Marcianò nel ricordo di Giovanni Paolo II: «Chiese di Frosinone e Anagni-Alatri: siate una famiglia di santi!»

23 Ottobre 2026

Marcianò nel ricordo di Giovanni Paolo II: «Chiese di Frosinone e Anagni-Alatri: siate una famiglia di santi!»

Santa Messa a ricordo delle visite del Santo Padre Giovanni Paolo II nelle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri (1 Ts 2,2b-8; Salmo 22; Gv 21,15-17)
Frosinone, Parrocchia San Paolo – 22 ottobre 2026

Carissimi fratelli e sorelle,

«Pasci le mie pecorelle». La parola che il Risorto rivolge a Pietro sulla riva del lago di Tiberiade risuona in questa Eucaristia con una forza tutta particolare. Per quattro volte, infatti, il Successore di Pietro, San Giovanni Paolo II, è venuto a pascere questa porzione del gregge di Cristo che vive in terra di Ciociaria. E noi siamo qui, Chiesa di Frosinone-Veroli-Ferentino e Chiesa di Anagni-Alatri, unite in un solo rendimento di grazie, a conclusione del cammino di memoria che in questo mese ha attraversato le nostre comunità.

Subito dopo il triplice «Pasci», il Signore consegna a Pietro una profezia: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). È la parabola della vita di Pietro; ed è, misteriosamente, anche la trama delle visite di Giovanni Paolo II tra noi.

Il 2 settembre 1984 giunse ad Alatri nel pieno vigore degli anni: salì a quella che egli stesso chiamò «Acropoli santa», per celebrare il quarto centenario del ritrovamento delle reliquie di San Sisto I, papa e martire, e per aprire il Sinodo di quella Chiesa. Il 31 agosto 1986 era ad Anagni, in Piazza Innocenzo III, accanto alla Cattedrale, poche settimane prima che le Chiese di Anagni e di Alatri diventassero una sola diocesi. Il 1° settembre 1991 saliva a Carpineto Romano, alla casa natale di Leone XIII, nel centenario della Rerum Novarum. Il 16 settembre 2001, infine, era a Frosinone, nel Piazzale Vienna del quartiere Cavoni, qui dove oggi sorge la parrocchia di San Paolo Apostolo. Era ormai visibilmente segnato dalla malattia e portava nel cuore lo sgomento per il terribile attentato alle Torri Gemelle, avvenuto appena cinque giorni prima: un dramma che avrebbe cambiato la storia di quel Terzo Millennio nel quale egli stesso aveva introdotto il mondo. In tanti glielo sconsigliarono, ma egli volle fortemente venire qui.

Quarantadue, quaranta, trentacinque e venticinque anni: tappe di un unico cammino, lungo il quale abbiamo visto il Pastore giovane e forte farsi, giorno dopo giorno, il Pastore «cinto da un altro», sempre più conforme a Cristo crocifisso. Ogni visita è stata per noi un kairós, un tempo di grazia: nella storia del mondo, nella storia della nostra terra e delle nostre Chiese, nella storia di quanti di voi lo hanno incontrato, vivendo dal di dentro quell’esperienza straordinaria di fede. Quanti ricordi vi legano a lui! Li condivido anche io, sia pure da una diversa prospettiva, avendolo incontrato più volte, da alunno del Seminario Romano e poi da sacerdote. Era un uomo che sembrava scrutare il cuore: i suoi occhi ti guardavano dentro, in profondità, e al tempo stesso ti attiravano, quasi sollevandoti verso l’alto. La traccia che lasciava era indelebile, che si trattasse di un incontro personale o di un evento di popolo, di Chiesa.

Celebrando questa Eucaristia vogliamo ricordare la gioia delle nostre Chiese per le sue visite; e commuove pensare che sia stato lui stesso ad augurarcela. Ad Anagni, nel 1986, dopo essersi rallegrato per la Missione popolare appena vissuta e per il IV Congresso eucaristico diocesano, e dopo aver ricordato il Sinodo già indetto, salutava così quel popolo: «Questa gioia perenne vi auguro dal profondo del mio cuore: la gioia di amare Dio, di vivere in Cristo, di essere Chiesa». Se ogni sua visita si è legata a un momento particolare del nostro cammino, queste parole ci giungono a pochi giorni dalla nostra prima Assemblea pastorale interdiocesana: un momento straordinario, per il quale desidero ancora rendere grazie a Dio, che ci ha condotti, riflettendo sulla Chiesa, a gustare proprio «la gioia di essere Chiesa».

Come non raccogliere, allora, l’appello che Giovanni Paolo II rivolse a Frosinone venticinque anni fa? Era venuto, disse, a ricambiare la visita che la Diocesi gli aveva reso in Piazza San Pietro con il pellegrinaggio giubilare del 2 dicembre 2000; e a quella Chiesa, che aveva scelto come progetto pastorale «Gesù nostra speranza», rilanciò l’invito con cui aveva chiuso il Grande Giubileo: «Duc in altum – Prendi il largo; (Lc 5,4). Quest’invito rinnovo a te, cara Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, perché ti sia guida in un coraggioso rinnovamento spirituale, tradotto in concreta progettazione pastorale».

Noi abbiamo cercato di farlo nei giorni scorsi, offrendo alle nostre comunità alcune linee per i passi concreti da compiere in questo anno pastorale: abbiamo parlato di formazione, di condivisione, di preghiera; abbiamo sognato una Chiesa in festa, perché capace di comunione al suo interno e di accoglienza e carità verso l’esterno; abbiamo ricordato l’importanza degli Uffici pastorali diocesani e di quello stile di sinodalità, collaborazione, responsabilità e servizio che deve contraddistinguere gli Organismi di partecipazione. In definitiva, abbiamo contemplato la nostra Chiesa come Sposa: Cristo «l’ha amata» e ha dato sé stesso per lei (cf. Ef 5,25). Lui è il centro della vita della Chiesa, e Giovanni Paolo II esortava a non dimenticarlo mai: «Costruisci il tuo presente e il tuo futuro tenendo fisso lo sguardo su Gesù. Egli è tutto: tutto per la Chiesa, tutto per la salvezza dell’uomo».

Del resto, Cristo era tutto per Karol Wojtyła. Fu un uomo di preghiera, da molti definito un mistico; e proprio questo rapporto con il Signore ne ha fatto un coraggioso ministro del Vangelo, annunziato «in mezzo a molte lotte», come dice Paolo nella prima Lettura (1 Ts 2,2), e portato a tutti con amorevolezza, «come una madre nutre e ha cura delle proprie creature», donando «non solo il vangelo di Dio, ma la sua stessa vita» (1 Ts 2,7-8).

L’immagine della maternità e della paternità pastorale illumina ancor più il mandato che egli ci ha lasciato, un autentico mandato d’amore. Ad Alatri, nel 1984, dopo aver sostato in preghiera davanti al Santissimo Sacramento presso le monache Benedettine del Monastero dell’Annunziata, il Papa salutava insieme «le care comunità di Alatri e di Anagni», già unite allora nella persona del loro vescovo, mons. Umberto Florenzani: quasi un presagio della comunione che oggi viviamo. E a quella Chiesa, che si preparava a vivere il Sinodo sul tema «comunità di fede e di amore», sotto la protezione di San Sisto, diceva: «Dobbiamo seguire Cristo con la forza dell’amore. Dobbiamo dare amore per amore. Perché egli per primo ha amato noi: si è incamminato per amor nostro sulla via della croce, prevedendone in anticipo tutti i dolorosi particolari». E l’amore si fa sequela. «Seguimi», dice Gesù a Pietro. Ritorna al cuore il commento a questa parola nell’omelia tenuta

Dall’allora cardinale Joseph Ratzinger ai funerali di Giovanni Paolo II, quando nell’imperativo «seguimi» egli lesse le tappe della vita di Karol Wojtyła: dalla vocazione sacerdotale alla chiamata al ministero petrino, fino alla condivisione della croce di Cristo. «Nel primo periodo del suo pontificato il Santo Padre, ancora giovane e pieno di forze, sotto la guida di Cristo andava fino ai confini del mondo. Ma poi sempre più è entrato nella comunione delle sofferenze di Cristo, sempre più ha compreso la verità delle parole: Un altro ti cingerà…. E proprio in questa comunione col Signore sofferente ha instancabilmente e con rinnovata intensità annunciato il Vangelo, il mistero dell’amore che va fino alla fine (cf. Gv 13,1)».

Noi lo abbiamo visto, qui a Frosinone, con il corpo piegato ma con lo sguardo ancora acceso. La sua sofferenza è stata un annuncio del mistero pasquale, della fecondità di chi dona la vita per amore, come Gesù; e la sua testimonianza ha sostenuto la sofferenza di tanti, richiamando il valore inestimabile e l’immensa dignità della vita, anche nel buio della malattia, del dolore, della morte.

Il dono della vita, in Giovanni Paolo II, si è fatto Vangelo: quanto egli ha scritto nell’Enciclica Evangelium vitae ha caratterizzato il suo ministero e il suo magistero, insieme alla cura dei giovani, delle famiglie, della pace. Di tutto, il valore della vita era per lui il fondamento: quanto è necessario sentircelo ricordare ancora oggi! C’è, in questa sua difesa della vita umana, un valore teologico, antropologico, etico, spirituale; ma c’è anche un contenuto sociale. E c’è, prima di tutto, una lode contemplativa. Ad Anagni, nell’omelia tutta intessuta sul tema dell’umiltà — «Sei tu, Signore, il Padre degli umili» — egli diceva che, «meditando sul prodigio organico dei cromosomi, con i geni e le componenti chimiche che li strutturano; riflettendo sulle straordinarie azioni e reazioni dei neuroni del cervello umano, del cui apporto l’anima si serve per esprimere il pensiero, si giunge logicamente alla lode e all’ammirazione di quella Intelligenza infinita, che tutto ha creato e ordinato in modo così armonioso e perfetto».

La contemplazione del Creato ha nutrito anche i momenti di riposo di Giovanni Paolo II, e i nostri monti ne custodiscono la memoria. Lo ricordiamo pellegrino al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, in preghiera davanti all’antica immagine delle tre Persone divine; lo ricordiamo nelle sue passeggiate sui sentieri di montagna di Piglio, accompagnato dal suo autista, figlio di quella terra. E commuove sapere che il 22 luglio scorso anche Papa Leone XIV ha voluto salire pellegrino a Vallepietra: è la stessa fede di Pietro che continua a cercare, sui nostri monti, il volto del Dio Uno e Trino.

Ma tutta la meraviglia della creazione, potremmo dire, si concentra sulla dignità infinita della creatura umana, la cui custodia è questione di giustizia e di responsabilità, dei singoli e degli Stati: dalla protezione della vita, dal concepimento alla morte naturale, fino all’impegno di assicurare a tutti il necessario per vivere. A Carpineto Romano, nella terra natale di quel Leone XIII che egli, già ad Anagni, aveva ricordato come gloria di questa nostra terra, il Papa affermava: «il problema dell’equa ripartizione delle risorse materiali, intellettuali e spirituali, che costituiscono il patrimonio dell’intera comunità mondiale e che sono alla base del suo sviluppo integrale, va affrontato alla luce di una attenta giustizia sociale volta a realizzare una reale compartecipazione di tutti ai beni che a tutti devono servire».

Nel Salmo abbiamo cantato: «Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca». Il Buon Pastore prepara la mensa per tutti; e noi siamo chiamati a condividerla con tutti: la mensa del pane e del diritto al cibo, la mensa della vita e del diritto alla vita! Non a caso, nel 2001, la Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino volle offrire al Papa, come dono, l’impegno di aprire in ciascuna delle cinque Vicarie un centro di ascolto e una casa di accoglienza per le persone in difficoltà: la carità è il modo più vero di custodire la memoria di un santo.

Carissimi fratelli e sorelle,

ricordando oggi Giovanni Paolo II guardiamo a un grande intercessore e testimone. Ringrazio quanti hanno preparato e animato le iniziative che si concludono con questa celebrazione e che hanno fatto rivivere, comunità dopo comunità, il volto e i gesti del Papa tra noi. Ma ora vorrei che raccogliessimo insieme quell’invito alla santità che abbiamo chiesto nell’Assemblea pastorale e che lui stesso oggi ci rivolge, con le parole di venticinque anni fa: «Sulla scia dei Santi e delle Sante di questa terra di Ciociaria, anche voi ponete come vostro obiettivo fondamentale quello di diventare santi, come Santo è il Padre celeste, come Santo è il Figlio Gesù Cristo e come Santo è lo Spirito che abita nei nostri cuori. E santi si diventa con la preghiera, con la partecipazione all’Eucaristia, con le opere di carità, con la testimonianza di una vita umile e generosa nel bene».

Quel giorno, a Frosinone, egli gridò: «Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, sii una famiglia di santi!». Questa sera, nella comunione che il Signore ci ha donato, lo ripetiamo per entrambe le nostre Chiese: Chiesa di Frosinone-Veroli-Ferentino, Chiesa di Anagni-Alatri, siate una famiglia di santi!

San Giovanni Paolo II, aiutaci a diventare santi e prega per noi! E così sia!

✠ Santo Marcianò

*******

Ti potrebbe interessare

Marcianò nel ricordo di Giovanni Paolo II: «Chiese di Frosinone e Anagni-Alatri: siate una famiglia di santi!»

Custodire, rinnovare, sperimentare: il cammino comune di Azione Cattolica nella prima assemblea interdiocesana

Il Santuario di Vallepietra verso la chiusura invernale. Domenica 25 la Messa solenne con Marcianò

Anagni, Carpineto, Vico: viaggio nel cuore del sacro con il video-reportage di “Dove”

Parte la Scuola interdiocesana di formazione per operatori pastorali. Qui il modulo per iscriversi