Il Vescovo ha celebrato la Messa di Natale in carcere: «Nessuno può mortificare la nostra dignità!»

Nel giorno della vigilia di Natale, l’arcivescovo Santo Marcianò ha fatto visita alla Casa Circondariale di Frosinone, celebrando Messa all’interno del carcere. Il presule è stato accolto in un clima di grande cordialità dalla Vicedirettrice, Laura Notaro (che ha portato i saluti del direttore Francesco Cocco, fuori sede), dal Comandante del Reparto di Polizia penitenziaria, primo dirigente Noemi Gennari; dal vice comandante, Commissario Francesco Langella; dal responsabile della sorveglianza generale, sostituto Commissario Antonio Martino; dal coordinatore del 5° Reparto, Ispettore Luigi Cipriani; dal cappellano del carcere, don Guido Mangiapelo; dal responsabile della Pastorale carceraria e delle Caritas interdiocesane, don Onofrio Cannato. Prima e dopo la funzione, monsignor Marcianò ha avuto parole di apprezzamento e stima per quanti prestano servizio nel carcere frusinate, cogliendo sui loro volti in particolare la fatica del lavoro, ma svolto con serenità, oltre alla riconosciuta professionalità. Anche se l’orologio segnava la tarda mattinata, il vescovo ha poi voluto celebrare la Messa della notte di Natale, per dare un ulteriore segno ai detenuti presenti – una sessantina circa del 4° e del 5° Reparto – che ha salutato ed abbracciato uno ad uno prima della Messa, donando poi loro un Rosario e la Lettera pastorale. «Nella notte di Natale – ha detto monsignor Marcianò nel corso dell’omelia della Messa, concelebrata con don Guido Mangiapelo e don Santo Battaglia – da una parte si veglia, ma dall’altra si accoglie. Ed esplode il canto del Gloria alla nascita di Gesù, per dire “grazie” al Signore, “grazie” perché ti aspettavamo, noi uomini amati dal Signore. Ecco, se ci chiediamo perché il Signore viene, la risposta è proprio questa: viene per amarci! L’amore di Dio ci salva». Il vescovo ha fatto quindi un esplicito richiamo all’umiltà di Gesù e al suo voler assumere «i nostri peccati e portarseli sulla Croce». Facendo poi riferimento alla prima Lettura, declamata poco prima da un detenuto, Marcianò si è soffermato sull’importanza della Luce «che vince le tenebre, che è segno di speranza, di vita. Gesù dice anche a noi di essere Luce. Quali sono – ha detto rivolgendosi quindi in maniera più esplicita ai presenti, sui volti dei quali era possibile leggere una profonda commozione – le tenebre nel cuore di un detenuto? Di certo il fatto di trovarsi rinchiusi. E poi il senso di colpa, di quei pesi che qui dentro si acuiscono e rischiano di distruggervi. Ma è bello pensare che la Luce di Cristo arriva nei vostri cuori e porta serenità: Gesù si prende le nostre colpe, e allora il perdono diventa liberazione. Gesù ripara le nostre vite, è come se ci facesse nascere di nuovo. Siamo figli di Dio e nessuno può mortificare la nostra dignità! Il Signore dice: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. Il Signore si manifesta nei pastori, negli umili, non nei potenti: Lui è presente in voi. E se aprite con umiltà il vostro cuore a Lui, Lui vi darà la pace e rischiarerà i vostri cuori», si è avviato a concludere il vescovo, rimarcando più volte proprio la dizione “ero carcerato”. Al termine della funzione, il cappellano don Guido Mangiapelo ha voluto ringraziare l’arcivescovo, cogliendo in particolare un aspetto della Messa: il grande silenzio presente nel salone scelto per la funzione. Prima di andar via e dando appuntamento ad un altro incontro, magari in preparazione alla Pasqua, monsignor Marcianò ha voluto anche salutare alcuni familiari arrivati per i colloqui nella Casa circondariale intitolata a Giuseppe Pagliei, agente di custodia, originario di Giuliano di Roma e ucciso l’8 novembre 1978 nei pressi di Patrica nell’attentato terroristico, rivendicato dalle Unità comuniste combattenti, che costò la vita all’allora Procuratore della Repubblica di Frosinone, Fedele Calvosa, e a Luciano Rossi, altro uomo della scorta del giudice. di Igor Traboni

L’Alberghiero di Fiuggi, i corsi nel carcere di Frosinone e un presepe di pasta frolla donato al Vescovo

Lo hanno preparato per un mese intero, pezzetto dopo pezzetto, con tutta la maestria che impone l’utilizzo di ingredienti particolari: farina, uova, zucchero a velo e con la magia dell’immancabile cioccolato. Ma soprattutto con il desiderio di donare il presepe di pasta frolla, così creato, ad un ospite particolare: il vescovo Ambrogio Spreafico che, come ogni anno, anche nelle scorse festività natalizie è andato a portare gli auguri a tutto il personale e ai detenuti della Casa circondariale di Frosinone. E proprio questi ultimi, che nel carcere di via Cerreto frequentano le classi dell’Alberghiero della sede distaccata dell’Istituto Buonarroti di Fiuggi, hanno preparato – seguiti nei minimi particolari dall’insegnante Maria Gabriella Venditti – il delizioso presepe di pasta frolla, opera di alta pasticceria che è stata particolarmente gradita da monsignor Spreafico. Il presepe è stato poi esposto nel periodo delle festività natalizie – anche come una vera e propria opera d’arte – nella Cattedrale di Frosinone, per volere del parroco, don Paolo Cristiano, che ha accompagnato il vescovo durante la visita assieme al cappellano del carcere, ai volontari della Comunità di Sant’Egidio e della Pastorale carceraria e dagli Scout del Distretto Fse di Frosinone. Sono ben 10 anni che l’Istituto Alberghiero di Fiuggi è presente con i suoi corsi tra “i ragazzi di via Cerreto”, come recita la targhetta apposta al presepe di pasta frolla donato al Vescovo, una esperienza che attualmente sta coinvolgendo una trentina di detenuti, suddivisi in tre classi che si alternano tra lezioni in aula e il laboratorio pratico. Al termine dei vari cicli di studi, gli ospiti della casa circondariale possono quindi sostenere un esame di qualifica, con una commissione ad hoc che si reca in carcere, oppure la maturità, sostenendo l’esame presso la sede di Fiuggi. Questa esperienza, fortemente caldeggiata dalla dirigente professoressa Maria Rosaria Villani, in questo decennio ha aiutato decine di detenuti nel percorso di reinserimento sociale e lavorativo una volta scontato il debito con la giustizia. Ed ecco così alcune storie emblematiche, come quella del detenuto adulto (la maggior parte di questi studenti ha più di 50 anni e per il 50% si tratta dii stranieri) che, una volta uscito dal carcere, è stato assunto in una pizzeria di un paese del Lazio dal figlio, grazie alla qualifica da pizzaiolo conseguita proprio in via Cerreto. Igor Traboni