Quello che segue è il testo dell’omelia pronunciata dal vescovo Ambrogio Spreafico il 20 dicembre scorso, per la Messa di Natale al Pontificio Collegio Leoniano di Anagni

Cari fratelli e sorelle,
la Chiesa nostra madre ci aiuta a scandire i tempi della nostra vita non solo seguendo le nostre
abitudini e adempiendo i nostri doveri, ma collocandoci all’interno dei tempi di Dio che ha parlato
nella storia del suo popolo Israele e di noi discepoli di Gesù di Nazareth. L’avvento si propone
come un nuovo inizio non solo dell’anno liturgico, ma della nostra vita di fede, del nostro essere
discepoli di Gesù. A volte si vive da cristiani, e anche da seminaristi o sacerdoti, come vivevano
quelli a cui si era rivolto Giovanni Battista, credendoci figli di Abramo come se fosse una garanzia
per vivere bene. Ma oggi questa convinzione fa tirare avanti, spesso con una sorta di pessimismo
diffuso, di rassegnazione a un mondo difficile, con scarsa visione e poco pensiero, che si arrabatta
a gestire il presente con paura.
Il mondo dove nasce Gesù non era certo migliore del nostro. L’impero era impero. Dominava
una folla di sudditi, che aveva conquistato con la guerra e che sottometteva con i tributi e la
schiavitù. A volte non riflettiamo su questo e pensiamo al Natale e al tempo delle prime comunità
cristiane come se fossero tempi idilliaci, da riprodurre in presepi privi di dolore, mentre Gesù viene
come un rifugiato costretto a nascere in un luogo di fortuna.
Ma la Parola di Dio ci risveglia dal torpore dell’abitudine, dalla sonnolenza dell’io, in cui tutto
deve ruotare intorno a noi e ai nostri piccoli drammi e bisogni. L’angelo Gabriele fu mandato non a
una donna importante e nobile di Roma, la capitale, ma a una giovane donna di un villaggio
sperduto dell’impero, sconosciuto a tutti. Ricordatelo sempre: nella Bibbia sempre Dio scegli i
piccoli e gli ultimi, con i quali il Signore stesso si è identificato, da Isacco fino a Davide, l’ultimo dei
figli di Iesse, che si era pure scordato di averlo. La parola di Dio irrompe improvvisa, senza
preavviso, nei tuoi calcoli, nella tue decisioni già prese, nelle tue abitudini consolidate, fossero
anche buone abitudini. Dio parla. Maria ha i suoi dubbi, le sue incertezze, ma non si chiude in se
stessa, accetta di dialogare. Cari amici, la prima cosa da fare quando il Signore parla è rispondere,
dialogare, non nascondersi, avendo già deciso che fare. Così nell’ascolto si sciolgono le incertezze
e la parola diventa un messaggio di speranza e di vita, che fa guardare al futuro, all’impossibile. E
quella parola non è del tutto nuova. Si inserisce in una storia di generazioni. Davide e Giacobbe ne
sono il segno. Non tutto è nuovo quando parla il Signore. Noi facciamo nostra questa parola? La
leggiamo, la meditiamo, diventa parte del nostro pensare e sentire, del nostro parlare in un
mondo di parole urlate e esibite, piene di se stessi, del proprio io che non dialoga con gli altri e che sa chiedere solo un “mia piace”, tanto per rimanere nel campo del proprio io contornato dei tuoi
cloni? Ma questa parola parla a te in un popolo, in una comunità. A volte facciamo fatica, lo si
deve riconoscere. L’ascolto non è parte del mondo in cui viviamo. Eppure sarebbe il fondamento
della fede, come dice l’Apostolo in Romani 10: “La fede nasce dall’ascolto”. Senza ascolto ci si
giudica con facilità e purtroppo ci si abitua anche all’insincerità.
Tutto fu possibile quel giorno a Nazareth di Galilea, perché Dio trovò una donna che ascoltò:
“Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.

Il vostro essere qui, cari seminaristi, care sorelle e ari fratelli, si fonda soprattutto su questo. E poi si vede quando si
diventa sacerdoti. Se non avrai ascoltato oggi, non ascolterai neppure dopo. Così diventerai un
uomo e una donna poco capace di comunicare la gioia della presenza di Dio, del suo amore, a un
mondo affamato di Dio, disorientato e smarrito, annebbiato e sonnolento, che aspetta sempre che
arrivi finalmente qualcuno che cambi la sua vita. Ma, cari amici, il cambiamento del mondo
dipende da questo semplice inizio, quello di Maria e di Giuseppe, che non seguirono se stessi, pur
nelle loro incertezze, ma semplicemente ascoltarono e vissero ciò che avevano ricevuto con amore
dal Signore. Sia questa la nostra scelta dell’avvento, un vero nuovo inizio, così da mostrare la luce
di Dio che viene tra noi, perché sia di pace e fraternità per tutti, soprattutto per chi soffre per la
guerra e la povertà.

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