Il mese di ottobre nella Chiesa cattolica è un “tempo di grazia” e allora ci auguriamo di non averlo lasciato scorrere quasi senza accorgercene, concentrati sulla nostra quotidianità, come se non esistesse altro.

Ottobre, infatti, è il “mese missionario”. A partire dal Concilio Vaticano II (1962-1965) si è diffusa una maggiore coscienza missionaria nella Chiesa, da cui è scaturito il bisogno di conoscere, studiare, meditare e vivere la vocazione battesimale-missionaria. E’ nata così l’esigenza di istituire un “tempo forte”, dedicato alla missione universale della Chiesa, per tutto il popolo di Dio. Dalla fine degli anni ‘60 si è scelto, a tal fine, il mese di ottobre; un invito a metterci al servizio del prossimo, ad ampliare i nostri orizzonti, ad aprirci alla “vera vita”, consapevoli che non esiste soltanto la nostra ristretta realtà: il mondo è più grande ed è popolato da persone uguali a noi, ma che ogni giorno lottano per la vita e per il loro futuro.

Senza andare troppo lontano, se osservassimo anche accanto a noi, ci accorgeremmo che c’è sempre qualcuno che necessita di sentirsi amato, accolto e ascoltato.

Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che sia pronto a tenderci la mano, a dirci: “Sono qui”. Noi stessi, magari senza rendercene conto, possiamo essere il raggio di sole che illumina l’esistenza buia di chi si sente solo e abbandonato dal mondo.

In questa ottica occorre pensare alla “Giornata Missionaria Mondiale”, culmine del mese missionario, istituita nel 1926 da Papa Pio XI, che accolse la richiesta dell’Opera della Propagazione della Fede di indire una giornata annuale in favore dell’attività missionaria della Chiesa universale.

La penultima domenica di ottobre è stata scelta come giornata in cui i fedeli di tutti i continenti sono chiamati ad aprire il loro cuore alle esigenze spirituali della missione e ad impegnarsi, con gesti concreti di solidarietà, a sostegno delle giovani Chiese.

In tale occasione il Papa scrive un messaggio, che quest’anno è intitolato: “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”. Partendo da questa affermazione papa Francesco illustra il senso profondo della missione: quando sperimentiamo la forza dell’amore di Dio e percepiamo la sua presenza nella nostra vita, diventa inevitabile annunciare e condividere ciò che abbiamo visto e ascoltato. Egli ci sollecita a sentirci partecipi della missione di far conoscere ad ogni uomo l’amore di Dio, da cui nessuno è estraneo o escluso.

Tutto cominciò con il Signore che chiamò gli Apostoli per stabilire con loro un rapporto di amicizia. Gli Apostoli, che sono i primi a riferirci questo, ci descrivono ogni dettaglio di questo incontro, persino il giorno e l’ora. Sono così felici dell’accaduto che ricordano ogni

particolare, così come succede a noi quando accade qualcosa di veramente bello e vogliamo raccontarla a tutti i costi a qualcuno per “condividere” la nostra felicità.

Dall’amicizia con Cristo deve nascere nel nostro cuore il desiderio di diventare missionari, poiché come diceva il profeta Geremia: “E’ il fuoco ardente della sua presenza che ci spinge alla missione”.

Tuttavia, mettersi al servizio dell’altro non è affatto semplice. Infatti, i primi cristiani incominciarono la loro vita di fede in posti ostili e ardui, a causa della persecuzione da parte dei Romani. L’emarginazione, la prigionia e l’ostilità che erano costretti a subire divennero un’opportunità di missione. La condizione di disagio che vivevano li portò a formare delle comunità unite ed accoglienti: niente e nessuno poteva fingere di non aver visto o sentito tale annuncio liberatore.

Successivamente il Papa sottolinea che anche il periodo che stiamo vivendo non è dei migliori, a causa della pandemia che ci ha strappato violentemente ogni certezza, ha portato difficoltà economiche, sociali, psicologiche. Tutti ci siamo sentiti tristi, scoraggiati e sopraffatti dalla paura. Per questo sentiamo riecheggiare nelle nostre comunità e famiglie l’annuncio: “Non è qui, è risorto”. Parola di speranza che, a coloro che si lasciano toccare, dona la libertà e l’audacia necessarie per alzarsi in piedi e cercare con creatività tutti i modi possibili di vivere e annunciare la vicinanza di Dio che non abbandona nessuno ai bordi della strada.

Essere missionari, è un ottimo modo per far ricrescere la nostra fede, che magari abbiamo perso da tempo e farci allargare il cuore; la vita di fede si indebolisce quando ci chiudiamo nell’isolamento personale o di piccoli gruppi. Anche le persone più fragili possono essere missionarie, a modo loro, perché “bisogna sempre permettere che il bene venga comunicato, anche se coesiste con molte fragilità”.

Papa Francesco ricorda in modo particolare “quanti sono stati capaci di mettersi in cammino, lasciare terra e famiglia affinché il Vangelo possa raggiungere senza indugi e senza paure gli angoli di popoli e città dove tante vite si trovano assetate di benedizione”.

Speriamo che questo messaggio possa aver toccato il cuore di tutti noi e fatto crescere in noi il desiderio di fare qualcosa di buono per il prossimo.

Purtroppo, la storia di ogni tempo è caratterizzata da momenti bui per l’uomo, da abissi di sofferenza da cui sembra non si possa venir fuori. Invece, se ci pensiamo bene, ce l’abbiamo sempre fatta, abbiamo superato tantissimi ostacoli ed un giorno riusciremo anche a liberare il nostro mondo dalle ingiustizie e dalla guerra. Sarà difficile, ci vorrà moltissimo, ma è una responsabilità di noi giovani. Dobbiamo comprendere che la nostra missione e la nostra testimonianza di cristiani è il mezzo per costruire il futuro migliore di cui desideriamo essere parte.

Tutte le volte che crediamo di non poter fare la differenza, di non poter cambiare nulla, dobbiamo ricordarci che Cristo vive, che è in mezzo a noi, e che si aspetta che ognuno porti a compimento la propria parte.

Diventare missionari è un riflesso di gratitudine per tutto ciò che Dio ci ha donato e “vivere la missione è avventurarsi a coltivare gli stessi sentimenti di Cristo Gesù e credere con Lui che chi mi sta accanto è pure mio fratello e mia sorella”. Tutti siamo chiamati ad utilizzare questo tempo per riscoprirci come fratelli, per comprendere che ognuno ha bisogno dell’altro, che insieme possiamo e dobbiamo fare molto in nome di Colui il quale ci ha donato la vita e vuole che essa venga conservata nella più assoluta armonia.

Noi ragazzi della redazione di “Sulle Ali del Vento” abbiamo meditato una poesia del vescovo brasiliano Dom Hélder Camara, intitolata: “Missione è partire”: di seguito ci piace condividerla anche con voi con la speranza che possa essere per tutti una bella occasione per riflettere e farla propria.

MISSIONE È ….

….partire, camminare, lasciare tutto, uscire da se stessi, rompere la crosta di egoismo che ci chiude nel nostro Io.

….smettere di girare intorno a noi stessi come se fossimo il centro del mondo e della vita.

… non lasciarsi bloccare dai problemi del piccolo mondo al quale apparteniamo: l’umanità è più grande.

… sempre partire, ma non è divorare chilometri. È, soprattutto, aprirsi agli altri come a fratelli, è scoprirli e incontrarli.

E, se per incontrarli e amarli è necessario attraversare i mari e volare lassù nel cielo, allora missione è ….

….partire fino ai confini del mondo.

 

Reports: Rosanna Leo e Emma Stefani

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