Il Vescovo Santo a Torre Cajetani «Pastore tra il suo popolo»

L’8 maggio a Torre Cajetani la festa in onore di San Michele Arcangelo ha vissuto uno dei momenti più intensi e significativi degli ultimi anni. Una giornata che ha unito spiritualità, memoria storica e senso profondo di appartenenza, riportando la comunità torrigiana a riscoprire il valore delle proprie radici. La Messa solenne è stata presieduta dall’arcivescovo Santo Marcianò, accolto con grande affetto dalla popolazione sin dal suo arrivo in piazza. Ad attenderlo c’erano i bambini del paese insieme alle mamme dell’oratorio, che avevano preparato uno striscione semplice ma carico di significato: “Pastore tra il suo popolo: benvenuto, Eccellenza!” Ed è stato proprio questo il tratto più bello della mattinata: vedere il Vescovo mescolarsi alla sua gente con naturalezza, senza distanza, dispensando sorrisi, strette di mano e abbracci ai bambini e ai presenti. Un’immagine autentica di Chiesa vicina al popolo, accompagnata dalle note della banda torrigiana che hanno reso ancora più solenne e calorosa l’accoglienza. Durante l’omelia, Sua Eccellenza ha richiamato con forza il valore della vicinanza alla Chiesa come guida contro la corruzione morale e contro tutto ciò che nasce dalla presenza del maligno. In questo cammino di fede, centrale è la figura di San Michele Arcangelo, difensore del bene e simbolo della vittoria della luce sulle tenebre. Parole profonde, ascoltate in un silenzio partecipe da una chiesa gremita e da una comunità raccolta attorno al proprio Patrono. Nel corso della celebrazione, il Vescovo ha voluto rivolgere anche parole di grande stima e affetto per il parroco della comunità, don Rosario Vitagliano, sottolineando quanto Torre Cajetani sia fortunata ad avere una guida spirituale così presente e vicina alla sua gente. Sua Eccellenza ha evidenziato come don Rosario, oltre a essere un sacerdote preparato e profondo, rappresenti ogni giorno un punto di riferimento autentico per il suo popolo, sempre disponibile, attento e partecipe nella vita della comunità Particolarmente significativa è stata anche la presenza dei sindaci dei paesi limitrofi, giunti con i loro stendardi istituzionali, guidati dal sindaco di Torre Cajetani, Silverio Ubodi. Un segno concreto di rispetto e condivisione che ha dato ulteriore valore civile e comunitario alla celebrazione. Ma questa visita episcopale assume un significato ancora più profondo se letta alla luce della storia del paese. Curiosando tra le antiche Visite pastorali, dal 1599 al 1897, emerge infatti come quella dell’8 maggio non sia stata un’eccezione nella vita religiosa di Torre. Nei secoli, la presenza del Vescovo nel giorno della festa patronale ha rappresentato un riconoscimento importante della centralità spirituale della comunità torrigiana. Anche la memoria fotografica custodita negli scatti del maestro Gerlini restituisce traccia di questi momenti: memorabile fu la prima visita pastorale a Torre di Luigi Belloli, avvenuta proprio l’8 maggio 1988. Un filo invisibile lega dunque passato e presente, confermando come la devozione verso San Michele Arcangelo continui a rappresentare il cuore pulsante della vita del paese. La festa di quest’anno ha mostrato ancora una volta il volto più autentico di Torre Cajetani: una comunità capace di stringersi attorno alla propria fede, alle proprie tradizioni e alla propria storia. Emozionante è stata la partecipazione della popolazione, il raccoglimento durante la celebrazione, la commozione negli sguardi degli anziani e l’entusiasmo dei più piccoli. Tutti uniti in un unico abbraccio al Santo che, da generazioni, rappresenta protezione, identità e speranza. In un tempo in cui spesso i piccoli paesi rischiano di perdere memoria e coesione, giornate come questa ricordano quanto siano preziosi i legami costruiti attorno alle tradizioni. Perché la festa patronale, a Torre, non è soltanto una ricorrenza religiosa: è il racconto vivo di una comunità che continua a riconoscersi nella propria storia e nella protezione del suo Arcangelo. di Valentina Cardinale (articolo pubblicato su storicamentetorre.wordpress.com, che ringraziamo per la concessione, assieme all’Autrice dello stesso)

Raduno dei Ministranti, il vescovo Santo: «Gesù ci chiede la bellezza del cuore»

La parrocchia di Mole Bisleti ha ospitato, nella giornata di domenica 26 aprile, il secondo raduno interdiocesano dei Ministranti, con il vescovo Santo Marcianò che ha presieduto la Messa, concelebrata dal parroco don Luca Fanfarillo, da don Pierluigi Nardi, parroco a Trevi e responsabile assieme a don Luca della Pastorale giovanile e vocazionale, a don Alessandro Fraci, parroco di Vallecorsa, a don Santino Battaglia, segretario del vescovo, presente anche il diacono Giovanni Straccamore e i seminaristi delle due diocesi e animata ottimamente dal coro parrocchiale. Il vescovo ha dapprima voluto conoscere la provenienza dei ministranti, arrivati da Fumone, Filettino, Trevi nel Lazio, alcune parrocchie di Ferentino, quelle dell’unità pastorale delle “parrocchie in comunione con Maria” e da Tecchiena Castello. Rifacendosi subito alla domenica del Buon Pastore, il vescovo Santo ha conversato soprattutto con i chierichetti, nel corso dell’omelia, ma ovviamente anche con i fedeli più grandi, sottolineando come «il termine “buono” si accompagna anche al “bello”. Ma la bellezza non intesa come qualcosa di estetico o dell’andare in palestra, anche se del proprio corpo è comunque giusto prendersi cura perché è un dono di Dio, ma di quella bellezza che è soprattutto “la bellezza del cuore”. Perché è così che Gesù ci conduce sulla strada della bellezza, della verità, di quel paradiso che possiamo vivere già su questa terra», ha aggiunto il presule, che ha trovato un… aiutante d’eccezione nel piccolo Elia, della parrocchia di Fumone, tanto simpatico quanto preparato nell’interloquire con il vescovo, che poi, con corrisposta simpatia, lo ha insignito dello zucchetto! Simpatia travolgente anche in tutti gli altri ministranti, così come nei bambini della parrocchia… aspiranti chierichetti. Certo, i partecipanti non sono stati tantissimi, e il vescovo non lo ha sottaciuto, ricordando come bisogna ancora lavorare, a livello di presbiterio e di laici, per creare una Chiesa sempre più comunità. Ma non di meno la giornata è stata bellissima, proseguita poi con il pranzo e con dei giochi al pomeriggio e di certo saranno proprio i piccoli grandi partecipanti a coinvolgere altri amichetti per la prossima edizione di una Giornata, organizzata dalle Pastorali giovanili e vocazionali delle due diocesi, coincisa peraltro con quella mondiale di preghiera per le vocazioni. E proprio una preghiera per tutte le vocazioni, composta dal vescovo Santo, è stata poi letta al termine della Messa di Igor Traboni

Sviluppi nelle indagini sugli atti sacrileghi: la dichiarazione dell’Arcivescovo Marcianò

Questa la dichiarazione dell’Arcivescovo Santo Marcianò in merito alle indagini sugli atti sacrileghi nelle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri: A seguito dei recenti e significativi sviluppi investigativi riguardanti i deplorevoli episodi di profanazione che hanno colpito le comunità delle nostre due Diocesi, desidero esprimere il mio più profondo e sentito ringraziamento alla Procura della Repubblica di Frosinone. Il mio riconoscimento va all’incessante e meticoloso lavoro svolto dalle Forze dell’Ordine. Grazie alla professionalità e alla dedizione degli uomini e delle donne delle diverse Forze di Polizia, è stato possibile dare una risposta concreta allo sconcerto e al dolore dei fedeli. Un sincero ringraziamento speciale alla Prefettura per l’attenzione e il coordinamento assicurato. La rapidità dell’azione investigativa e la costante presenza sul territorio sono un segno tangibile di vicinanza alle istituzioni religiose e alla sensibilità dei cittadini. Questi atti vandalici hanno ferito profondamente il cuore dei nostri fedeli, che chiedono di poter vivere ed esprimere liberamente la propria fede; sapere che lo Stato vigila con fermezza sulla libertà di culto e sulla tutela dei simboli sacri è motivo di grande conforto.Allo stesso tempo, non possiamo ignorare il turbamento e lo smarrimento che tali vicende hanno suscitato nelle comunità. La sofferenza provocata è reale, ma essa si accompagna alla consapevolezza della fragilità umana che, in questo caso, chiede anche uno sguardo di comprensione e di carità. Proprio per questo, mentre si riafferma con chiarezza il rispetto dovuto ai luoghi e ai simboli sacri, si invita tutti a non cedere a giudizi sommari, ma a custodire uno spirito di responsabilità e di equilibrio.Rinnovando la mia stima e la mia preghiera per tutti coloro che operano quotidianamente per la sicurezza e la legalità, confido che questo percorso di giustizia possa contribuire a riportare serenità, rispetto e fiducia nelle nostre comunità. Frosinone, 20 aprile 2026 Santo MarcianòArcivescovo

Marcianò: «Le nostre comunità vicine a Papa Leone»

Per gentile concessione del quotidiano Ciociaria Oggi, riproduciamo l’intervista apparsa sabato 18 aprile 2026 sul quotidiano: Di fronte agli attacchi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che hanno recentemente investito Papa Leone XIV, il vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni Alatri, Santo Marcianò, propone una chiave di lettura che invita ad andare oltre la superficie delle polemiche, per riscoprire il significato più autentico del suo magistero. Non si tratta, infatti, solo di rispondere a critiche contingenti, ma di cogliere un messaggio più profondo che interpella la Chiesa e la società nel loro insieme.Al centro di questa riflessione emerge con forza il richiamo a una “rivoluzione dell’amore”, intesa non come formula astratta o slogan, ma come percorso concreto e quotidiano fatto di prossimità, ascolto, riconciliazione e solidarietà. In questa prospettiva, monsignore Marcianò sottolinea come tale rivoluzione trovi le sue radici nella vita ordinaria delle comunità cristiane, chiamate a tradurre il Vangelo in gesti semplici ma significativi, capaci di incidere nel tessuto sociale. È proprio nella fedeltà a queste scelte quotidiane che si costruisce una testimonianza credibile, in grado di generare pace e giustizia anche nei contesti più complessi. Allo stesso tempo, viene ribadito il legame profondo tra la Chiesa locale e il Santo Padre, un rapporto fatto di vicinanza sincera, affetto e preghiera, che si rinnova proprio nei momenti di maggiore difficoltà e che rafforza il senso di comunione ecclesiale. Un percorso che, nelle sue parole, trova radici nella vita quotidiana delle comunità cristiane e si esprime anche nel forte legame tra la Chiesa locale di Frosinone e Anagni e il Santo Padre, a cui vengono rivolti sentimenti di vicinanza, affetto e preghiera. Eccellenza, qual è il suo punto di vista sui recenti e ripetuti attacchi rivolti a Papa Leone XIV? «Ritengo che gli attacchi non colpiscono solo l’uomo, ma la Verità del Vangelo che egli annuncia. Quando il Papa parla di “pace disarmata” scuote le coscienze e mette in discussione le logiche di potenza e di esclusione. Queste critiche sono la prova che la sua voce è libera e non asservita ad alcuna ideologia politica o nazionalistica. L’operato di Papa Leone XIV ci insegna che l’autorità non teme il dissenso. La sua risposta — “non ho paura, parlo del Vangelo” — è la misura della sua statura spirituale. Personalmente vedo in questi attacchi un invito per tutta la Chiesa a stringersi attorno a lui. La sua azione pastorale punta a riportare lo sguardo sull’essenziale: la dignità umana. Gli attacchi svaniranno come nebbia al sole, ma il magistero di Leone XIV resterà come una pietra miliare per la Chiesa». In un tempo in cui la pace è fortemente minacciata, non sono certo queste sortite a costruire un mondo più giusto e fraterno. Cosa invece serve per invertire la rotta e iniziare quella “rivoluzione dell’amore” che lei ha richiamato più volte, ad iniziare dalla sua prima Lettera pastorale?«Per invertire la rotta e dare vita alla rivoluzione dell’amore, occorre passare dalle parole ai gesti concreti di prossimità e riconciliazione. Non bastano i proclami; serve una conversione del cuore che ponga la dignità umana al di sopra di ogni interesse egoistico o logica di potere. Credo che sia necessario porre dei pilastri fondamentali per costruire questo cambiamento: partire, anzitutto, da un ascolto empatico, accogliere il grido di chi soffre senza pregiudizi, trasformando l’indifferenza in atteggiamenti di cura attiva.In secondo luogo bisogna essere capaci di un perdono operoso superando le ferite del passato per tessere trame di pace dove ora c’è divisione. Infine, vivere una solidarietà radicale con la quale condividere non solo il superfluo, ma impegnarsi per una giustizia sociale che non lasci indietro nessuno. Questa rivoluzione inizia nel quotidiano, scegliendo la mitezza e la fraternità come bussole per ogni nostra relazione. Solo così il “mondo più giusto” smette di essere un’utopia e diventa una realtà vissuta». La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha espresso vicinanza, affetto e preghiera al Santo Padre. Immaginiamo siano questi anche i suoi sentimenti personali e delle Chiese di Frosinone e Anagni in tutte le sue componenti…«Certamente. Sentiamo le parole della Presidenza della CEI come l’espressione più vera di ciò che custodiamo nel cuore. La vicinanza, l’affetto e la preghiera che la Chiesa italiana ha manifestato al Santo Padre sono, senza ombra di dubbio, i medesimi sentimenti che animano me personalmente e le nostre Diocesi. In ogni nostra parrocchia, in ogni realtà ecclesiale e nel silenzio della preghiera di tanti fedeli, pulsa un legame filiale e indistruttibile con Papa Leone. È una comunione profonda che coinvolge tutte le componenti ecclesiali: dai sacerdoti ai religiosi, dalle famiglie ai giovani, fino a chi vive momenti di fragilità. Ogni nostra celebrazione e ogni nostra intenzione di preghiera diventano un abbraccio corale verso il Papa, per sostenerlo nel suo ministero e testimoniargli che le comunità di Frosinone e Anagni sono con lui, unite in uno spirito di gratitudine e fedeltà incrollabile». di Nicoletta Fini

Cattolici e Resistenza: il contributo di Marcianò al convegno di Morolo

In occasione delle celebrazioni dell’81° anniversario della Liberazione, la Fondazione Antonio Biondi e l’ANPC – Associazione Nazionale Partigiani Cristiani hanno promosso un importante momento di riflessione storica e civile dal titolo “Religiose e religiosi nella Resistenza: la fede nella libertà”, svoltosi presso l’Auditorium comunale di Morolo. L’iniziativa ha posto al centro dell’attenzione il contributo, spesso poco conosciuto ma decisivo, di religiose e religiosi alla lotta di Liberazione, evidenziando come la fede abbia rappresentato non solo una dimensione spirituale, ma anche una forza concreta di impegno per la libertà, la giustizia e la dignità umana. Un patrimonio etico e civile che ha contribuito in modo significativo alla costruzione dei valori fondanti della Costituzione italiana e al consolidamento della democrazia nel nostro Paese. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali dell’assessore alla cultura del comune di Morolo,  Enzo Moriconi, insieme a Luigi Canali, presidente della Fondazione Antonio Biondi, e Gianfranco Noferi, segretario ANPC sezione di Roma. L’introduzione dei lavori è stata affidata a Silvia Costa, vicepresidente nazionale ANPC, che ha sottolineato l’importanza di mantenere viva la memoria della Resistenza come momento fondativo della Repubblica e come riferimento per le sfide contemporanee. Sono intervenuti autorevoli relatori: don Santo Battaglia, che ha portato il messaggio di Monsignor Santo Marcianò, arcivescovo di Frosinone-Anagni-Alatri, impossibilitato a partecipare (messaggio che di seguito pubblichiamo integralmente);  suor Grazia Loparco, storica della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxiliuma; Biancamaria Valeri, storica e vicepresidente del Centro Studi Don Giuseppe Morosini di Ferentino; Alessandro Santagata, storico dell’Università di Padova; e Marilinda Figliozzi, vicepresidente ANPC Frosinone. Le conclusioni sono state affidate a Maria Pia Garavaglia, presidente nazionale ANPC, che ha ribadito come il sacrificio e l’impegno dei protagonisti della Resistenza, inclusi religiose e religiosi, abbiano contribuito in maniera determinante alla nascita di una Costituzione fondata sui valori della libertà, della solidarietà e della partecipazione democratica. L’incontro, moderato dal giornalista Dario Facci, ha rappresentato un’importante occasione per riflettere sul legame profondo tra memoria storica e responsabilità civile, riaffermando il ruolo della coscienza etica e della fede nella costruzione di una società libera e democratica. QUESTO IL CONTRIBUTO INVIATO DAL VESCOVO MARCIANO’: Parlare di guerra, di Resistenza, di partigiani, in questo momento storico, fa percepire il passato vicino come non avremmo mai potuto immaginare. Un senso di vicinanza temporale che – è comprensibile – si lega anche a incredulità, incertezze, paure generate dal clima di guerra e, per certi versi, ci chiede ancor più di imparare dal passato. Anche da quell’esperienza peculiare che fu la Resistenza dei partigiani italiani, tra i quali si coinvolsero sacerdoti e religiosi.Sappiamo quanto il tema sia delicato, ma possiamo dire che quanto essi fecero rappresentava iltentativo di trasformare quel tempo di guerra in tempo di pace. Basti pensare al senso puro e forte diantifascismo che li animava o all’attenzione con cui essi trattavano i prigionieri di guerra, maiprestandosi a torture o violenze di alcun genere, tantomeno a soppressioni; basti ricordare quanto unindiscusso uomo di pace come don Milani ebbe a scrivere nella famosa Lettera ai cappellani: «Inquesti cento anni di storia c’è stata una guerra “giusta” (se guerra giusta esiste). L’unica che nonfosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana» Sappiamo che non esiste la «guerra giusta», la Chiesa non manca di ribadirlo in più occasioni; epossiamo essere certi che la stessa espressione di don Milani non la giustifichi assolutamente ma siavolutamente paradossale, nel tempo drammatico del fascismo, mettendo in luce come l’esperienzadella resistenza abbia contribuito a compattare un sano senso di Patria e a recuperare valori su cui lenostre Istituzioni si sono poi edificate: anzitutto la centralità dell’uomo, da difendere nella sua vita,dignità e libertà. E la difesa, come la Tradizione della Chiesa insegna, è lecita e addiritturanecessaria qualora vengano lesi i diritti degli innocenti, venga esercitata violenza e prevaricazionein nome di interessi personali o discriminazioni religiose, politiche, razziali.Vasta parte del mondo cattolico, quello stesso che ha aiutato l’Italia a rialzarsi e costruire nuoveistituzioni fondate sulla libertà, ha scelto di condividere, in varie modalità, la tragedia del conflitto,testimoniando a tutti, anche ai soldati, che Dio è Padre e portando l’Amore del Padre come luce cherischiara le tenebre della guerra. È prezioso ricordare anche l’opera silenziosa di tanti religiosi ereligiose nel proteggere, difendere e nascondere ebrei o partigiani…Coloro che per questi valori hanno combattuto lo hanno fatto nella certezza di difendere la libertà ela dignità umana, di difendere l’identità di un popolo al quale li legava un profondo senso diappartenenza; e il loro esempio può trasmette una lezione di appartenenza all’uomo moderno, ilquale è sempre più sganciato dai propri legami relazionali, familiari, culturali, quindi dalle proprieradici.Una Resistenza così intesa era decisamente orientata alla pace. Lo sottolineava il PresidenteMattarella un anno fa a Genova, in occasione della Festa del 25 aprile: «L’aspirazione profonda delpopolo italiano, dopo le guerre del fascismo, era la pace. Il regime aveva reso costume degli italianila guerra come condizione normale: non la guerra per la vita ma la vita per la guerra. La Resistenzasi pose l’obiettivo di raggiungere la pace come condizione normale delle relazioni fra popoli. Ingioco erano le ragioni della vita contro l’esaltazione del culto della morte»È proprio così: la promozione della pace va di pari passo con la promozione della vita; non c’è pacedove non si custodisce la vita. E il nostro Convegno vuole mettere in luce il contributo alla pace che alcuni consacrati hanno dato alla Resistenza, con il proprio impegno e con il dono della propria vita,non solo per difendere l’Italia ma per difendere la vita di tante persone deboli e inermi, oppresse euccise dalla violenza nazifascista. Un impegno e un dono che non si comprende appieno se sidimentica la forza che essi hanno attinto dalla fede cristiana e, di conseguenza, alla preghiera, che liavrà aiutati a combattere continuando a invocare da Dio il dono della pace. Un’invocazione cheoggi mi permetto di fare nostra, concludendo il mio intervento con le parole del Papa nella Veglia diPreghiera per la Pace, sabato 11 aprile.«La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, ilDio vivente

Lettera dell’Arcivescovo ai fedeli dopo i ripetuti atti di vandalismo sacrilego

Dopo i recenti e ripetuti atti di profanazione sacrilega compiuti a Frosinone, Alatri e Anagni, l’arcivescovo Santo Marcianò ha inviato questa lettera alle Chiese di Frosinone e Anagni: Cari confratelli nel Sacerdozio, cari fedeli tutti, vi scrivo in un momento di particolare prova per le nostre Diocesi accomunate dal dolore per i recenti atti di profanazione che hanno colpito diverse nostre Chiese. Vedere i nostri luoghi sacri violati e le immagini della nostra devozione infrante provoca in tutti noi un profondo turbamento.In questo tempo di attesa, mentre le Forze dell’Ordine — a cui va il nostro ringraziamento per l’impegno profuso — svolgono le indagini per fare luce su quanto accaduto, desidero rivolgervi un accorato appello alla prudenza e alla vigilanza. Senza cedere a facili allarmismi o a giudizi affrettati su responsabilità che non spetta a noi accertare, vi esorto a: Elevare la soglia di attenzione nella custodia quotidiana degli edifici sacri. Curare con amorevole premura i tabernacoli e gli arredi, affinché la nostra presenza sia il primo baluardo contro l’incuria o l’offesa. Collaborare attivamente, segnalando con discrezione ogni situazione insolita alle autorità competenti. La distruzione di una statua o il disordine in una Chiesa, per quanto dolorosi, ci ricordano che la nostra missione va oltre le mura di pietra. Siamo chiamati, oggi più che mai, alla custodia della nostra Fede. Se le mani possono scalfire il gesso o il legno, non devono poter intaccare la solidità della nostra speranza. Questi episodi siano per noi un richiamo a: Rinsaldare la preghiera comune, riparando con l’Adorazione le offese subite. Testimoniare la mitezza, evitando sentimenti di rabbia e restando saldi nel Vangelo. Riscoprirci “Pietre Vive”, ricordando che il tempio più prezioso da proteggere è quello del nostro cuore e della nostra comunione fraterna.Restiamo uniti nella preghiera, certi che la luce del Signore brilla più forte di ogni oscurità. Frosinone, 15 aprile 2026 Arcivescovo Santo Marcianò

Don Roberto Martufi nuovo Vicario Generale per la diocesi. Nominati anche i Vicari Foranei

Questo quanto reso noto dall’arcivescovo Santo Marcianò in data di oggi, domenica 12 aprile 2026: Carissimi fratelli e sorelle, presbiteri e diaconi, al termine di un attento discernimento e dopo aver invocato lo Spirito Santo, desidero annunciarvi con gioia la nomina, a decorrere dalla data odierna, dei nuovi Vicari Generali e dei nuovi Vicari Foranei per le nostre due Diocesi:

Marcianò ad Alatri: «San Sisto ci incoraggia a fare scelte controcorrente»

Omelia alla celebrazione nella Festa di S. SistoPiazzale dell’Acropoli – Alatri, 8 aprile 2026 Carissimi fratelli e sorelle, è Festa per questa Città di Alatri, che celebra il suo grande Patrono, San Sisto. È Festa dentro lagrande Festa di Pasqua, cuore della nostra fede, Festa da cui tutte le altre feste cristiane derivano.Che senso ha ricordare il Patrono in questo momento Liturgico? Mi piacerebbe dirlo con alcuneparole tratte dalle Letture che abbiamo ascoltato. La gioiaA lui cantate, a lui inneggiate, meditate tutte le sue meraviglie… gioisca il cuore di chi cerca ilSignore. È bello che, nelle parole del Salmista (Salmo 104 105]), la gioia sia legata alla ricerca diDio. Colui che cerca il Signore conosce la gioia del cuore, che ci accompagna nel cammino dellavita. E cosa significa oggi, per noi, cercare il Signore? Ciascuno potrà e dovrà dare le sue risposte.Ma San Sisto, nostro Patrono, come ogni Santo, dice che la ricerca di Dio avviene, in particolare,nella conoscenza e meditazione della Sua Parola, della preghiera che apre sempre più alla relazionecon Lui. La Festa Patronale, pertanto, è anzitutto un momento di preghiera, con la centralità diquesta Eucaristia, segno dell’amore di Gesù, da cui tutto sgorga, e dell’amore per Gesù, che hasostenuto la vita di San Sisto, la sua vocazione, nel tempo difficile della persecuzione dei primisecoli del cristianesimo. Egli è inizialmente indicato come martire, anche se l’ipotesi non èconfermata, ma è significativo ricordare come il dono di sé per Cristo, fino al martirio, sia una gioiaparadossale per la vita cristiana: appartenere al Signore e vivere come Lui. La condivisioneQuesta gioia ha un’altra caratteristica: non è fatta per essere vissuta in modo autonomo,autoreferenziale, solitario: si capisce nella condivisione. E la condivisione della fede,dell’esperienza di Dio, permette a Pietro di guarire lo storpio, come abbiamo ascoltato dalla primaLettura (At 3,1-10): «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di GesùCristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Sì, il bene dellacondivisione può operare miracoli!La Festa del Patrono è una festa di popolo, di condivisione: non sarebbe immaginabile viverla inmodo privatistico. All’intimità con Dio, che offre autenticità e spessore interiore, si unisce il benegrande della fraternità. È il cuore della Chiesa: vivere la comunione ed essere strumento dicomunione con la gente, con il territorio, con la città.Come Pietro, noi doniamo ai fratelli ciò che possediamo: Gesù Cristo. E questo non significa tantoparlare di Lui quanto agire nel suo nome. Essere testimoni; accorgersi anche noi dei bisogni deglialtri, delle malattie, delle povertà, delle difficoltà lavorative o relazionali, delle solitudini e delledomande di senso… e rispondere con la carità che sgorga dallo stesso Cuore del Signore. Agire,cioè, non per pura filantropia – molti altri saprebbero farlo meglio di noi – ma nel nome delSignore.È, se ci pensiamo bene, l’approccio della Dottrina Sociale della Chiesa, che la nostra Diocesi sideve sempre più sentire spinta a testimoniare. E, anche se la sua teorizzazione è venuta dopo, apartire dal pensiero di Leone XIII, originario proprio di questa Diocesi, tutti i Santi, e tra loro PapaSisto, incarnano questo genere di carità e ci stimolano a farlo. La centralità di Cristo e l’affidamento a LuiQuesta carità nasce dunque dall’incontro con Gesù, anche se all’inizio non lo si riconosce. IlVangelo (Lc 24,13-35) descrive l’esperienza dei due di Emmaus: «Non ardeva forse in noi il nostrocuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». La Parola diDio fa ardere il cuore e la risposta è il fuoco della missione. I due viandanti sentono che Dio parla aloro; ma tale esperienza non si ferma lì, non li ferma: «Partirono senza indugio e fecero ritorno aGerusalemme», dice il testo.Il Santo Patrono, attraverso il suo esempio e la sua protezione, ci spinge ad annunciare il Vangelotornando alle nostre case, ai luoghi di lavoro, alle situazioni più complesse del quotidiano; ci spronaa fare la volontà del Signore, ciascuno nella fedeltà alla propria vocazione. A volte, Dio ci conducein sentieri duri, a volte le circostanze della vita sembrano mandarci fuori strada, a volte siamo noistessi a cambiare direzione, illudendoci che sia migliore la via più facile, quella che ci allontana dalSignore e dalle sue leggi di verità, di giustizia, di pace. E oggi il mondo sembra seguire le vie delconformismo dettate da ideologie, dal consumismo, dalle logiche del potere, del possesso,dell’apparenza, del successo.La Pasqua di Gesù conduce invece su altre vie, come ha detto Papa Leone nel Messaggio Urbi etOrbi. «Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano,ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri. Sì, la risurrezione di Cristo è ilprincipio dell’umanità nuova, è l’ingresso nella vera terra promessa, dove regnano la giustizia, lalibertà, la pace, dove tutti si riconoscono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre che è Amore, Vita,Luce». Cari amici, è la strada del Risorto: seguiamola, pur se questo significa fare scelte difficili,controcorrente. D’altra parte, anche San Sisto ci incoraggia a camminare così; ci precede e ciaccompagna se è vero che, come la tradizione tramanda, egli è qui perché le sue Reliquie giunseroad Alatri a dorso di una mula, la quale cambiava direzione rispetto alla strada che l’avrebbecondotta altrove. Con questa obbedienza, cerchiamo di affidarci al Signore e alla Sua Volontà, diseguire l’azione della Provvidenza che guida la storia e ci chiede di andare nelle Sue vie: lìtroveremo la gioia e potremo aiutare i nostri fratelli, la nostra terra, il mondo, a cambiare le viedistorte del male in vie di giustizia, di solidarietà, di amore, di pace. Santo Marcianò In questa foto, la processione penitenziale che ha fatto seguito ai primi Vespri della festa e all’offerta del cero, da parte del sindaco Cianfrocca a nome di tutta la comunità di Alatri

Messa di Pasqua, il Vescovo Santo: «Il Suo Amore è per sempre!»

Omelia alla S. Messa di PasquaCattedrale di Anagni, domenica 5 aprile 2026 —————————————————- «Il suo amore è per sempre»!Il canto del Salmo 117 (118) che ci accompagna ogni anno a Pasqua intercetta i bisogni più profondi del cuore umano: si presenta come risposta alle nostre tristezze e solitudini, a tutti i dolori, all’apparente ineluttabilità del male, della guerra, della morte…Sì, c’è un Amore! C’è un Amore che è «per sempre». C’è un’eternità che ci viene promessa, unavita nuova che germoglia in questo mattino benedetto. C’è una Risurrezione che non appartiene aldomani ma all’«oggi». Perché oggi è Pasqua!Ma tutto questo – l’eternità, la vita nuova, la stessa Risurrezione – noi lo comprendiamo solo con illinguaggio dell’amore. Di un Amore… «per sempre»!Senza amore, senza nessun amore, che senso avrebbe la vita? Che tormento sarebbe il non esseramati e non amare per l’eternità? A che servirebbe la Risurrezione, se non fosse garanzia della vita“per sempre” di coloro che amiamo?«Il suo amore è per sempre»!Ecco la Pasqua, riassunta in una sorta di profezia che, secoli prima della vita di Gesù, spiegaval’eternità dando voce alla preghiera del Salmista.La Risurrezione può lasciarci increduli, agnostici, dubbiosi, indifferenti… solo fino a che non ciscontriamo con l’Amore vero, con il suo significato profondo, con il “per sempre” a cui – che loammettiamo o no – il cuore umano anela. Nel mattino di Pasqua, il grido di Agostino risuona comeuna melodia nuova: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa inTe!». Che è come dire: «Ci hai fatti per l’Amore, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché nonama, non si lascia amare, non sceglie l’amore eterno, non riposa nell’Amore. Per sempre!».Abbiamo da poco lasciato il Sabato Santo, il silenzio del sepolcro, quel vuoto apparente che gliantichi padri, sulla scia della Lettera agli Ebrei (Eb 4,1-11), chiamavano proprio «riposo». Sembramorte, ma è vita che fermenta. Sembra fallimento, invece è la vittoria più impensabile di tutta lastoria. Sembra vuoto, eppure è pienezza d’amore; di un amore che è «per sempre», per questo è piùforte della morte!«Il suo amore è per sempre»!Eppure, se ci guardiamo attorno, la Pasqua sembra non voler esplodere, sebbene aiutata da Ritisolenni e stupendi, dalle significative tradizioni dei nostri paesi, dalle relazioni familiari che cercanodi ricomporsi e ritrovarsi, dagli stessi doni che ci scambiamo…Celebriamo la vita, in un Paese di cui, proprio in questi giorni, viene ancora una volta dichiarata laspaventosa denatalità. Celebriamo la Risurrezione di Gesù, quando rivendichiamo il diritto didecidere autonomamente sulla nascita e sulla morte. Celebriamo il dono totale di Sé quando nerifiutiamo il segno, cioè la Croce, e continuiamo a crocifiggere piccoli, poveri, stranieri….Celebriamo la vittoria di Cristo sul peccato, quando il relativismo etico cancella la differenza trabene e male e pone l’autodeterminazione come unico criterio delle scelte. Celebriamo il Risorto che porta la pace, mentre il germe dei conflitti e delle guerre si annida nel nostro cuore e si diffonde nelmondo con la forza di un contagio. Celebriamo l’amore, illudendoci che sia possibile viverlo senzail «per sempre» e, così la Risurrezione sembra illusione, ricordo del passato.Sorella, fratello, «il Suo Amore è per sempre»!Basta con un amore “a tempo”, che “va bene” finché fa “star bene”, che “consuma” l’altro senza“lasciarsi consumare” per l’altro, che “ruba” la dignità del più debole, invece di “lasciarsi rubare” ilcuore!In questo splendente mattino di Pasqua, tu lasciati ancora sorprendere dall’Amore di Dio, fattoCarne in Gesù Crocifisso e Risorto! Lasciati interpellare da questo Amore più grande, più eterno,che dobbiamo sempre di nuovo imparare, accogliere, scegliere.Scegli di fidarti dell’Amore che è più forte della morte! Che è più fedele del peso di un matrimonioche sembra giunto al capolinea. Che è più grande di quel figlio che non vuoi o di quello che vuoi atutti i costi, senza vederne la dignità. Che è più tenace della crisi, anche nella tua vocazionesacerdotale o religiosa. Che è più profondo di quella sofferenza che ti affligge, di quella ferita che tirende fragile, di quel peccato che potrebbe bloccarti. Che è più benigno verso chi ti ha fatto delmale ed è più paziente verso chi ti appare irrimediabilmente invischiato nel male. Che non ti lasciafalsamente gonfiare dall’orgoglio né svuotare dall’ira, ma ti fa sconfiggere dal perdono. Che è piùpovero nel desiderare e più ricco nel dare. Che ti rende più umile nella fede e più audace nellasperanza. Che è più eterno di quella vita che hai accompagnato nella malattia e di quel distacco chehai avvertito nel lutto, proprio perché amavi.Scegli di fidarti dell’Amore che rimane per sempre. Sì. «Il Suo Amore è per sempre»!Corri a imparare questo Amore, se lo hai dimenticato; a cercarlo, se ti appare perduto; a sanarlo, seè ferito da tradimenti. Corri come Maria di Màgdala, come Pietro e Giovanni nel Vangelo dellaRisurrezione (Gv 20,1-9). Dove ti sembrava di vedere fallimento, vuoto, fine, abbandono, morte,potrai trovare le bende di un amore che ancora puoi fasciare, medicare, curare; di una vita cheancora puoi accogliere, difendere, rispettare, nella sua infinita dignità.L’ultima pagina della storia non è il Calvario, è la Pasqua: osa la Risurrezione! Non è la morte, è lavita: osa la Vita! Non è l’odio, è l’amore: osa l’Amore!E ricorda che nell’amore non vince chi fugge, come a volte si dice; nell’amore risorge chi restacome Maria, la Madre di Gesù. Assieme a Lei, osa questo Amore, che è «per sempre». E risorgerai,con Cristo e in Lui!Buona Pasqua, di cuore! Santo MarcianòArcivescovo di Anagni-Alatrie di Frosinone-Veroli-Ferentino

Veglia di Pasqua, l’omelia del Vescovo Santo: «Questa è la Notte in cui ogni notte è vinta!»

Omelia alla Veglia di PasquaCattedrale di Frosinone, Sabato 4 aprile 2026 ———————————————————————– Carissimi fratelli e sorelle, «questa è la notte»! Ce lo ha fatto ripetere con insistenza l’Exultet, antico e splendido Inno che abbiamo cantato all’inizio della Veglia Pasquale. E lo abbiamo cantato con le candele accese al Cero Pasquale, a sua volta acceso al Fuoco nuovo, benedetto come primo atto di questa Solenne Celebrazione che fa ripercorrere tutta la Storia della Salvezza, attraverso la Parola di Dio, la benedizione dell’Acqua Battesimale, lo stesso segno della Luce.È notte, è “la Notte”. Ma è luce, è “la Luce”!Tutta la Liturgia di questa Veglia è una lotta tra luce e tenebre, tra notte e giorno: fin dall’inizio della Veglia, fin dalle prime parole della Bibbia.Nel Libro della Genesi (Gen 1,1-2,2), la luce è infatti presentata come la prima creatura di Dio: Diodisse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalletenebre». Dio crea separando, distinguendo, anzitutto la luce dalle tenebre. In questa Santa Notte,lasciamo che la Sua Mano, la Sua Parola, la Sua Presenza nei Sacramenti, distinguano il buio dallaluce: dentro la coscienza, nel cuore di ciascuno di noi e di ogni uomo, dal più piccolo al più grande,dal più debole al più potente.Preghiamo perché ci sia sempre nell’animo umano lo spazio per lasciare che Dio separi la luce dalletenebre, il bene dal male, la misericordia dall’odio, il perdono dalla vendetta, la solidarietàdall’avarizia, la fraternità dalla prevaricazione, l’accoglienza dal rifiuto, la giustizia dallaprepotenza, la pace dalla guerra… la vita dalla morte! Invece, da quando la morte entra nel mondo,da Caino in poi, la luce è tradita, oscurata; e si fa notte. Così, nelle notti della Bibbia vediamo lenostre.Nella notte di Abramo (Gen 22, 1-18) al quale viene chiesta una prova terribile: al mattino dovràalzarsi, prendere il figlio, salire sul monte, offrirlo al Signore.Quante notti di prova nella vita di tanti padri e madri! Quanti figli perduti, drogati, malati,prematuramente morti, finiti su strade di morte! Quanti figli rifiutati fin dal grembo materno, o cherifiutano i genitori, li dimenticano, li sfruttano, li uccidono! Quanti figli o padri uccisi da guerredecise da chi dimentica che la responsabilità civile, politica, sociale è pure esercizio di paternità…Sì, tante notti subite da innocenti, da persone che, nonostante tutto, continuano ad amare, pur nelbuio di una prova che è prova della fede nel Dio dell’Amore! Abramo crede «sperando contro ognisperanza» (Rm 4,18) e la sua notte si trasformerà in giorno: la luce vincerà, il figlio gli verràrestituito.E la luce vincerà anche nella notte del popolo di Israele, al passaggio del Mar Rosso (Es 14,15 –15,1). La Veglia Pasquale ripropone il racconto biblico che lascia increduli: nella notte, un mare siapre, si spalanca la via della salvezza, persino la nube diventa luminoso strumento di liberazione.È il passaggio dal male al bene; e Pasqua significa passaggio, anzitutto per le notti di ogni peccatoumano. Il mare è segno del male che inonda il mondo ed è causa delle notti di chi fugge daviolenze, fame, dittature, persecuzioni… e lo fa forse proprio attraversando un mare che troppospesso non sarà salvezza, ma prigione. È segno delle notti dei nostri fratelli carcerati, taloracondannati a morte; delle notti di uomini e donne che non sanno confessare i propri crimini evivono una vita doppia, senza senso; o anche di coloro che cercano le luci nello sballo. Questa è la notte in cui tutti possono, tutti possiamo uscire dal male che abbiamo causato escopriamo che Dio ci libera, se lasciamo le nubi della menzogna e camminiamo con Lui alla lucedella verità.C’è poi l’ultima notte, quella in cui tutto appare finito: la morte di Gesù in Croce. La mortedell’uomo che sembra dire l’ultima parola, quando la pietra chiude il sepolcro della nostra vita o diquella dei nostri cari. Ma, dice il Vangelo (Mt 28,1-10), «un angelo del Signore.. si avvicinò, rotolòla pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco comeneve». In questo angelo luminoso splende la Luce vera: Gesù Risorto.Sorella, fratello, Cristo è Risorto! Sì, questa è la Notte nella quale ogni notte è vinta. Anche la tua!Non cercare luci che ti abbagliano, che ti stordiscono, che confondono il tuo cammino. Luiraggiunge le tue tenebre, dalle quali non puoi uscire da solo.Non arrenderti se stai attraversando il buio del dolore, della solitudine, del rifiuto, della fuga, dellapaura, del lutto, della guerra, dell’angoscia… Guarda a Lui!Non c’è notte che il Signore abbia sentito estranea o nella quale non abbia cercato di penetrare.Apri la porta del tuo cuore: fallo entrare, perché la Sua luce diradi paure e dubbi; ed esci attraversoquesta porta. Con la via che Cristo illumina, cerca di accorgerti delle notti di tanti fratelli e amici,dei piccoli e degli ultimi… puoi essere tu la luce delle loro oscurità perché, creandoti a Suaimmagine, Dio ti ha affidato una scintilla del Suo essere: l’Amore!Per tenerla accesa, tu dovrai solo consumarti nel dono di te stesso, come la candela che hai tenuto inmano questa Notte. Sì. È questa la Luce con cui il mondo si illumina, è questa la Notte in cuil’Amore vince. Se ti consumi in questo Amore, sarà Pasqua per tutti!E Tu, Gesù Risorto, Luce del mondo, illumina le nostre tenebre. Facci sentire che ogni scintilla disperanza che ha rischiarato la storia è stata la Tua fedeltà, la Tua Presenza, il raggio del Tuo Amore.Facci sentire che la Tua è Luce che ci precede nella Galilea quotidiana: non ci forza ma ci guida,quando i nostri passi sono incerti e i nostri occhi non vedono; che ci chiede di abbandonarci tra leTua braccia, se ci sembra di cadere irrimediabilmente, ricordandoci che tutte le volte che nonabbiamo inciampato sentieri bui è stata la Tua mano a togliere ogni ostacolo.Illumina il cuore di tutti coloro che sono responsabili delle tenebre dei conflitti, in famiglia o nelmondo.E rendici tutti capaci di consumarci nell’amore perché davvero la nostra vita «salga a te comeprofumo soave, si confonda con le stelle del cielo. Lo