L’obiettivo vero del nostro cammino verso la Pasqua non è tanto un gigantesco sforzo di penitenza e di mortificazioni per “scontare” il male commesso; e neppure per giungere ad una più lucida coscienza della nostra situazione o dei mali del mondo. Ma la riscoperta di un amore che ci anticipa, fascia di tenerezza la nostra esistenza, continua a vegliare su di noi nonostante tutto, e si è manifestato in modo meraviglioso nella Croce di Gesù Cristo, nella sua Pasqua di morte e di risurrezione. Ecco perché la quarta domenica di Quaresima introduce nel nostro cammino di rinnovamento spirituale e di ringiovanimento del cuore l’annuncio della gioia. La Domenica “Laetare” (“Rallegrati”) – dalla prima parola dell’antifona d’ingresso – annuncia la gioia della primavera nel cuore della Quaresima, che non è tempo triste e senza sole, una stagione deprimente; bensì un tempo di risveglio dal “sonnambulismo spirituale”, che libera le migliori energie che ognuno porta in sé.

            Il cammino di liberazione della nostra coscienza ha il suo baricentro nella Croce di Gesù Cristo che è il segno più alto e misterioso dell’amore di Dio per il mondo. Le pagine bibliche di oggi ci aprono alla sorpresa di sentirci amati e ci mettono davanti al mistero di un Amore che viene prima dei nostri meriti e della nostra risposta:

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito

perché chiunque crede in lui non vada perduto,

ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Poco fa ho parlato del “mistero dell’Amore di Dio”, perché questa affermazione non ha dalla sua parte il conforto della nostra esperienza. Se guardiamo le cose, magari con la lente della cultura scientifica o della conoscenza storica, rimaniamo scandalizzati. Se guardiamo il presente, con la tempesta del Covid-19, ancora di più. Nell’osservare la realtà con un pizzico di disincanto, non vediamo una Provvidenza che è all’opera, un amore che governa. E’ come se entrassimo in una casa disabitata, dove tutto è squallido, in disordine e polveroso. Spesso il mondo ci fa questa impressione. E allora? La Parola del Signore oggi ci invita a fare un collegamento importante, per cui non c’è immediatezza tra l’Amore di Dio e la nostra esperienza … Questo ci porterebbe ad una ideologia dell’amore, non ad una fede nell’amore. Il collegamento da fare è tra l’Amore di Dio, vasto, interminabile, fedele a sé stesso e il momento in cui c’è stata la rivelazione suprema e sconcertante di questo amore, lì dove tutte le categorie del nostro intelletto sono portate a constatare l’assenza dell’Amore: la Croce di Gesù Cristo. Accanto all’Amore del Padre c’è l’immagine ruvida della Croce. La Croce dice un amore apparentemente sconfitto, ma vittorioso; umiliato, ma soffuso di gloria; tradito eppure fedele.

            La prima lettura, interpretando teologicamente la storia, suggerisce che sia l’esilio di Israele sia la sua inaspettata liberazione da parte di Ciro e della sua politica liberale appartengono al progetto di salvezza che Dio attua in favore del suo popolo. Gli stessi momenti opachi, i giorni della sofferenza e del fallimento, sono visti come conseguenza di tante scelte sbagliate e come invito e mezzo di purificazione e di conversione. Pure nella schiavitù e nella abiezione l’autore anonimo del libro delle Cronache vede un amore, ma che non va in direzione delle attese e delle aspettative umane. Quella che fu un’esperienza di Israele non era che la pallida anticipazione del “grande amore” con il quale il Padre ci ha amati in Cristo, poiché “da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere in Lui” (Ef 2,5 – II lettura).

            Dio ci ha amato e ci ama in maniera folle, in maniera tale che ciò che non ha permesso di fare ad Abramo Egli lo ha fatto per noi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio …”.

Ci troviamo non solo al centro e al vertice del Vangelo di Giovanni e di tutta la Sacra Scrittura, ma al centro incandescente della nostra fede. Abbiamo delle espressioni che ci lasciano senza fiato … “Dio ha amato …”, “Dio ha dato …”, “La luce è venuta al mondo …”. Dio ha considerato e considera noi più importanti di sé stesso. Ha amato noi quanto il Figlio. Noi non siamo cristiani perché crediamo in Dio o perché lo amiamo, ma perché crediamo che Dio ci ama! Però con un amore “diverso” da tutto ciò che noi chiamiamo amore. A noi esso resterà sempre incomprensibile, perché non riusciremo mai a comprendere il senso di una fedeltà non ricambiata, il senso di un amore deciso a rischiare tutto, anche la vita. “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17). Dio non spreca la sua eternità a progettare castighi e non impiega la sua sapienza ad istruire processi contro di noi. Non gli interessa giudicare, condannare, distruggere. La nostra vita per il Suo amore è misurata da primavere, da abbracci e da spiragli di luce.

            Nicodemo, il destinatario delle parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo, era un notabile giudeo che va da Gesù di notte, forse per paura di compromettersi. E’ vecchio. Ci aspetteremmo di trovare nel testo una parola … per la terza età. Invece Gesù lo avverte che … deve nascere dall’alto! E si può e si deve nascere dall’alto solo guardando il Figlio e comunicando al Suo amore che l’ha portato sulla croce. Perché un mondo diverso, un mondo nuovo si può costruire solo con delle persone che, rispondendo all’amore di Dio, abbiano la capacità di amare fino alla morte. Perché la luce della verità e la verità della luce di Cristo entrano nella vita delle persone solo se si sentono amate. E’ inutile stare a rimuginare i mali del mondo: ci pensano i TG e notiziari ad aggiornarci. Quello che conta è sentirci sempre “Opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2,10). La salvezza è “opera sua”: viene da Dio. Le “opere buone” sono una faccenda che ci riguarda. Sono alla nostra portata.

                                                                                                 + Lorenzo Loppa

 

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