Il vescovo al santuario della Santissima: «Il vero pellegrinaggio inizia adesso, quando tornate a casa»

Nel pomeriggio di sabato 30 maggio, vigilia della festa, l’arcivescovo Santo Marcianò è di nuovo salito al santuario della Santissima Trinità per celebrare Messa nella chiesa all’aperto. Il benvenuto che il presule ha dato ai fedeli presenti è stato proprio «nel nome della Trinità, ovvero del nostro Dio uno e trino», ha detto all’inizio della celebrazione, no prima di aver salutato i padri salesiani per il prezioso servizio che prestano al santuario, così come i diaconi, le suore, i volontari, e alcune delle compagnie presenti (impossibile citarle tutte) , ovvero Subiaco, Colli di Monte San Giovanni Campano, Magliano dei Marsi, Ortucchio, Cerreto Laziale, Frosinone parrocchia San Paolo, Madonna della Figura di Sora, Piglio, Marano Equo, Rocca Santo Stefano. «Quando si dice Vallepietra – ha quindi rimarcato Marcianò nell’omelia – un po’ ovunque si dice migliaia di persone che accorrono qu, e tra queste tanti giovani: li ho visti lo scorso anno, li vedo ancora oggi e so che i giovani sono veramente tanti. E se confrontiamo la grande frequenza in questo santuario, un santuario dedicato alla Trinità, questa cosa ci fa pensare e interroga: come mai tanta gente? Tanti giovani? Se è vero che la frequenza dei giovani alla vita sacramentale è un po’ diminuita rispetto a prima, così come in generale dei credenti cattolici, allora è una domanda che dobbiamo porci tutti, io per primo come vescovo, e poi coloro che qui confessano, che hanno responsabilità nell’organizzazione soprattutto spirituale. Qualcuno potrebbe rispondere: è la tradizione che ci fa venire qui, perché si è sempre fatto così. Ma questa risposta non basta, perché ci sono tradizioni che si sono spente e non tutte le tradizioni reggono. Allora penso che ci sia un motivo ancora più profondo: quel primato che è la fede della gente!». Proseguendo nella sua riflessione scaturita dagli interrogativi iniziali, il vescovo ha aggiunto:  «Credo che Vallepietra in qualche modo interroghi il senso di Dio che portiamo dentro, che l’uomo porta dentro, perché l’uomo non è solo qualcuno che costruisce, che fa, ma è l’uomo che vive, che interroga la propria coscienza, l’uomo che si pone il problema dell’esistenza e quindi di Dio. Perché esserci, ed essere in relazione con gli altri, ti obbliga ad andare oltre, alla ricerca di un’origine ma anche di un fine della vita, di un senso. Tanti vivono rincorrendo beni, ricchezze, potere, dentro realtà che in qualche maniera sembrano soddisfare i bisogni della persona ma di fatto tradiscono questi bisogni e riducono la persona non ad essere una persona ma, come il figliol prodigo, ad allontanarsi dalla casa del Padre. E quindi credo che  i santuari, e quindi Vallepietra, facciano sorgere questa domanda in ogni pellegrino: perché vengo, cosa mi spinge, cosa mi muove? C erto, le compagnie sono cosa una cosa bellissima, il ritrovarsi insieme, fare il cammino a piedi, è anche  emozionante. Ma è questo il motivo? Vado a Vallepietra perché qui c’è un unicum, la Trinità!», ha sottolineato Marcianò, per poi aggiungere: «E’ difficile dare risposta a questa domanda   allo stesso tempo è difficile comprendere la Trinità. Ma noi crediamo in un Dio che è uno e trino: il cuore della nostra fede! L’uomo è portato alla ricerca della verità e c’è un assoluto nella verità, non ci sono verità relative, anche all’interno della fede ci sono degli assoluti. La Trinità è l’oggetto della fede dei cristiani, è Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, E’ il nostro Dio e noi crediamo in questo Dio. Ma la fede – ha detto ancora il presule, richiamando ulteriormente l’attenzione dei fedeli –  ha dei risvolti esistenziali, deve esprimersi nella vita, la Trinità deve dare un messaggio a ciascuno di noi, alla vita dei credenti. Credo che la parola sintesi della Trinità sia amore, comunione, fraternità, famiglia, chiesa, umanità! In queste categorie comprendiamo il messaggio di Dio e viviamo in pienezza, con autenticità la nostra fede, sapendo che Dio è Dio di misericordia». Marcianò ha poi ricordato come per Sant’Agostino il Padre è l’amante, il Figlio amato e lo Spirito Santo l’amore tra padre e figlio «e questa circolazione di amore è un amore espresso, circolante, assoluto, perché Dio è l’amore assoluto. E quando penso al bisogno di trascendenza che l’uomo porta dentro,  penso al bisogno di amore che viene meno oggi, di comunione, di fraternità. L’esplicitazione esistenziale del mistero della Trinità ce la dice San Paolo ai Corinzi:  Siate gioiosi, se credete nella Trinità. Tendete alla perfezione, che non vuol dire vestitevi bene e mettetevi profumi, anche se curare l’umano è bello, ma la perfezione è altro, è del creato, dell’essere che passa attraverso la fede, la speranza e la carità. La fratellanza passa anche attraverso l’abbraccio e il bacio, come il saluto nell’antichità. E allora chiediamo al Signore, soprattutto per chi viene qui senza una fede adulta, che possa far maturare questa fede. E a noi devono stare a cuore i fratelli e la loro salvezza, testimoniatela questa fede, questo amore che Dio ci dona, perché tanti fratelli e giovani possano vivere questa fede». Dopo la Messa, prima di chiudere il rito e di scendere in paese per salutare le compagnie, monsignor Marcianò ha invocato la benedizione «anche sui bisogni spirituali», rimarcando che  «chi viene a Vallepietra deve tornarsene con il desiderio di quella perfezione di cui parla Paolo e che riguarda l’anima e anche il corpo che esprime l’amore che Dio è. Portate Dio nelle vostre famiglie, pregate: la fede non si può rinchiudere, circoscrivere ed esaurire in un pellegrinaggio, perché il pellegrinaggio inizia adesso, quando tornate a casa, perché è il pellegrinaggio della vita! E si riprenda la preghiera in famiglia, insegnate a pregare ai vostri figli! E’ bello il pellegrinaggio alla Trinità se arricchisce l’anima. Ce lo chiede la Trinità, e la Trinità vi vuole bene, vi ama e vi ringrazia», ha concluso il vescovo, prima di intonare una preghiera a Maria «che ci indica la Trinità». di Igor Traboni

Veglia di Pentecoste, il vescovo Santo: «Lo Spirito è vita!». Le testimonianze e due Chiese sempre più «una cosa sola»

Troppo piccola la pur grande chiesa parrocchiale del Sacro Cuore, a Frosinone, per accogliere le oltre mille persone che nella serata di sabato 23 maggio sono arrivate dalla città capoluogo e un po’ da tutti i centri delle due diocesi, per partecipare alla Veglia di Pentecoste, interdiocesana, guidata dal vescovo Santo Marcianò. Preghiera, testimonianze, canti, la meditazione del presule: una serata di quelle che difficilmente si dimenticano e che lasciano dentro un senso di “pienezza” di «vita compiuta» grazie all’azione dello Spirito Santo, come monsignor Marcianò ha poi voluto sintetizzare, in un passaggio che riprenderemo tra poco. Preziose le quattro testimonianze, di fede e di speranza che hanno arricchito la veglia: i coniugi Amorati hanno raccontati della forza della preghiera che li ha aiutati, li sta aiutando, ad andare avanti nelle difficoltà del loro adorato Massimiliano, un amore di ragazzo che è stato sul punto di non farcela, ma sorretto proprio dall’amore fatto preghiera – e viceversa – di mamma e papà, capaci così di sopportare la pesantezza della Croce e di croci su croci, La forza della carità, nella testimonianza di Tonino Nobile, massima espressione del diaconato, ministero che si identifica proprio nella carità, che non più giovanissimo ha lasciato la sua Agrigento con la famiglia e ora vive nella Comunità In Dialogo di padre Matteo Tagliaferri, a Trivigliano, dove è carità piena quello spendersi per i giovani in difficoltà, quelli che la società etichetta come “scarti”. La forza della vocazione in Gabriele Marcoccia, di Castelmassimo di Veroli, che a 40 anni non ha saputo, e tantomeno voluto, restare sordo davanti alla chiamata dl Signore e che prossimi mesi entrerà in seminario, dopo aver lasciato la fidanzata e un lavoro ben avviato. La forza della missione in risposta all’azione dello Spirito Santo da parte di Fabio e Antonella Riscica, genitori di 3 figli e professioni ben avviate, ma hanno lasciato tutto e per 10 anni sono andati missionari laici in Siberia, con la loro unione poi benedetta dal sacerdozio di uno dei figli. Come prassi del Cammino Neocatecumenale di cui fanno parte, sono andati lì andati senza nulla e ora, tornati in Italia, si sono dovuti rimettere in discussione anche con il lavoro. Questi testimoni della discesa dello Spirto Santo sono stati poi caldamente abbracciati dal vescovo Marcianò, che nel corso del suo intervento ha poi voluto riprendere alcuni tratti salienti di storie in cui «lo Spirito Santo si è fatto alito di vita», ha rimarcato, tra la commozione generale (e in presa diretta abbiamo notato soprattutto lo sguardo attento, praticamente a bocca aperta, delle decine di scout e guide sedute ai piedi dell’altare). «Stiamo celebrando il compimento della Pasqua – ha detto il vescovo –  E’ bello pensare che Gesù stia dinanzi al Padre in una continua preghiera di intercessione, a dire “Mi sono fatto uomo, ho assunto il peccato, la storia di tutto il genere umano”, è questa è la Passione. Il dono dello Spirito diventa la presenza di Dio in noi, lo spirito che continua Cristo nella Chiesa, attraverso la celebrazione dei sacramenti e la comprensione di quanto Gesù ha detto e ha fatto: Lui vi insegnerà ogni cosa. Il compimento della Pasqua è proprio in questa presenza che è forza, che è vita, perché lo Spirito ci trasforma in Lui: non sono più io che vivo ma Cristo che vive in me.  No, non si può pensare ad una vita che non trovi il proprio compimento. E queste testimonianze ci hanno offerto la parola-sintesi di questa veglia: vita e vita compiuta! Questa veglia non è un fatto esclusivamente liturgico, emozionale, di segni, luci che si spengono e accendono, creano emozioni buone per il cuore, ma di discesa dello Spirito Santo. Lo Spirito abbonda, è vita che si compie nelle esperienze ascoltate: trasformazione! Lo Spirito è vita, vita, e vita piena! Ragazzi, Dio non si lascia vincere in generosità», ha rimarcato il vescovo, tanto più che la veglia è arrivata anche a conclusione del percorso “Revolution-La rivoluzione dell’amore”, guidato dal presule assieme alle pastorali giovanili e vocazionali delle due diocesi e al centro diocesano vocazioni di Frosinone. «Lo  Spirito Santo – ha concluso così la sua meditazione il vescovo –  ci ha convocati: questa è la Chiesa. E facciamo sì che queste due nostre sorelle Chiese, che stanno diventando, e di fatto sono una cosa sola, siano sempre più testimoni di questa universalità e di questo amore infinito di Dio». Un altro pensiero, monsignor Marcianò ha voluto poi rivolgerlo, prima della benedizione finale, ringraziando i presbiteri presenti (provenienti dalle due diocesi, con i vicari generali don Angelo Conti e don Roberto Martufi) e tutti coloro che hanno organizzato la veglia interdiocesana, ovvero associazioni e movimenti «nel rispetto del carisma di ognuno, ma tutti insieme per l’unità». di Igor Traboni

Il Vescovo Marcianò ha incontrato il delegato Cei per la Pastorale cinese: presto una missione anche nelle due diocesi

Nella mattinata di martedì 19 maggio 2026, presso la Curia Vescovile di Frosinone, l’arcivescovo Santo Marcianò ha ricevuto don Paolo Kong, incaricato nazionale della CEI per la pastorale cinese, accompagnato dal delegato diocesano per l’Ufficio Migrantes. Si è trattato di un incontro molto cordiale per gettare le basi per una missione alla numerosa comunità cinese presente in vari centri delle diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri. Monsignor Marcianò ha esortato don Paolo Kong a iniziare questa missione quanto prima; presto ci saranno altri incontri per la definizione operativa della missione.

Veglia di Pentecoste con l’Arcivescovo

Sabato 23 maggio, si terrà la veglia di Pentecoste interdiocesana, presso la parrocchia del Sacratissimo Cuore, a Frosinone, con inizio alle 20.30 e guidata dall’arcivescovo Santo Marcianò. Si tratterà di un ulteriore momento di comunione e unità tra le due diocesi unite in persona episcopi, con la preparazione della veglia – tra momenti di preghiera, riflessioni e canti – che in questi giorni sta coinvolgendo anche le realtà associative e i movimenti delle due Chiese locali. Così come particolare sarà il coinvolgimento delle pastorali giovanili e vocazionali, quale ultima tappa del percorso “Revolution – La rivoluzione dell’amore”, voluto dal vescovo Santo.

Il Vescovo Santo a Torre Cajetani «Pastore tra il suo popolo»

L’8 maggio a Torre Cajetani la festa in onore di San Michele Arcangelo ha vissuto uno dei momenti più intensi e significativi degli ultimi anni. Una giornata che ha unito spiritualità, memoria storica e senso profondo di appartenenza, riportando la comunità torrigiana a riscoprire il valore delle proprie radici. La Messa solenne è stata presieduta dall’arcivescovo Santo Marcianò, accolto con grande affetto dalla popolazione sin dal suo arrivo in piazza. Ad attenderlo c’erano i bambini del paese insieme alle mamme dell’oratorio, che avevano preparato uno striscione semplice ma carico di significato: “Pastore tra il suo popolo: benvenuto, Eccellenza!” Ed è stato proprio questo il tratto più bello della mattinata: vedere il Vescovo mescolarsi alla sua gente con naturalezza, senza distanza, dispensando sorrisi, strette di mano e abbracci ai bambini e ai presenti. Un’immagine autentica di Chiesa vicina al popolo, accompagnata dalle note della banda torrigiana che hanno reso ancora più solenne e calorosa l’accoglienza. Durante l’omelia, Sua Eccellenza ha richiamato con forza il valore della vicinanza alla Chiesa come guida contro la corruzione morale e contro tutto ciò che nasce dalla presenza del maligno. In questo cammino di fede, centrale è la figura di San Michele Arcangelo, difensore del bene e simbolo della vittoria della luce sulle tenebre. Parole profonde, ascoltate in un silenzio partecipe da una chiesa gremita e da una comunità raccolta attorno al proprio Patrono. Nel corso della celebrazione, il Vescovo ha voluto rivolgere anche parole di grande stima e affetto per il parroco della comunità, don Rosario Vitagliano, sottolineando quanto Torre Cajetani sia fortunata ad avere una guida spirituale così presente e vicina alla sua gente. Sua Eccellenza ha evidenziato come don Rosario, oltre a essere un sacerdote preparato e profondo, rappresenti ogni giorno un punto di riferimento autentico per il suo popolo, sempre disponibile, attento e partecipe nella vita della comunità Particolarmente significativa è stata anche la presenza dei sindaci dei paesi limitrofi, giunti con i loro stendardi istituzionali, guidati dal sindaco di Torre Cajetani, Silverio Ubodi. Un segno concreto di rispetto e condivisione che ha dato ulteriore valore civile e comunitario alla celebrazione. Ma questa visita episcopale assume un significato ancora più profondo se letta alla luce della storia del paese. Curiosando tra le antiche Visite pastorali, dal 1599 al 1897, emerge infatti come quella dell’8 maggio non sia stata un’eccezione nella vita religiosa di Torre. Nei secoli, la presenza del Vescovo nel giorno della festa patronale ha rappresentato un riconoscimento importante della centralità spirituale della comunità torrigiana. Anche la memoria fotografica custodita negli scatti del maestro Gerlini restituisce traccia di questi momenti: memorabile fu la prima visita pastorale a Torre di Luigi Belloli, avvenuta proprio l’8 maggio 1988. Un filo invisibile lega dunque passato e presente, confermando come la devozione verso San Michele Arcangelo continui a rappresentare il cuore pulsante della vita del paese. La festa di quest’anno ha mostrato ancora una volta il volto più autentico di Torre Cajetani: una comunità capace di stringersi attorno alla propria fede, alle proprie tradizioni e alla propria storia. Emozionante è stata la partecipazione della popolazione, il raccoglimento durante la celebrazione, la commozione negli sguardi degli anziani e l’entusiasmo dei più piccoli. Tutti uniti in un unico abbraccio al Santo che, da generazioni, rappresenta protezione, identità e speranza. In un tempo in cui spesso i piccoli paesi rischiano di perdere memoria e coesione, giornate come questa ricordano quanto siano preziosi i legami costruiti attorno alle tradizioni. Perché la festa patronale, a Torre, non è soltanto una ricorrenza religiosa: è il racconto vivo di una comunità che continua a riconoscersi nella propria storia e nella protezione del suo Arcangelo. di Valentina Cardinale (articolo pubblicato su storicamentetorre.wordpress.com, che ringraziamo per la concessione, assieme all’Autrice dello stesso)

Raduno dei Ministranti, il vescovo Santo: «Gesù ci chiede la bellezza del cuore»

La parrocchia di Mole Bisleti ha ospitato, nella giornata di domenica 26 aprile, il secondo raduno interdiocesano dei Ministranti, con il vescovo Santo Marcianò che ha presieduto la Messa, concelebrata dal parroco don Luca Fanfarillo, da don Pierluigi Nardi, parroco a Trevi e responsabile assieme a don Luca della Pastorale giovanile e vocazionale, a don Alessandro Fraci, parroco di Vallecorsa, a don Santino Battaglia, segretario del vescovo, presente anche il diacono Giovanni Straccamore e i seminaristi delle due diocesi e animata ottimamente dal coro parrocchiale. Il vescovo ha dapprima voluto conoscere la provenienza dei ministranti, arrivati da Fumone, Filettino, Trevi nel Lazio, alcune parrocchie di Ferentino, quelle dell’unità pastorale delle “parrocchie in comunione con Maria” e da Tecchiena Castello. Rifacendosi subito alla domenica del Buon Pastore, il vescovo Santo ha conversato soprattutto con i chierichetti, nel corso dell’omelia, ma ovviamente anche con i fedeli più grandi, sottolineando come «il termine “buono” si accompagna anche al “bello”. Ma la bellezza non intesa come qualcosa di estetico o dell’andare in palestra, anche se del proprio corpo è comunque giusto prendersi cura perché è un dono di Dio, ma di quella bellezza che è soprattutto “la bellezza del cuore”. Perché è così che Gesù ci conduce sulla strada della bellezza, della verità, di quel paradiso che possiamo vivere già su questa terra», ha aggiunto il presule, che ha trovato un… aiutante d’eccezione nel piccolo Elia, della parrocchia di Fumone, tanto simpatico quanto preparato nell’interloquire con il vescovo, che poi, con corrisposta simpatia, lo ha insignito dello zucchetto! Simpatia travolgente anche in tutti gli altri ministranti, così come nei bambini della parrocchia… aspiranti chierichetti. Certo, i partecipanti non sono stati tantissimi, e il vescovo non lo ha sottaciuto, ricordando come bisogna ancora lavorare, a livello di presbiterio e di laici, per creare una Chiesa sempre più comunità. Ma non di meno la giornata è stata bellissima, proseguita poi con il pranzo e con dei giochi al pomeriggio e di certo saranno proprio i piccoli grandi partecipanti a coinvolgere altri amichetti per la prossima edizione di una Giornata, organizzata dalle Pastorali giovanili e vocazionali delle due diocesi, coincisa peraltro con quella mondiale di preghiera per le vocazioni. E proprio una preghiera per tutte le vocazioni, composta dal vescovo Santo, è stata poi letta al termine della Messa di Igor Traboni

Sviluppi nelle indagini sugli atti sacrileghi: la dichiarazione dell’Arcivescovo Marcianò

Questa la dichiarazione dell’Arcivescovo Santo Marcianò in merito alle indagini sugli atti sacrileghi nelle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri: A seguito dei recenti e significativi sviluppi investigativi riguardanti i deplorevoli episodi di profanazione che hanno colpito le comunità delle nostre due Diocesi, desidero esprimere il mio più profondo e sentito ringraziamento alla Procura della Repubblica di Frosinone. Il mio riconoscimento va all’incessante e meticoloso lavoro svolto dalle Forze dell’Ordine. Grazie alla professionalità e alla dedizione degli uomini e delle donne delle diverse Forze di Polizia, è stato possibile dare una risposta concreta allo sconcerto e al dolore dei fedeli. Un sincero ringraziamento speciale alla Prefettura per l’attenzione e il coordinamento assicurato. La rapidità dell’azione investigativa e la costante presenza sul territorio sono un segno tangibile di vicinanza alle istituzioni religiose e alla sensibilità dei cittadini. Questi atti vandalici hanno ferito profondamente il cuore dei nostri fedeli, che chiedono di poter vivere ed esprimere liberamente la propria fede; sapere che lo Stato vigila con fermezza sulla libertà di culto e sulla tutela dei simboli sacri è motivo di grande conforto.Allo stesso tempo, non possiamo ignorare il turbamento e lo smarrimento che tali vicende hanno suscitato nelle comunità. La sofferenza provocata è reale, ma essa si accompagna alla consapevolezza della fragilità umana che, in questo caso, chiede anche uno sguardo di comprensione e di carità. Proprio per questo, mentre si riafferma con chiarezza il rispetto dovuto ai luoghi e ai simboli sacri, si invita tutti a non cedere a giudizi sommari, ma a custodire uno spirito di responsabilità e di equilibrio.Rinnovando la mia stima e la mia preghiera per tutti coloro che operano quotidianamente per la sicurezza e la legalità, confido che questo percorso di giustizia possa contribuire a riportare serenità, rispetto e fiducia nelle nostre comunità. Frosinone, 20 aprile 2026 Santo MarcianòArcivescovo

Marcianò: «Le nostre comunità vicine a Papa Leone»

Per gentile concessione del quotidiano Ciociaria Oggi, riproduciamo l’intervista apparsa sabato 18 aprile 2026 sul quotidiano: Di fronte agli attacchi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che hanno recentemente investito Papa Leone XIV, il vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni Alatri, Santo Marcianò, propone una chiave di lettura che invita ad andare oltre la superficie delle polemiche, per riscoprire il significato più autentico del suo magistero. Non si tratta, infatti, solo di rispondere a critiche contingenti, ma di cogliere un messaggio più profondo che interpella la Chiesa e la società nel loro insieme.Al centro di questa riflessione emerge con forza il richiamo a una “rivoluzione dell’amore”, intesa non come formula astratta o slogan, ma come percorso concreto e quotidiano fatto di prossimità, ascolto, riconciliazione e solidarietà. In questa prospettiva, monsignore Marcianò sottolinea come tale rivoluzione trovi le sue radici nella vita ordinaria delle comunità cristiane, chiamate a tradurre il Vangelo in gesti semplici ma significativi, capaci di incidere nel tessuto sociale. È proprio nella fedeltà a queste scelte quotidiane che si costruisce una testimonianza credibile, in grado di generare pace e giustizia anche nei contesti più complessi. Allo stesso tempo, viene ribadito il legame profondo tra la Chiesa locale e il Santo Padre, un rapporto fatto di vicinanza sincera, affetto e preghiera, che si rinnova proprio nei momenti di maggiore difficoltà e che rafforza il senso di comunione ecclesiale. Un percorso che, nelle sue parole, trova radici nella vita quotidiana delle comunità cristiane e si esprime anche nel forte legame tra la Chiesa locale di Frosinone e Anagni e il Santo Padre, a cui vengono rivolti sentimenti di vicinanza, affetto e preghiera. Eccellenza, qual è il suo punto di vista sui recenti e ripetuti attacchi rivolti a Papa Leone XIV? «Ritengo che gli attacchi non colpiscono solo l’uomo, ma la Verità del Vangelo che egli annuncia. Quando il Papa parla di “pace disarmata” scuote le coscienze e mette in discussione le logiche di potenza e di esclusione. Queste critiche sono la prova che la sua voce è libera e non asservita ad alcuna ideologia politica o nazionalistica. L’operato di Papa Leone XIV ci insegna che l’autorità non teme il dissenso. La sua risposta — “non ho paura, parlo del Vangelo” — è la misura della sua statura spirituale. Personalmente vedo in questi attacchi un invito per tutta la Chiesa a stringersi attorno a lui. La sua azione pastorale punta a riportare lo sguardo sull’essenziale: la dignità umana. Gli attacchi svaniranno come nebbia al sole, ma il magistero di Leone XIV resterà come una pietra miliare per la Chiesa». In un tempo in cui la pace è fortemente minacciata, non sono certo queste sortite a costruire un mondo più giusto e fraterno. Cosa invece serve per invertire la rotta e iniziare quella “rivoluzione dell’amore” che lei ha richiamato più volte, ad iniziare dalla sua prima Lettera pastorale?«Per invertire la rotta e dare vita alla rivoluzione dell’amore, occorre passare dalle parole ai gesti concreti di prossimità e riconciliazione. Non bastano i proclami; serve una conversione del cuore che ponga la dignità umana al di sopra di ogni interesse egoistico o logica di potere. Credo che sia necessario porre dei pilastri fondamentali per costruire questo cambiamento: partire, anzitutto, da un ascolto empatico, accogliere il grido di chi soffre senza pregiudizi, trasformando l’indifferenza in atteggiamenti di cura attiva.In secondo luogo bisogna essere capaci di un perdono operoso superando le ferite del passato per tessere trame di pace dove ora c’è divisione. Infine, vivere una solidarietà radicale con la quale condividere non solo il superfluo, ma impegnarsi per una giustizia sociale che non lasci indietro nessuno. Questa rivoluzione inizia nel quotidiano, scegliendo la mitezza e la fraternità come bussole per ogni nostra relazione. Solo così il “mondo più giusto” smette di essere un’utopia e diventa una realtà vissuta». La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha espresso vicinanza, affetto e preghiera al Santo Padre. Immaginiamo siano questi anche i suoi sentimenti personali e delle Chiese di Frosinone e Anagni in tutte le sue componenti…«Certamente. Sentiamo le parole della Presidenza della CEI come l’espressione più vera di ciò che custodiamo nel cuore. La vicinanza, l’affetto e la preghiera che la Chiesa italiana ha manifestato al Santo Padre sono, senza ombra di dubbio, i medesimi sentimenti che animano me personalmente e le nostre Diocesi. In ogni nostra parrocchia, in ogni realtà ecclesiale e nel silenzio della preghiera di tanti fedeli, pulsa un legame filiale e indistruttibile con Papa Leone. È una comunione profonda che coinvolge tutte le componenti ecclesiali: dai sacerdoti ai religiosi, dalle famiglie ai giovani, fino a chi vive momenti di fragilità. Ogni nostra celebrazione e ogni nostra intenzione di preghiera diventano un abbraccio corale verso il Papa, per sostenerlo nel suo ministero e testimoniargli che le comunità di Frosinone e Anagni sono con lui, unite in uno spirito di gratitudine e fedeltà incrollabile». di Nicoletta Fini

Cattolici e Resistenza: il contributo di Marcianò al convegno di Morolo

In occasione delle celebrazioni dell’81° anniversario della Liberazione, la Fondazione Antonio Biondi e l’ANPC – Associazione Nazionale Partigiani Cristiani hanno promosso un importante momento di riflessione storica e civile dal titolo “Religiose e religiosi nella Resistenza: la fede nella libertà”, svoltosi presso l’Auditorium comunale di Morolo. L’iniziativa ha posto al centro dell’attenzione il contributo, spesso poco conosciuto ma decisivo, di religiose e religiosi alla lotta di Liberazione, evidenziando come la fede abbia rappresentato non solo una dimensione spirituale, ma anche una forza concreta di impegno per la libertà, la giustizia e la dignità umana. Un patrimonio etico e civile che ha contribuito in modo significativo alla costruzione dei valori fondanti della Costituzione italiana e al consolidamento della democrazia nel nostro Paese. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali dell’assessore alla cultura del comune di Morolo,  Enzo Moriconi, insieme a Luigi Canali, presidente della Fondazione Antonio Biondi, e Gianfranco Noferi, segretario ANPC sezione di Roma. L’introduzione dei lavori è stata affidata a Silvia Costa, vicepresidente nazionale ANPC, che ha sottolineato l’importanza di mantenere viva la memoria della Resistenza come momento fondativo della Repubblica e come riferimento per le sfide contemporanee. Sono intervenuti autorevoli relatori: don Santo Battaglia, che ha portato il messaggio di Monsignor Santo Marcianò, arcivescovo di Frosinone-Anagni-Alatri, impossibilitato a partecipare (messaggio che di seguito pubblichiamo integralmente);  suor Grazia Loparco, storica della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxiliuma; Biancamaria Valeri, storica e vicepresidente del Centro Studi Don Giuseppe Morosini di Ferentino; Alessandro Santagata, storico dell’Università di Padova; e Marilinda Figliozzi, vicepresidente ANPC Frosinone. Le conclusioni sono state affidate a Maria Pia Garavaglia, presidente nazionale ANPC, che ha ribadito come il sacrificio e l’impegno dei protagonisti della Resistenza, inclusi religiose e religiosi, abbiano contribuito in maniera determinante alla nascita di una Costituzione fondata sui valori della libertà, della solidarietà e della partecipazione democratica. L’incontro, moderato dal giornalista Dario Facci, ha rappresentato un’importante occasione per riflettere sul legame profondo tra memoria storica e responsabilità civile, riaffermando il ruolo della coscienza etica e della fede nella costruzione di una società libera e democratica. QUESTO IL CONTRIBUTO INVIATO DAL VESCOVO MARCIANO’: Parlare di guerra, di Resistenza, di partigiani, in questo momento storico, fa percepire il passato vicino come non avremmo mai potuto immaginare. Un senso di vicinanza temporale che – è comprensibile – si lega anche a incredulità, incertezze, paure generate dal clima di guerra e, per certi versi, ci chiede ancor più di imparare dal passato. Anche da quell’esperienza peculiare che fu la Resistenza dei partigiani italiani, tra i quali si coinvolsero sacerdoti e religiosi.Sappiamo quanto il tema sia delicato, ma possiamo dire che quanto essi fecero rappresentava iltentativo di trasformare quel tempo di guerra in tempo di pace. Basti pensare al senso puro e forte diantifascismo che li animava o all’attenzione con cui essi trattavano i prigionieri di guerra, maiprestandosi a torture o violenze di alcun genere, tantomeno a soppressioni; basti ricordare quanto unindiscusso uomo di pace come don Milani ebbe a scrivere nella famosa Lettera ai cappellani: «Inquesti cento anni di storia c’è stata una guerra “giusta” (se guerra giusta esiste). L’unica che nonfosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana» Sappiamo che non esiste la «guerra giusta», la Chiesa non manca di ribadirlo in più occasioni; epossiamo essere certi che la stessa espressione di don Milani non la giustifichi assolutamente ma siavolutamente paradossale, nel tempo drammatico del fascismo, mettendo in luce come l’esperienzadella resistenza abbia contribuito a compattare un sano senso di Patria e a recuperare valori su cui lenostre Istituzioni si sono poi edificate: anzitutto la centralità dell’uomo, da difendere nella sua vita,dignità e libertà. E la difesa, come la Tradizione della Chiesa insegna, è lecita e addiritturanecessaria qualora vengano lesi i diritti degli innocenti, venga esercitata violenza e prevaricazionein nome di interessi personali o discriminazioni religiose, politiche, razziali.Vasta parte del mondo cattolico, quello stesso che ha aiutato l’Italia a rialzarsi e costruire nuoveistituzioni fondate sulla libertà, ha scelto di condividere, in varie modalità, la tragedia del conflitto,testimoniando a tutti, anche ai soldati, che Dio è Padre e portando l’Amore del Padre come luce cherischiara le tenebre della guerra. È prezioso ricordare anche l’opera silenziosa di tanti religiosi ereligiose nel proteggere, difendere e nascondere ebrei o partigiani…Coloro che per questi valori hanno combattuto lo hanno fatto nella certezza di difendere la libertà ela dignità umana, di difendere l’identità di un popolo al quale li legava un profondo senso diappartenenza; e il loro esempio può trasmette una lezione di appartenenza all’uomo moderno, ilquale è sempre più sganciato dai propri legami relazionali, familiari, culturali, quindi dalle proprieradici.Una Resistenza così intesa era decisamente orientata alla pace. Lo sottolineava il PresidenteMattarella un anno fa a Genova, in occasione della Festa del 25 aprile: «L’aspirazione profonda delpopolo italiano, dopo le guerre del fascismo, era la pace. Il regime aveva reso costume degli italianila guerra come condizione normale: non la guerra per la vita ma la vita per la guerra. La Resistenzasi pose l’obiettivo di raggiungere la pace come condizione normale delle relazioni fra popoli. Ingioco erano le ragioni della vita contro l’esaltazione del culto della morte»È proprio così: la promozione della pace va di pari passo con la promozione della vita; non c’è pacedove non si custodisce la vita. E il nostro Convegno vuole mettere in luce il contributo alla pace che alcuni consacrati hanno dato alla Resistenza, con il proprio impegno e con il dono della propria vita,non solo per difendere l’Italia ma per difendere la vita di tante persone deboli e inermi, oppresse euccise dalla violenza nazifascista. Un impegno e un dono che non si comprende appieno se sidimentica la forza che essi hanno attinto dalla fede cristiana e, di conseguenza, alla preghiera, che liavrà aiutati a combattere continuando a invocare da Dio il dono della pace. Un’invocazione cheoggi mi permetto di fare nostra, concludendo il mio intervento con le parole del Papa nella Veglia diPreghiera per la Pace, sabato 11 aprile.«La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, ilDio vivente

Lettera dell’Arcivescovo ai fedeli dopo i ripetuti atti di vandalismo sacrilego

Dopo i recenti e ripetuti atti di profanazione sacrilega compiuti a Frosinone, Alatri e Anagni, l’arcivescovo Santo Marcianò ha inviato questa lettera alle Chiese di Frosinone e Anagni: Cari confratelli nel Sacerdozio, cari fedeli tutti, vi scrivo in un momento di particolare prova per le nostre Diocesi accomunate dal dolore per i recenti atti di profanazione che hanno colpito diverse nostre Chiese. Vedere i nostri luoghi sacri violati e le immagini della nostra devozione infrante provoca in tutti noi un profondo turbamento.In questo tempo di attesa, mentre le Forze dell’Ordine — a cui va il nostro ringraziamento per l’impegno profuso — svolgono le indagini per fare luce su quanto accaduto, desidero rivolgervi un accorato appello alla prudenza e alla vigilanza. Senza cedere a facili allarmismi o a giudizi affrettati su responsabilità che non spetta a noi accertare, vi esorto a: Elevare la soglia di attenzione nella custodia quotidiana degli edifici sacri. Curare con amorevole premura i tabernacoli e gli arredi, affinché la nostra presenza sia il primo baluardo contro l’incuria o l’offesa. Collaborare attivamente, segnalando con discrezione ogni situazione insolita alle autorità competenti. La distruzione di una statua o il disordine in una Chiesa, per quanto dolorosi, ci ricordano che la nostra missione va oltre le mura di pietra. Siamo chiamati, oggi più che mai, alla custodia della nostra Fede. Se le mani possono scalfire il gesso o il legno, non devono poter intaccare la solidità della nostra speranza. Questi episodi siano per noi un richiamo a: Rinsaldare la preghiera comune, riparando con l’Adorazione le offese subite. Testimoniare la mitezza, evitando sentimenti di rabbia e restando saldi nel Vangelo. Riscoprirci “Pietre Vive”, ricordando che il tempio più prezioso da proteggere è quello del nostro cuore e della nostra comunione fraterna.Restiamo uniti nella preghiera, certi che la luce del Signore brilla più forte di ogni oscurità. Frosinone, 15 aprile 2026 Arcivescovo Santo Marcianò