Il Vescovo alla Professione di tre Clarisse del monastero di Anagni: «Custodite il “sì” alla vita e alla vocazione»

Omelia alla Messa per la Professione delle monache clarisse Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara AuroraAnagni, chiesa Santa Chiara – 26 dicembre 2025 Care sorelle clarisse, carissime Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara Aurora,che dono ritrovarsi qui a celebrare la vostra Professione, in questo giorno particolare e in questotempo particolare! E proprio questo tempo liturgico regala alla nostra celebrazione alcunesuggestioni che segnano provvidenzialmente il vostro cammino di oggi e potranno rimanere comepiccola eredità per il cammino futuro. Ne colgo tre e ve le consegno, con sollecitudine e gioiapaterna. La prima suggestione viene dal Natale Siamo nel Tempo di Natale, nel giorno successivo al Natale. E Natale, se ci pensiamo bene, è lafesta della vita, quella vita che non possiamo non contemplare come la prima vocazione. Lo è lavita di ogni creatura umana, “divinizzata” dall’Incarnazione del Figlio di Dio. Lo è la vostra vita,care sorelle, in cui è scritto un mistero di unicità irripetibile nel quale si dispiega il disegno di Dio,pensato per ciascuna di voi da sempre. Sì, parlare di vita è parlare di unicità.Ma parlare di vita è anche parlare di concretezza, di quotidianità. È lì che la Grazia di questo giornovi raggiunge e vi conduce: una quotidianità che sarà trasformata dalla vostra trasformazioneinteriore. «Alle tue mani, Signore, affido il mio spirito», abbiamo cantato con il SalmoResponsoriale (Salmo 30 [31]). Lasciate fare a Dio, lasciatevi toccare e plasmare da Lui: nulla saràcome prima, dopo oggi, e saprete così trasformare gli eventi concreti, anche quelli più difficili,ricevendoli come Dono dalle mani di Dio e vivendoli come dono di voi stesse. Perché la vita è donoricevuto che, per sua natura, deve essere donato: ecco la risposta alla vocazione!Una vocazione che non vi vede statiche ma chiamate a crescere. Parlare di vita, infatti, è ancheparlare di maturazione. Infatti, la vocazione alla vita cresce, matura e vi matura, conducendoviverso il compimento preparato da Dio per voi: non pensate mai di essere arrivate o che la vita nonoffra più nulla da scoprire. Oggi è solo l’inizio; per meglio dire, oggi è un nuovo inizio della vostrarelazione personale con Dio che è il «Dio delle sorprese», come diceva Papa Francesco. Lasciatevisorprendere da Lui, Sposo e Signore! Conservate lo stupore di Maria e Giuseppe dinanzi alla culladi Gesù Bambino: e questo Natale segnerà per sempre la vostra vita impregnandola di gratitudinegià di fronte alle piccole cose. La seconda suggestione è offerta dalla festa di oggi Celebriamo Santo Stefano Protomartire, consapevoli che la vita cristiana, in particolare la vitaconsacrata, non può essere capita fuori dello spirito del martirio. Non mi riferisco, ovviamente,soltanto al martirio cruento ma a quell’attitudine, a quella testimonianza che si incarna nella totalitàdel dono sponsale di sé.Accanto al martirio del quotidiano che si consuma nella vita di preghiera e di comunione incomunità, c’è il martirio che vi chiama a vedere un “oltre”, non visibile o dimostrabile, che Coluiche è più intimo a noi di noi stessi affida alla vostra contemplazione: vedere ciò che non si vede;vedere Dio nel Volto di Gesù amato. «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che staalla destra di Dio», grida Stefano condotto al martirio, lo abbiamo ascoltato dalla prima Lettura (At6,8-10.12; 7,54-60).Papa Leone, in questo senso, ha messo in guardia da quello che ha chiamato il rischio di un«“arianesimo di ritorno”, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlodavvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi» 1 . È questo Dio vivo e vero che voi, caresorelle, siete chiamate a contemplare ogni giorno nella preghiera e a servire con amore,testimoniando la comunione e la maternità, dentro e fuori la comunità. Stefano attinge alla preghierala forza di amare, di perdonare i suoi carnefici, e la sua testimonianza d’amore genererà Paolo, ilquale lo seguirà poi nello stesso martirio. Siate testimoni, martiri: con la fedeltà della preghiera e lagioia di un’appartenenza totale, sponsale a Cristo. L’ultima suggestione viene dalla gioia, dal Giubileo Stiamo chiudendo un tempo di Grazia che è proprio tempo di gioia: giubilare significa anzituttogioire. E l’autenticità della vocazione, di ogni vocazione, ha un criterio irrinunciabile: la gioia!Povertà, obbedienza, castità, non sono negazione o rinuncia ma vie concrete che la Grazia percorreper impregnarvi nella totalità della vostra vita e del vostro amore. Si amerebbe davvero se non sidonasse liberamente a Dio il tutto del proprio avere, del proprio sentimento, della propriaautodeterminazione?La gioia che tutto questo offre, tuttavia, non sta nella generosità istintiva di un momento ma nellacostanza di tutta la vita, nei tempi belli come in quelli duri. «Chi avrà perseverato fino alla fine saràsalvato», dice Gesù nel Vangelo (Mt 10,17-22) E Santa Chiara, nel suo Testamento, lo ricorda:«Poiché stretta è la via e il sentiero, ed angusta la porta per la quale ci si incammina e si entra nellavita, pochi son quelli che la percorrono e vi entrano; e se pure vi sono di quelli che per un poco ditempo vi camminano, pochissimi perseverano in essa. Beati però quelli cui è concesso dicamminare per questa via e di perseverarvi fino alla fine!» 2 . Sì, «beati», cioè felici! Non lodimenticate: senza perseveranza nessuna vocazione, soprattutto la vita consacrata e claustrale, puògustare la vera gioia!Care Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara Aurora, è la gioia, è la felicità il dono che oggi Dio vuole farvi, rivelandovene il segreto.Custoditelo questo segreto: nel “sì” unico alla vita e alla vocazione; nel martirio di fedeltà allapreghiera, alla comunione, alla maternità; nella gioia infinita di appartenere a Cristo in modo totale,sponsale. Nel vostro quotidiano scrutare e indicare nel Suo Volto del Padre, che tutti amadall’eternità e per l’eternità. Lui vi benedica. Buon cammino. E così sia! Santo Marcianò

Padre Gesualdo Fiorini: da Fiuggi a Capo Verde, mezzo secolo di missione

Padre Gesualdo Fiorini, religioso cappuccino e missionario a Capo Verde per oltre mezzo secolo, verrà ricordato martedì 4 novembre a Fiuggi (sala consiliare del Comune, alle 16.30), dove nacque il 23 gennaio 1923. La solenne cerimonia di commemorazione è stata voluta dal Comune, nel ricordo dell’operato di padre Fiorini e per quel suo contribuire in modo fondamentale al gemellaggio tra Fiuggi e Tarrafal, la cittadina di Capo Verde dove è poi morto, a 83 anni. Così padre Gesualdo Fiorini è stato ricordato a suo tempo sul sito delle missioni cappuccine di Capo Verde: «Quando, agli inizi degli anni ‘70, la Provincia romana dei cappuccini decise di trasferire i suoi missionari da Capo Verde in Madagascar, lui chiese e ottenne il permesso di poter restare nell’isola di S. Nicolau, e fece di Tarrafal “il suo amore a prima vista”, il centro di irradiazione delle sue mille attività. In un tempo in cui l’isola di san Nicolau mancava di tutto, padre Gesualdo non si limitò a formare la gente nella fede e a costruire cappelle, dove le comunità potessero incontrarsi, per pregare insieme, ma anche scuole, strade per posti isolati, officine di falegnameria e per materiali di costruzione case, ecc. Lavorò e insegnò la dignità del lavoro. Come si usa dire, non dava il pesce, insegnava a pescare. Il Municipio di San Nicolau e il Governo di Capo Verde non aspettarono che padre Gesualdo morisse per riconoscere pubblicamente la grandezza della sua opera. Infatti un asilo municipale di Tarrafal fu intitolato con il suo nome, così pure la scuola statale di Cachaco».

Trevi nel Lazio onora suor Elisabetta, l’angelo dei poveri

La comunità di Trevi nel Lazio ha onorato, con l’intitolazione di un largo stradale nei pressi della sua casa natale, suor Elisabetta Jacobucci, la religiosa alcantarina, da tutti conosciuta come “l’angelo dei poveri”, che proprio in questo paese nacque il 23 luglio 1858, prima di trascorrere gran parte della sua vita da suora nella penisola sorrentina. Nell’apporre la targa per l’intitolazione, l’operato umile e fecondo di suor Elisabetta Jacobucci è stato ricordato negli interventi del sindaco di Trevi nel Lazio, Silvio Grazioli, e di suor Ester Pinca, madre generale della congregazione delle Francescane Alcantarine, arrivate in paese con una folta rappresentanza di religiose consorelle della Jacobucci, presenti anche il parroco, don Pierluigi Nardi, e varie autorità civili e militari. Trasferitasi come detto in Campania (a Meta di Sorrento è morta nel 1939), ma rimasta sempre legata al suo paese natale e alle origini contadine della famiglia, suor Elisabetta si spese nei borghi della Costiera Amalfitana, dove ben presto iniziarono a chiamarla “l’angelo dei poveri”: era solita girare infatti, con pazienza e umiltà, tra i borghi marinari per la classica questua a favore soprattutto degli orfani e dei poveri, adoperandosi anche in altri modi per i più bisognosi, compresi quelli che semplicemente incontrava lungo il suo cammino.

Capodanno alternativo, al monastero di Carpineto, per scoprire la vocazione

Le monache Carmelitane del monastero Sant’Anna di Carpineto Romano hanno lanciato in questi giorni la proposta di un Capodanno alternativo al Carmelo, per ragazze in ricerca vocazionale. Si tratterà di alcuni giorni, a cavallo tra il 2025 e il 2026, per pregare, per stare insieme, per interrogarsi su cosa si intende fare della propria vita. Il 30 dicembre è previsto l’arrivo a Carpineto e la sistemazione nel monastero.Il giorno dopo, in mattinata incontro con alcune sorelle della comunità, mentre il pomeriggio spazio alla preghiera e all’Adorazione del Santissimo Sacramento. Il 1° gennaio altri momenti di preghiera, la Messa, un incontro con le monache ma anche un momento di relax e la sintesi dei giorni trascorsi assieme, prima della partenza prevista per il 2 gennaio. INFORMAZIONI Le giovani interessate possono chiamare al numero 06- 97189049, oppure scrivere a: info@monasterocarpineto.it per avere maggiori informazioni e per ricevere il programma dettagliato dei giorni al Carmelo. Non è la prima volta che la comunità monastica di Carpineto Romano organizza delle giornate vocazionali per ragazze e giovani, così come anche le altre realtà claustrali della diocesi di Anagni-Alatri. Quella di Carpineto, presente in questa cittadina dal 1979, è una comunità particolarmente viva e gioiosa nella preghiera ma anche nelle opere, come ad esempio nelle preziose lavorazioni a mano. Da alcuni anni ha gemmato anche un monastero in Romania, specchio dellafecondità spirituale che si esprime anche nelle vocazioni. E a proposito di vocazioni, sul sito internet del monastero proprio a questa voce è possibile scoprire le storie di alcune donne che hanno deciso di donarsi completamente al Signore, in una vita e in una realizzazione piene e niente affatto da “sepolte” in una cella, secondo una vecchia accezione dei monasteri femminili che per fortuna, grazie anche a giornate come quelle proposte dalle Carmelitane a fine anno, sta venendo meno.

«Perdoniamo e chiediamo perdono»: a Fiuggi lo storico messaggio di riconciliazione polacco-tedesca

Nell’Anno giubilare ricorre il 60° anniversario del famoso scambio di lettere tra i vescovi polacchi e tedeschi, considerato la pietra miliare della riconciliazione tra i due popoli. In occasione di questo anniversario, una delegazione ufficiale di Breslavia, composta dal sindaco Jacek Sutryk, dal vicesindaco, da un rappresentante del Consiglio comunale e dal direttore del Centro “Memoria e Futuro”, che ricopre anche la carica di delegato del Presidente di Breslavia per l’Anno della Riconciliazione, ha fatto visita a Fiuggi, nella casa delle Suore di Santa Elisabetta – “Villino S. Giovanni”, fondata nel 1925. È proprio lì che, nell’ottobre 1965, l’arcivescovo di Breslavia Bolesław Kominek scrisse in tedesco il Messaggio dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi, contenente la storica frase: “Perdoniamo e chiediamo perdono”. Durante la visita ufficiale, il sindaco di Breslavia ha ricordato l’importanza di quella lettera e il contributo della città nel mantenere viva la memoria storica e nel trasmettere un patrimonio che, ancora oggi, rimane fonte di ispirazione per costruire il dialogo e la riconciliazione. L’incontro è stato anche l’occasione per consegnare alle suore il materiale raccolto dagli storici, tra cui una copia dell’originale del Messaggio dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi del 18 novembre 1965, scritto in tedesco, e la risposta dei vescovi tedeschi del 5 dicembre 1965, redatta in polacco. Questo documento, uno dei più importanti che la Polonia abbia dato all’Europa e al mondo – come ha ricordato nella sua relazione lo storico Wojciech Kucharski – è stato redatto anche grazie alla silenziosa assistenza e al sostegno delle suore, che all’epoca ospitarono i partecipanti polacchi al Concilio Vaticano II e prestarono loro aiuto. La visita è stata anche l’occasione per la Superiora Provinciale della Provincia italiana, Sr. Alice Wudzinska, di ricordare le testimonianze delle suore e della popolazione locale sugli incontri con il cardinale Stefan Wyszyński, ospite della casa, e di prendere visione delle dediche commemorative riportate nei Libri degli ospiti di quel periodo. La parte ufficiale dell’incontro si è conclusa con l’affissione di una targa commemorativa, che sarà solennemente consacrata nell’anniversario dell’invio della lettera. La lettera, inviata dai vescovi polacchi ai vescovi tedeschi poco prima della conclusione del Concilio Vaticano II nel 1965, è diventata uno degli eventi più significativi e di vasta portata nella storia postbellica polacco-tedesca. Scrivendo: “Perdoniamo e chiediamo perdono”, i firmatari – tra cui i cardinali Karol Wojtyła e Stefan Wyszyński – hanno fatto riferimento sia ai crimini tedeschi commessi contro il popolo polacco, sia all’ondata postbellica di trasferimenti forzati che ha colpito milioni di tedeschi. Il difficile processo di riconciliazione fu il frutto della preghiera di tutto il popolo e della Grande Novena sotto il patrocinio della Madonna di Częstochowa, condotta negli anni 1957-1965, che preparò la Chiesa in Polonia alla celebrazione del Millenario del Battesimo della Polonia. Come scrissero i vescovi polacchi nel loro Messaggio: «Se voi, vescovi tedeschi e Padri del Concilio, tenderete le mani in segno di fratellanza, solo allora potremo celebrare con la coscienza tranquilla il nostro Millennio nel modo più cristiano possibile». Il messaggio era anche il frutto del Concilio Vaticano II che stava volgendo al termine, un evento che ha mostrato la Chiesa come una comunità riunita grazie al potere del battesimo. Il battesimo dà origine a un organismo ecclesiale vivente – il Corpo di Cristo – la cui unità è opera di Dio stesso, come ricorda san Paolo: «Dio ha riconciliato con sé il mondo in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (cfr. 2 Cor 5,18). Da qui l’ispirazione a tendere le mani in segno di pace: il comune radicamento nel battesimo e la consapevolezza pastorale della missione di riconciliazione affidata da Cristo agli apostoli nella potenza dello Spirito Santo. Una riconciliazione che ha una triplice dimensione: con Dio, con se stessi e con il prossimo. Una riconciliazione che – come hanno scritto con speranza nella loro risposta i vescovi tedeschi – sarà duratura: «Con fraterno rispetto accogliamo le mani tese. Dio della Pace, per intercessione della Regina Pacis, fa’ che lo spettro dell’odio non separi mai più le nostre mani». di don Damian Szewczyk

L’omelia del Vescovo Santo, ad Anagni, per la professione di una monaca Clarissa

Questo il testo dell’omelia pronunciata dall’arcivescovo Santo Marcianò alla celebrazione per la professione temporanea di suor Maria Chiara Pacifica, presso la chiesa delle monache Clarisse – Anagni, 3 ottobre 2025 Carissime Sorelle Clarisse, carissima Maria Chiara, è un momento di gioia, è un momento di festa, è un momento di Grazia! Celebrare la solennità di San Francesco con la tua Professione Temporanea è un Dono immenso per te, per la vostra Comunità di Clarisse, per tutta la nostra Diocesi. È un Dono per me che, all’inizio di un nuovo Ministero, posso sentimi accolto – e vi ringrazio molto! – da quella preghiera alla quale mi sono voluto affidare ancor prima di entrare fisicamente in questa nostra terra. L’ho fatto con una Lettera inviata a voi claustrali e a tutti i contemplativi nella Festa della Trasfigurazione del Signore, consegnandovi tre parole tratte dal Vangelo (Lc 9,28b-36): il Volto, la Veste, la Voce. Un Mistero grande la Trasfigurazione! E se qualcuno lo ha vissuto pienamente, venendo a sua volta trasfigurato a immagine di Cristo, è stato proprio San Francesco il quale, scrive il Celano nella Vita Prima, «Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra»; e «proprio perché portava e conservava sempre nel cuore con mirabile amore Gesù Cristo, e questo Crocifisso (1 Cor 2,2), perciò fu insignito gloriosamente più di ogni altro della immagine di Lui»[1]. Chiara seppe vedere questa immagine di Cristo in Francesco e volle seguirne le orme, per andare dietro a Gesù; e tu ti sei incamminata sulle orme di Chiara, attratta dalla santità grazie alla quale Ella, secondo le testimonianze, attraeva già le prime donne con «la fragranza del suo profumo (cfr. Ct 1,3)»[2]. Nella Bolla di riconoscimento, Innocenzo IV definisce così «la forma di vita dell’Ordine delle Sorelle Povere, istituita dal Beato Francesco: osservare il Santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità»[3]. Oggi tu, Maria Chiara, emetti questi primi Voti, per seguire Gesù; li accolgo e, con la Parola di Dio, ti consegno ancora le tre parole: il Volto, la Veste, la Voce. «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita», abbiamo cantato nel Salmo 15 (16) che, sappiamo, è un Salmo Sacerdotale; e lo è anzitutto per il riferimento al «calice». Nel processo di canonizzazione si dice di S. Chiara «Quando stava per ricevere il Corpo del Signore versava prima calde lacrime e, accostandosi quindi con tremore, temeva Colui che si nasconde nel Sacramento non meno che il Sovrano del cielo e della terra»[4], si dice di Santa Chiara. Un amore per l’Eucaristia, il suo, che non è devozioni stico ma carico di affetto, di timore, di passione. È l’amore di chi ha dinanzi un Volto e si commuove nel riceverLo, imparando adadorarLo. Si radica qui, Maria Chiara carissima, il Voto di Castità: nel Volto. Un Volto da amare con tutta te stessa – con il corpo, gli affetti, l’interiorità -; da adorare con dedizione, tempo e tenerezza; un Volto Sacramento di Colui che ti ha rapito il cuore. È interessante che Benedetto XVI veda in questo Salmo la castità del celibato sacerdotale il cui «vero fondamento», dice, «può essere racchiuso solo nella frase: Dominus pars – Tu sei la mia terra. Può essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con Lui a servire pure gli uomini»[5]. Nella vita di clausura, il servizio ha le sue peculiarità. Non è certamente una forma di apostolato attivo ma è comunque un «giogo», che ha il suo peso e, per così dire,vi lega le une alle altre. Un giogo che viene da Dio, nel Vangelo (Mt 11,25-30) Gesù ce lo assicura, e che è «dolce» e «leggero» se sappiamo viverlo nell’obbedienza: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita». Fare Voto di Obbedienza, cara Maria Chiara, richiede di ascoltare la Voce di Gesù, che sempre ci riporta alla bellezza dell’umiltà e della fraternità, cuore di ogni servizio. Te lo insegna anche la tua Madre la quale «inverso le Sore sue era umile, benigna et amorevole, et aveva compassione delle inferme; e mentre che essa fu sana, le serviva e lavava a loro li piedi e dava l’acqua alle mani»[6]. Non smettere di ascoltare lei, che si fa Voce dello Sposo della tua anima. E obbedire ti sarà leggero anche nei momenti più duri, come è il giogo di Cristo per i cuori umili e poveri. E infine, ecco la povertà. Quella “Madonna Povertà” che Francesco amava come Sposa. Cosa rappresenta e come raggiungerla? Non basta aver rinunciato a tanti beni, neppure aver rinunciato a tutto, questo lo capisci. Bisogna arrivare a fare l’esperienza di Paolo nella prima Lettura (Gal 6,14-18): «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo». Il Crocifisso: c’è forse un’immagine di Povero più reale, scandalosa, forte? Per vivere la povertà, dice Paolo quasi commentando la vita di Francesco, bisogna che tutto non sia solo “lasciato” ma «crocifisso»; trasformato in un’offerta d’amore fatta da chi, per amore, si offre, si lascia crocifiggere con Lui. È Lui, il Cristo Povero, il motivo vero della povertà: lasciare tutto, crocifiggere il mondo, significa trovare Lui e farti rivestire di Lui. Sì, la Veste che Gesù dona al tuo e al vostro Voto di Povertà, care sorelle, è Lui! E questa povertà, nell’economia della salvezza, potrà rivestire tanti fratelli poveri di pane, di dignità, di pace… poveri di Dio. «Il Crocifisso amato ricambia l’amante e colei che tanto è infiammata d’amore per il mistero della Croce, è per virtù della Croce resa luminosa dà segni e miracoli»[7], si diceva

Sole davanti all’Unico: le Benedettine di Alatri

Donne e uomini di ascolto: così l’arcivescovo Santo Marcianò ha definito – nella sua Lettera che trovate sempre su questo sito – i consacrati alla vita contemplativa, indicando la ricchezza spirituale che arriva da questo territorio, con i suoi monasteri. Prendendo spunto dalla Lettera, iniziamo – con questo primo articolo dedicato alle Benedettine di Alatri – un piccolo viaggio nelle realtà claustrali della nostra diocesi, ma anche, più in generale, nelle comunità di vita consacrata maschili e femminili. ——————————————————————————————————————————————————- Ad Alatri, nel cuore del centro storico, sorge il monastero dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento, delle monache Benedettine, fondato da madre Mectilde de Bar. Un luogo inaccessibile ma, allo stesso tempo, frequentato da tante persone che da sempre colgono nella presenza di queste monache un punto di sicurezza e di ascolto. È  il primo paradosso del monastero che, pur nella sua regola, è capace però di non chiudersi al mondo ma, anzi, di conoscerlo e aiutarlo con uno stile alternativo. Un porto di terra che accompagna la vita della città in modo discreto e silenzioso, costante e dolce, nelle ore del giorno come in quelle della notte. Il telefono del monastero squilla spesso e la voce tenue delle monache è pronta a farsi carico delle preghiere che quotidianamente la gente richiede loro.  C’è  chi chiede preghiere per i figli, per i malati, per il lavoro, per la pace, per gli anziani e per le gravidanze. Capita che al tramonto, quando il paese è più silenzioso, si possa ascoltare il suono della campana che chiama le monache alla preghiera, oppure vederle, dai palazzi  del centro storico, trafficare tra la biancheria e l’orto  che alimenta la cucina della piccola comunità monastica.  Qui, a due passi dalla piazza di Santa Maria Maggiore, notte e giorno da oltre 500 anni le monache si alternano nella preghiera davanti al Santissimo Sacramento che mai viene lasciato solo. Si coglie, tra i corridoi del monastero e le navate della chiesa, una presenza eucaristica che riesce a parlare anche a chi distrattamente si trova ad imbattersi negli sguardi delle religiose o negli ambienti come il chiostro, che spesso vengono aperti in un clima di preghiera e di cultura tipica dell’identità benedettina.  In un tempo come il nostro dove l’apparenza, con la produzione di immagini e foto, “riempie” le nostre giornate, e in una società che parla di tutto e su tutto senza mai poi dire parole vere e nuove, il monastero è paradossalmente un luogo capace di comunicare stupore, e ricerca, domande e sete di verità. Poche cose, poche cose da postare ma sguardi da cogliere, parole da ascoltare, gesti da custodire. Sui gradini del monastero capita di vedere la sera gruppetti di ragazzi che forse, a ben guardare, seppur inconsapevolmente colgono lì una presenza, e un mistero,  calore e ricerca.  Le monache da circa 5  secoli accompagno la vita della comunità di Alatri con la preghiera e un servizio costante di ascolto e supporto.  È il monastero uno spazio e un luogo che crea non una distanza ma, al contempo, un ritrovo. Attorno alla monache e al monastero è come se per la città si creassero le condizioni per recuperare non solo il senso del sacro, ma anche quello dell’uomo. I toni dei discorsi  sono più miti, il dialogo prende forma, le distanze di accorciano. Le monache di clausura in questi anni sempre di più hanno cercato il dialogo col mondo, con i giovani soprattutto, aprendo a forme di comunicazione nuove senza mai svendere nulla della propria proposta. Sole di fronte all’unico continuano a dire che è il cuore dell’uomo il luogo da aprire e che solo in Dio l’uomo coglie veramente sé stesso. di Gabriele Ritarossi

La Lettera dell’Arcivescovo ai monasteri

“MENTRE GESÙ PREGAVA…” LETTERA ALLE SORELLE E AI FRATELLI DEDICATI ALLA VITA CONTEMPLATIVA DELLE DIOCESI DI FROSINONE-VEROLI-FERENTINO E ANAGNI-ALATRI In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto (Lc 9,28b-36). Carissime sorelle, carissimi fratelli, nel Messaggio inviato nel giorno in cui è stata annunciata la Nomina del Papa a vostro Pastore, mi sono rivolto alle nostre Diocesi come a una «terra impregnata… della preghiera che abita in particolare i monasteri». Da subito ho portato nel cuore della mia preghiera tutti voi chiamati alla vita monastica, claustrale, eremitica; ora desidero affidare con forza alla vostra preghiera il tempo che ci separa dall’inizio del mio ministero tra voi e tutto il cammino che faremo assieme, specie i primi passi. Lo faccio in questa bella Festa consegnandovi, con il Vangelo della Trasfigurazione del Signore che leggeremo quest’anno  (Lc 9,28b-36), tre parole: il Volto, la Veste, la Voce. … il suo volto cambiò d’aspetto Sul Tabor, gli apostoli vedono cambiare il Volto di Cristo, quando Egli entra nel Mistero della relazione intima con il Padre. E a ciascuno di voi, la cui vita è dedicata alla contemplazione del Volto del Signore, in qualche modo viene schiuso questo Mistero. È un Volto che si rivela nella preghiera personale, dove sperimentate pure un cambiamento del vostro volto, una vera e propria trasfigurazione. Ogni vita consacrata è prima di tutto una storia d’amore tra Dio e noi; ma a voi l’amore di Gesù è stato rivelato quale Bellezza capace di trasformarvi con la forza dell’interiorità, con il dimorare a lungo e fedelmente nella relazione con Lui; curatela sempre questa relazione, continuando a vivere alla Sua Presenza e della Sua Presenza. Questo Volto rifulge anche nella Liturgia, dove il Signore è presente come “il Tu” al quale dare lode e benedizione e la cui Grazia trasfigura i cuori, liberandoli dal male; sono un dono le vostre Liturgie, Tabor che fa intuire al mondo la Luce vera, capace di trasfigurare ogni volto e ogni amore. E il Volto di Cristo si riflette nel volto degli altri: i fratelli della comunità da amare con gioia, i volti di quanti accogliete e cercate di conoscere. Aiutate anche me a farlo! A conoscere meglio i volti e i cuori di coloro che il Signore mi affida. Non solo una conoscenza concreta, di fatti e storie, ma una conoscenza interiore, di un volto che si vuole e si può trasfigurare. Non lo dimenticate: la vostra, la nostra preghiera può restituire un volto all’uomo di oggi; può far risplendere il Volto della nostra Chiesa, quale Sposa che sta davanti a Lui e, come dal Sole, viene continuamente rivestita di Luce. … e la sua veste divenne candida e sfolgorante La Luce del Tabor si riflette straordinariamente nella veste candida di Gesù. L’immagine ci riporta alla veste che Dio mette addosso all’uomo nel Giardino, dopo il peccato. Quanto è necessario oggi tornare alla verità della Creazione, deturpata da ideologie e menzogna, da una scristianizzazione e un secolarismo che lasciano l’uomo solo e “nudo”! E quanto è importante farlo non con proclami ma con la delicatezza della contemplazione: della vostra contemplazione! Il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, di cui celebriamo gli 800 anni, offre una chiave di tale contemplazione; e tante altre potremmo trovarle nelle vostre Regole e tradizioni monastiche, eremitiche, claustrali. Come la tunica stesa su Adamo ed Eva copre la nudità, ovvero una verità che, anche se rifiutata, rimane come purezza luminosa di ciò che esce dalle Mani di Dio, così la vostra preghiera può essere una veste per custodire la verità di ogni persona, Sua creatura e Sua immagine. E la veste ci fa pensare pure alla tunica di Gesù, giocata a sorte ma mantenuta intatta nella Passione, simbolo della Chiesa e della sua unità. Custodire l’unità nella nostra Chiesa! È ciò che mi sta più a cure e che affido alla vostra preghiera. Unità tra vescovo e preti; di preti e consacrati tra loro e con il popolo di Dio; unità tra le due Diocesi. La vostra vita sia una fiduciosa intercessione per questo, anche quando sperimentate la tribolazione, la crisi; e sia intercessione e speranza per chi soffre. La tunica di Gesù, in realtà, sarà sostituita dalle bende del Sepolcro e quelle stesse bende saranno la prima testimonianza di Risurrezione; le scoprirà proprio Giovanni, Icona della vita contemplativa: l’apostolo che sa vedere ciò che altri non vedono, o non vedono ancora, e sa ascoltare ciò che altri faticano a sentire, perché storditi da frastuoni inutili o impauriti dalle voci dei potenti del mondo. … e dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» Nella nube del Tabor i discepoli hanno paura; ed è lì che si sente la Voce del Padre che rivela il Figlio, Sua Parola vivente. La paura è la principale malattia dell’uomo moderno, in un mondo in cui troppo spesso i frastuoni delle guerre e le urla dei presuntuosi annientano le grida dei poveri. Ma Dio è lì! Non si sottrae al grido dei poveri, degli

Termina il Giubileo dei Caracciolini per i 300 anni di presenza ad Anagni

Tre secoli di presenza ad Anagni: una bella e lunga storia di Fede e vicinanza spirituale – e non solo – alla comunità in tutte le sue componenti. I padri Caracciolini hanno celebrato questo Giubileo dei 300 anni e nel fine settimana si preparano a chiudere queste celebrazioni, con alcuni appuntamenti che trovate nella locandina.

Santa Maria De Mattias: la festa ad Acuto e quell’intenso rapporto con la Vergine

La comunità di Acuto celebra la festa di santa Maria De Mattias, la religiosa fondatrice delle suore Adoratrici del Sangue di Cristo, che proprio da questo paese – dove si spostò dalla natìa Vallecorsa – iniziò la sua opera oggi diffusa in tutto il mondo. Nella locandina trovate tutti i vari appuntamenti della festa, secondo un programma stilato dal parroco don Francesco Frusone, dalle suore, dal comitati e dal Comune di Acuto e che che culminerà il 20 agosto con il ricordo della morte di Maria De Mattias. Da segnalare, sempre il 20 agosto, un incontro che metterà a fuoco il rapporto tra la De Mattias e don Giovanni Merlini, il sacerdote dei Missionari del Preziosissimo Sangue (l’Ordine religioso fondato da san Gaspare Del Bufalo) che le fu particolarmente vicino e che papa Francesco ha beatificato – primo gesto del genere del Giubileo in corso – il 12 gennaio 2025. A Santa Maria De Mattias è dedicato anche un articolo, a firma di Claudio Marcellino, sul settimanale “Maria con te” ora in edicola e che approfondisce il rapporto stretto e particolare tra la fondatrice delle Adoratrici del Sangue di Cristo e la Vergine Maria (igor traboni)