Entro il mese di febbraio, come ogni anno, famiglie e studenti sono chiamati a scegliere se avvalersi dell’ora di religione cattolica per il prossimo anno scolastico. I dati più recenti parlano di un lieve calo nelle adesioni, ma la percentuale resta alta: circa l’80% degli studenti continua a frequentare l’Irc. Un dato che, da insegnante di religione, non posso che leggere con gratitudine e anche con un certo stupore. Viviamo in un contesto culturale profondamente segnato dalla secolarizzazione e da un diffuso disorientamento. I ragazzi crescono in un tempo in cui molte certezze sono state messe in discussione e dove spesso si fatica a trovare punti di riferimento stabili. Eppure, nonostante tutto, scelgono di restare in classe per l’ora di religione…
Nella mia esperienza quotidiana vedo che, dietro un apparente scetticismo, c’è una domanda di senso molto forte. I ragazzi portano in aula le loro inquietudini, le paure, le fragilità, ma anche il desiderio di capire chi sono e dove stanno andando. Hanno bisogno di essere ascoltati e presi sul serio. L’Irc diventa così uno spazio prezioso di dialogo, confronto e ricerca, dove è possibile fermarsi a pensare in modo più profondo rispetto ai ritmi veloci dei social e della comunicazione digitale; l’Irc diventa uno spazio dove si possono affrontare le grandi domande sull’identità, sulla libertà, sull’amore, sul dolore, sulla morte e sulla speranza.
Mi accorgo che, quando l’ora è proposta con serietà e passione, i ragazzi rispondono. Non cercano risposte superficiali o accomodanti, chiedono chiarezza, autenticità, coerenza. Vogliono capire cosa c’entra la fede con la loro vita concreta. E spesso rimangono colpiti quando scoprono che il Cristianesimo non è un insieme di divieti, ma un annuncio che parla di dignità, di relazione, di senso.
Per questo sento che il nostro compito, come docenti di religione, è delicato e decisivo. Siamo chiamati non solo a trasmettere contenuti culturali e teologici, ma ad accompagnare un cammino. L’ora di religione può essere una piccola luce nel percorso scolastico, non impone, non costringe, ma propone. E in molti ragazzi quella proposta intercetta ancora una sete di infinito che, nonostante tutto, non si è spenta.
di Emanuela Sabellico
