Io, insegnante, vi dico perché avvalersi dell’ora di religione cattolica…

Entro il mese di febbraio, come ogni anno, famiglie e studenti sono chiamati a scegliere se avvalersi dell’ora di religione cattolica per il prossimo anno scolastico. I dati più recenti parlano di un lieve calo nelle adesioni, ma la percentuale resta alta: circa l’80% degli studenti continua a frequentare l’Irc. Un dato che, da insegnante di religione, non posso che leggere con gratitudine e anche con un certo stupore. Viviamo in un contesto culturale profondamente segnato dalla secolarizzazione e da un diffuso disorientamento. I ragazzi crescono in un tempo in cui molte certezze sono state messe in discussione e dove spesso si fatica a trovare punti di riferimento stabili. Eppure, nonostante tutto, scelgono di restare in classe per l’ora di religione… Nella mia esperienza quotidiana vedo che, dietro un apparente scetticismo, c’è una domanda di senso molto forte. I ragazzi portano in aula le loro inquietudini, le paure, le fragilità, ma anche il desiderio di capire chi sono e dove stanno andando. Hanno bisogno di essere ascoltati e presi sul serio. L’Irc diventa così uno spazio prezioso di dialogo, confronto e ricerca, dove è possibile fermarsi a pensare in modo più profondo rispetto ai ritmi veloci dei social e della comunicazione digitale; l’Irc diventa uno spazio dove si possono affrontare le grandi domande sull’identità, sulla libertà, sull’amore, sul dolore, sulla morte e sulla speranza. Mi accorgo che, quando l’ora è proposta con serietà e passione, i ragazzi rispondono. Non cercano risposte superficiali o accomodanti, chiedono chiarezza, autenticità, coerenza. Vogliono capire cosa c’entra la fede con la loro vita concreta. E spesso rimangono colpiti quando scoprono che il Cristianesimo non è un insieme di divieti, ma un annuncio che parla di dignità, di relazione, di senso. Per questo sento che il nostro compito, come docenti di religione, è delicato e decisivo. Siamo chiamati non solo a trasmettere contenuti culturali e teologici, ma ad accompagnare un cammino. L’ora di religione può essere una piccola luce nel percorso scolastico, non impone, non costringe, ma propone. E in molti ragazzi quella proposta intercetta ancora una sete di infinito che, nonostante tutto, non si è spenta. di Emanuela Sabellico
Il messaggio dell’Arcivescovo Santo per la Quaresima 2026

L’Amore è tutto… è il cuore della conversione La Quaresima è tempo di conversione. La Chiesa ce lo ricorda ogni anno e Leone XIV lo sottolinea nel titolo del suo Messaggio: Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione. La conversione ci aiuta a «rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita», a proiettare su Lui il nostro amore. La conversione sarebbe impensabile senza l’amore, perché il cambiamento di rotta, di scelte, di vita, non è diretto a dei comportamenti ma a una Persona: Dio. A Lui e con amore! L’Amore è tutto, vorrei ripetere richiamando il titolo e l’invito della mia prima Lettera Pastorale; l’Amore è il cuore della conversione. Il Papa ci invita a declinare tale conversione in tre parole: ascoltare, digiunare, insieme. Provo a riproporle suggerendo alcune modalità concrete per viverle. Ascoltare: ama il tuo Dio e ama il tuo fratello L’esperienza dell’ascolto ci introduce nel valore della Parola di Dio da conoscere, meditare, amare, amando in essa Dio stesso. Egli ci parla ma anche, ricorda il Papa, ci ascolta, «ascolta il grido dei suoi figli». Egli ci insegna, così, ad ascoltare, «tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale», il grido dei fratelli, specie quello «che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia». – Scegli una modalità di ascolto quotidiano della Parola di Dio: il Vangelo del giorno, un Libro della Bibbia letto di continuo, un semplice versetto ripetuto nel cuore… fallo anche per pochi minuti, ma andando nella profondità di te stesso, per intercettare la Voce di Dio. E fai attenzione al grido di aiuto di qualche fratello: un familiare, un vicino, una situazione più difficile… cercando di rispondere generosamente, più che concentrarti sulle tue esigenze. Digiunare: ama il tuo corpo e ama il bene Il digiuno ci educa a questo. Ci fa passare dal “mangiare-fare ciò che mi va”, al “mangiare–fare ciò che devo”, secondo la persona che scelgo di essere. Possiamo farlo perché il corpo ne è capace, data la sua dignità; e l’agire così ci permette di «disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene». – Proponiti una forma di digiuno, anche piccola ma reale: evitare un tipo di cibo; regolare il tempo sui social; ridurre la mole di lavoro e di impegni per stare di più in famiglia, con gli amici, con Dio nella preghiera. E prova a digiunare «dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo», imparando a «coltivare la gentilezza» e a desiderare il bene dell’altro. Insieme: ama la tua Chiesa e la tua comunità Cercare il bene altrui ci porta a vivere per l’altro e con l’altro; e la Quaresima, ci ricorda il Papa, è alla fine un tempo da vivere «insieme». È un tempo di Chiesa, in cui sperimentare «la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno», consapevoli che «la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni». È un tempo per crescere in quella comunione che ci fa Chiesa unita e missionaria; per crescere nell’Amore che è tutto! – Cura le tue relazioni, nella comunità familiare, lavorativa, ecclesiale. E aiuta gli altri, e fatti aiutare, alla fedeltà nel cammino di conversione, promuovendo, in parrocchia o in comunità, momenti di preghiera condivisa, per camminare insieme nell’amore di Dio e dei fratelli. Affidiamo a Maria il cammino quaresimale: ci doni Lei di vivere, anche attraverso piccoli propositi, la gioia della perseveranza e la grazia della conversione, aprendo il cuore verso la luce della Pasqua Frosinone, 18 febbraio 2026 Santo Marcianò Arcivescovo-Vescovo di Anagni-Alatri e di Frosinone-Veroli-Ferentino
Gli auguri dell’Arcivescovo alla comunità islamica per il Ramadan

Cari fratelli e sorelle della comunità islamica, vi raggiungo all’inizio del Ramadan, tempo per voi prezioso, scandito dalla pratica del digiuno e che, quest’anno, inizia in contemporanea alla Quaresima, il tempo che prepara i cristiani alla Santa Pasqua, in un cammino di conversione aiutato dalla preghiera e dal digiuno.Il digiuno, antica pratica religiosa, si fonda sulla convinzione che l’uomo sia capace di andare oltre sé stesso, di dirigere sé stesso, superando anche bisogni molto semplici, per seguire determinate regole o per essere educato a vincere egoismi e istintualità; e a farlo riconoscendo il primato di Dio. E se l’uomo è capace di vincere i propri egoismi, può crescere in lui, e attraverso di lui, una cultura della cura dell’altro,del rispetto dell’altro, della comprensione dell’altro… una cultura della fraternità, primo germe della cultura della pace.Promuovendo il riconoscimento della dignità di ogni persona umana, le diverse religioni possono così contribuire a ricostruire una forte cultura della vita e della pace, nel mondo e anche nella nostra terra di Ciociaria. Si tratta di passi piccoli, ma che hanno grande valore e le cui conseguenze possono essere straordinariamente significative, sul cammino dei singoli e delle comunità.A nome di tutta la comunità cattolica, desidero pertanto esprimere l’augurio più caro alla comunità islamica: il cammino del Ramadan sia occasione di rinnovamento e preghiera perché, camminando l’uno accanto all’altro verso l’Unico Dio, sappiamo tutti collaborare a costruire un mondo più giusto, più bello, più umano, accogliendo la Sua guida e il Suo amore! Santo Marcianò Arcivescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri Frosinone, 18 febbraio 2026
Il Vescovo alla Giornata del malato: «Il Signore è accanto alla nostra sofferenza»

Una bella e sentita partecipazione per la XXXIV Giornata del malato, tenutasi a livello interdiocesano e organizzata dagli uffici della Pastorale della salute delle due diocesi, presso la parrocchia Santa Maria della Mercede, in località La Fiura ad Alatri, sabato 14 febbraio.Presieduta dall’arcivescovo Santo Marcianò e concelebrata dai direttori degli uffici di Pastorale della salute delle diocesi di Anagni-Alatri e Frosinone, don Alexandre Tannaus e don Giuseppe Vitelli, dagli assistenti delle Unitalsi delle due diocesi, don Pietro Bonome e don Francesco Frusone, da diversi sacerdoti delle due Chiese, con una celebrazione arricchita dalla presenza dei volontari che quotidianamente si occupano di disabilità nel territorio delle due diocesi: le Unitalsi diocesane, la Siloe e l’associazione Peter Pan. Presente anche l’Arvas (Associazione Regionale Volontari Assistenza Ospedaliera) che ogni giorno fa assistenza ospedaliera in ospedale. Presente anche sindaco di Alatri, Maurizio Cianfrocca. «Che bello essere qui con voi, oggi, nella trentaquattresima Giornata del Malato – ha esordito il vescovo Santo nell’omelia – Voi malati non siete soggetti passivi, ma siete soggetti attivi, siete i protagonisti di questa Giornata. Spesso ci chiediamo: che cosa posso fare io? Tutti noi abbiamo un talento, dei talenti. Gesù si è caricato della nostra sofferenza e delle nostre fatiche, andando sulla Croce. Il Cristianesimo è prossimità, è farsi prossimo, è amore e compassione ed è donazione di sé stessi. La preghiera si lega con la speranza e attraverso la sofferenza viviamo la Pasqua del Signore, dobbiamo vivere la dimensione dell’amore del Signore, dobbiamo vivere nella sua dimensione. Papa Leone ci parla anche dell’importanza della cura. Attenzione: non è che il Signore non soffre con noi, il Signore vive accanto a noi, alla nostra sofferenza, una sofferenza che non è solo fisica ma è anche psichica. E la sofferenza psichica distrugge tutto. L’evangelista Luca, nel Vangelo, ci parla del Samaritano a cui fascia le ferite con la cura, ma ci parla anche di chi scende e chi sale perché la vita è un po’ come una salita e una discesa di chi si è fatto prossimo al Samaritano, chiediamo al Signore di aiutarci», ha concluso il presule. Particolarmente importante il momento dell’unzione degli infermi, che l’arcivescovo ha voluto sottolineare come un atto di cura integrale della Chiesa verso chi soffre, che trasforma la malattia in un momento di unione con Cristo.Ricordiamo che la Giornata del malato coincide con la festa della Madonna di Lourdes perché Lourdes è il simbolo della sofferenza, della malattia e della guarigione da essa attraverso la fede, come certificato dalla guarigione di Antonietta Raco, una donna italiana, guarita in modo inspiegabile dalla Sclerosi Laterale Primaria nel 2009 durante un pellegrinaggio con l’Unitalsi. Riconosciuta come il 72° miracolo di Lourdes, la sua guarigione ha comportato la scomparsa immediata dei sintomi dopo un bagno nelle piscine. La celebrazione interdiocesana si è conclusa con la fiaccolata in chiesa aux flambeaux e il canto dell’Ave Maria di Lourdes, in onore della Vergine Maria. di Francesco Santoro
Il messaggio del vescovo Santo al convegno “Amare non fa male!”: «L’uomo è creato dall’Amore, con Amore, per Amore»

Questo il testo integrale del messaggio di saluto dell’arcivescovo Santo Marcianò, fatto pervenire ai partecipanti al convegno “Amare non fa male” – Educare all’amore vero”, tenutosi a Fiuggi sabato 13 febbraio 2026, organizzato dall’Azione Cattolica diocesana, area famiglia & vita, dall’associazione La Caramella buona e dall’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Anagni-Alatri Messaggio convegno (pdf) Carissimi,nell’impossibilità di partecipare ai vostri lavori, non voglio far mancare il mio salutoal convegno: «Amare non fa male!». È un titolo che, partendo dal fotografare la realtà,esprime la speranza che mai più si chiami “amore” ciò che è esattamente il suo contrario: laviolenza, lo sfruttamento, l’uso, l’abuso… ogni forma di prevaricazione e dominio sull’altro,che «fa male», che provoca il male. Un male che spesso riempie le pagine della cronaca e alquale bisogna imparare a dare un nome, per conoscerlo e per contrastarlo. Ecco ladimensione educativa, sulla quale il vostro convegno si vuole concentrare.«L’amore – diceva Giovanni Paolo II – non è cosa che si impari, eppure non c’è cosache sia così necessario imparare». Una definizione paradossale, come paradossale, del resto,è l’amore stesso. Ma una definizione che apre un panorama straordinario: l’apprendimentodell’amore è quanto di più necessario si possa immaginare. Non è una frase fatta, uno slogantra i tanti con i quali oggi si vuole sdoganare un’educazione affettiva che, come si suol dire,comprende “tutto e il contrario di tutto”. Si tratta piuttosto di individuare la radice di questa«necessità» dell’educazione all’amore, che è prettamente antropologica. Del resto, è stato lostesso Giovanni Paolo II, nella sua prima Enciclica (Redemptor Hominis, 10), ad affermareche «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essereincomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se nons’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipavivamente».Sì, cari amici. Imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere,rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitarecomportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umanouna persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è lapossibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. Educareall’amore è educare all’umano!Il tema dell’educazione all’amore, dunque, è emergenza e urgenza; al contempo, cene rendiamo conto, è estremamente delicato, proprio per l’antropologia, ovvero l’idea diuomo che presuppone e veicola. E l’antropologia personalista, che il cristianesimo riconosce econdivide con molte altre culture e religioni, vede la persona umana come unità integrata eintegrale di corpo, psiche e spirito, fatta per entrare in relazione e chiamata a una libertà cheè anzitutto rispetto della verità e dignità propria e altrui.Tutto questo, se ci pensiamo bene, è «rivoluzionario»! Implica quella «rivoluzionedell’amore» che, riprendendo l’invito di Papa Leone, fin dal giorno di inizio del mio ministeronelle nostre Diocesi ho voluto indicare come programma, offrendone le linee principali nellaLettera Pastorale Capii che l’amore è tutto. In tale testo, partendo proprio dall’affermazionedi Giovanni Paolo II – «l’uomo non può vivere senza amore» – vi invitavo a osservare che«l’amore è oggi una delle parole più complesse ed equivocate», ricordando, al contempo, che «“Dio è amore”, l’amore è Suo dono e si concretizza nel Suo Progetto su ciascuno di noi, suogni vocazione. Occorre dunque chiedersi sempre cosa significhi amare, per rispondere erimanere fedeli alla propria chiamata all’amore in ogni vocazione» perché, in definitiva, «ognivocazione nasce dalla gioia di sentirsi amati a dall’essere chiamati ad amare».Il vostro Convegno affronta il tema dell’educazione all’amore con relatori qualificatie ricchi di esperienza; e la Chiesa ha profondamente a cuore la dimensione vocazionaledell’amore. E pensando alla dimensione formativa dei giovani, desidero riproporre a tutti voil’interrogativo espresso nella Lettera Pastorale, su cui i vostri lavori possono offrire unprofondo contributo di riflessione: «Come impostare una pastorale vocazionale che, partendodalla riscoperta dell’essere e sentirsi amati, aiuti ogni giovane a interrogarsi sul Progetto diamore Dio, unico e irripetibile, e sia integrata da un’educazione affettivo-sessuale e daun’educazione all’amore in grado di indicare l’orizzonte del dono di sé come realizzazionedella persona?»Cari amici, «l’orizzonte del dono di sé»! Ecco la radice antropologica alla quale ladimensione educativa si deve ancorare, per contrastare una cultura edonista e relativista,che riduce l’amore alla dittatura del puro sentimento aprendo il varco a comportamentiegoistici: da diverse forme di immaturità affettiva, fino alla violenza e a ogni genere diabuso, specie nei confronti di donne, minori e persone vulnerabili.La «Rivoluzione dell’amore», come ho voluto sottolineare, «ci pone dinanzi l’amorenon solo come sentimento ma come dinamica di tutta la persona: corpo, psiche, spirito,intelligenza, volontà», nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi benema “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Vegliadi Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!Che questo convegno ci aiuti a riscoprire nel “dono di sé” il segreto che permetteall’amore di non fare male e promette all’essere umano la felicità a cui egli è chiamato,perché creato dall’Amore, con Amore, per Amore.A tutti, buon lavoro!
“Amare non fa male – Educare all’amore vero”: il convegno di Ac

Si è tenuto venerdì 13 febbraio, il giorno prima della festa di San Valentino, il convegno sull’affettività promosso dall’Azione Cattolica della Diocesi di Anagni-Alatri. Un convegno fortemente voluto dal Settore Adulti e l’Area Famiglia e Vita, che si inserisce nella programmazione annuale dell’AC in collaborazione con la pastorale diocesana per accompagnare nella formazione e nella spiritualità i propri aderenti e simpatizzanti. Nel discorso di apertura la Presidente Concetta Coppotelli ha ricordato come negli ultimi anni l’Azione Cattolica abbia organizzato appositi convegni aperti a tutti, compresa la società civile, la scuola e la politica, ponendo l’attenzione su diverse tematiche: l’eutanasia, l’intelligenza artificiale, la partecipazione e quest’anno l’Amare. Un convegno per riflettere insieme sul tema dell’affettività e delle relazioni autentiche, consapevoli delle fragilità e delle difficoltà che i giovani incontrano nelle loro vite. Il tema dell’educazione all’amare è oggi molto sentito, ci interpella quotidianamente e riguarda la quasi totalità delle fasce di età. L’Azione Cattolica opera costantemente nella formazione a tutto campo nelle parrocchie e nella diocesi, e quest’anno tramite la coppia cooptata diocesana ha posto l’attenzione proprio sul tema dell’educare all’amore vero. L’Arcivescovo Santo Marcianò ha fatto pervenire un suo messaggio a tutti i presenti sull’importanza di imparare ad amare sottolineando quanto “imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere, rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitare comportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umano una persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è la possibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. […] nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi bene ma “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Veglia di Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!” Qui l’intervento completo del Vescovo: Marco Vari e Rossella Salvatori, coppia di sposi di AC che collabora nella pastorale per la famiglia, hanno introdotto con queste parole: “Come adulti impegnati nell’Azione Cattolica, il nostro obiettivo è duplice: da una parte comprendere come accompagnare i giovani nella costruzione di relazioni sane e rispettose; dall’altra, promuovere una cultura dell’amore autentico, capace di unire attenzione alla persona, prevenzione del disagio e responsabilità educativa. Desideriamo essere custodi di fiducia, testimoni coerenti e guide sensibili per le nuove generazioni, perché l’amore autentico non fa male, ma cresce, sostiene e trasforma. […] l’amore autentico non ferisce, non manipola, non domina, ma custodisce, accompagna e fa crescere.” Il convegno è stato animato dall’intervento di relatori qualificati e ricchi di esperienza, appartenenti all’Associazione “La Caramella Buona” e alla Pastorale diocesana della famiglia. Il Dott. Roberto Mirabile, presidente e fondatore, ha parlato della Onlus nata nel 1997 a Reggio Emilia spiegando come essa si spenda contro gli abusi e la tutela dei minori, fornendo assistenza legale, case di accoglienza per donne e bambini in fuga da situazione di violenza, formazione professionale sulla prevenzione e gestione di casi di abuso, sensibilizzazione culturale specie nelle scuole anche per dare voce alle vittime. Per il Dott. Mirabile il convegno ha rappresentato un’occasione di sensibilizzazione in sinergia con la chiesa e altre associazioni che si occupano di tutelare la famiglia e il matrimonio. Ha ricordato come il ruolo sociale dei bambini sia radicalmente cambiato nella storia: da “contenitori vuoti e senza diritti da riempire da parte dell’adulto” – situazione che ancora persiste in alcune parti del mondo attraverso pratiche di schiavitù, bambine spose, infibulazone – alla rivoluzione del Cristianesimo, di come Gesù abbia messo i più piccoli al primo posto, come il bambino sia “proprietà di nessuno perché è figlio di Dio” e, citando il Vangelo di Matteo con riferimento alla giustizia divina, che “chi scandalizza uno solo di questi piccoli sarebbe meglio gli fosse appesa una macina al collo e fosse gettato negli abissi del mare”. Ha poi evidenziato come una società sana sia fatta di adulti che sono stati bambini sani, ecco perché occorre prendersi cura dei piccoli sempre di più. Riferendosi alle finalità della Onlus, ha sottolineato la dedizione alla salvaguardia dei sopravvissuti alle violenze, in particolare attraverso il lavoro di un team di avvocati specialisti che li accompagna nelle aule di tribunale. “Il risultato più bello – dichiara – è il sorriso che torna sul volto delle vittime, aiutare a recuperare la fiducia in sé stessi, negli altri, nella vita, tutte queste cose sono la soddisfazione più grande al di là della punizione del colpevole: può esserci difficoltà ad avere giustizia, ma è più importante che venga fuori sempre la verità”. Non secondaria è poi l’attività di formazione e informazione svolta in favore degli studenti contro le “relazioni tossiche” e le manipolazioni affettive: “se non hai rispetto, di che amore vuoi parlare?” Ha chiuso il suo intervento ricordando delle proposte di legge presentate al Consiglio dei Ministri che troppo spesso ricevono tante promesse e pochi fatti. Nonostante questo, ha voluto esprimere la certezza che “occorre agire in sinergia per costruire un futuro di bellezza”. La Dott.ssa Anna Maria Pilozzi, Vice Presidente e Capo Ufficio Stampa de “La Caramella Buona”, responsabile della sede di Acuto, ha concentrato il suo intervento sul concetto che “l’amore non si insegna a parole, ma con l’esempio”. Esempio che i giovani di oggi non sperimentano stando per strada e che un tempo era più facile ricevere all’interno di oratori animati da sacerdoti e religiose che accoglievano i ragazzi dando insegnamenti con gesti amorevoli più che con le parole (ricorda la sua esperienza in AC e con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo, in particolare la figura di Suor Assunta Pasqua). L’amore si sperimenta ancora prima all’interno della propria famiglia, anche con esempi di accoglienza e attenzione ai più bisognosi perché “nascere in un contesto sano è una grazia da portare a chi non ce l’ha”. Ha parlato poi della casa di accoglienza per donne vittime di violenze presente ad Acuto e di come l’Associazione non apra solamente le porte delle loro sedi, ma anche quelle dei cuori dei volontari
Norme Diocesane per Comitati feste patronali e feste ad esse equiparate

Ecco le norme decise dall’arcivescovo Santo Marcianò Norme Diocesane per Comitati feste patronali e feste ad esse equiparate (pdf)
Il vescovo ha incontrato l’Aiam, Associazione interparrocchiale Anagni medievale

Nella serata di sabato 7 febbraio, nel salone del seminario regionale Leoniano, l’arcivescovo Santo Marcianò ha incontrato i membri dell’Aiam, l’associazione interparrocchiale Anagni medievale. Protagonisti indiscussi della serata sono stati i figuranti e i collaboratori delle contrade medioevali che hanno avuto modo di incontrare e conoscere l’Arcivescovo. Tra i vari interventi, quelli dei responsabili cittadini e regionali. L’arcivescovo di Anagni-Alatri e Frosinone-Veroli-Ferentino è stato accolto dal presidente dell’Aiam e parroco della Cattedrale di Anagni, don Marcello Coretti, dal vice presidente dell’associazione, Carlo Cerasaro. Tra i vari ospiti, don Rodolfo Baldazzi, presidente regionale della Federazione Manifestazione Storiche del Lazio e presidente della Federazione Italiana Giochi Storici, che ha tra l’altro preannunciato la nomina del giovane anagnino Carlo Cerasaro a segretario nazionale della Federazione Italiana Giochi Storici. Nel suo intervento, Marcianò ha invitato i componenti dell’associazione ed i figuranti ad essere portatori di speranza «continuando a seminare i valori fondanti dell’AIAM» ed ha altresì esortato i giovani a seguire il virtuoso cammino intrapreso, ricordando loro che la città di Anagni è anche «cattedra di sapienza e crocevia di diplomazia». Dopo l’incontro, l’Aiam ha così espresso, attraverso i proprio canali social, la piena soddisfazione per l’esito della serata: «Vogliamo ringraziare monsignor Marcianò per le bellissime parole rivolte alla nostra associazione. Accogliamo il suo invito ad essere portatori di speranza nella nostra città continuando a seminare i valori fondanti dell’Aiam».
Gorga ha abbracciato con gioia il vescovo Santo

Nella giornata di domenica 8 febbraio 2026 la piccola comunità di Gorga ha accolto con grande gioia il vescovo Santo Marcianò. Tante persone si sono radunate in piazza Vittorio Emanuele II per dare il benvenuto al vescovo, giunto in paese per conoscere più da vicino la parrocchia di San Michele Arcangelo e l’intera comunità. In piazza era presente il parroco, padre Efrain Mora Garcia, il sindaco, Andrea Lepri, altri esponenti dell’amministrazione comunale e le autorità militari. A rendere ancor più festoso il clima ha contribuito la presenza del complesso bandistico “Cipriani”. Il parroco ha avuto cura di porgere al vescovo Santo, a nome di tutta la cittadinanza, un caloroso saluto di benvenuto. Durante un breve itinerario all’interno del paese, il vescovo ha avuto modo di visitare il laboratorio di restauro in piazza Ernesto Biondi, dove è in atto il recupero di pregevoli tele appartenenti alle diverse chiese di Gorga e, successivamente, il palazzo Cardinal Santucci e la vicina chiesa dei “frati” sulla quale sono stati recentemente fatti importanti interventi di ristrutturazione. Accompagnato dalle gioiose note della banda, il corteo si è avviato verso la chiesa di San Michele Arcangelo per la celebrazione della Messa. Numerose e sincere le manifestazioni di affetto tributate al vescovo dai fedeli durante il tragitto, tutte calorosamente corrisposte dal presule. All’interno della chiesa aleggiava un’atmosfera calda, colma di attesa per le parole che il pastore avrebbe pronunciato al suo gregge. Ai piedi dell’altare i bambini che frequentano il catechismo hanno accolto e salutato il vescovo offrendo, raccolte in un cartellone, alcune lettere per esprimere, con affetto sincero, la gioia del momento. La celebrazione della Messa è stata animata dal coro parrocchiale, attenta e composta la partecipazione dei fedeli. Il vescovo, nell’omelia, ha ricordato come in questi tempi difficili, sia sempre valida l’ esortazione di Gesù ad essere «luce del mondo e sale della terra», al fine di dare un senso alla nostra vita ed a quella delle persone a noi vicine. Conclusa la celebrazione monsignor Marcianò si è recato al palazzo del Municipio per il saluto da parte del sindaco e dell’Amministrazione comunale. La mattinata si è chiusa con un momento conviviale condiviso con la comunità. di Ernesta Tosco
Vico nel Lazio ritrova la sua chiesa (e le tradizioni) di San Biagio

La comunità di Vico nel Lazio è tornata a festeggiare San Biagio, grazie alla riapertura dell’omonima chiesa benedettina, eretta nel secolo XI°. Si deve al nuovo proprietario Umberto Protani il ripristino dell’antica struttura, lasciata in completo abbandono per decenni. Numerosi fedeli sono accorsi per partecipare alla Messa, celebrata dal parroco don Luigi Battisti ed animata dal coro parrocchiale, diretto dal Maestro Luigi Tarquini. Al termine della celebrazione, si è svolto il tradizionale rito dell’olio alla gola e della distribuzione del pane (o dolci) ai fedeli presenti. La locale banda musicale, diretta dal maestro Gianpaolo Ascani ha, infine, allietato l’evento. Con l’occasione, è opportuno fornire alcune notizie storiche – così come le riceviamo in una dettagliata nota del comune di Vico nel Lazio – sull’intero complesso San Biagio, un tempo di proprietà dei Benedettini. Quest’ordine religioso, fondato da Benedetto da Norcia, ha una particolare devozione alla Madonna, quale Madre e Regina dei loro monasteri. Tuttavia, anche san Biagio, vescovo martire del III° secolo dopo Cristo, e san Bartolomeo apostolo, sono santi onorati dai Benedettini. Infatti, nella chiesa, troviamo raffigurati nella pala d’altare (riproduzione della tela originale del XVI° secolo) sia la Madonna con il Bambino, sia san Biagio, san Bartolomeo, san Brunone e santa Lucia. In apposite nicchie laterali della chiesa sono presenti anche statue di terracotta del 1500 di Biagio, Bartolomeo e della Madonna con il Bambino. La presenza a Vico nel Lazio dei monaci Benedettini risale all’anno mille, con san Domenico da Foligno (o di Sora), che vi soggiornò, predicando e celebrando Messa nella chiesa di Sant’Angelo (attuale Collegiata San Michele Arcangelo), prima di recarsi nell’eremo di Trisulti, presso cui rimase diversi anni. Successivamente, su invito del nobile Rainerio Gastaldo, si recò a Sora dove fondò un’Abbazia sui resti di una villa, appartenuta a Marco Tullio Cicerone, messa a disposizione da detto nobile. Il monaco Domenico, ancora in vita, era già una figura carismatica, capace di coinvolgere migliaia di fedeli, tanto che le comunità di Vico e Collepardo gli donarono il bosco d’Ecio, negli anni 1004/1005. Fu proprio in questo luogo che i benedettini, seguaci di Domenico, costruirono l’abbazia dedicata al Santo (poco più avanti dell’attuale certosa), mentre nel 1204 papa Innocenzo III fece costruire la Certosa di Trisulti, affidandola ai Certosini, che subentrarono ai Benedettini, venendo in possesso di tutti i loro beni. Anche le proprietà benedettine a Vico nel Lazio, passarono nella disponibilità dei Certosini. Furono proprio questi ultimi ad iniziare nel nostro paese la consegna ai fedeli del pane di san Biagio e a dare un notevole impulso alla grangia, facendola diventare un fiorente centro di attività commerciale , artigianale, oltre ad essere anche luogo di deposito e custodia dei prodotti dell’agricoltura. Alcune recenti ricerche dello storico locale Salvatore Iacobelli, condotte presso l’archivio di Trisulti, hanno infatti evidenziato che presso la grangia di Vico erano presenti ben 30 salariati, addetti alle varie mansioni, da quelle artigianali a quelle della pastorizia e dell’agricoltura. Anche l’attività caritatevole dei Certosini verso la popolazione era notevole, tanto che in una lettera d’archivio si fa riferimento alla presenza di circa tremila persone, accorse anche dai paesi vicini, per ricevere il pane, il 3 febbraio, festa del santo. L’afflusso di fedeli era tale che, per evitare molestie alle donne, il pane veniva consegnato alle stesse presso la vicina chiesa (non benedettina) di San Giorgio, mentre gli uomini lo ricevevano presso San Biagio. Fu Napoleone a interrompere questa presenza dei Certosini, con la confisca di tutti i beni monastici, venduti ai privati. Nel 1810 la famiglia Sterbini comprò questi beni, per poi rivendere il tutto alla famiglia Cerquozzi nel 1870/’75. Da ultimo, Umberto Protani ha acquistato il complesso San Biagio, compresa la grangia e la chiesa.
