Marcianò chiude il Giubileo «ma lasciamo aperte le Porte della Speranza, dell’Amore, della Fede»

Omelia alla Messa di chiusura del Giubileo nelle diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino eAnagni-Alatri.Abbazia di Casamari – Festa della Sacra Famiglia, 28 dicembre 2025 Carissimi fratelli e sorelle, Spes non confundit, la speranza non delude!Con questa certezza si apriva un anno fa il Giubileo. E mentre Papa Francesco, visibilmente provatodagli anni e dalla malattia, apriva la Porta Santa della Basilica di San Pietro, nella Notte di Natale,tanti cuori, sia pure sommessamente, si schiudevano a una speranza nuova. Un respiro sembravaattraversarci e restituirci fiato: era ed è il soffio dello Spirito, che in questo Anno Giubilare hasoffiato con abbondanza.Dire che la speranza non delude significa crederlo. Significa discernere i segni del Suo passaggionelle nostre vite e nella vita del mondo, affinché la conclusione di questo tempo di Grazia sia unulteriore nuovo inizio, una ripresa del cammino che vede la Chiesa arricchita da un patrimonioinestimabile. Per valorizzarlo, alla luce della Parola, vorrei porre tre domande: Cosa ha portato ilGiubileo? Cosa lascia? Cosa chiede? Provo a rispondere individuando, per così dire, tre doni, trePorte aperte dal Giubileo: [Quanta preghiera ha accompagnato il Giubileo! Preghiera consegnata alle Porte Sante da chi ègiunto a Roma o cresciuta in chi non ha potuto arrivare! Sì, la speranza è dono di una Chiesa cheprega e la preghiera è “porta” che apre il Cuore di Dio e apre il nostro cuore a essere come Dio. Cifa vedere ciò che non si vede; ci aiuta a leggere nella storia umana il compimento della salvezzavoluta dal Padre. Come non ricordarlo in questa splendida Abbazia di Casamari, simbolo dellanostra preghiera diocesana?È quanto ha sperimentato San Giuseppe nel sogno (Mt 2,13-15.19-23), nel discernimento spiritualeche lo portato a fuggire in Egitto. Un viaggio drammatico, quello della Santa Famiglia, ma segnatodalla speranza del ritorno, avvenuto poi, come alcuni esegeti commentano, quasi ripercorrendo ilcammino di liberazione del popolo di Israele. Dio è fedele: è questa la Speranza della Chiesa cheprega! Cosa lascia il Giubileo? L’amore, Porta di una Chiesa in sinodoIl Dio Fedele è il Dio Amore. E «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori»: ecco perché «lasperanza non delude» (Rm 5,5)! Il patrimonio del Giubileo è una vera eredità d’amore il cui segreto Cosa chiede il Giubileo? La fede, Porta di una Chiesa in camminoNel Vangelo (Mt 2,13-15.19-23), la fuga della Sacra Famiglia appare come la storia di un cammino:verso l’Egitto, dall’Egitto, verso Nazaret… E il Giubileo, Papa Francesco lo ha ricordato fin dalprincipio, è questo: un cammino, un Pellegrinaggio.«Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie», abbiamo cantato nel Salmo (Salmo 127 [128]).Il riferimento al timore del Signore ci riporta all’essenza della vita cristiana: le fede. Nel camminola fede cresce, tra dure prove e corse gioiose, tra porte che si chiudono e porte che si aprono.La Porta Santa tra qualche giorno si chiuderà. Ma si è aperta per sempre una Porta della fede, percoloro che l’hanno attraversata, fisicamente o spiritualmente, e che si sono fatti attraversare daGesù, vera «porta» per la quale le «pecore» possono passare (Gv 10,7).Come poche volte nella storia durante un Giubileo, abbiamo vissuto cosa significhi perdere ilPastore, sentendoci smarriti alla morte di Papa Francesco; ma abbiamo sentito con quanta dolcezzail Padre abbia provveduto per noi, quando Papa Leone si affacciato per la prima volta alla finestra.La fede della Chiesa è fondata su Pietro, principio di unità assieme ai vescovi, successori degli apostoli. E sono convinto che questo Giubileo abbia confermato come oggi il cammino di fede sia cammino di unità. Anch’io l’ho sperimentato con forza venendo tra voi, come ho spesso ripetuto. Itale unità, la Porta della fede lega la «città di Dio» alla «città dell’uomo»; ci aiuta a collaborare coni responsabili della cosa pubblica, testimoniando la Speranza dell’“oltre”, che si raggiunge se siamo ancorati al Cielo ma di cui tutti possiamo essere capaci, grazie a gesti di giustizia e pace, bene comune e solidarietà, fraternità e amore. Carissimi, solo se uniti, e insieme, pure dopo il Giubileo, «rimarremo pellegrini di speranza!», comeha detto Papa Leone. Perché «sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio: il mondoin cui Dio, gli esseri umani e tutte le creature passeggiano di nuovo insieme, nella città-giardino, laGerusalemme nuova. Maria, speranza nostra, accompagni sempre il nostro pellegrinaggio di fede edi speranza» 3 .A conclusione canteremo il Te Deum che, aprendoci al ringraziamento, avvierà il giubileo della vitaattraverso le tre porte che rimarranno sempre aperte per noi e da noi: la speranza, l’amore, la fede. Santo Marcianò Arcivescovo

Messaggio di Natale del Vescovo ai giovani: «Scoprite la vostra meravigliosa originalità»

Ai giovani delle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri Cari giovani, miei giovani… è Natale!Ne sentiamo il clima, in questi giorni, tra le luci splendenti, i canti, i sapori…Vorrei raggiungervi tutti, uno ad uno, e stringervi in un abbraccio di auguri, di gioia. Sì, perché il Natale di Gesù è gioia. Una gioia speciale, che solo la nascita di una persona ci può regalare. La gioia che avranno provato i vostri genitori, i vostri cari, quando ciascuno di voi è venuto al mondo. La gioia che ha provato Dio creandovi nella vostra unicità irripetibile. «Originali, non fotocopie!», come diceva il vostro Santo, Carlo Acutis. Ed è così che voglio darvi il buon Natale: augurandovi di scoprire la vostra meravigliosa originalità, voluta da Dio e fatta a SuaImmagine.Dove trovarla, questa originalità? Il Natale ci aiuta a rispondere.La troviamo alla Grotta di Betlemme, la troviamo nel Volto di un Bambino. È a Lui che la nostra originalità deve somigliare, non ai tanti miti, idoli, “influencer” dei nostri tempi, che ci lasciano vuoti e senza senso.Ma come arrivarci? Proprio con il Natale; seguendo, cioè, i veri suoni e le vere luci di questi giorni.Oltre le musiche natalizie, c’è un canto nella notte, bello e attraente, con il quale gli angelici parlano di Dio e con la Parola di Dio. Esso supera le parole di conflitto, aggressività,superficialità che a volte ci invadono, specie attraverso i “social”, e ci raggiunge ovunque, anchenelle notti della nostra vita, per dire che tutto può rinascere, che tutti possiamo rinascere, come ilBambino Gesù. Soprattutto voi giovani!Rinascere nella vostra originalità, trovare la vostra strada, seguendo la Stella Cometa: nonle luminarie appariscenti del consumismo, dei “like”, del successo, dell’apparire, dell’avere… ma laLuce della verità del vostro essere, scritta nel profondo di ogni cuore.Caro giovane, cara giovane, in questo Santo Natale, ti auguro di trovare la tua verità originale e ti prometto che ti aiuterò a cercarla; soprattutto nei nostri incontri comunitari e personali, che spero siano sempre di più…Non lo dimenticare: il mondo non sarebbe uguale senza di te! La nostra Chiesa e il nostro mondo hanno davvero bisogno della tua originalità, che il Bambino di Betlemme ti indica e ti porta in dono.In questi giorni, guardaLo e accogliLo: in Lui c’è la tua immagine, c’è la gioia che può dare senso, sapore alla tua vita e farti gustare il vero sapore del Natale. Frosinone, 27 dicembre 2025. Santo Marcianò

Il Vescovo alla Professione di tre Clarisse del monastero di Anagni: «Custodite il “sì” alla vita e alla vocazione»

Omelia alla Messa per la Professione delle monache clarisse Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara AuroraAnagni, chiesa Santa Chiara – 26 dicembre 2025 Care sorelle clarisse, carissime Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara Aurora,che dono ritrovarsi qui a celebrare la vostra Professione, in questo giorno particolare e in questotempo particolare! E proprio questo tempo liturgico regala alla nostra celebrazione alcunesuggestioni che segnano provvidenzialmente il vostro cammino di oggi e potranno rimanere comepiccola eredità per il cammino futuro. Ne colgo tre e ve le consegno, con sollecitudine e gioiapaterna. La prima suggestione viene dal Natale Siamo nel Tempo di Natale, nel giorno successivo al Natale. E Natale, se ci pensiamo bene, è lafesta della vita, quella vita che non possiamo non contemplare come la prima vocazione. Lo è lavita di ogni creatura umana, “divinizzata” dall’Incarnazione del Figlio di Dio. Lo è la vostra vita,care sorelle, in cui è scritto un mistero di unicità irripetibile nel quale si dispiega il disegno di Dio,pensato per ciascuna di voi da sempre. Sì, parlare di vita è parlare di unicità.Ma parlare di vita è anche parlare di concretezza, di quotidianità. È lì che la Grazia di questo giornovi raggiunge e vi conduce: una quotidianità che sarà trasformata dalla vostra trasformazioneinteriore. «Alle tue mani, Signore, affido il mio spirito», abbiamo cantato con il SalmoResponsoriale (Salmo 30 [31]). Lasciate fare a Dio, lasciatevi toccare e plasmare da Lui: nulla saràcome prima, dopo oggi, e saprete così trasformare gli eventi concreti, anche quelli più difficili,ricevendoli come Dono dalle mani di Dio e vivendoli come dono di voi stesse. Perché la vita è donoricevuto che, per sua natura, deve essere donato: ecco la risposta alla vocazione!Una vocazione che non vi vede statiche ma chiamate a crescere. Parlare di vita, infatti, è ancheparlare di maturazione. Infatti, la vocazione alla vita cresce, matura e vi matura, conducendoviverso il compimento preparato da Dio per voi: non pensate mai di essere arrivate o che la vita nonoffra più nulla da scoprire. Oggi è solo l’inizio; per meglio dire, oggi è un nuovo inizio della vostrarelazione personale con Dio che è il «Dio delle sorprese», come diceva Papa Francesco. Lasciatevisorprendere da Lui, Sposo e Signore! Conservate lo stupore di Maria e Giuseppe dinanzi alla culladi Gesù Bambino: e questo Natale segnerà per sempre la vostra vita impregnandola di gratitudinegià di fronte alle piccole cose. La seconda suggestione è offerta dalla festa di oggi Celebriamo Santo Stefano Protomartire, consapevoli che la vita cristiana, in particolare la vitaconsacrata, non può essere capita fuori dello spirito del martirio. Non mi riferisco, ovviamente,soltanto al martirio cruento ma a quell’attitudine, a quella testimonianza che si incarna nella totalitàdel dono sponsale di sé.Accanto al martirio del quotidiano che si consuma nella vita di preghiera e di comunione incomunità, c’è il martirio che vi chiama a vedere un “oltre”, non visibile o dimostrabile, che Coluiche è più intimo a noi di noi stessi affida alla vostra contemplazione: vedere ciò che non si vede;vedere Dio nel Volto di Gesù amato. «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che staalla destra di Dio», grida Stefano condotto al martirio, lo abbiamo ascoltato dalla prima Lettura (At6,8-10.12; 7,54-60).Papa Leone, in questo senso, ha messo in guardia da quello che ha chiamato il rischio di un«“arianesimo di ritorno”, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlodavvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi» 1 . È questo Dio vivo e vero che voi, caresorelle, siete chiamate a contemplare ogni giorno nella preghiera e a servire con amore,testimoniando la comunione e la maternità, dentro e fuori la comunità. Stefano attinge alla preghierala forza di amare, di perdonare i suoi carnefici, e la sua testimonianza d’amore genererà Paolo, ilquale lo seguirà poi nello stesso martirio. Siate testimoni, martiri: con la fedeltà della preghiera e lagioia di un’appartenenza totale, sponsale a Cristo. L’ultima suggestione viene dalla gioia, dal Giubileo Stiamo chiudendo un tempo di Grazia che è proprio tempo di gioia: giubilare significa anzituttogioire. E l’autenticità della vocazione, di ogni vocazione, ha un criterio irrinunciabile: la gioia!Povertà, obbedienza, castità, non sono negazione o rinuncia ma vie concrete che la Grazia percorreper impregnarvi nella totalità della vostra vita e del vostro amore. Si amerebbe davvero se non sidonasse liberamente a Dio il tutto del proprio avere, del proprio sentimento, della propriaautodeterminazione?La gioia che tutto questo offre, tuttavia, non sta nella generosità istintiva di un momento ma nellacostanza di tutta la vita, nei tempi belli come in quelli duri. «Chi avrà perseverato fino alla fine saràsalvato», dice Gesù nel Vangelo (Mt 10,17-22) E Santa Chiara, nel suo Testamento, lo ricorda:«Poiché stretta è la via e il sentiero, ed angusta la porta per la quale ci si incammina e si entra nellavita, pochi son quelli che la percorrono e vi entrano; e se pure vi sono di quelli che per un poco ditempo vi camminano, pochissimi perseverano in essa. Beati però quelli cui è concesso dicamminare per questa via e di perseverarvi fino alla fine!» 2 . Sì, «beati», cioè felici! Non lodimenticate: senza perseveranza nessuna vocazione, soprattutto la vita consacrata e claustrale, puògustare la vera gioia!Care Maria Chiara Camilla, Maria Chiara Aracoeli, Maria Chiara Aurora, è la gioia, è la felicità il dono che oggi Dio vuole farvi, rivelandovene il segreto.Custoditelo questo segreto: nel “sì” unico alla vita e alla vocazione; nel martirio di fedeltà allapreghiera, alla comunione, alla maternità; nella gioia infinita di appartenere a Cristo in modo totale,sponsale. Nel vostro quotidiano scrutare e indicare nel Suo Volto del Padre, che tutti amadall’eternità e per l’eternità. Lui vi benedica. Buon cammino. E così sia! Santo Marcianò

Il Vescovo ha celebrato la Messa di Natale in carcere: «Nessuno può mortificare la nostra dignità!»

Nel giorno della vigilia di Natale, l’arcivescovo Santo Marcianò ha fatto visita alla Casa Circondariale di Frosinone, celebrando Messa all’interno del carcere. Il presule è stato accolto in un clima di grande cordialità dalla Vicedirettrice, Laura Notaro (che ha portato i saluti del direttore Francesco Cocco, fuori sede), dal Comandante del Reparto di Polizia penitenziaria, primo dirigente Noemi Gennari; dal vice comandante, Commissario Francesco Langella; dal responsabile della sorveglianza generale, sostituto Commissario Antonio Martino; dal coordinatore del 5° Reparto, Ispettore Luigi Cipriani; dal cappellano del carcere, don Guido Mangiapelo; dal responsabile della Pastorale carceraria e delle Caritas interdiocesane, don Onofrio Cannato. Prima e dopo la funzione, monsignor Marcianò ha avuto parole di apprezzamento e stima per quanti prestano servizio nel carcere frusinate, cogliendo sui loro volti in particolare la fatica del lavoro, ma svolto con serenità, oltre alla riconosciuta professionalità. Anche se l’orologio segnava la tarda mattinata, il vescovo ha poi voluto celebrare la Messa della notte di Natale, per dare un ulteriore segno ai detenuti presenti – una sessantina circa del 4° e del 5° Reparto – che ha salutato ed abbracciato uno ad uno prima della Messa, donando poi loro un Rosario e la Lettera pastorale. «Nella notte di Natale – ha detto monsignor Marcianò nel corso dell’omelia della Messa, concelebrata con don Guido Mangiapelo e don Santo Battaglia – da una parte si veglia, ma dall’altra si accoglie. Ed esplode il canto del Gloria alla nascita di Gesù, per dire “grazie” al Signore, “grazie” perché ti aspettavamo, noi uomini amati dal Signore. Ecco, se ci chiediamo perché il Signore viene, la risposta è proprio questa: viene per amarci! L’amore di Dio ci salva». Il vescovo ha fatto quindi un esplicito richiamo all’umiltà di Gesù e al suo voler assumere «i nostri peccati e portarseli sulla Croce». Facendo poi riferimento alla prima Lettura, declamata poco prima da un detenuto, Marcianò si è soffermato sull’importanza della Luce «che vince le tenebre, che è segno di speranza, di vita. Gesù dice anche a noi di essere Luce. Quali sono – ha detto rivolgendosi quindi in maniera più esplicita ai presenti, sui volti dei quali era possibile leggere una profonda commozione – le tenebre nel cuore di un detenuto? Di certo il fatto di trovarsi rinchiusi. E poi il senso di colpa, di quei pesi che qui dentro si acuiscono e rischiano di distruggervi. Ma è bello pensare che la Luce di Cristo arriva nei vostri cuori e porta serenità: Gesù si prende le nostre colpe, e allora il perdono diventa liberazione. Gesù ripara le nostre vite, è come se ci facesse nascere di nuovo. Siamo figli di Dio e nessuno può mortificare la nostra dignità! Il Signore dice: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. Il Signore si manifesta nei pastori, negli umili, non nei potenti: Lui è presente in voi. E se aprite con umiltà il vostro cuore a Lui, Lui vi darà la pace e rischiarerà i vostri cuori», si è avviato a concludere il vescovo, rimarcando più volte proprio la dizione “ero carcerato”. Al termine della funzione, il cappellano don Guido Mangiapelo ha voluto ringraziare l’arcivescovo, cogliendo in particolare un aspetto della Messa: il grande silenzio presente nel salone scelto per la funzione. Prima di andar via e dando appuntamento ad un altro incontro, magari in preparazione alla Pasqua, monsignor Marcianò ha voluto anche salutare alcuni familiari arrivati per i colloqui nella Casa circondariale intitolata a Giuseppe Pagliei, agente di custodia, originario di Giuliano di Roma e ucciso l’8 novembre 1978 nei pressi di Patrica nell’attentato terroristico, rivendicato dalle Unità comuniste combattenti, che costò la vita all’allora Procuratore della Repubblica di Frosinone, Fedele Calvosa, e a Luciano Rossi, altro uomo della scorta del giudice. di Igor Traboni

L’omelia dell’arcivescovo Santo nella Messa della notte di Natale, celebrata nella Cattedrale di Anagni

Omelia nella Solennità del Natale, Messa nella Notte – Cattedrale di Anagni, 24 dicembre 2025 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».Carissimi fratelli e sorelle, è Natale! Lo dice il coro degli angeli, con un canto che si ripete daduemila anni e si inserisce nei canti che, in questi giorni, riecheggiano nelle strade, nelle case, nellescuole, nelle Chiese… ogni canto arriva lì, a cantare la «gloria» del Signore, che unisce «il più altodei cieli» alla «terra», alla nostra terra così provata, sofferente, afflitta da guerre, povertà, morte. Èun «canto nella notte», come vi dicevo nel Messaggio inviatovi per questo Santo Natale, eraggiunge ogni notte umana: quelle della storia e quelle vissute da ogni persona, da ciascuno di noi.Oggi siamo qui con nel cuore l’attesa ma forse pure preoccupati, afflitti, angosciati da qualche notteche ci sta attraversando. Così, come i pastori, sentiamo anche noi l’annuncio del Natale del Signore,l’invito alla gioia che le parole non riescono a trasmettere e per il quale ci vuole solo il canto, solola lode!Sì, il canto è lode, il canto è gioia. Eppure i pastori, nella notte di Betlemme, hanno paura, comeaccade quando, nella Bibbia, la gloria del Signore si manifesta nel suo splendore. Quella luce,all’inizio, sembra accecarli più che consolarli, aiutarli, illuminarli, anche se è Dio, è il Re della terraColui che viene annunciato.Quante volte anche noi abbiamo paura di Dio! Paura che Egli ci invada, ci giudichi, ci limiti, citolga la libertà, ci chieda cose troppo dure e difficili… Quante volte il mondo ha paura di Lui evuole cancellarne i segni nella storia, a cominciare dai segni stessi del Natale. Agiamo in nome diuna libertà che, alla fine, diventa la nostra prigione e rende la terra invivibile, se non permettiamo alCielo di unirsi ad essa, al Dio fatto uomo di incarnarsi nei nostri cuori.Fa paura, la gloria, se è gloria di un Dio lontano ed estraneo alle vicende degli uomini. Se è un reautoritario e solo, alleato con i potenti e i ricchi della storia, i quali continuano ad opprimere,comandare, sfruttare, annientare, violare i piccoli, i poveri, il creato… gli esseri umani.E invece la gloria che gli angeli cantano in questa Notte Santa è proprio per loro, per noi: per «gliuomini, che Dio ama». Il termine greco è preciso: “antropòis”. Non gli uomini in senso generico, ipopoli visti globalmente, ma gli “esseri umani”. Tu, io, noi… la gloria di Dio, che si concretizza neldono della Pace, è per me, per te, per ogni creatura umana di tutti i secoli e in tutte le condizioni efasi di vita. E il «segno» di questo è la conferma: è un Dio fatto Uomo. È un Bambino. È un EssereUmano, come noi; un Re Onnipotente, che non si allea con i potenti della storia ma predilige gliumili, i piccoli, i fragili. Perché sa che la Pace inizia da lì, dall’amare loro.I pastori, quella Notte, hanno capito che la gloria sta lì. Sta nei più piccoli delle nostre famiglie: nelmalato la cui sofferenza ti strugge il cuore, nell’anziano che protesta, nel figlio ingrato, nel bimboche porti in grembo e in quello al quale è impedito di nascere… sta nei fragili, nei poveri, neglistranieri, nei carcerati, nei malati gravi e terminali, che sembrano un peso per la società ma sono nelcuore del Presepe di Gesù e, come Lui, fanno rinascere la storia.Cari amici, basta avere paura di Dio, di un Dio fatto Uomo! Basta avere paura dell’uomo!È il grido che in questo Natale ci raggiunge, non a parole ma con il canto: un canto di lode egratitudine, di fraternità e di contemplazione dinanzi alla Grotta.Fermiamoci, ascoltiamo quel canto nei canti della nostra tradizione; contempliamo il Bambino Gesùnei volti di ogni persona, Sua creatura e immagine. Sì, la gloria di Dio è tutta qui! Non è rimasta «nel più altro dei cieli» ma è venuta in terra e porta laPace cantando la dignità dell’uomo, di tutti «gli uomini, che Egli ama». Per questo Dio si è fattoUomo: perché noi potessimo capire che, come dice un grande Padre della Chiesa, «la gloria di Dio èl’uomo vivente, e la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio» . Buon Natale! Santo Marcianò

L’Arcivescovo alle Istituzioni della provincia: «Grazie per il vostro servizio alla città dell’uomo»

Questo è il testo dell’omelia pronuncia da monsignor Santo Marcianò nella Messa in preparazione al Santo Natale per le Istituzioni della provincia – Frosinone, parrocchia San Paolo 18 dic 2025 Carissimi, celebriamo l’Eucarestia che ci prepara il Santo Natale e io sono davvero felice di potereincontrare voi, professionisti impegnati nel servizio alla città dell’uomo, alla sua vita e salute.Voglio manifestarvi stima e ammirazione, perché so quanto tale servizio, svolto nel mondo delleIstituzioni e in quello della Sanità, sia accomunato da dedizione concreta e totale, che spessosacrifica impegni e affetti personali nonché tempi di riposo, in nome di quel bene comune cheinclude tutti i cittadini, gli stranieri, tutti coloro che passano nelle nostre città. Grazie, dunque, per ilvostro servizio all’uomo! Un servizio che la Parola di Dio, oggi, ci aiuta a sintetizzare con un verbo:«custodire». Lo fa presentando, nel Vangelo (Mt 1,18-24), la figura splendida di San Giuseppe,sposo di Maria e custode di Lei e di Gesù.«Giuseppe, figlio di Davide, non temere».«Non temere». È la prima parola che l’angelo rivolge in sogno a Giuseppe, per sostenerlo nellamissione affidatagli da Dio. E questa Parola, nella Bibbia, è spesso rivolta a coloro che Dio chiamaa una missione particolarmente impegnativa, che sembra sovrastare le forze umane.È la missione di voi responsabili della cosa pubblica, chiamati a esercitare compiti di responsabilità,di difesa, di custodia dell’ordine e della legalità, di salvaguardia del creato. Ruoli che vi mettono incontatto con grandi numeri, con problemi proiettati su larga scala, con sfide che toccano violenza,corruzione, sfiducia nelle Istituzioni ma che, al contempo, richiedono sensibilità verso i drammipersonali generati da povertà, disoccupazione, immigrazione, disagio giovanile e dipendenze…È la missione di voi, medici e operatori sanitari, chiamati ad accostare problemi immensi delsingolo essere umano: la vita, la malattia, la sofferenza, la morte. Drammi che esigono in voicompetenza, sapienza, compassione; non ultimo, richiedono coscienza, perché anche voi doveteoggi affrontare sfide inedite, come il disprezzo crescente del valore della vita, sovvertendo l’etica ela natura stessa della medicina, scienza che dovrebbe guarire, curare, supportare, accompagnare…Custodire l’uomo e la comunità, la vita della persona e della società: sono davvero missionistraordinarie: ma non siete soli ad affrontarle! «Non temere», ripete il Signore, a voi come aGiuseppe: vi assicura la Sua presenza pur fidando sulla vostra responsabilità.«Tu lo chiamerai Gesù »Queste parole dell’angelo sono espressione di un Dio che si affida alla responsabilità umana. Nellasapienza biblica, il compito di dare il nome è importantissimo ed è, inequivocabilmente, un compitopaterno: al Mistero che si compie in Maria ed è affidato alla sua custodia, Giuseppe è chiamato adare il nome. Il nome, lo sappiamo, denota una missione e indica un’appartenenza, un posto nelmondo; ma il nome – questo è importante – è scelto da Dio!Dentro questa responsabilità paterna, è bello inquadrare la modalità, la metodologia di azione degliuomini e delle donne delle Istituzioni. Voi siete chiamati a organizzare la comunità civilericonoscendo e rispettando la dignità di ogni persona e di ogni ruolo, esercitando l’autorità comeservizio, guidando con equilibrio e saggezza, prendendo a cuore la città come una «casa». PapaFrancesco ha voluto parlare di «casa comune» nella sua Enciclica Laudato si’, dove ha espressosollecitudine per la cura del creato, ispirandosi al Cantico delle Creature di San Francesco. Sonopassati ottocento anni da quando il Cantico delle Creature fu scritto e mi piace, in questa celebrazione natalizia, additarlo a voi, Servitori dello Stato, come un riferimento che ispiri e sostenga la dinamica paterna con cui vi assumete la responsabilità della cosa pubblica, dei giovani, dei poveri, della pace. In un frangente della storia contrassegnato, come dicono le scienze umane, dalla cosiddetta “assenza del padre”, è importante, per la nostra gente, capire che state lavorando per la comunità e per le singole persone delle quali, per così dire, conoscete il nome, cioè bisogni e problemi. E che lo fate con tutto voi stessi!«Non temere di prendere con te Maria, tua sposa»Il verbo «prendere», chiesto a Giuseppe, traduce il greco paralambàno: non un “prendere” generico,non “prendere per sé” ma “prendere con sé”; verbo che esprime vicinanza, accoglienza: prendersicura della vita dell’altro.È il cuore della missione di voi medici e operatori sanitari, come ha recentemente ricordato PapaLeone a un gruppo di cardiologi, richiamando anche l’Enciclica Evangelium Vitae di GiovanniPaolo II: «il “servizio della vita” è alla base di ogni atto medico autentico, poiché rispecchia latenerezza con cui Cristo stesso si avvicinava ai malati e ai vulnerabili. Il suo saldo amore ispira ladedizione che voi dimostrate attraverso la ricerca, la formazione e i delicati interventi chepreservano la vita». E ha concluso: «Ogni battito di cuore affidato alla vostra cura ricorda che lavita è un dono, sempre un mistero da riverire» 1 .Come non contemplare, in questi giorni che ci avvicinano al Mistero del Natale, la figura diGiuseppe che, assieme a Maria, ascolta e si prende cura di ogni battito del Cuore di Gesù? Sì,ascoltare e prendersi cura! Ascoltare il malato, dall’attenzione posta ai suoi sintomi fino allasofferenza del suo animo: gesti fondamentali, che la tecnologia e l’intelligenza artificiale rischianodi rubare all’umano; prendersi cura, anche nelle situazioni più disperate, nelle disabilità più gravi,nelle situazioni di debolezza che la cultura dello scarto tende a eliminare, ricordando che ognipaziente è persona, dal concepimento alla morte naturale! È la bellezza della compassione incarnatadalla vostra missione di custodire la vita, di accogliere ogni vita, di curare la persona anche quandosia impossibile guarirla.Cari amici, grazie! Grazie a voi che, in diverso modo, custodite la città, custodite la vita, custoditetutti noi, con tanto coraggio. “Coraggio” significa, etimologicamente, “agire con il cuore”; e PapaFrancesco, qualche anno fa, ha definito San Giuseppe «padre del coraggio creativo» 2 .Dinanzi alle sfide e ai compiti enormi che vi attendono, il Signore vi doni questo coraggio creativo,capace di custodire coloro che vi sono affidati, come fece San Giuseppe con Gesù Bambino.Vi affido a Lui, che rinasce nel mondo per il mondo, perché accompagni il vostro lavoro, viprotegga e vi benedica.E così sia! Santo Marcianò (Ger 23,5-8; Dal Sal 71 (72); Mt 1,18-24) 1 Leone, Discorso a una delegazione di Cardiologi del “Paris Course on Revascularization”, 5 dicembre

«Come un canto nella notte»: il Messaggio dell’Arcivescovo Santo per il Natale 2025

COME UN CANTO NELLA NOTTEMessaggio per il Natale 2025 (pdf) È ancora Natale. E noi, ancora, siamo in viaggio verso il Bambino che nasce. Mentre si chiude la Porta Santa del Pellegrinaggio Giubilare, anche questo è un Pellegrinaggio, come quello che compirono i pastori a Betlemme andando verso la Grotta, spinti dal primo annuncio evangelico: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». Come fecero gli angeli ad attrarli, a spingere a mettersi in viaggio verso un Bambino pastori stanchi, assonnati, infreddoliti, impauriti? Come furono testimoni di quella «gioia» che annunciavano a parole? «E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”». Lo immaginiamo così il loro annuncio: come un canto nella notte! Un canto dolcissimo, delicato, ma audace, che rimanda a Dio e annuncia quel Dono che Egli vuole portare sulla terra e che tutti, oggi in modo speciale, vorremmo implorare per il mondo, per le nostre famiglie, per i nostri cuori inquieti e spesso troppo soli: la Pace! La cerchiamo nelle pieghe della storia, nelle decisioni della politica, nelle grandi lotte per i diritti umani… ma dimentichiamo di iniziare da lì: dal volgere lo sguardo verso un Bambino; dal tacere, chiudendo gli occhi e aprendo il cuore, per ascoltare un canto nella notte. La tradizione del Natale, nei nostri Paesi soprattutto, risplende di luci e risuona di canti. Quanti canti ci hanno tramandato i nostri anziani, quanti canti sentiamo ancora dalle voci dei nostri ragazzi, quanti canti riemergono nel cuore come ricordi del tempo in cui noi stessi eravamo bambini. Canti che rapiscono il cuore, come rapirono il cuore dei pastori di Betlemme, e sembrano scioglierlo da durezze e incrostazioni, quasi richiamando a un “essenziale” che nessuna parola umana, da sola, riesce a spiegare. Il canto è il linguaggio che il Bambino Gesù ha scelto per farsi introdurre nella scena del mondo. Perché la musica, ha detto Papa Leone qualche giorno fa, è «la possibilità di far risuonare, attraverso la bellezza, una scintilla della presenza di Dio». L’armonia del Natale del Signore, che già risuona nei canti per le strade, nelle Chiese, nelle scuole, nelle famiglie, dice che anche noi, come gli angeli, sappiamo che, per raggiungere ogni notte dell’uomo e rapire i cuori verso la Grotta di Betlemme, non basta l’annuncio: ci vuole la lode! Cari fratelli, care sorelle, sono tra voi da pochi mesi e, in questo nostro “primo Natale”, vorrei che, insieme, riscoprissimo il linguaggio del canto e della lode. Che spalancassimo i nostri cuori stanchi di fatiche e delusioni, infreddoliti da solitudini e dolori, impauriti dalla storia, e ci lasciassimo raggiungere da melodie lontane, che attingono alla stessa Voce di Dio e possono restituire armonia e pace a un mondo frammentato e vuoto. Ma vorrei pure che chiedessimo il dono del canto, di quella musica che, dice ancora il Papa, è «l’arte di guidare il cuore verso Dio, è una via privilegiata per comprendere l’altissima dignità dell’essere umano e per confermarlo nella sua più autentica vocazione». Ogni cristiano è un «pastore», che nella notte si mette in viaggio verso Betlemme, ed è un «angelo», chiamato ad annunciare con gioia il Dio Bambino e la Sua Pace, che regna solo dove l’altissima dignità di ogni essere umano sia riconosciuta, protetta, contemplata, servita, amata. Ad annunciare così: come un canto nella notte! Buon Natale! Santo Marcianò Arcivescovo-Vescovo di Frosinone- Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri

Il commento al Vangelo dell’arcivescovo Santo: «Dio ci vuole testimoni di gioia!»

Quello che segue è il commento al Vangelo della terza domenica di Avvento, scritto da monsignor Santo Marcianò e pubblicato su Avvenire Lazio Sette di domenica 14 dicembre 2025 ——————————————————————————————————– È la Domenica della gioia! Essa scandisce l’attesa trepidante del Santo Natale ormai vicino, eppureil Vangelo (Mt 11,2-11) offre immagini realisticamente dure. La prima è la prigione, ove si trovaGiovanni, provato al punto da chiedere a Gesù se Egli sia o meno il Messia atteso. La seconda è ildeserto, dove Giovanni stesso aveva vissuto, e di cui Gesù chiede alle folle di fare memoria,interrogandosi circa l’esperienza di incontro con il Battista. Al centro del brano evangelico, ilmotivo della gioia, la peculiare beatitudine annunciata dal Cristo: «Beato colui che non siscandalizza di me»; “chi non inciampa in me come ostacolo”, potremmo tradurre.Quante prigioni, quanti deserti nella condizione umana! È lì che il Bambino di Betlemme vuole rinascere. «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo»; l’attualizzazione della profezia di Isaia (Is 35,1-6a.8a.10), con cui Gesù risponde a Giovanni, esprime la gioia di un deserto chefiorisce e risuona di canti, dentro cui si apre la strada del riscatto, della liberazione, della vera libertàche tutti rispetta. Ma noi continuiamo a scandalizzarci di quel Bambino; a pensare che larappresentazione di un Presepe o il segno di una Croce siano ostacolo alla libertà, all’inclusione,alla tolleranza… Così, rimaniamo imprigionati nel deserto e rifiutiamo la gioia che Egli può portare,se ci riconosciamo e riconosciamo in Lui ogni creatura umana: ogni neonato indifeso e ogni bimbonel grembo materno; ogni essere fragile annientato da guerre, affamato da ingiustizie, violato daabusi, offeso da discriminazioni; ogni persona afflitta da sofferenze, povertà, disabilità o visitatadalla malattia e dalla morte. Lo scandalo di un Gesù rifiutato, persino nelle immagini e nei segni delNatale, grida nello scandalo della vita e della dignità umana negata!Ma, proprio in questo deserto che incatena l’uomo, Dio ci vuole testimoni di gioia, di pace; di unasperanza che, ha detto recentemente Papa Leone, «prende posizione»! Non si tratta di difenderesimboli di un Natale antico ma di lasciare che il Signore che viene ci renda profeti, come il Battista;«angeli» che annunciano il Mistero del Natale evangelizzando la vita umana alla quale la VitaDivina si è unita per sempre, perché ogni deserto fiorisca e sprigioni profumi di gioia e di eternità.  Santo MarcianòArcivescovo

Trisulti e gli sfollati del ’44: una grande pagina di storia. Marciano’: “Miracolo di accoglienza”

Sabato 15 novembre, nella suggestiva cornice della Certosa di Trisulti, si è tenuto il convegno dal titolo “La Certosa di Trisulti e gli sfollati del ‘44 – Una storia da raccontare”, un vero e proprio evento su una importante pagina di storia, non solo locale, organizzato dall’Associazione Trisulti Bene Comune, in collaborazione con il Ministero della Cultura – Direzione regionale Musei Nazionali Lazio, per commemorare l’ottantesimo anniversario della morte di padre Michele Celani, monaco certosino, nato nel 1903 a Ferentino e poi divenuto “procuratore” del convento di Trisulti. Il folto pubblico presente – tra cui numerosi parenti degli “sfollati del ‘44”, provenienti anche da fuori regione, inclusi cinque familiari di dom Michele Celani arrivati dalla Spagna – ha seguito con vivo apprezzamento i racconti dei narratori Damiana Leone e Giordano Cedrone, intervallati dai brani musicali a tema eseguiti dal gruppo I Trillanti, in un’atmosfera di grande emozione e partecipazione. Ad aprire l’incontro, la lettura – da parte di Maria Elena Catelli, instancabile presidente di Trisulti Bene Comune – del messaggio inviato dall’arcivescovo Santo Marcianò (il testo integrale lo trovate qui sotto) ad esprimere «ammirazione e stima» per il lavoro svolto e per l’impegno nel mantenere viva la memoria dell’accoglienza certosina durante i tragici eventi del 1944. A rappresentare la Direzione regionale Musei Nazionali Lazio è intervenuta Valentina Esposito, portando il saluto della Direttrice regionale Elisabetta Scungio e della Direttrice della Certosa, Ursula Piccone. Presenti tra gli altri il sindaco di Alatri, Maurizio Cianfrocca, quello di Ferentino, Piergianni Fiorletta, e l’onorevole Nicola Ottaviani che, nel portare un breve saluto istituzionale, ha ricordato l’alto valore artistico e storico della Certosa di Trisulti e, soprattutto, scandendo le parole «La Certosa non si tocca», ha riconosciuto l’immenso valore affettivo del territorio per il monumento, impegnandosi a salvaguardarlo in ogni modo, anche con degli ulteriori finanziamenti ministeriali per i necessari lavori di conservazione. Dopo un breve prologo storico a cura di Gioacchino Giammaria, è poi iniziata la narrazione, con la lettura di brani tratti da vari documenti di archivio e diari, incentrata sull’accoglienza che, in quei tempi tanto difficili e senza alcuna distinzione, i monaci di Trisulti riservarono a quanti cercavano rifugio nella Certosa. L’incontro è stato occasione per riaffermare il valore della memoria e il ruolo della Certosa di Trisulti come simbolo di solidarietà, storia e identità del territorio; un simbolo che la Ciociaria e tutta l’Italia ha rischiato di perdere per le note vicende legata alla concessione del complesso ad una Fondazione vicina a Steve Bannon (ideologo statunitense deciso a farne una sorta di “scuola dei sovranisti europei”) nel febbraio del 2018 da parte dell’allora ministro della Cultura, Dario Franceschini. Concessione che venne poi revocata, sempre dal ministro Franceschini, grazie soprattutto alla battaglia – legale e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica – intrapresa proprio dalla realtà associativa di Trisulti Bene Comune. Insomma, i fari si sono decisamente riaccesi su questo faro di storia, arte e spiritualità incastonato tra i monti Ernici e di certo altre iniziative non mancheranno in futuro, anche per dare una sorta di destinazione più certa all’intero complesso. Il convegno di sabato è stato preceduto, nella giornata di venerdì 14 novembre, dalla presentazione del libro di Marcello Cervini “L’Aquila e il Monaco” , presso la sede dell’Associazione Gottifredo di Alatri, sempre ispirato alle vicende della Certosa di Collepardo. Con l’autore hanno dialogato l ’architetto Marco Odargi, la giornalista Paola Rolletta (in videoconferenza) e il presidente dell’Associazione Gottifredo, Tarcisio Tarquini. QUESTO IL TESTO INTEGRALE DEL SALUTO INVIATO DALL’ARCIVESCOVO SANTO MARCIANO’, IMPOSSIBILITATO A PARTECIPARE PER UN CONCOMITANTE IMPEGNO Tra le ricchezze più grandi della Chiesa sono i luoghi in cui abita, o ha abitato, la preghiera silenziosa. Così è stato per questa stupenda Certosa di Trisulti segnata, nella sua storia, dalla preziosa presenza dei monaci. Ed è alla Comunità di monaci qui presente attorno alla metà del secolo scorso, che si deve il piccolo “miracolo” di cui oggi fate memoria: l’aver reso questo luogo un “rifugio” per circa tremila persone, nel tempo della Seconda Guerra Mondiale. Ricostruire e raccontare le loro storie è un evento altamente significativo e, direi, educativo. Quanto qui è successo è anzitutto il miracolo dell’accoglienza, che è uno dei fondamenti della vita monastica, a partire dalla tradizione benedettina. «Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Sono stato ospite e mi avete accolto”», scrive San Benedetto nella sua Regola (cap. 53,1). L’accoglienza è molto di più di una porta che si apre. E, in quel tempo, fu un’apertura del cuore di tanti monasteri, istituti religiosi, chiese… che diventarono oasi di pace, nella guerra che infuriava e nelle persecuzioni razziali. Questa accoglienza si è consumata nel silenzio. Il silenzio della riservatezza e del segreto, necessari per la sicurezza di chi qui trovava rifugio. Ma anche il silenzio della gratuità, che non fa clamori, non fa notizia. La vera carità rimane sempre nascosta, anche a chi la fa. Accoglienza e silenzio, dunque, sono le parole che certamente interpretano le storie che oggi ricordate e che restano scritte, impresse nelle mura della nostra bellissima Certosa, Con ammirazione e stima invio a tutti il mio saluto e l’augurio di buon lavoro!