Domenica 27 settembre le porte della città di Alatri si sono aperte per accogliere centinaia di confratelli delle varie Confraternite della diocesi, riunitesi nella Concattedrale per celebrare il Cammino di fraternità.
A presiedere l’Eucaristia è stato il delegato diocesano, don Raffaele Tarice: «Le confraternite sono una risorsa nell’annuncio del Vangelo e oggi il cammino diocesano ci racconta l’unità della Chiesa, nella diversità dei carismi. Questa giornata del cammino di fraternità racconta una Chiesa viva, dove ogni confraternita, con la propria particolarità, svolge un servizio importante nel cammino di salvezza e dove ogni membro sperimenta il legame con il Signore nella fede e nella carità»
Il Vescovo Santo Marcianò, assente per un impedimento, ha voluto far giungere alle confraternite la sua voce inviando il testo dell’omelia, che di seguito pubblichiamo integralmente:
Cammino delle Confraternite – Concattedrale di Alatri, 27 settembre 2026
«Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna»
Carissimi fratelli e sorelle delle nostre Confraternite,
sono molto lieto di incontrarvi oggi e di celebrare con voi questa Eucaristia. Guardandovi, vedo una parte importante della fede delle nostre comunità. Dietro ciascuno dei vostri abiti, dietro gli stendardi, le immagini che custodite, ci sono generazioni di uomini e donne che hanno pregato, servito i poveri, accompagnato i defunti, curato le chiese, promosso il culto, organizzato le feste dei nostri Santi, custodito devozioni che hanno attraversato i secoli. Tutto questo è prezioso e dobbiamo custodirlo.
Ma oggi la Parola di Dio ci impedisce di fermarci alla memoria. Gesù ci pone davanti una domanda molto più esigente: quello che diciamo di essere corrisponde a quello che viviamo? Perché nel Vangelo di oggi un padre dice ai suoi due figli: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». E uno risponde di no, ma poi va; l’altro risponde di sì, ma non va.
Ed ecco la domanda di Gesù: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Non chi ha parlato meglio, non chi ha promesso di più, ma chi è andato nella vigna. Ed è precisamente qui che la Parola di Dio raggiunge oggi anche le nostre Confraternite.
Vorrei anzitutto consegnarvi questa verità: una confraternita non esiste per se stessa. Esiste per la vigna del Signore. La confraternita non è il fine, come la festa, la processione, l’abito non sono il fine. Si tratta di realtà belle e preziose se ci conducono a qualcosa di più grande: a Gesù Cristo e alla vita secondo il Vangelo.
Il Padre continua anche oggi a dire: «Figlio, va’ nella mia vigna», e quella vigna è la Chiesa. Ma la vigna è anche il nostro paese, la nostra parrocchia, la famiglia che attraversa una difficoltà, un ammalato che nessuno visita, il giovane che non entra più nelle nostre chiese, la persona che ha perso la fede. Quella è la vigna. E allora dobbiamo domandarci: noi ci siamo andati? Stiamo lavorando nella vigna del Signore?
Il secondo figlio del Vangelo risponde dicendo: «Sì, signore», eppure non va. Questa parola deve inquietare anche noi perché esiste sempre il pericolo di una religione delle parole, delle appartenenze, delle forme esteriori, alla quale non corrisponde una vera conversione della vita. Si può portare un Crocifisso e non perdonare; si può accompagnare la Madonna in processione e non accorgersi di una madre che soffre; si può venerare un Santo e non imitare nulla della sua vita; si può indossare l’abito della Confraternita e non essersi ancora rivestiti di Cristo, si può stare per anni in una confraternita e non avere mai aperto seriamente il Vangelo. Si può perfino difendere una tradizione cristiana senza vivere più cristianamente.
E allora il Vangelo ci obbliga a porci una domanda: il nostro “sì” a Dio è diventato vita? Perché il cristianesimo non è anzitutto una tradizione che si conserva, è vita che si riceve e si dona.
Ma la Parola di oggi non è una parola di condanna, è una parola di speranza. Nella prima lettura il profeta Ezechiele ci dice che se l’uomo si converte, «egli certo vivrà e non morirà». Questa è una delle grandi notizie della fede cristiana: con Dio nessuno è prigioniero del proprio passato. Si può sempre ricominciare e questo vale per ciascuno di noi e vale anche per le nostre Confraternite. Una confraternita può avere cento, duecento, cinquecento anni di storia. Ma la domanda decisiva non è quanti anni abbia, la domanda è: quanto Vangelo c’è oggi dentro quella storia?
Non basta dire: «Abbiamo sempre fatto così». La tradizione cristiana non consiste nel ripetere semplicemente ciò che si è sempre fatto. La vera tradizione è consegnare vivo ciò che abbiamo ricevuto vivo, per questo anche le Confraternite hanno bisogno continuamente di conversione, di rinnovamento, di purificazione per non perdere la propria identità, per ritrovarla.
Nella seconda lettura san Paolo ci consegna forse la parola più importante di questa celebrazione: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». E subito prima aggiunge: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria». Questa parola dobbiamo avere il coraggio di ascoltarla anche dentro le nostre realtà ecclesiali perché dove ci sono uomini e donne possono nascere rivalità, anche nelle confraternite. Chi viene prima, chi porta lo stendardo, chi occupa un determinato posto, chi ha una funzione, chi decide, quale confraternita è più antica, quale festa è più importante, quale processione è più solenne.
Ma san Paolo dice: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria». Nella Chiesa non siamo concorrenti, siamo fratelli. Gli abiti possono essere diversi, i patroni possono essere diversi, le storie possono essere diverse. Ma Cristo è uno, la Chiesa è una, l’Eucaristia è una, il Vangelo è uno, la missione è una.
E dunque mai una confraternita contro un’altra, mai una confraternita separata dalla parrocchia, mai una tradizione particolare che diventi più importante della comunione ecclesiale. Anzi: più una confraternita possiede una storia antica, più dovrebbe essere esperta di comunione.
L’apostolo Paolo ci dice qualcosa di ancora più sconvolgente su Gesù: Cristo «svuotò se stesso assumendo una condizione di servo». Ecco il modello. Se volessimo trovare un simbolo invisibile che ogni confratello dovrebbe portare sotto il proprio abito, direi: un grembiule, il grembiule del servizio, perché l’abito della Confraternita ha senso soltanto se riveste un uomo disposto a servire. La dignità nella Chiesa non consiste nel farsi servire ma nel servire. Non consiste nell’avere un posto ma nel fare posto. Per questo una confraternita dovrebbe essere riconoscibile non soltanto quando attraversa le strade durante una processione; dovrebbe essere riconoscibile durante tutto l’anno per la carità che esercita.
E qui vorrei dirvi una cosa alla quale tengo molto. Continuate ad amare le vostre processioni, custoditele, curatele. Ma ricordiamoci sempre perché facciamo una processione. Quando portiamo il Crocifisso per le strade, diciamo a un paese: guardate quanto Dio vi ha amati. Quando portiamo la Madonna, diciamo: guardate una donna che si è fidata totalmente di Dio: «Eccomi». Quando portiamo un Santo, diciamo: guardate: vivere il Vangelo è possibile e ci fa santi. La processione, dunque, non è semplicemente una tradizione religiosa, è una professione pubblica di fede.
Ma proprio per questo, quando la processione finisce, dovrebbe cominciarne un’altra, una processione senza abiti e senza stendardi. La processione della carità, perché sarebbe una contraddizione portare Cristo per le strade e non portare il suo amore nelle case.
Permettetemi allora di dirvi, con l’affetto ma anche con la responsabilità del vostro Vescovo: le nostre Confraternite non devono diventare musei della religiosità del passato. Un museo custodisce cose preziose ma le custodisce perché appartengono al passato. La Chiesa, invece, custodisce un tesoro che deve continuamente diventare presente. Noi non custodiamo le ceneri, custodiamo un fuoco. E il fuoco, se è veramente fuoco, deve accendere altro fuoco. Per questo mi preoccupa quando nelle nostre realtà non ci sono giovani. Non possiamo limitarci a dire: «I giovani non vengono più», dobbiamo chiederci: siamo andati a cercarli? Abbiamo dato loro spazio? Abbiamo ascoltato le loro domande? Hanno incontrato nelle nostre Confraternite adulti credibili nella fede?
Perché non possiamo consegnare ai giovani soltanto uno stendardo. Dobbiamo consegnare loro la fede che ha fatto nascere quello stendardo. Non possiamo consegnare soltanto un abito, dobbiamo consegnare Cristo.
Vorrei allora affidarvi cinque impegni molto concreti.
Primo: tornate sempre alla preghiera. Una confraternita che non prega può continuare ad organizzare molte cose, ma lentamente perde la propria anima. Pregate insieme. Ascoltate insieme la Parola di Dio. Vivete l’Eucaristia domenicale. Accostatevi ai sacramenti.
Secondo: curate la formazione. Non possiamo essere cristiani soltanto per tradizione. Abbiamo bisogno di conoscere la nostra fede, il Vangelo, la Chiesa, la Liturgia. Una fede che non viene nutrita lentamente diventa soltanto abitudine.
Terzo: custodite la comunione. Tra voi, con il parroco, con la comunità parrocchiale, con le altre confraternite, con la Diocesi. Una confraternita autenticamente cristiana non divide mai, costruisce comunione.
Quarto: scegliete una carità concreta. Vorrei che ogni confraternita potesse rispondere a questa domanda: di quale ferita del nostro territorio ci stiamo prendendo cura? Un anziano? Una famiglia povera? Persone sole? Ammalati? Giovani in difficoltà?
Quinto: cercate i giovani. Non aspettateli soltanto, andate verso di loro, fate spazio, ascoltateli, coinvolgeteli. Perché una confraternita che non riesce più a trasmettere la fede alla generazione successiva deve avere il coraggio di interrogarsi.
E vorrei concludere tornando al Vangelo. Mi colpisce quel primo figlio. Il padre gli dice: «Va’ nella vigna», e lui risponde: «Non ne ho voglia». Eppure Gesù dice che proprio lui ha compiuto la volontà del padre. Perché? Perché ha ascoltato la sua coscienza. Il Vangelo usa una parola bellissima: si pentì. Questo significa che davanti a Dio non conta soltanto da dove siamo partiti, conta anche dove decidiamo di andare. Ed è una parola di enorme speranza per le nostre comunità.
Non dobbiamo avere paura di cambiare ciò che deve essere cambiato, di lasciare abitudini che non evangelizzano più, di riconoscere i nostri errori, di ricominciare. Perché la fedeltà non significa immobilità, la fedeltà significa continuare a rispondere a Dio. E Dio continua ancora oggi a dire: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna».
Notate quella parola: oggi, non ieri. C’è una vigna da coltivare oggi, c’è un Vangelo da annunciare oggi, ci sono poveri da amare oggi, ci sono giovani da incontrare oggi, ci sono famiglie da accompagnare oggi, ci sono persone sole da visitare oggi, c’è una Chiesa da costruire oggi.
Carissimi fratelli e sorelle, amate le vostre Confraternite, portate con dignità i vostri abiti, conservate la memoria di coloro che vi hanno preceduto. Celebrate con fede le vostre feste, accompagnate con devozione le vostre processioni ma non dimenticate mai: sotto l’abito deve esserci un discepolo. Dietro lo stendardo deve esserci il Vangelo. Dentro la processione deve esserci la sequela. Dentro la tradizione deve esserci Cristo.
E aggiungerei oggi, alla luce di questa Parola: dietro il nostro “sì” deve esserci la vita. Perché alla fine il Padre non ci domanderà quante volte abbiamo detto: «Sì, Signore». Ci domanderà se siamo andati nella sua vigna. E allora, quando un giorno deporremo definitivamente i nostri abiti e i nostri stendardi, vorrei che rimanesse qualcosa di molto più grande. Che qualcuno possa dire di noi: hanno creduto davvero, hanno amato la Chiesa, hanno servito i poveri, hanno trasmesso la fede, hanno costruito comunione, hanno portato Cristo per le strade, ma soprattutto hanno portato Cristo nella vita.
Questa è la Confraternita di cui la Chiesa ha bisogno, una Confraternita con una grande storia alle spalle, certamente, ma soprattutto con ancora molto Vangelo davanti a sé. E quando il Padre ci dice: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna», possa la nostra risposta non essere soltanto pronunciata dalle labbra. Possa essere scritta nella vita».