Vico nel Lazio ritrova la sua chiesa (e le tradizioni) di San Biagio

La comunità di Vico nel Lazio è tornata a festeggiare San Biagio, grazie alla riapertura dell’omonima chiesa benedettina, eretta nel secolo XI°. Si deve al nuovo proprietario Umberto Protani il ripristino dell’antica struttura, lasciata in completo abbandono per decenni. Numerosi fedeli sono accorsi per partecipare alla Messa, celebrata dal parroco don Luigi Battisti ed animata dal coro parrocchiale, diretto dal Maestro Luigi Tarquini. Al termine della celebrazione, si è svolto il tradizionale rito dell’olio alla gola e della distribuzione del pane (o dolci) ai fedeli presenti. La locale banda musicale, diretta dal maestro Gianpaolo Ascani ha, infine, allietato l’evento. Con l’occasione, è opportuno fornire alcune notizie storiche – così come le riceviamo in una dettagliata nota del comune di Vico nel Lazio – sull’intero complesso San Biagio, un tempo di proprietà dei Benedettini. Quest’ordine religioso, fondato da Benedetto da Norcia, ha una particolare devozione alla Madonna, quale Madre e Regina dei loro monasteri. Tuttavia, anche san Biagio, vescovo martire del III° secolo dopo Cristo, e san Bartolomeo apostolo, sono santi onorati dai Benedettini. Infatti, nella chiesa, troviamo raffigurati nella pala d’altare (riproduzione della tela originale del XVI° secolo) sia la Madonna con il Bambino, sia san Biagio, san Bartolomeo, san Brunone e santa Lucia. In apposite nicchie laterali della chiesa sono presenti anche statue di terracotta del 1500 di Biagio, Bartolomeo e della Madonna con il Bambino. La presenza a Vico nel Lazio dei monaci Benedettini risale all’anno mille, con san Domenico da Foligno (o di Sora), che vi soggiornò, predicando e celebrando Messa nella chiesa di Sant’Angelo (attuale Collegiata San Michele Arcangelo), prima di recarsi nell’eremo di Trisulti, presso cui rimase diversi anni. Successivamente, su invito del nobile Rainerio Gastaldo, si recò a Sora dove fondò un’Abbazia sui resti di una villa, appartenuta a Marco Tullio Cicerone, messa a disposizione da detto nobile. Il monaco Domenico, ancora in vita, era già una figura carismatica, capace di coinvolgere migliaia di fedeli, tanto che le comunità di Vico e Collepardo gli donarono il bosco d’Ecio, negli anni 1004/1005. Fu proprio in questo luogo che i benedettini, seguaci di Domenico, costruirono l’abbazia dedicata al Santo (poco più avanti dell’attuale certosa), mentre nel 1204 papa Innocenzo III fece costruire la Certosa di Trisulti, affidandola ai Certosini, che subentrarono ai Benedettini, venendo in possesso di tutti i loro beni. Anche le proprietà benedettine a Vico nel Lazio, passarono nella disponibilità dei Certosini. Furono proprio questi ultimi ad iniziare nel nostro paese la consegna ai fedeli del pane di san Biagio e a dare un notevole impulso alla grangia, facendola diventare un fiorente centro di attività commerciale , artigianale, oltre ad essere anche luogo di deposito e custodia dei prodotti dell’agricoltura. Alcune recenti ricerche dello storico locale Salvatore Iacobelli, condotte presso l’archivio di Trisulti, hanno infatti evidenziato che presso la grangia di Vico erano presenti ben 30 salariati, addetti alle varie mansioni, da quelle artigianali a quelle della pastorizia e dell’agricoltura. Anche l’attività caritatevole dei Certosini verso la popolazione era notevole, tanto che in una lettera d’archivio si fa riferimento alla presenza di circa tremila persone, accorse anche dai paesi vicini, per ricevere il pane, il 3 febbraio, festa del santo. L’afflusso di fedeli era tale che, per evitare molestie alle donne, il pane veniva consegnato alle stesse presso la vicina chiesa (non benedettina) di San Giorgio, mentre gli uomini lo ricevevano presso San Biagio. Fu Napoleone a interrompere questa presenza dei Certosini, con la confisca di tutti i beni monastici, venduti ai privati. Nel 1810 la famiglia Sterbini comprò questi beni, per poi rivendere il tutto alla famiglia Cerquozzi nel 1870/’75. Da ultimo, Umberto Protani ha acquistato il complesso San Biagio, compresa la grangia e la chiesa.
E’ morto padre Ignazio Rossi, ultimo priore di Trisulti

All’età di 89 anni è morto, mercoledì 5 marzo, padre Ignazio Rossi, cistercense, ultimo priore di Trisulti e ultimo monaco a lasciare la Certosa, dopo la contestata cessione del complesso, nel febbraio del 2018 da parte del ministero della Cultura, ad una associazione statunitense. Da ultimo, padre Rossi si era trasferito nell’abbazia di Valvisciolo, vicino Sermoneta, dove è morto e dove nella mattinata di giovedì 6 marzo si sono svolti i funerali, prima della benedizione della salma nel pomeriggio dello stesso giorno all’abbazia di Casamari, nel cui cimitero ora riposa. Grande il ricordo che tutta la comunità del paese di Collepardo serba per padre Rossi, figura gioviale e amichevole di quella Certosa di Trisulti di cui era stato nominato priore emerito e che continuava a portare nel cuore, anche una volta che suo malgrado era stato costretto a lasciarla. Segni tangibili della sua vocazione erano anche quelli di una spiritualità e una saggezza infinite, dispensati senza riserve nei suoi 61 anni di sacerdozio.
Trisulti, ancora tutto fermo. Sollecito al ministro: “Convochi il Tavolo”

Che fine ha fatto il “Tavolo per la valorizzazione della Certosa di Trisulti”, lo splendido complesso monastico che aspetta ancora di tornare a “nuova vita” dopo le ben note vicende dell’affidamento, poi revocato, ad una associazione vicina all’ex stratega di Donald Trump, Steve Bannon? In oltre due anni dalla costituzione con provvedimento della Direzione generale dei musei, infatti, il “Tavolo” non è stato mai convocato, nonostante siano intercorsi numerosi solleciti da parte della Rete Trisulti Bene Comune, realtà associativa di cui fanno parte oltre 20 associazioni e istituzioni della provincia di Frosinone che tanto si è battuta, in sede legale, proprio per la revoca di quell’affidamento, allora posto in essere dal Ministero per la Cultura a quei tempi retto da Dario Franceschini. Adesso arriva una nuova richiesta, inviata direttamente al Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e sottoscritta – oltre che dal presidente della Rete, Maria Elena Catelli – anche dal vescovo di Anagni-Alatri, Ambrogio Spreafico, e dal sindaco di Collepardo, Mauro Bussiglieri, per chiedere un incontro per fare chiarezza sulle intenzioni del Ministero e sul futuro del “Tavolo”, a fronte di quella che a suo tempo era stata, come si legge in una nota della Rete Trisulti Bene Comune, “una confortante dichiarazione di intenti sulla volontà di attuare un modello di gestione della Certosa aperto alla partecipazione di enti e associazioni del territorio non è stato più convocato per elaborare il piano delle attività da svolgere per raggiungere la nobile finalità”. Tra l’altro, sia il vescovo Spreafico che il sindaco Bussiglieri, oltre alla Rete, hanno sollecitato più volte la Direzione generale dei musei, ma senza ottenere alcun riscontro. Nella lettera si fa riferimento anche all’urgenza di affrontare delicate problematiche, emerse in questi ultimi mesi, legate alla tutela della Certosa, “un complesso monastico di particolare pregio, con una storia millenaria, in cui il territorio riconosce le proprie radici culturali e spirituali. Le finalità per il quale il Tavolo è stato a suo tempo istituito non solo non sono venute meno, ma richiedono di essere perseguite con diverso e migliore impegno, alla luce di situazioni e problematiche, connesse non solo alla valorizzazione ma alla stessa tutela della Certosa”, scrivono ancora monsignor Spreafico, Bussiglieri e la Catelli. di Igor Traboni
Dal “Cristo svelato” al Balbi di Trisulti: 10 anni di Associazione Gottifredo

La mostra sul “Cristo svelato”, una tela conservata ma un po’ dimenticata nella Concattedrale di Alatri, è stato il primo e chiaro esempio di collaborazione che l’Associazione Gottifredo – il sodalizio culturale presieduto da Tarcisio Tarquini che in questi giorni festeggia i primi 10 anni di attività – ha intrapreso anche con la diocesi di Anagni-Alatri e primo mattone di altre “incursioni” in ambiti religioso-ecclesiale, a testimonianza di un’apertura e di una visione culturale a 360°. Quella mostra resta un po’ una pietra miliare delle tante iniziative poi portate avanti dalla Gottifredo e, nei due mesi di esposizione nella chiesa degli Scolopi di Alatri, richiamò migliaia di appassionati d’arte, turisti e semplici curiosi, dopo che la perizia dello storico dell’arte Mario Ritarossi attribuì la paternità della “Pietà” a Girolamo Troppa, noto pittore del ‘600. Sempre da quella mostra originò pure la sperimentazione di “traduzione tattile” di opere d’arte, in collaborazione con il Liceo artistico di Frosinone e l’istituto di istruzione superiore di Alatri, così da consentire il pieno accesso alle opere anche agli ipovedenti. Una sperimentazione che si è fatta poi prassi, come avvenuto di recente anche per la mostra “Il corpo e l’idea. La testa anatomica di Filippo Balbi”, a Trisulti. E questo è un altro preclaro esempio di quanto realizzato in questo decennio dalla Gottifredo e il cui elenco sarebbe fin troppo lungo da riportare per intero. Rimanendo però alla mostra sull’opera principale di Balbi – pittore dell’800 di origine napoletana poi insediatosi tra Alatri e Trisulti e che ha lavorato anche per altre chiese del territorio – questa rassegna è stata capace di portare alla Certosa vicino Collepardo decine di migliaia di visitatori, dall’agosto all’ottobre del 2023, da tutta Italia e anche dall’estero, con una risonanza sui media, non solo di settore, che probabilmente è andata anche oltre le più rosee aspettative degli organizzatori. E così la Gottifredo (oggi composta da 36 soci, 3 dipendenti, una borsista, 4 giovani del servizio civile che presto saranno 8) festeggia i suoi primi 10 anni, per niente chiusa nel suo “fortino” del Coworking allestito a Palazzo Gottifredo, nel centro di Alatri, dove risuonano spesso le voci allegre di tanti giovani cinesi che proprio qui studiano italiano, ennesima iniziativa di una associazione già proiettata verso nuovi lidi culturali. E’ di questo 2024, ad esempio, la nascita della Gottifredo Edizioni, che in poche settimane vanta già 5 titoli al suo attivo. di Igor Traboni Nella foto: la mostra del “Cristo svelato”, nella chiesa degli Scolopi ad Alatri
