate regole o per essere educato a vincere egoismi e istintualità; e a farlo riconoscendo il primato di Dio. E se l’uomo è capace di vincere i propri egoismi, può crescere in lui, e attraverso di lui, una cultura della cura dell’altro,del rispetto dell’altro, della comprensione dell’altro… una cultura della fraternità, primo germe della cultura della pace.Promuovendo il riconoscimento della dignità di ogni persona umana, le diverse religioni possono così contribuire a ricostruire una forte cultura della vita e della pace, nel mondo e anche nella nostra terra di Ciociaria. Si tratta di passi piccoli, ma che hanno grande valore e le cui conseguenze possono essere straordinariamente significative, sul cammino dei singoli e delle comunità.A nome di tutta la comunità cattolica, desidero pertanto esprimere l’augurio più caro alla comunità islamica: il cammino del Ramadan sia occasione di rinnovamento e preghiera perché, camminando l’uno accanto all’altro verso l’Unico Dio, sappiamo tutti collaborare a costruire un mondo più giusto, più bello, più umano, accogliendo la Sua guida e il Suo amore! Santo Marcianò Arcivescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri Frosinone, 18 febbraio 2026

Il messaggio del vescovo Santo al convegno “Amare non fa male!”: «L’uomo è creato dall’Amore, con Amore, per Amore»

Questo il testo integrale del messaggio di saluto dell’arcivescovo Santo Marcianò, fatto pervenire ai partecipanti al convegno “Amare non fa male” – Educare all’amore vero”, tenutosi a Fiuggi sabato 13 febbraio 2026, organizzato dall’Azione Cattolica diocesana, area famiglia & vita, dall’associazione La Caramella buona e dall’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Anagni-Alatri Messaggio convegno (pdf) Carissimi,nell’impossibilità di partecipare ai vostri lavori, non voglio far mancare il mio salutoal convegno: «Amare non fa male!». È un titolo che, partendo dal fotografare la realtà,esprime la speranza che mai più si chiami “amore” ciò che è esattamente il suo contrario: laviolenza, lo sfruttamento, l’uso, l’abuso… ogni forma di prevaricazione e dominio sull’altro,che «fa male», che provoca il male. Un male che spesso riempie le pagine della cronaca e alquale bisogna imparare a dare un nome, per conoscerlo e per contrastarlo. Ecco ladimensione educativa, sulla quale il vostro convegno si vuole concentrare.«L’amore – diceva Giovanni Paolo II – non è cosa che si impari, eppure non c’è cosache sia così necessario imparare». Una definizione paradossale, come paradossale, del resto,è l’amore stesso. Ma una definizione che apre un panorama straordinario: l’apprendimentodell’amore è quanto di più necessario si possa immaginare. Non è una frase fatta, uno slogantra i tanti con i quali oggi si vuole sdoganare un’educazione affettiva che, come si suol dire,comprende “tutto e il contrario di tutto”. Si tratta piuttosto di individuare la radice di questa«necessità» dell’educazione all’amore, che è prettamente antropologica. Del resto, è stato lostesso Giovanni Paolo II, nella sua prima Enciclica (Redemptor Hominis, 10), ad affermareche «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essereincomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se nons’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipavivamente».Sì, cari amici. Imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere,rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitarecomportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umanouna persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è lapossibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. Educareall’amore è educare all’umano!Il tema dell’educazione all’amore, dunque, è emergenza e urgenza; al contempo, cene rendiamo conto, è estremamente delicato, proprio per l’antropologia, ovvero l’idea diuomo che presuppone e veicola. E l’antropologia personalista, che il cristianesimo riconosce econdivide con molte altre culture e religioni, vede la persona umana come unità integrata eintegrale di corpo, psiche e spirito, fatta per entrare in relazione e chiamata a una libertà cheè anzitutto rispetto della verità e dignità propria e altrui.Tutto questo, se ci pensiamo bene, è «rivoluzionario»! Implica quella «rivoluzionedell’amore» che, riprendendo l’invito di Papa Leone, fin dal giorno di inizio del mio ministeronelle nostre Diocesi ho voluto indicare come programma, offrendone le linee principali nellaLettera Pastorale Capii che l’amore è tutto. In tale testo, partendo proprio dall’affermazionedi Giovanni Paolo II – «l’uomo non può vivere senza amore» – vi invitavo a osservare che«l’amore è oggi una delle parole più complesse ed equivocate», ricordando, al contempo, che «“Dio è amore”, l’amore è Suo dono e si concretizza nel Suo Progetto su ciascuno di noi, suogni vocazione. Occorre dunque chiedersi sempre cosa significhi amare, per rispondere erimanere fedeli alla propria chiamata all’amore in ogni vocazione» perché, in definitiva, «ognivocazione nasce dalla gioia di sentirsi amati a dall’essere chiamati ad amare».Il vostro Convegno affronta il tema dell’educazione all’amore con relatori qualificatie ricchi di esperienza; e la Chiesa ha profondamente a cuore la dimensione vocazionaledell’amore. E pensando alla dimensione formativa dei giovani, desidero riproporre a tutti voil’interrogativo espresso nella Lettera Pastorale, su cui i vostri lavori possono offrire unprofondo contributo di riflessione: «Come impostare una pastorale vocazionale che, partendodalla riscoperta dell’essere e sentirsi amati, aiuti ogni giovane a interrogarsi sul Progetto diamore Dio, unico e irripetibile, e sia integrata da un’educazione affettivo-sessuale e daun’educazione all’amore in grado di indicare l’orizzonte del dono di sé come realizzazionedella persona?»Cari amici, «l’orizzonte del dono di sé»! Ecco la radice antropologica alla quale ladimensione educativa si deve ancorare, per contrastare una cultura edonista e relativista,che riduce l’amore alla dittatura del puro sentimento aprendo il varco a comportamentiegoistici: da diverse forme di immaturità affettiva, fino alla violenza e a ogni genere diabuso, specie nei confronti di donne, minori e persone vulnerabili.La «Rivoluzione dell’amore», come ho voluto sottolineare, «ci pone dinanzi l’amorenon solo come sentimento ma come dinamica di tutta la persona: corpo, psiche, spirito,intelligenza, volontà», nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi benema “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Vegliadi Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!Che questo convegno ci aiuti a riscoprire nel “dono di sé” il segreto che permetteall’amore di non fare male e promette all’essere umano la felicità a cui egli è chiamato,perché creato dall’Amore, con Amore, per Amore.A tutti, buon lavoro!

Il Vescovo ai consacrati: «Grazie per il vostro essere profezia di amore»

XXX Giornata mondiale della vita consacrata – festa della Presentazione del Signore Cattedrale di Anagni – 2 febbraio 2026 Carissimi fratelli e sorelle, Consacrate e Consacrati, incontrarvi per la prima volta tutti assieme in questa Cattedrale è motivo di gioia, di festa. È una Festa la celebrazione di questa XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Ed è tanta la mia gratitudine di padre per il vostro esserci, per la presenza, con i diversi tipi di apostolato che svolgete in diocesi; e per l’anniversario significativo, che illumina ancora di più questo nostro “primo incontro” comunitario. In realtà, abbiamo già avuto modo di incontrarci con tanti di voi. Siete tanti, tante forme di vita consacrata, tanti carismi diversi; ma un “cuore” vi accomuna tutti, svelato nel bellissimo brano evangelico di oggi: la Presentazione di Gesù al Tempio ((Lc 2,22-40). E il cuore è proprio questo: «presentare»: «Portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore», scrive Luca, utilizzando il greco parastèsai che, tradotto con «presentare», significa in realtà anche «offrire», riferito a quanto avviene con i sacrifici del Tempio. Si tratta, cioè, di un’offerta che esprime l’appartenenza totale a Dio: quanto si offre, si riconosce essere Sua proprietà esclusiva. D’altra parte, il verbo ritorna anche in Rm 12,1: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale». È veramente bella questa modalità di appartenenza che vi contraddistingue e, al contempo, indica l’Assoluto di Dio! E se è vero che ogni creatura appartiene al Signore, è anche vero che essere presentati così, essere offerti così, offrire se stessi come «sacrificio», ha una sfumatura del tutto peculiare: sacerdotale e sponsale. Si vede qui tuttoil senso della vostra esistenza: dall’ascolto della chiamata di Dio che vi ha scelti per Sé, alla gioia della vostra risposta libera e innamorata, alla quotidianità che a volte sembra spingere verso lo scoraggiamento, al tempo della croce che visita ciascuno in modo diverso, alla fecondità che si manifesta dove non avremmo mai immaginato… Tutto è offerta d’amore! Tutto è sacrificio d’amore! Tutto appartiene a Dio e al Suo Amore! Presentare, dunque; offrire in sacrificio. Un verbo che, per certi versi, il Vangelo ci aiuta a caratterizzare ulteriormente con le figure di Simeone ed Anna. Due prospettive diverse e complementari: potremmo dire, una statica e l’altra dinamica. Anna, infatti, si offre con il suo «stare» nel Tempio. Simeone lo fa con il suo andare, «recandosi» al Tempio. E potremmo qui pensare ai diversi carismi della vita consacrata. Pensiamo allo «stare» della vita monastica, claustrale, con il servizio a Dio di un cuore che Gli appartiene talmente da «non allontanarsi mai» dalla preghiera, dal coltivare l’interiorità, dal posare lo sguardo su di Lui. Non è scontato ai nostri giorni, anche a motivo della pervasività di alcune tecnologie – inclusi social e intelligenza artificiale – che possono insinuarsi al punto da sostituire l’anelito al soprannaturale con un certo bisogno di “evasione”. E si tratta di un rischio che tutti corriamo, assieme al rischio di dimenticare come lo «stare» riguardi in realtà tutti i consacrati, pure nelle diverse fasi della vita. Come portare avanti una feconda vita apostolica senza lo «stare» della preghiera? E come non cogliere la misteriosa fecondità dello Spirito anche nei momenti di malattia, di prova della fede, di crisi e di fallimento, come pure nella fase anziana della vita, quando le forze declinano e ci si può sentire marginalizzati? Simeone, d’altra parte, è Icona di colui che va, che corre, mosso dallo Spirito e mosso dall’attesa che, potremmo dire, ha affinato la sua sensibilità allo Spirito. Quanto è importante che ogni vostra missione abbia questo profumo spirituale! Che le vostre opere siano interiormente mosse dallo Spirito Santo, per seguire veramente la Volontà di Dio e per portare gli altri a vedere quel Dio che è «salvezza» del mondo! E questo è vero tanto a livello personale quanto a livello comunitario. Non bisogna precipitarsi per mantenere la docilità allo Spirito; bisogna evitare che l’emergenza dell’organizzazione, della mancanza di vocazioni, della stessa economia pressino e sostituiscano la risposta della fiducia in Dio. Allo stesso tempo, quando lo Spirito manda, non bisogna tirarsi indietro, per paura o lentezza: è solo in quel preciso momento che Gesù si lascia incontrare da Simeone. Infatti, lo Spirito che nutre l’attesa frenando la fretta inopportuna è lo stesso Spirito che infonde il coraggio e la prontezza di andare verso la novità di Dio, anche se ci sentiamo “anziani” o sentiamo “anziana” e appesantita la nostra Congregazione. È bellissimo pensare che a Simeone ed Anna, anziani, Dio si manifesta come Bambino, come novità assoluta, Vita appena nata. E proprio ieri abbiamo celebrato la Giornata per la Vita, alla quale i Vescovi Italiani hanno dato come tema “Prima i bambini”! Presentare, stare, andare. In tutto questo, il racconto evangelico trasuda di profezia, riprendendo peraltro la profezia di Malachia (Mal 3,1-4) che parla del Signore che «entra» nel Suo Tempio e dell’«offerta» che sarà gradita al Signore. La Vita Consacrata è profezia! Attraverso l’«offerta» di se stessi diventa profezia di un Tempio che è di Dio, appartiene a Dio; di un Dio che, entrando nel Tempio come un Bambino, entra nella storia umana – nei tempi, nei luoghi e nelle persone, che sono il «santo tempio di Dio», come dice Paolo (cfr. 1 Cor 3,17) – e ne conferma l’appartenenza al Signore. C’è una profezia che, come persone consacrate, vi è affidata, oggi, nelle nostre Diocesi. Ciascuno potrà dettagliarla e lo faremo anche assieme nelle vostre realtà. Vi lascio però due indicazioni concrete. Nel Messaggio per questa Giornata, il Dicastero per la Vita Consacrata parla della «dimensione profetica della vita consacrata come “presenza che resta”: accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova… restare con amore, senza abbandonare, senza tacere, facendo della propria vita la Parola per questo tempo e per questa storia» 1 . È