Il saluto di Spreafico a Marcianò

Cara Eccellenza Santo Marcianò, benvenuto tra noi in questa antica Diocesi di Anagni-Alatri. Abbiamo camminato lungo le strade di questa antica città, città dei Papi, come viene chiamata per i quattro pontefici qui nati, tra cui Bonifacio VIII, colui che ha indetto il primo Giubileo Cristiano nel 1300, nel cui Palazzo ci siamo preparati per la celebrazione, dove si conserva la memoria del famoso schiaffo di Anagni. Siamo giunti in questa Cattedrale, conosciuta come la Cappella Sistina del Medioevo, per gli affreschi della Cripta, che celebrano il Cristo centro del creato e della storia universale. Sono tesori di fede e cultura che tu potrai conoscere e apprezzare con la saggezza e l’umanità della tua lunga storia al servizio della Chiesa come vescovo della Diocesi di Rossano-Cariati dal  2006 e poi come Arcivescovo Ordinario militare dal 2013. La storia di questa città ci ricorda che i cristiani vivono nel mondo, anche se non sono del mondo, e sanno annunciare il Vangelo nel tempo in cui si trovano, come fecero i nostri predecessori.   Oggi i tempi sono profondamente cambiati. La fede cristiana fatica ad andare oltre le pur preziose e suggestive antiche tradizioni per diventare stile di vita, pensiero, testimonianza. Sembra che essa non riesca più a scalfire una cultura dell’io, in cui prevale la ricerca del proprio interesse a scapito degli altri, soprattutto dei più fragili e dei poveri. Basta vedere l’abitudine all’incuria del territorio in cui siamo fino al disprezzo di chi lo umilia con l’inquinamento pur di fare i propri affari. Le nostre comunità, però, grazie all’impegno dei sacerdoti e dei diaconi, dei consacrati e consacrate, della gratuità e generosità di molti laici, rimangono dei presidi di relazioni, di comunione, di amicizia, di fraternità, attorno a quella Parola di vita eterna che celebriamo nell’Eucaristia. Soprattutto, sono case rifugio per i poveri, gli scartati, i migranti, i piccoli, gli anziani, di cui ci prendiamo cura con amore. Siamo ancora un bel segno di come si può vivere insieme. Il tuo spirito ecumenico, che conosco da quando lavoravamo insieme nella Commissione della Conferenza Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, arricchiranno l’impegno di molti per costruire ponti con mondi diversi o lontani. Incontrerai tanti uomini e donne generosi, che hanno dato vita a movimenti e associazioni, che nella Chiesa e nella società civile rendono possibile venire incontro agli altri, coinvolgendo in una cultura solidale e pacifica, per non rimanere prigionieri della rabbia e della prepotenza. Ti auguro di gustare la gioia che ho esperimentato, sebbene solo per pochi anni, in questa cara Diocesi, per costruire con tutti un Paese solidale e pacifico, collaborando con le autorità civili e militari della nostra amata Italia, come lo testimoniano gli esponenti del governo e delle istituzioni qui presenti, che saluto e ringrazio di cuore, come le autorità civili e militari di questa terra, che con generosità e spirito di servizio ci aiutano a vivere insieme nel rispetto della legge e dell’armonia sociale.   Grazia allora, cara Eccellenza, e benvenuto tra noi! + Ambrogio Spreafico Anagni, 21 settembre 2025

Il saluto del vescovo Ambrogio alle due diocesi: il testo dell’omelia

Cari fratelli e sorelle, è una gioia essere qui insieme e vi ringrazio per aver accettato l’invito a prendere parte a questa celebrazione di saluto. Da 17 anni sono stato in mezzo a voi come vescovo della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, e solo da poco più di due anni anche della diocesi di Anagni-Alatri. Ho cercato con i miei limiti e la mia umanità di essere come vostro pastore segno di unità e comunione.  Ogni vescovo porta in sé la sua storia di fede e di cultura. Non ci sarà mai né il vescovo perfetto né, tanto meno, il vescovo che piace a tutti o che uno desidera secondo il suo modello e le sue aspettative. Il mio successore, l’arcivescovo Santo Marcianò, verrà come padre e servo, con la sua storia e umanità. Siamo chiamati ad accoglierlo e a volergli bene.    Ho provato, in questi anni, a vivere la missione a cui il Signore mi ha chiamato in maniera larga, incontrando tanti. La Chiesa, infatti, non vive per se stessa, ma tra la gente, nel mondo e nella cultura del luogo dove si vive e si cresce. Ed insieme a voi sento di essere cresciuto anche io, di aver imparato a conoscere e a voler bene a questo luogo e ai suoi abitanti, con le ricchezze e le fragilità della nostra amata Ciociaria, a cui, purtroppo, non sempre tutti hanno voluto bene. Basti vedere lo scarso impegno nel riparare il disastro ambientale. La nostra terra, profanata dall’inquinamento, geme e soffre ancora, come ci ricorda l’Apostolo Paolo nella lettera ai Romani! Chi raccoglierà questo grido? Vorrei chiedervi di ascoltarlo di più e di sentirci custodi del creato, finché nessun bosco delle nostre colline sia dato più alle fiamme, nessun fiume sia avvelenato e neanche una goccia d’acqua vada più persa. Vorrei chiedervi di ascoltare la sete di futuro dei nostri giovani, che sono costretti e invogliati ad andarsene altrove. Vorrei chiedervi di non essere indifferenti alla criminalità organizzata, i cui tentacoli inducono al silenzio e alla complicità! Alla prepotenza, ci si può sempre opporre con la forza mite e attiva del bene, come ci suggerisce oggi il libro del Siracide.    Ma io lascio questa terra con fiducia. In tanti di voi ho incontrato semi di bene, di speranza, di futuro. Ringrazio chi di voi ha compiti di responsabilità, a cominciare dal Prefetto dott. Ernesto Liguori, fino agli esponenti delle forze dell’ordine e a quanti rappresentano le amministrazioni locali e provinciali, assieme alle realtà culturali, associative e imprenditoriali del territorio. Ho cercato di favorire un clima di dialogo sincero, nel rispetto e nella varietà delle nostre mansioni, trovando tanti alleati per il bene e la crescita spirituale, culturale e sociale di questa terra.    Cari sacerdoti e diaconi, cari religiosi e religiose, caro padre Abate, cari fratelli e sorelle delle nostre comunità. Grazie per la vostra amicizia e il vostro impegno. Come sapete, sono un biblista di formazione. Ho cercato di comunicare quella forza di amore e di senso che viene dalla Parola di Dio, senza cui non esiste né chiesa, né pastorale, e neppure quell’umiltà indispensabile per il dialogo e una convivenza pacifica. Nel mondo avviene spesso il contrario, come sempre dice il Siracide: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi … e per la misera condizione del superbo non c’è rimedio”. Quando Maria, oggetto di tanta bella devozione nella nostra terra, riceve il Vangelo, la buona notizia della nascita di Gesù, subito loda Dio perché ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore e ha innalzato gli umili. Come rovesciare i potenti dai loro troni di violenza e di guerra? Come abbiamo fatto insieme, ponendo al centro delle nostre comunità la Domenica, il banchetto dell’Eucaristia: essa ci rende popolo, comunità riunita dall’amore di Dio.    Dal nostro essere comunione di sorelle e fratelli attorno all’Eucaristia, la Parola alza lo sguardo oltre noi stessi, accende in noi il desiderio di Dio, l’amore per tutti e la speranza di un mondo rischiarato dalla luce del Signore. Ogni anno abbiamo preparato insieme l’Assemblea Diocesana, confrontandoci e ascoltandoci, come ogni anno abbiamo celebrato la Domenica della Parola, per indicare in essa il nutrimento della nostra umanità. Ringrazio i Consigli Presbiterale e Pastorale per il lavoro comune che abbiamo fatto coadiuvati dai Vicari Generali, don Nino e don Alberto, dagli uffici diocesani e interdiocesani, come l’Istituto Interdiocesano per il Sostentamento del Clero. Solo insieme si costruisce la Chiesa. Mai da soli, mai padroni, mai battitori liberi confrontandosi solo coi propri simili. La ricchezza del dialogo nei gruppi, che si è rafforzato dopo l’Assemblea Ecclesiale di Firenze del 2015, ha reso possibile un vero cammino sinodale, con il coinvolgimento di molti facilitatori e moderatori, che ci hanno consentito di riflettere ogni mese a livello vicariale, parrocchiale e associativo, ma anche con molti altri. Anche ad Anagni abbiamo ripreso lo stesso cammino con grande coinvolgimento e partecipazione, continuando nello spirito ereditato dal Vescovo Lorenzo. Grazie per aver condiviso questo prezioso impegno, che ci ha fatto camminare come popolo, condividendo gioie e fatiche della gente della nostra terra. Una vera ricchezza, rifluita quasi naturalmente come uno stile di vita nella celebrazione del Sinodo della Chiesa del nostro Paese.     Celebrazione della Domenica, Parola di Dio, e infine cura dei poveri e dei fragili. La mia esperienza nella periferia di Roma con la Comunità di Sant’Egidio fin dagli anni ‘70 mi ha fatto toccare con mano il bisogno materiale e spirituale di tante persone. Con voi, anche accogliendo con gioia l’eredità del vescovo Salvatore, mio predecessore, ho trovato terreno fertile per l’impegno non solo delle Caritas, ma anche di tante persone e realtà che si sono assunte la responsabilità di venire incontro a situazioni di povertà, abbandono, solitudine. Penso alla dedizione per i senza fissa dimora, per gli immigrati, per le famiglie in difficoltà, per gli anziani, al prezioso coinvolgimento nei centri di ascolto e di molti giovani nelle raccolte alimentari. Mi immagino una Chiesa sempre casa rifugio per tutti, dove ciascuno possa trovare accoglienza, ascolto,

Anagni: l’omelia del vescovo Ambrogio per San Magno

San Magno (Anagni, 18 agosto 2025) Sapienza 3,1-9; Giacomo 1,2-4.12; Matteo 10,28-33 Cari fratelli e sorelle, ci ritroviamo anche quest’anno per fare festa per il patrono di questa nostracittà. Siamo di fronte e un uomo che ci troviamo come patrono proprio per aver annunciato ilVangelo anche qui. La sua testimonianza ha toccato i cuori dei nostri predecessori tanto daconservarne il ricordo in modo solenne in questa cattedrale eretta da un altro vescovo, San Pietro daSalerno, che custodisce la memoria di San Magno, come si ammira dalla cripta, tesoro prezioso diquesta città. Vescovo di Trani, fu costretto alla fuga per le persecuzioni dei cristiani, ma nonrinunciò a continuare il suo impegno missionario, che lo portò in molti luoghi del Lazio, tra cui lanostra città. Cari amici, chi ascolta il Vangelo e si fa toccare dalla parola di Gesù non può nonesserne testimone, comunicando agli altri la forza di una parola che dà vita, speranza, chearricchisce la nostra umanità.Vedete, a volte noi cristiani facciamo fatica a vivere la ricchezza della parola di Dio, che, se vabene, ascoltiamo la domenica alla Messa, ma che poco diventa proposta di un’umanità rinnovata,migliore, più fraterna e pacifica. In fondo ci accontentiamo di belle cerimonie, ripetiamo anchemomenti importanti delle nostre comunità, come oggi ad esempio. Chiediamoci: come puòl’incontro con il Signore nella sua Parola, che diventa pane di vita con l’Eucaristia, lasciare traccianella nostra vita? Ci si abitua a tutto, alle cose belle e anche a quelle brutte, come la guerra, laviolenza, la prepotenza, la mancanza di rispetto, ormai diventate una cultura del vivere e delconvivere. L’importante, molti dicono, che sto bene io, possibilmente facendo il mio interesse, a perqualcuno anche i propri affari a scapito degli altri.Con le nostre incertezze e paure oggi siamo qui, perché confidiamo nell’aiuto di Dio perintercessione di San Magno. “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo…”, ci dice ilSignore. Sì, anche noi abbiamo paura davanti alla forza del male, che appare quasi incontrastabile,impossibile da fermare. Basta vedere quanto sta succedendo in Ucraina, a Gaza, ma talvolta anchenella violenza delle nostre città. Eppure, il Signore non ci fa mancare mai la sua protezione se noiconfidiamo in lui. La preghiera è sempre una forza che ci avvicina a Dio e che ci apre agli altri,all’amicizia e alla solidarietà. Lo ha ricordato molte volte papa Leone in queste settimane, parlandoai giovani alla GMG e al mondo, invocando la pace.La lettera di Giacomo ci aiuta a trovare risposte nei tempi difficili e in quei momenti della vita incui capita di lasciarsi andare, di rimanere indifferenti, chiudendoci in noi stessi nella tristezza di unasocietà che sembra non aiutarci a vivere, che lascia spesso soli gli anziani, poco capace di sostenerechi fatica a tirare avanti o che costruisce muri nei confronti dei poveri invece di ponti di solidarietà. Quanto ha fatto l’Italia accogliendo 114 palestinesi di Gaza, tra cui 31 bambini con le loro famiglie,per essere curati, è un segno importate in un’Europa che fatica ad accogliere chi fugge da guerre ecalamità naturali. Pensate solo che in un Paese come il Sudan, che ha circa 50 milioni di abitanti, acausa di una guerra civile ancora in corso, ben 12 milioni sono sfollati, cioè hanno perso tutto erimangono nel Paese o nei Paesi limitrofi.Dice la lettera di Giacomo: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta diprove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completil’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri…”. Come avere perfetta letizia nella prova?Difficile. Eppure, ricordate Francesco d’Assisi che si rivolse a frate Leone dicendo che perfettaletizia è proprio quando gli altri non ti accolgono nel bisogno e non fanno ciò che ti aspetteresti:questa è perfetta letizia che crea pazienza. Siamo spesso impazienti. L’impazienza e la fretta spessodominano la vita. Così non ci si ferma e non ci si ascolta. Vorremmo attenzione, riconoscimenti,gratitudine, ma non si è mai contenti. Manca sempre qualcosa che gli altri ci dovrebbero. Perfettaletizia nasce dalla pazienza di un amore che sa dare con generosità, senza calcoli. San Magno,vescovo e martire, ha resistito al male continuando ad annunciare la forza del vangelo. Resistettealla tentazione di lasciar perdere, di andarsene senza far niente davanti a chi aveva bisogno del suoaiuto. Continuò a dire che nel Signore possiamo salvare la nostra vita e quella degli altri. Cosìarrivò qui e il vangelo da lui annunciato divenne sorgente di vita, come viene raccontato neimiracoli descritti nella cripta, dal bimbo caduto in un pozzo alla giovane contadina affetta daparalisi, guarita dopo lunghe preghiere. Sorelle e fratelli, lasciamoci guidare dalla Parola di Dio, chepuò rivestire anche noi di una forza che guarisce e salva, e da soli nessuno avrebbe. Nonrassegniamoci al male. Resistiamo nel bene con la preghiera e l’amore reciproco, così da rendereancor più bella e umana questa città e la terra in cui siamo. Lo chiediamo con insistenza al Signoreper intercessione di San Magno, perché aiuti il mondo e noi a ritrovare le ragioni della pace e dellafraternità. Preghiamo perché i colloqui iniziati tra Trump, Putin, Zaleski e i leader europei, sianol’inizio di un dialogo, che solo potrà portare alla pace. Affidiamo al Signore chi soffre per ladevastazione a Gaza, per gli ostaggi nelle mani di Hamas, perché torni presto la pace e israeliani apalestinesi possano a vivere insieme. Amen

Il Bene, il Bello e quelle storie che cambiano il (nostro) mondo

Intense e significative le “storie di cittadinanza attiva”, secondo il titolo della manifestazione, raccontate nella serata di lunedì 21 luglio a Frosinone, nello spazio incantato a bordo (e… strabordante di pubblico) della piscina WeSport ex Enal, uno spazio diventato negli anni ricettacolo di scarti, anche umani, ma restituito al cuore della città dalla “Parsifal”, come ha raccontato il presidente del Consorzio, Daniele Del Monaco. Ospiti della serata – promossa anche dalla Rete Trisulti Bene Comune e dalle diocesi di Anagni-Alatri e Frosinone-Veroli-Ferentino –  il regista e conduttore tv Pif (pseudonimo di Pierfrancesco Diliberto) e tre giovani della cooperativa sociale La Paranza, che a Napoli gestisce anche le catacombe di San Gennaro e lo Jago Museum. E proprio prendendo spunto dall’iniziativa nata nel quartiere Sanità, grazie anche all’intuizione del parroco don Antonio Loffredo, nel suo saluto iniziale l’amministratore apostolico Ambrogio Spreafico ha rimarcato due parole chiave: sdegno e coraggio «che però ci richiamano anche alla speranza, tema del Giubileo, in un tempo così difficile, dove in tanti Paesi c’è la guerra, e rispetto al quale non possiamo continuare a dire: ma io cosa posso fare? E lamentarci e basta, dando la colpa agli altri. E’ necessario provare sdegno, davanti alle ingiustizie e alle violenze, sdegnarsi davanti a tutte le guerre, alle vicende dell’Ucraina, di Gaza, del 7 ottobre. Così come è necessario costruire. E voi – ha detto ai ragazzi della Paranza – avete deciso di costruire un mondo migliore attraverso la Bellezza, avete riconosciuto che c’era un seme di bene in tutti, che doveva fiorire e diventare giardino». Anche Maria Elena Catelli, presidente di Rete Trisulti Bene Comune, ha portato un saluto, sottolineando che «questo incontro, come quello del mese scorso con Tomaso Montanari all’Accademia di Belle Arti, vuole essere un’occasione per confrontarci su come la responsabilità personale e collettiva, espressa in particolare nella cura del patrimonio culturale, possa divenire uno strumento concreto, non solo per migliorare i luoghi in cui viviamo, ma anche e soprattutto per migliorare noi stessi. Il prof. Montanari ci ha detto la volta scorsa che se ci prenderemo cura della Certosa di Trisulti, scopriremo che sarà la certosa la nostra cura.  Don Antonio Loffreda, in un passaggio di una intervista, ha detto: “Non so dire, oggi, se sono stato io a prendermi cura del rione Sanità o il rione Sanità a prendersi cura di me”. Ecco, il prendersi cura della bellezza, del creato, del nostro patrimonio culturale, del prossimo, a noi della Rete sta particolarmente a cuore. C’è tanta strada da fare e possiamo e dobbiamo farla insieme». I giovani della cooperativa napoletana – opportunamente stimolati dalle domande e dalle riflessioni del giornalista e presidente dell’Associazione Gottifredo di Alatri, Tarcisio Tarquini – hanno quindi raccontato le loro esperienze personali e, in un colpo solo, il passato, il presente e soprattutto il futuro della coop e del quartiere in cui è immersa, non poi così “difficile” se la voglia di cambiarlo arriva da esperienze come questa. Daniele, Antonio e Giuseppe, come la cooperativa ha poi tenuto a rimarcare sui social, hanno condiviso «la storia di un gruppo di giovani che ha scelto di restare nella propria città, prendersi cura di un luogo abbandonato, trasformandolo in un’opportunità per sé e per gli altri. Con Pif ci siamo ritrovati a riflettere su qualcosa che spesso diamo per scontato: la cultura non è solo qualcosa da conservare, ma un modo di abitare i luoghi e costruire comunità». E proprio Pif è stato un po’ il mattatore della serata, con i suoi racconti che hanno spaziato anche sul ruolo di una certa tv di inchiesta, sul suo far venire allo scoperto certi temi di denuncia sociale ma il non essere giornalista («Le risposte poi devono darle le istituzioni, la politica, la magistratura»), senza sottacere del suo legame forte con Frosinone, a motivo di parentela, laddove dalla sua Palermo e dalla sua decisione di entrare nel mondo del cinema «ma senza fare niente perché questo accadesse», “rischiò” di finire per lavorare come assicuratore, chiamato da una zia. Su tutto, uno dei suoi lavori più conosciuti , “La mafia uccide solo d’estate”, e una certa narrazione di un’antimafia divenuta un po’ un clichè, ma che invece è nella storia e nell’operato personale di ognuno e di tutti i giorni, «anche nell’operatore ecologico che si adopera per pulire bene il suo quartiere di Palermo o di Napoli». di Igor Traboni

Il saluto e il “grazie” del Vescovo Ambrogio

Carissimi e carissime, vi ringrazio di essere qui per questo momento particolare per una diocesi: l’annuncio della nomina da parte del Santo Padre Leone del nuovo vescovo delle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri, unite in persona episcopi. Questo mostra sempre la paternità della Chiesa, nostra madre, che si preoccupa che tutto avvenga nell’unità e nella comunione, come papa Francesco ha più volte evidenziato soprattutto da quando ci ha fatto pellegrini di speranza con il Cammino sinodale. Sono vescovo della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino dal luglio 2008 e di Anagni Alatri solo dal gennaio 2023. Conosco credo tutti voi personalmente. Con molti di voi, a partire dai sacerdoti, dai diaconi, dai consacrati e dalle consacrate, con i quali esiste un rapporto più frequente, ho avuto modo di lavorare insieme nella reciproca fiducia. Ho sempre apprezzato la sincerità, al di là delle normali differenze di opinioni che fanno la nostra ricchezza, senza la quale non si può mai costruire un rapporto fraterno che concorra al bene di tutti e non anzitutto al proprio. Anzi, chi si impegna per il bene altrui fa sempre anche il suo. Al contrario, l’io su cui a volte ci concentriamo, non fa che il nostro male oltre a quello degli altri. Vi ringrazio per l’affetto che molti di voi hanno nutrito per me, nonostante i miei limiti. Qui nel lavoro comune e a Fiuggi, ho trovato persone che sanno lavorare insieme mettendo a frutto le proprie capacità, ma soprattutto aiutandosi e facendosi aiutare, mostrando che solo lavorando insieme con impegno e gentilezza, si possono raggiungere i propri obiettivi.    Grazie, perché insieme abbiamo davvero realizzato cose belle, degne di una vera comunità di intenti che si preoccupa di mettere a frutto le proprie competenze e talenti. Penso al grande impegno della Caritas, insieme a Diaconia, per i poveri, i migranti, gli anziani, i senza fissa dimora, i diversamente abili. E quanto è importante la presenza continua nel Carcere. Le Aggregazioni e movimenti laicali hanno contribuito con i loro carismi in tanti modi a rendere il Vangelo parola che irradia amore, compassione, cura degli altri, insieme al fondamento della preghiera. La mensa per i poveri, la cura degli anziani, l’impegno con i giovani, ne sono un esempio. Penso all’impegno e alla fantasia creativa dei responsabili dei Beni Culturali ed edilizia di Culto, perché avete reso il vostro impegno comunicativo, non chiuso negli edifici di cui siete custodi. Una fede che diventa cultura è oggi più che mai indispensabile. Potrei dire molto di tutti i responsabili degli uffici di curia, dalla Scuola alla Liturgia, alla catechesi, alla scuola dei ministeri, all’impegno per la Pastorale giovanile e vocazionale, all’ufficio pellegrinaggi, al prezioso impegno dei Cancellieri e del Tribunale. Insomma, grazie a tutti voi. Non posso non ringraziare l’economato e gli economi, da don Mauro e da ultimo Marco Arduini e Stefano Ambrosi, che ci hanno aiutato ad ogni livello a ristabilire anzitutto delle regole generali di amministrazione e di gestione dei beni mobili e immobili, senza cui non si può andare avanti e conservare il patrimonio che abbiamo ereditato e di cui nessuno è padrone, sempre con uno sguardo al futuro. L’IISC ha seguito con competenza tutti i cambiamenti e le necessità dei sacerdoti delle due diocesi. Grazia anche a voi. Grazie Roberta, che negli anni con competenza, pazienza e soprattutto riservatezza, hai curato il lavoro di segreteria senza risparmiarti. Lo stesso devo dire di Antonella, anche se solo da pochi anni. Infine permettetemi di dire un grazie particolare a Mons Giovani Di Stefano, don Nino, che mi ha coadiuvato per molti anni come Vicario Generale, accettando di rimanere almeno fino al termine del mio mandato, nonostante la fatica dell’età. La tua saggezza e le tue relazioni paterne con i sacerdoti sono stati un dono prezioso. Grazie a anche a don Alberto Ponzi, che tra la Santissima e altro mi ha aiutato a entrare con rispetto e affetto nella Diocesi di Anagni-Alatri.    Credo, cari amici, di avere cercato in coscienza di impegnarmi per il bene di questa terra, che, come spesso dico, è bella ma anche tanto sofferente per l’incuria e gli egoismi così diffusi anche oggi. Ho voluto bene alla Ciociaria, ho cercato di rispondere a ciò di cui era necessario, sforzandomi di rendere il nostro ricco patrimonio di fede e cultura, ereditate dal passato, vive anche oggi, capaci di comunicare quell’umanesimo biblico che riscopro ogni volta che mi chino sulle pagine del Sacro Testo. Ringrazio per questo le autorità civili e militari, a cominciare dal Prefetto, con le quali ho sempre cercato di costruire un rapporto sincero in vista del bene comune, mai rinunciando a dire la mia, o meglio, a dire la nostra come Chiesa, facendoci sempre e ovunque partigiani dei poveri e dei deboli, oltre che della salvaguardia della bellezza del creato. Questo nessuno ce lo potrà mai togliere! E se qualche volta abbiamo esagerato, capirete che la Chiesa è anche profetica, soprattutto quando si tratta della difesa dei poveri e del loro diritto a vivere con dignità.    Infine, cari sacerdoti, spero che porterete nel cuore almeno l’impegno e la passione con cui ho cercato di farvi innamorare delle Sante Scritture, come luogo di incontro con l’umanità del Dio Trinità, che si è fatto Parola per noi e con noi, affidandoci allo Spirito di verità non per affermare le nostre piccole verità, usate a volte per difendere noi stessi senza sincerità, ma l’unica verità lì custodita e trasmessa dalla tradizione della Chiesa come un patrimonio di vita e di cultura. Essa chiede di essere rinnovata nel tempo in cui siamo, tempo della forza, che si impone ovunque con violenza e prepotenza, con l’unico interesse che è se stessi, il proprio io o il proprio gruppo, qualunque esso sia. Vorrei affidarvi le parole che papa Leone ha rivolto ai sacerdoti nella Giornata della Santificazione sacerdotale: “In un mondo segnato da tensioni crescenti, anche all’interno delle famiglie e delle comunità ecclesiali, il sacerdote è chiamato a promuovere la riconciliazione e generare comunione. Essere costruttori di

L’Arte di Jago in una chiesa di Anagni. Spreafico: fede e cultura legame inscindibile. GUARDA IL VIDEO

Fede e cultura, binomio inscindibile. Un concetto che il vescovo Ambrogio Spreafico ama sottolineare e che ha rimarcato anche nella tarda mattinata di lunedì 23 giugno, ad Anagni, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’iniziatica di concedere allo scultore anagnino Jago la chiesa della Madonna del Popolo, sempre ad Anagni, sconsacrata da tempo. E Jago, artista di fama mondiale benché ancora giovane, ne farà un laboratorio-atelier, luogo di esposizione e nascita e rinascita delle sue opere. «Questa iniziativa nasce da un incontro tutto sommato casuale – ha esordito il vescovo di Anagni-Alatri –  nel corso di un convegno che si è tenuto nei mesi scorsi nella Sala della Ragione ad Anagni. Lì ho scoperto in lui non solo il grande artista ma anche quello che potevamo fare insieme per Anagni, replicando ciò che Jago ha già fatto a Napoli. E’ nata subito una sincera amicizia e quindi , partendo da una chiesa ormai chiusa da anni, abbiamo pensato che si potesse creare un segno della sua presenza nella sua Anagni, prendendo il valore che aveva questa città per riproporlo. L’espressione artistica di Jago credo possa essere un segno anche per il futuro di Anagni. Come già accaduto nel cuore del Rione Sanità a Napoli, anche qui l’arte proverà a riattivare un tessuto urbano e sociale, a riscrivere il rapporto tra le persone e il luogo che abitano. E di questo – ha sottolineato Spreafico – oggi c’è davvero tanto bisogno, perché viviamo in un mondo di rassegnati. Ma Dio ha pensato un mondo in cui vivere in armonia. Noi non siamo solo degli individui, ma una comunità che vive nel mondo. L’arte esprime proprio questa Bellezza, il tratto umano che dovremmo avere. L’arte fa qualcosa che va oltre se stessa». Anche un po’ visibilmente emozionato, Jago (nato a Frosinone ma da famiglia anagnina) si è detto particolarmente contento di questo “ritorno” nella sua città, sempre orgoglioso di quel tratto di ciociaro che ama portare nel mondo: «Non ci sono cervelli in fuga, ma ambasciatori di determinate radici. E io mi sento così. Mia mamma mi dice sempre che oggi la mia dimensione è nel mondo ma prima o poi sarei tornato a casa: aveva ragione. C’è il bisogno di misurarsi con il mondo e poi torni a casa e scopri che quella bellezza che cercavi altrove ce l’avevi a portata di mano! Quello che cercavo altrove l’ho sempre avuto sotto gli occhi: mi mancava solo la chiave giista per leggerlo», Jago ha poi dedicato un passaggio molto intenso anche alla “spiritualità” che permea la sua opera: «Il mio è un lavoro di fede e di fiducia. Partendo da un blocco grezzo, che sia di marmo o di spazio urbano, lo scolpisco seguendo un’idea» Madonna del Popolo diventerà, una volta terminati alcuni necessari lavori di sistemazione, un laboratorio anche per la creazione di nuove opere di Jago «e quando saranno in numero sufficiente ci sarà la loro musealizzazione creando un circuito che coinvolga la città. Ma nessuno fa niente da solo: bisogna sempre circondarsi di persone migliori di sé ed è quello che ho fatto», ha rimarcato l’Artista, per poi aggiungere: «Talvolta, proprio come i musicisti sul Titanic, noi artisti continuiamo a suonare. Ma il fatto che continui ad occuparti del Bello non significa che stai ignorando ciò di drammatico che avviene attorno. Significa che stai creando con la Bellezza un contraltare a ciò di brutto che accade». Il progetto della diocesi è stato seguito in particolare dall’Ufficio per i beni culturali e l’edilizia di culto, diretto da Federica Romiti. Alla conferenza stampa è intervenuto anche il sindaco, Daniele Natalia, assieme all’assessore Carlo Marino. Il primo cittadino ha così annunciato che la vecchia chiesa di Sant’Antonio, anche questa già sconsacrata e oggi auditorium comunale , diventerà parte di un circuito espositivo integrato, ricollegandosi per l’appunto anche con quanto Jago farà a Madonna del Popolo. A proposito di questa chiesa, va detto che il progetto originario porta la firma dell’architetto portoghese Emanuele Rodriguez Dos Santos. Ha ospitato i Padri Trinitari dal 1897 al 1991. Al suo interno, conserva ancora una preziosa pala d’altare del XVIII secolo del pittore Magno Tucciarelli, con una veduta di Anagni che testimonia il profondo legame tra la struttura e il tessuto urbano circostante. CLICCA E GUARDA IL VIDEO DEL SERVIZIO DI RAI CASA ITALIA di Igor Traboni

Il vescovo Ambrogio ai pellegrini della Santissima: «Siate pacifici e pacificatori»

In occasione della festa della Santissima Trinità, nel tardo pomeriggio di sabato 14 giugno il vescovo Ambrogio Spreafico ha presieduto la celebrazione eucaristica al santuario di Vallepietra, davanti ad un migliaio di fedeli, rappresentanza dei circa ottomila che nello scorso fine settimana sono saliti fino agli oltre mille metri del sacro speco, a volte anche con un pellegrinaggio di più giorni a piedi, soprattutto dalle province di Frosinone, Roma e Latina e dal confinante Abruzzo. Pellegrini che il vescovo ha salutato all’inizio della Messa, ringraziandoli per la partecipazione a questa «festa di comunione di vita e di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché il Signore si occupa di noi e ci insegna ad occuparci degli altri e non solo di noi stessi, come invece spesso si fa nella vita». Nel corso dell’omelia, il vescovo di Anagni-Alatri ha subito ripreso proprio il concetto iniziale, dicendo tra l’altro: «La Trinità ci mostra una cosa molto bella: il vivere gli uni per gli altri e con gli altri. Così ha voluto Dio Padre, con il Figlio e lo Spirito Santo, per questo noi ascoltiamo la sua Parola,  questa Parola che nella vita della Chiesa è accompagnata dallo Spirito che anima la vita. Ma per vivere in comunione bisogna che la Parola si ascolti. Uno dei grandi problemi del mondo di oggi e che noi non ci ascoltiamo, ognuno si fa gli affari suoi, e quando uno ti vuol parlare, rispondiamo: stringi, che ho da fare. Le famiglie a tavola, a casa, invece di ascoltarsi chattano con il telefonino, qualche volta perfino a Messa ci sono persone che rispondono ai messaggi. Ma così non viviamo bene perché non ci ascoltiamo. Come fai a voler bene ad una persona se non la ascolti, se non capisci chi è, se non ascolti i suoi dolori, le fatiche, le  speranze, le attese? Se quando vedi un tuo amico con la faccia un po’ triste ma non gli chiedi cosa ha?». Monsignor Spreafico ha quindi rimarcato l’importanza «della comunione e dell’ascolto: la comunione d’amore si vive ascoltandoci, parlandoci, nella pazienza di capire che in ognuno di noi c’è il bisogno di essere amato», con l’attenzione anche nelle piccole cose:  «Se un tuo amico compie gli anni chiamalo, non mandargli solo un messaggio; altrimenti, dov’è l’amicizia, la relazione? Come si fa a far crescere i giovani se non li ascoltiamo, se non proviamo a capire cosa hanno dentro?». Rifacendosi alla prima lettura del giorno, Spreafico ha quindi riecheggiato la bellezza del luogo in cui sorge il santuario della Santissima Trinità «ma tante volte sappiamo capire la bellezza in cui viviamo, come ad esempio abbiamo ridotto male la Valle del Sacco per  il denaro, l’affarismo, la corruzione». E qui il vescovo ha ricordato, tracciandone l’esempio, la figura di Floribert Bwana Chui, beatificato domenica 15 giugno (cerimonia cui Spreafico ha preso parte), giovane congolese funzionario doganale e volontario della Comunità di Sant’Egidio che non si fece corrompere a motivo della sua Fede e che per questo fu torturato e ucciso: «Si resiste con il Vangelo e l’amore, l’unica vittoria è l’amore, il resto è perdita: questa è la verità della vita che la Trinità ci dice; se volete essere felici prendetevi cura gli uni degli altri, chi pensa solo a se stesso non sarà mai contento, avrà sempre da lamentarsi, da ridire. Vuoi essere felice? Allora occupati di qualcuno, vai a trovare un vecchio solo nelle Rsa, fai l’elemosina se te la chiedono. Prendetevi cura della vita e di tutti, con rispetto, perché la Trinità ha impresso l’immagine di Dio in ognuno di noi, anche in chi ha fatto il male e che noi dobbiamo aiutare a capire che c’è del bene anche in lui». Il vescovo ha poi esortato a seguire lo Spirito di Dio «che ci deve rianimare, aiutare a cambiare pensieri  e sentimenti che talvolta ci portano lontano dagli altri; lo Spirito è speranza. Non dire: ma io cosa posso fare se sono vecchio, se non ho tempo? No, tu puoi essere uomo e donna dello Spirito, aiutare gli altri, vivere in armonia. Questa non è solo una festa bella ma qualcosa c he ci fa vivere, sperare, essere protagonisti del bene per cambiare il mondo e noi stessi. Non cedete mai alla discordia, all’inimicizia: siate pacifici e pacificatori», è stato l’augurio finale rivolto ai tanti pellegrini. E lo straordinario tributo di fede è stato rimarcato anche da don Alberto Ponzi, rettore della Santissima Trinità e presenza instancabile per le migliaia di pellegrini che da maggio a ottobre salgono al monte di Vallepietra.

Comunità locali e cultura: dal caso Trisulti all’intero patrimonio

“Il ruolo delle comunità locali nel governo del patrimonio culturale. Dalla Costituzione alla Convenzione di Faro” èstato il tema del convegno che si è tenuto nel pomeriggio di martedì 3 giugno nella sala-teatro dell’Accademia delle Belle Arti di Frosinone, organizzato dalla stessa Accademia, dalla Rete Trisulti Bene Comune e dalla diocesi di Anagni- Alatri.Al convegno è intervenuto il vescovo Ambrogio Spreafico, che ha relazionato su come le due diocesi a lui affidatehanno interpretato e vivono «questo essere custodi di un patrimonio non solo come singoli, istituzioni, ecc, maall’interno delle comunità. La Convenzione di Faro ha evidentemente a che fare anche con il patrimonio culturaledella Chiesa, patrimonio che ha una valenza complessa perché testimonia di civiltà, di valori culturali, storici ed estetici, ma anche di un ulteriore valore spirituale, per essere veicoli di fede, amicizia, incontro, e che chiama incausa tutti, credenti e no, perché l’arte appartiene a tutti, al di là della propria credenza. Lo spirito della Convenzione mette in primo piano le persone, sollecitando in particolare un’azione dal basso del prendersi cura del patrimonio comune di cultura ed arte, lavorando insieme alle istituzioni preposte. Il patrimonio religioso è realmente uno strumento di dialogo tra le istituzioni, le diverse confessioni religiose e le organizzazioni culturali di un territorio». Dopo aver ricordato l’intesa tra Cei e Ministero dei Beni Culturali, entrata in vigore nel 2005, proprio nell’anno della Convenzione di Faro, il vescovo ha portato alcuni esempi dalle due diocesi: in quella di Frosinone-Veroli-Ferentino sono stati creati gli Istituti culturali diocesani, il museo e i due archivi storici di Ferentino e Veroli e la biblioteca diocesana di Ferentino che si affianca alla Giovardiana di Veroli. E tutto questo «ha in concreto non soltanto comportato la conservazione e la gestione organizzata del patrimonio artistico culturale diocesano, ma ha dato vita a una tenace collaborazione con realtà locali; tutti gli istituti diocesani sono riconosciuti dalla Regione Lazio e grazie al suo contributo abbiamo realizzato interventi di restauro, iniziative di valorizzazione, mostre e interventi edilizi per adeguare al meglio le strutture».La Biblioteca di Ferentino ha inoltre iniziato un progetto di proposte didattiche per le scuole, ha vinto il Bandoregionale “Nati per leggere” ed è una delle poche biblioteche a livello nazionale con una sezione per bambinie ragazzi.La diocesi di Anagni-Alatri «nello spirito di Faro cura i processi di restauro e di valorizzazione dei luoghi e istituticulturali con modalità partecipative»; e qui Spreafico ha citato il percorso verso l’adeguamento liturgico dellaCattedrale di Anagni che ha coinvolto nella fase ispirativa tutti gli organi collegiali della diocesi ma anche associazioni territoriali e le comunità locali. Un altro preciso riferimento il vescovo lo ha fatto ai restauri della Madonna di cera di Sgurgola e a quello in corso della Madonna lignea di Vico nel Lazio, quest’ultima scelta dall’Ufficio nazionale beni culturali ed ecclesiastici della Cei per il progetto “Nel Tuo nome, l’arte parla di comunità”, nell’ambito delle iniziative correlate al Giubileo. Tutti i progetti culturali integrati Maab, come l’ultimo in corso sui luoghi della speranza, sono pensati «come esperienze intergenerazionali, interprofessionali e interdisciplinari, e offerti alle scuole per connettere tutte le componenti della società e far emergere la potente natura relazionale del patrimonio culturale». Dal 2023, inoltre, da quando Spreafico ne è vescovo, la diocesi ha aperto i due archivi e le biblioteche di Anagni e Alatri ed eretto il museo diocesano di Alatri.Nello specifico della vicenda della Certosa è intervenuta l’avvocato Maria Elena Catelli, presidente della ReteTrisulti Bene Comune, l’insieme delle associazioni che hanno affiancato il Ministero dei Beni Culturali nellabattaglia giudiziaria nei confronti della Dignitatis Humanae Institute, cui la Certosa era stata affidata: «La Certosa ètornata così nelle mani dello Stato e si è aperto un nuovo capitolo nel quale le comunità locali possono e devono continuare a dare il loro contributo. Si tratta di un capitolo ancora quasi tutto da scrivere, perché Trisulti prima che monumento è un luogo, un luogo che non è soltanto una storia di pietre, di sassi, di mattoni ma una storia dipersone. Un luogo che raccontandoci del passato, in cui affondano le nostre radici, la nostra cultura, le storie di molte delle nostre famiglie può ancora raccontare il nostro futuro».La Catelli ha poi fatto riferimento al Tavolo, istituito dal Ministero e Direzione Generale Musei, che «dopo unaserie di riunioni che stavano cominciando a dare i primi frutti, si è improvvisamente bloccato. Da oltre 2 anni nonviene riconvocato, e ad oggi a nulla sono valse le nostre richieste in tal senso».E’ quindi intervento il professor Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena che, partendoda una citazione del poeta Friedrich Hölderlin (“Dove il pericolo cresce, c’è anche ciò che salva”) ha ricordato che«a Trisulti è successo tutto quello che poteva succedere, ma c’è stato anche un risveglio civile con pochi precedenti in Italia. E’ stato però un campanello d’allarme: se è successo a Trisulti può succedere anche altrove. E questo ha evidenziato una debolezza dello Stato e una mancata connessione con le comunità civili del territorio». Ma a Trisulti, dove Montanari era salito prima del convegno, «con le sue terrazze e finestre dalle quali “entra” ilpatrimonio, ci sono possibilità straordinarie di recupero. E’ un corpo meraviglioso e ferito che parla del passato ma anche del futuro; una enorme promessa di futuro se viene riconnesso alla comunità. La destinazione culturale è per sua natura inclusiva, è di ciascuno, chi vive nel territorio ha un po’ la “comproprietà” di Trisulti, un luogo dove si percepisce la dimensione della cura». E allora, quale destinazione per la Certosa? Fermo restando il dettato costituzionale sulla tutela del patrimonio cui Montanari ha più volte fatto riferimento, che il recupero spetta allo Stato e che ogni decisione pratica va demandata al Tavolo di cui sopra, Montanari ha chiosato ricordando come «a Trisulti si sperimenta la vita contemplativa, è un polmone da cui si torna più umani: in fondo è Trisulti che cura noi, una casa di tutti, straordinario luogo libero e liberante».Prima delle conclusioni, il vescovo Spreafico ha ripreso la parola per sottolineare che «abbiamo un patrimonio

Pellegrinaggio giubilare interdiocesano: l’omelia del vescovo Ambrogio

Sorelle e fratelli, ringrazio tutti voi per essere qui insieme come pellegrini, che hanno desiderato condividere questo momento così bello: passare la Porta santa di questa Basilica proprio in questo tempo, che ha visto accorrere tanta gente attorno al Successore di Pietro: prima per la morte di papa Francesco e poi per l’attesa e l’elezione del suo successore: Leone XIV. Questa attesa, questa convocazione così numerosa, ci mostra le tante attese del mondo: attese di parole di pace, di speranza, amore. Ero qui anche domenica mattina, quando papa Leone ha dato inizio al suo pontificato. Le sue parole ci richiamano all’essenziale della vita di ogni discepolo di Gesù: un amore che raggiunge tutti. Ha detto: “Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace. Questo è lo spirito missionario che deve animarci, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo; siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”. Cari fratelli e sorelle, siamo qui per questo: perché si realizzi sempre di più ciò che papa Francesco ci ha chiamato a vivere e che abbiamo cercato di fare nostro nello spirito del Concilio e della Evangelii gaudium: essere una Chiesa in uscita che ascolta tutti e parla a tutti, non delle chiesuole che si accontentano delle loro pur belle tradizioni, senza passione e senza amore.    Abbiamo ascoltato nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli la passione di Paolo perché il Vangelo di Gesù morto e risorto potesse raggiungere tutti, al di là di confini religiosi, etnici e geografici.  Timoteo, un grande collaboratore dell’Apostolo, era figlio di una giudea credente e di un padre greco, che certo non credeva nel Dio di Gesù Cristo. Eppure Timoteo aveva ascoltato il Vangelo, che lo aveva cambiato e fatto diventare a sua volta missionario, perché il Vangelo cambia la vita e la storia. Sorelle e fratelli: abbiamo anche ascoltato che Paolo ebbe una visione mentre era in Asia Minore: “Era un Macedone che lo supplicava: Vieni in Macedonia e aiutaci!” Era la chiamata a passare un confine, ad andare verso un altro mondo, quello che aprì le porte del Vangelo all’Europa. Andare oltre, superare i confini e i pregiudizi che dividono dagli altri. Quanti mondi non consociamo e non frequentiamo. In questi anni, soprattutto durante il cammino sinodale, abbiamo cercato di incontrare alcuni di questi mondi fuori dalle nostre abituali riunioni e celebrazioni. Ma rimangono altri mondi che non consociamo, che non abbiamo mai avvicinato per pigrizia, abitudine, paura, forse anche per un giudizio negativo. Penso ad esempio ai giovani o agli immigrati della nostra Chiesa, che si vedono così poco nelle nostre comunità.  Penso a chi dice di non credere o si è allontanato dalla Chiesa, ma desidera fare del bene e non trova nessuno che gli indichi una strada. Loro ci aspettano, ci chiamano, hanno bisogno di noi, di quel Vangelo che porta luce, pace, amore.  Noi lo abbiamo ricevuto. Lo custodiamo e lo celebriamo nelle nostre comunità. La sua parola ci dona felicità, ci da speranza, indica una via di umanità da percorrere ogni giorno. Su questa via incontriamo tanti.    Come quel funzionario della regina di Etiopia, di cui ci hanno parlato gli Atti degli Apostoli in questo tempo, che incontrò il diacono Filippo, che si fermò, salì sul suo carro, camminò con lui e lo aiutò a capire ciò che leggeva. Tanti hanno bisogno che qualcuno si accosti loro, salga sul loro carro, cioè si avvicini alla loro vita, per dare risposte alle tante domande, ai dubbi, alle incertezze, al dolore, al pessimismo che segnano spesso la vita.  Non dire: non sono preparato, non tocca a me, non ho tempo, non so cosa fare. Sei qui con questo popolo: il Signore ti parla, non tirarti indietro. Gesù ha fiducia in te. Sogna con lui un mondo più umano, pacifico, fraterno! Lo Spirito di Dio ti guiderà e ti insegnerà le parole da dire e i gesti da compiere. E da questo luogo, segno di unità e di comunione attorno alla Cattedra di Pietro, saremo guidati da papa Leone a vivere sempre e ovunque come sorelle e fratelli, insieme, abbracciati dal grande amore di Dio, che non finirà mai. Affidiamoci al Signore, affidiamogli le nostre diocesi e la terra da cui veniamo, il mondo intero, perché il Vangelo della pace vinca l’odio e la violenza, e si torni a vivere in armonia. Ce lo ha ripetuto papa Leone in questi giorni e noi proprio qui ci impegniamo solennemente a viverlo e a condividerlo con tutte le nostre comunità e con il popolo che abita la nostra terra e le nostre diocesi. Lo chiediamo insieme al Signore con la gioia di essere stati raggiunti dalla sua misericordia passando la Porta santa e di avere gustato la bellezza di essere suo popolo, la comunità riunita nel suo nome dallo Spirito Santo in questo pellegrinaggio giubilare. Viviamo allora tutti come pellegrini e missionari di speranza! Amen!

Il vescovo a Tv2000: Le nostre comunità pietre vive di speranza. Leggi l’articolo e rivedi la puntata

Il vescovo Ambrogio Spreafico è stato ospite, mercoledì 21 maggio, della trasmissione “In cammino” su Tv2000, per una puntata sul senso delle comunità, da quelle che festeggiano un certo tratto di vita a quelle nuove. E così si è partiti proprio dalle celebrazioni per i 30 anni di consacrazione della chiesa di Tecchiena Castello, in diocesi di Anagni-Alatri, mentre in collegamento da Torino ha partecipato il vescovo ausiliario Alessandro Giraudo, per dar conto della gioia di una nuova chiesa costruita in località La Loggia. Partendo quindi proprio dalla chiesa di Tecchiena Castello, e in risposta alle domande del conduttore Enrico Selleri, il vescovo Spreafico ha ribadito l’importanza di continuare a custodire le chiese «perché è il luogo dove vive la comunità e la Chiesa tutta vive perché c’è un popolo, qualcuno che la guida e insieme agli altri costituisce un segno molto eloquente, in questo tempo difficile. Nessuno di noi è primo ma siamo fratelli e sorelle davanti al Signore che ci rende una comunione». Il conduttore ha quindi ricordato un passaggio dell’omelia di Spreafico a Tecchiena Castello (“essere comunità oggi è scelta coraggiosa e controcorrente”)  e il vescovo ha ribadito il concetto:  «Controcorrente perché siamo in un mondo frammentato, dove prima viene “io”, e invece davanti al Signore riscopriamo la bellezza di essere un “noi”, insieme, amici, fratelli e sorelle che condividono un percorso comune, pur nella loro diversità. Questo è un grande segno per il mondo di oggi, un dono che ci viene fatto e che dobbiamo imparare a vivere;  ce lo ha detto anche papa Leone nella liturgia di inizio pontificato e poi nel suo stemma: essere in Lui, uniti. E’ una grande cosa, il grande sogno di Dio che noi ci impegniamo a realizzare nelle nostre comunità. La Chiesa oggi è rimasta tra le poche realtà che mostra ancora come è bello essere insieme, essere segno in un contesto, in una storia; non viviamo solo per noi, non dobbiamo fare le “chiesuole”:  la chiesa è un luogo che comunica un sentire, una speranza, deve parlare al mondo. E oggi c’è bisogno di un amore che diventa unità, comunione, e che incontra i tanti bisogni di chi fa parte delle nostre comunità, di chi viene bussare alle nostre porte e le nostre chiese devono avere porte aperte alla carità, alla solidarietà. E devo dire che questo c’è in molte nostre comunità». Ma la chiesa di mattoni ha senso se ci sono pietre vive: «Se uno ascolta il Signore che parla, la Parola di Dio rende viva la pietra, ti rende umano il cuore, di fa rispondere agli altri con gentilezza, ascoltare, dialogare, quindi diventi vivo, comunichi il senso della vita. Noi siamo chiamati a comunicare la speranza, è un grande dono che ci viene fatto ogni giorno e che siamo chiamati a comunicare nella vita quotidiana, laddove siamo, a partire dalle nostre comunità». Ma è anche importante che le nostre chiese siano belle, curate, accoglienti, perché, ha rimarcato il vescovo, «un luogo bello richiama la bellezza di Dio che dovrebbe inondare la nostra umanità, renderci capaci di cogliere in ognuno la bellezza, perché in ognuno è immagine e somiglianza di Dio. Pensate: se noi vivendo avessimo un’idea di questa bellezza che vive nell’umanità, nel luogo dove noi siamo, nelle persone che incontriamo, magari nascosta dal male, da sofferenza e fatica. Ma noi siamo chiamata a far emergere la luce di Dio in ognuno. E i poveri sono dei maestri in questo». Riandando alla celebrazione per i 30 anni di Maria Santissima Regina a Tecchiena Castello, il conduttore ha infine chiesto a Spreafico se questi momenti di festa non costituiscono anche un rinnovare l’attaccamento alla propria terra, alla propria chiesa e al proprio Pastore: «Sì, anche perché il Pastore è segno di unità, di comunione e condivisione; siamo pastori perché c’è un popolo, per servire. La  Lumen gentium inizia parlando proprio di popolo,  poi viene la gerarchia; la rivoluzione conciliare è anche questa. Oggi qualche volta ci fossilizziamo solo su chi viene, ma ci sono tanti che vengono raramente ma sono parte di questo popolo.  Come parlare anche a loro, come raggiungerli, come non considerare nessuno estraneo? Ci vuole la pazienza dell’ascolto, di momenti che mettono insieme, che fanno vivere la comunità, che la rendono un popolo di gente che cammina insieme, che si vuole bene, che si dà una mano. Che è il sogno di Dio per l’umanità». di Igor Traboni A questo link potete rivedere la puntata: https://www.play2000.it/detail/18?episode_id=18045&season_id=728