Era giovedì 1° settembre 1966 quando Paolo VI, in una delle sue visite pastorali, si recò in Ciociaria,per omaggiare la figura di san Pietro Celestino V. Dopo molti decenni è ancora molto vivo il ricordo di quella visita storica “non ufficiale” alle località legate indissolubilmente alla figura del papa del “gran rifiuto”, secondo la definizione di Dante: Anagni, dove Celestino V fu “ospite” del successore Bonifacio VIII, nell’attesa che la tetra rocca di Fumone fosse pronta ad accoglierlo; Fumone, appunto, nella cella della rocca egli visse i suoi ultimi nove mesi, a detta di molti in “honesta custodia”, e vi morì il 19 maggio 1296; Ferentino, luogo della prima sepoltura, nell’eremo celestiniano di S. Antonio Abate, da dove, poi, le sacre spoglie del papa molisano vennero traslate nella chiesa di S. Agata per essere infine trafugate dagli aquilani, in accordo con i monaci celestiniani di S. Antonio, che il 15 febbraio 1327 lo riportarono nella basilica di S. Maria di Collemaggio a L’Aquila, nota fondazione celestiniana, teatro della sua incoronazione a pontefice.
Erano trascorsi ben centotré anni dall’ultima visita di un papa in terra ciociara o, per meglio dire, nelle province di “Campagna e Marittima”: era il maggio del 1863 quando Pio IX visitò molti centri di quelle province, questo spiega il notevole entusiasmo tributato a Paolo VI dalle popolazioni dei luoghi visitati. Per ricordare, invece, la presenza di un papa a Fumone, bisogna risalire appunto alla drammatica vicenda celestiniana.
Ora, attraverso le cronache dell’epoca, tenteremo di rivivere i momenti salienti e l’atmosfera del pomeriggio di quella storica giornata.
Il corteo pontificio partì alle 15.00 da Castel Gandolfo e giunse a Frosinone intorno alle 16.00 dove, nella chiesa della Madonna della Neve, il papa si soffermò per i saluti del vescovo della diocesi di Veroli-Frosinone, mons. Giuseppe Marafini, e le autorità civili e militari del capoluogo ciociaro. Lungo la strada da Frosinone ad Alatri una folla esultante accoglieva il Vicario di Cristo: grandi lettere sulle megalitiche mura dell’acropoli di Alatri salutavano il pontefice con un “Viva il Papa!”.
Il corteo papale giunse a Fumone, meta principale della visita, intorno alle ore 16.30: ad accogliere il papa nella gremita piazza Porta Romana c’erano le autorità civili e religiose, il sindaco dott. Eugenio Genesio Del Monte con gli amministratori, il vescovo di Alatri mons. Vittorio Ottaviani, l’arciprete di Fumone don Enrico Stirpe e una folla esultante accorsa anche dai paesi circostanti. Varcata Porta Romana, il pontefice si ritrovò sotto una pioggia di piccoli foglietti recanti scritte osannanti la sua figura, percorse l’erta salita selciata che giunge all’ingresso della rocca, ricalcando il medesimo percorso del suo predecessore Celestino V il quale, certamente, non ricevette lo stesso entusiasmo! Il papa fu accolto dalle famiglie dei marchesi Marchetti-Longhi e Serventi-Longhi, proprietarie della rocca; esse discendono dai Longhi di Bergamo e, da secoli, vantano nelle loro tradizioni familiari il culto del santo eremita del Morrone. L’angusta cella, fulcro principale del viaggio di Paolo VI, era finalmente raggiunta! Qui si raccolse in intima meditazione sull’umile altare marmoreo che racchiude, secondo la tradizione, quello ligneo dove pregava il Santo: in quella preghiera si celava l’essenza della sua visita. Nell’attigua cappella dedicata al Santo, il papa lasciò in dono una croce astile metallica, opera di Enrico Manfrini, detto lo “scultore dei papi” per via delle numerose committenze pontificie. Paolo VI definì il sacello e la cappella familiare dei Longhi “Piccolo Santuario”, appellativo di eccezionale importanza in quanto elevò l’oratorio domestico di carattere gentilizio dei Longhi a santuario di pubblica venerazione. Dai marchesi Longhi, per mano della piccola Roberta Pia De Paolis-Celani, il papa ricevette in dono un reliquiario contenente una falange di Celestino V, il pontefice ricambiò con un prezioso Rosario.
Successivamente, Paolo VI si intrattenne con le famiglie proprietarie del castello e poi con le massime autorità civili e militari della provincia, interessandosi alle problematiche del Frusinate. Una vivace salva di “mortaretti”, tipica espressione di festosità ciociara, allietò il percorso dal castello alla chiesa collegiata della SS. Maria Annunziata; dall’altare, impreziosito del tronetto dorato recante l’icona della Madonna del Perpetuo Soccorso, ricorrendone proprio in quei giorni i festeggiamenti, il papa esordì dicendo: «La prima parola che ci trabocca dal cuore è quella di un sentimento di grande commozione per il tributo di affetto di queste popolazioni ciociare». Dopo i ringraziamenti di rito, il papa confidò ai presenti come la sua presenza avesse anche il carattere di “viaggio sentimentale”, ricordando una precedente visita a Fumone e alla zona circostante, diciotto anni prima, in veste di sostituto della Segreteria di Stato Vaticano. Non mancò di notare i progressi avvenuti in quel lasso di tempo, vedendo strade più comode, una maggiore disponibilità di acqua, una campagna più rigogliosa ed esortò la popolazione a vivere sempre secondo gli insegnamenti cristiani.
Lo scopo principale del suo viaggio fu «quello di rendere onore a san Pietro Celestino» suo predecessore che lì morì. Dalla vita di Celestino V, Paolo VI trasse due insegnamenti. Il primo dato dalla storia: la sofferta elezione al pontificato di Pietro da Morrone richiama alle origini della Chiesa, all’investitura data da Cristo a san Pietro, una continuità apostolica che si realizza anche nelle situazioni e periodi storici più avversi come fu appunto quell’epoca. Ciò si perpetua perché nella Chiesa «c’è la promessa e la presenza divina: io sarò con voi fino alla fine dei secoli. Questo è il miracolo vivente del cattolicesimo». Il secondo insegnamento è dato dalla santità: dopo pochi mesi di pontificato Celestino V, accortosi degli inganni di chi lo circondava allo scopo di trarne vantaggi, con lo stesso dovere con cui accettò l’alto incarico, egli vi rinunciò e «non per viltà, ma per eroismo di virtù» e «la morte per Celestino V fu principio di gloria». Il papa donò due preziosi calici per le chiese e una medaglia d’oro del Pontificato al Comune, consegnandola nelle mani del sindaco; in cambio ricevette da alcuni fanciulli l’offerta simbolica di fiori, alcune colombe e cinque pianete dai colori liturgici.
Lasciata Fumone, il papa visitò le città di Ferentino e Anagni dove l’accolsero il medesimo entusiasmo. A Ferentino Paolo VI incentrò il suo discorso sull’equilibrio, come obiettivo, fra la tradizione e l’innovazione per raggiungere una sempre maggiore elevazione sociale, civile e morale.
Ad Anagni, invece, ribadì l’importanza dei valori cristiani che stanno alla base della continuità della Chiesa. Infine, esaltò le grandi capacità di Bonifacio VIII nel guidare la Chiesa in quei tempi difficili.
Il valore delle parole pronunciate da Paolo VI, puntualmente registrate dai quotidiani dell’epoca, contribuirono a una grande rivalutazione delle figure dei suoi due predecessori. Il papa «ha storicamente e religiosamente corretto qualsiasi avverso e negativo giudizio espresso su Celestino V» del quale ha messo in risalto che la sua accettazione e successiva rinuncia al Papato deve considerarsi «atto di coraggioso e cosciente senso di responsabilità» annullando dunque qualsiasi giudizio di “viltà” nei confronti dell’umile figura dell’eremita del Morrone. Diversa, invece, la storia del suo predecessore Bonifacio VIII, diversa la sua indole, la sua politica ma, con la sua formidabile azione per la Chiesa, riuscì ad affermare nella formula più piena e solenne l’autorità del Romano Pontefice. La gerarchia, affermò il Santo Padre, «è la causa efficiente, il principio di vita della Chiesa».
Paolo VI lasciò a Fumone un segno tangibile della sua venerazione per san Pietro Celestino V, con l’edificazione, l’anno seguente alla sua visita, di una chiesa dedicata al Santo, in contrada Pozzi, consacrata dal vescovo Ottaviani il 19 maggio 1968 e inaugurata il 26 dello stesso mese dal cardinale Carlo Confalonieri, prefetto della Congregazione per i vescovi.
Oggi, questa chiesa ha assunto una maggiore importanza grazie alla volontà del vescovo Mons. Lorenzo Loppa il quale, con decreti firmati il 1° aprile 2021, ha deciso che dal 4 aprile dello stesso anno, alla denominazione della chiesa fosse aggiunto il nome di San Paolo VI, canonizzato il 14 ottobre 2018 da papa Francesco. L’aggiunta del suo nome vuole testimoniare, a futura memoria, la sua santità e il suo intenso ministero pastorale, attraversato dal Concilio Vaticano II, che ha saputo tenere ben salda la guida della Chiesa in un periodo di grandi rinnovamenti, sia a livello ecclesiale che sociale. La chiesa di San Pietro Celestino e San Paolo VI è divenuta, quindi, la sede della seconda parrocchia fumonese, precedentemente intitolata a San Michele Arcangelo, dentro le mura del paese, il cui territorio è stato inglobato in quello della principale e storica parrocchia della SS. Maria Annunziata.
di Alessandro Potenziani


