Campo scuola vocazionale per giovani a Loreto

Un campo scuola vocazionale, per giovani dai 18 ai 35 anni, è stato organizzato dai Centri diocesani vocazioni di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri, insieme alle Pastorali giovanili e all’Azione Cattolica delle due diocesi. Si terrà a Loreto, dal 25 al 27 agosto, all’ombra di quella Santa Casa dove risuona forte il “sì” di Maria. Il pellegrinaggio e lo stare insieme dei giovani a Loreto arriva anche a conclusione – che può essere letto anche come una ulteriore tappa o un nuovo inizio – del cammino che è stato fatto durante tutto l’anno, assieme al vescovo Santo, nel ciclo di incontri “Revolution – La rivoluzione dell’amore”. PER PARTECIPARE E PER ULTERIORI INFORMAZIONI rivolgersi ai numeri di telefono presenti nella locandina

Veglia di Pentecoste, il vescovo Santo: «Lo Spirito è vita!». Le testimonianze e due Chiese sempre più «una cosa sola»

Troppo piccola la pur grande chiesa parrocchiale del Sacro Cuore, a Frosinone, per accogliere le oltre mille persone che nella serata di sabato 23 maggio sono arrivate dalla città capoluogo e un po’ da tutti i centri delle due diocesi, per partecipare alla Veglia di Pentecoste, interdiocesana, guidata dal vescovo Santo Marcianò. Preghiera, testimonianze, canti, la meditazione del presule: una serata di quelle che difficilmente si dimenticano e che lasciano dentro un senso di “pienezza” di «vita compiuta» grazie all’azione dello Spirito Santo, come monsignor Marcianò ha poi voluto sintetizzare, in un passaggio che riprenderemo tra poco. Preziose le quattro testimonianze, di fede e di speranza che hanno arricchito la veglia: i coniugi Amorati hanno raccontati della forza della preghiera che li ha aiutati, li sta aiutando, ad andare avanti nelle difficoltà del loro adorato Massimiliano, un amore di ragazzo che è stato sul punto di non farcela, ma sorretto proprio dall’amore fatto preghiera – e viceversa – di mamma e papà, capaci così di sopportare la pesantezza della Croce e di croci su croci, La forza della carità, nella testimonianza di Tonino Nobile, massima espressione del diaconato, ministero che si identifica proprio nella carità, che non più giovanissimo ha lasciato la sua Agrigento con la famiglia e ora vive nella Comunità In Dialogo di padre Matteo Tagliaferri, a Trivigliano, dove è carità piena quello spendersi per i giovani in difficoltà, quelli che la società etichetta come “scarti”. La forza della vocazione in Gabriele Marcoccia, di Castelmassimo di Veroli, che a 40 anni non ha saputo, e tantomeno voluto, restare sordo davanti alla chiamata dl Signore e che prossimi mesi entrerà in seminario, dopo aver lasciato la fidanzata e un lavoro ben avviato. La forza della missione in risposta all’azione dello Spirito Santo da parte di Fabio e Antonella Riscica, genitori di 3 figli e professioni ben avviate, ma hanno lasciato tutto e per 10 anni sono andati missionari laici in Siberia, con la loro unione poi benedetta dal sacerdozio di uno dei figli. Come prassi del Cammino Neocatecumenale di cui fanno parte, sono andati lì andati senza nulla e ora, tornati in Italia, si sono dovuti rimettere in discussione anche con il lavoro. Questi testimoni della discesa dello Spirto Santo sono stati poi caldamente abbracciati dal vescovo Marcianò, che nel corso del suo intervento ha poi voluto riprendere alcuni tratti salienti di storie in cui «lo Spirito Santo si è fatto alito di vita», ha rimarcato, tra la commozione generale (e in presa diretta abbiamo notato soprattutto lo sguardo attento, praticamente a bocca aperta, delle decine di scout e guide sedute ai piedi dell’altare). «Stiamo celebrando il compimento della Pasqua – ha detto il vescovo –  E’ bello pensare che Gesù stia dinanzi al Padre in una continua preghiera di intercessione, a dire “Mi sono fatto uomo, ho assunto il peccato, la storia di tutto il genere umano”, è questa è la Passione. Il dono dello Spirito diventa la presenza di Dio in noi, lo spirito che continua Cristo nella Chiesa, attraverso la celebrazione dei sacramenti e la comprensione di quanto Gesù ha detto e ha fatto: Lui vi insegnerà ogni cosa. Il compimento della Pasqua è proprio in questa presenza che è forza, che è vita, perché lo Spirito ci trasforma in Lui: non sono più io che vivo ma Cristo che vive in me.  No, non si può pensare ad una vita che non trovi il proprio compimento. E queste testimonianze ci hanno offerto la parola-sintesi di questa veglia: vita e vita compiuta! Questa veglia non è un fatto esclusivamente liturgico, emozionale, di segni, luci che si spengono e accendono, creano emozioni buone per il cuore, ma di discesa dello Spirito Santo. Lo Spirito abbonda, è vita che si compie nelle esperienze ascoltate: trasformazione! Lo Spirito è vita, vita, e vita piena! Ragazzi, Dio non si lascia vincere in generosità», ha rimarcato il vescovo, tanto più che la veglia è arrivata anche a conclusione del percorso “Revolution-La rivoluzione dell’amore”, guidato dal presule assieme alle pastorali giovanili e vocazionali delle due diocesi e al centro diocesano vocazioni di Frosinone. «Lo  Spirito Santo – ha concluso così la sua meditazione il vescovo –  ci ha convocati: questa è la Chiesa. E facciamo sì che queste due nostre sorelle Chiese, che stanno diventando, e di fatto sono una cosa sola, siano sempre più testimoni di questa universalità e di questo amore infinito di Dio». Un altro pensiero, monsignor Marcianò ha voluto poi rivolgerlo, prima della benedizione finale, ringraziando i presbiteri presenti (provenienti dalle due diocesi, con i vicari generali don Angelo Conti e don Roberto Martufi) e tutti coloro che hanno organizzato la veglia interdiocesana, ovvero associazioni e movimenti «nel rispetto del carisma di ognuno, ma tutti insieme per l’unità». di Igor Traboni

Un lavoro dignitoso al centro della veglia interdiocesana del Movimento Lavoratori di Ac

Lo scorso mercoledì 29 aprile le diocesi di Anagni Alatri e quella di Frosinone Veroli Ferentino, hanno pregato insieme nella veglia che il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica organizza in occasione della festività di San Giuseppe Artigiano. Quest’anno il tema proposto è stato: “Un lavoro dignitoso per custodire il creato e coltivare la pace”. Con l’Azione Cattolica della diocesi di Anagni Alatri, è stata individuata la parrocchia di San Giuseppe situata in Anagni ove, in zona Osteria della Fontana, c’è una chiesa dedicata proprio al Santo Artigiano; qui il parroco, don Gianluigi Corriere, dopo aver parlato col comitato dei festeggiamenti del loro santo patrono, ci ha inserito nel programma e fatto fare la veglia. E così per la prima volta le due diocesi hanno potuto fare la veglia insieme alla presenza dei due presidenti diocesani, Giovanni Vasta, per Frosinone, e Concetta Coppotelli per Anagni-Alatri. Dai ringraziamenti al parroco ed alla comunità parrocchiale, per la cortese ospitalità e la possibilità di celebrare la veglia per il Santo patrono del lavoro, della Chiesa universale e anche della parrocchia, si è dato inizio alla funzione officiata da don Giovanni Ferrarelli, assistente all’Azione Cattolica della diocesi di Frosinone Veroli Ferentino, con l’esposizione del Santissimo Sacramento e la lettura dei brani delle sacre scritture, seguiti dalle preghiere e dai commenti dei papi. Il “Lavoro dignitoso” è stato anche il tema del più noto concerto del 1° maggio ma per l’Azione Cattolica la festa è la preghiera. Una preghiera che vuole anche essere azione, interessamento e informazione riguardo ai problemi, non ultimo quello degli incidenti e delle morti sul lavoro. Abbiamo ribadito che noi dell’AC “vogliamo essere parte attivama anche mantenere sempre viva la fiamma dell’amore di Cristo nei nostri cuori e conseguentemente nei nostri gesti”. Abbiamo pregato per il lavoro e la pace, con l’impegno di attuare il tema della veglia nella cui locandina non a caso c’era un altare–banco di lavoro, con alcuni attrezzi e la scritta “Work in progress”, ovvero “lavori in corso”, a significare la nostra necessaria premura ad attuare quanto indicato dai vari Pontefici che hanno donato alla Chiesa dei documenti sul lavoro a partire da Leone XIII fino d arrivare a Leone XIV. di Giuseppe Zambon Delegato regionale MLAC Lazio

A Fiuggi l’assemblea regionale di Azione Cattolica: la giusta strada per essere Chiesa oggi

Ritrovarsi, condividere, passare del tempo di qualità con fratelli e sorelle di tutto il Lazio. Questo è stata l’assemblea regionale di Azione Cattolica, organizzata presso l’Hotel Villa Lina di Fiuggi, il 28 febbraio e il 1° marzo. Due giorni di riflessioni, preghiera e anche di tempi lenti, pensati per viversi senza dover correre dietro a scadenze per attività o riunioni. Con questo spirito i membri dei consigli diocesani delle diocesi del Lazio, hanno dato vita all’assemblea, appuntamento annuale che apre all’ultimo anno del triennio associativo 2024-2027. Il sabato mattina, dopo la preghiera iniziale curata dall’assistente unitario don Nello Crescenzi, si parte con le introduzioni della delegata regionale Caterina Castagnacci. Nel suo discorso ha toccato molti temi della vita associativa, sottolineando la bellezza di vivere l’Ac come una famiglia, nei momenti belli e in quelli più faticosi. Segue l’intervento di Francesco Adamo, membro di equipe nazionale del Movimento Studenti di Ac, e riferimento per il Lazio, che ha raccontato il lavoro fatto in questi mesi per la nascita dei circoli Msac nelle nostre diocesi, ad oggi ben quattro in formazione. La mattinata si conclude con una lettera della Fondazione “Azione Cattolica Scuola di Santità Pio XI” in vista della prossima assemblea dei soci di giugno 2026, invitando le diocesi ad aderire per dare ancora più valore alle testimonianze delle figure di santità vissute nei loro territori. Il pomeriggio si è aperto con Maria Rosaria Soldi, membro dell’Area della promozione associativa, che ci ha aiutato a leggere con le giuste lenti l’andamento dei flussi di adesione alle nostre associazioni, fornendo numerosi spunti ai presidenti diocesani. Grazie al loro contributo come osservatori privilegiati dei loro territori, è nata una discussione ricca e molto aderente ai cambiamenti delle comunità cristiane che l’Ac (e non solo) sta attraversando. Nei laboratori del pomeriggio, spazio alla creatività dei partecipanti, chiamati a pensare all’Ac come a un cantiere aperto: quali sono le fondamenta della nostra associazione? Quali i punti di forza, le fragilità e le proposte per proseguire nel suo percorso? Nel costruire fisicamente un percorso, i gruppi hanno dato vita a una discussione accalorata e sincera sullo stato dell’Ac nelle diocesi, suggerendo alcuni punti a cui porre attenzione e da migliorare. A lavori conclusi, visto che l’obiettivo dell’assemblea era anche quello di vivere un tempo leggero, quale modo migliore che vedere insieme la finale del festival di Sanremo, anche se il nostro (per sempre) Sì lo diciamo ogni anno. La domenica si è aperta con la celebrazione eucaristica, occasione per rimettere al centro la nostra fede in un momento delicatissimo e di grande preoccupazione viste le notizie che ci arrivavano dal Medio Oriente. Ma il confronto con Gesù trasfigurato ci deve aiutare a riconoscere che nella vita anche se il male è tanto passerà, il bene, anche se poco, resterà. Nei successivi laboratori è stata data voce ai singoli settori condividendo, oltre alle attività svolte, anche come i responsabili stanno vivendo il loro servizio in rapporto alla loro vita personale, un aspetto delicato ma fondamentale per tutti. Non sono mancate riflessioni anche in vista del prossimo anno in cui verranno rinnovati gli incarichi diocesani e regionali. Infine, abbiamo accolto con gioia la visita di monsignor Santo Marcianò, vescovo delle diocesi di Anagni- Alatri e di Frosinone-Veroli-Ferentino. Nel suo saluto ha fortemente incoraggiato l’Ac, riconoscendo nei suoi tratti distintivi la giusta strada per essere Chiesa oggi. di Angelo De Santis, incaricato giovani di Ac per la regione Lazio Questo articolo è tratto da Avvenire Lazio Sette di domenica 8 marzo 2026

Bungee jumping: i giovani di Ac “saltano” le paure per affrontare la vita

La sera del 7 febbraio 2026 si è tenuta ad Acuto, presso la chiesa di Santa Maria Assunta, la seconda edizione del passaggio della “Coppa AC”.   L’incontro ha coinvolto gli adolescenti della Diocesi di Anagni-Alatri: giovani provenienti da Acuto, Alatri, Anagni, Fiuggi, Fumone e Piglio.  Intorno alle 18:30 eravamo tutti in chiesa. Dopo i saluti e dopo aver preso posto nei banchi, gli educatori ci hanno presentato l’attività da svolgere, dedicata alle paure.  Quali paure siamo pronti a lasciare indietro? Guidati dagli educatori, siamo stati invitati a scrivere su un bigliettino una paura che sentiamo dentro e che vorremmo lasciare indietro. Una volta riconosciuto e scritto il timore, ci si alzava in piedi e si cominciava a camminare per la navata.  Quando ce la sentivamo, lasciavamo cadere il biglietto a terra, come segno del desiderio di non farci più bloccare da quella paura.  Alzarsi, camminare e lasciare andare Dopo aver lasciato cadere i biglietti, ci siamo confrontati insieme. Nessuno ha detto ad alta voce la propria paura, ma ci è stato chiesto di dare un consiglio ad una persona che avesse il nostro stesso timore. In questo modo, senza accorgercene, abbiamo parlato anche a noi stessi. È emerso che spesso sappiamo incoraggiare gli altri meglio di quanto riusciamo a fare con noi stessi. La parte più complicata arriva quando bisogna mettere in pratica il consiglio.  Si inizia da piccoli gesti: ricordare le parole che abbiamo detto, provarle su noi stessi (con determinazione), accettare di chiedere aiuto, cercare un confronto costruttivo e avere coraggio. Un consiglio diventa reale quando smette di essere tale e si trasforma in una scelta. Le paure non spariscono da sole, ma possono essere affrontate un passo alla volta con il sostegno altrui e con la guida di Dio. Questo momento è stato accompagnato dal passo del Vangelo di Matteo (19,1629), quello del “giovane ricco”. Anche lui si avvicina a Gesù con una domanda importante: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». È un giovane che ha fatto “tutto nel modo giusto”, ma quando Gesù gli chiede di lasciare ciò a cui è più legato, se ne va triste. Quel giovane non è lontano da noi. Le sue ricchezze non sono solo materiali: possono essere sicurezze, abitudini, aspettative o paure che ci tengono fermi. Come lui, anche noi spesso vorremmo seguire davvero Gesù, ma facciamo fatica a lasciare ciò che ci rassicura, anche quando ci pesa. Il Vangelo ci ricorda che ciò che sembra impossibile agli uomini è possibile a Dio. Lasciare cadere quel biglietto è stato un primo gesto di fiducia. Una volta terminata l’attività, è avvenuto lo scambio della “Coppa AC”, cioè della coppa vinta dalla squadra vincitrice del Campo Scuola diocesano della scorsa estate. I ragazzi di Fiuggi, sulle note di “We Are the Champions”, hanno passato la coppa ai giovani di Anagni.  Applausi, abbracci, foto di gruppo e poi tutti a cena in una delle sale dell’oratorio di Acuto.  Come ogni attività che si rispetti, mi ha segnato dentro. Non ha cancellato le mie paure ma mi ha insegnato a guardarle senza scappare. Quelle dell’AC Giovani sono delle esperienze che ti fanno crescere, e in quanto tali, vanno vissute appieno.                                                          Il vice presidente AC Giovani ha concluso con queste parole: «Ognuno di voi, crescendo, prenderà coscienza delle proprie paure e spero che abbiate poi la forza di usarle per affrontare la vita. L’incontro si chiamava proprio “Bungee jumping” perché è la paura che ti fa saltare; è quando ti senti tremare che capisci di star vivendo davvero. Usate queste paure per saltare, per fare qualcosa, per non restare su quel ponte e vederlo poi da sotto, da una nuova prospettiva. Azzardate, rischiate, piangete, soffrite e poi superate tutto, che siete forti. Con la certezza di avere accanto un amico, Gesù»……. Grazie hai proprio ragione! di Chiara Cataldi

Il messaggio del vescovo Santo al convegno “Amare non fa male!”: «L’uomo è creato dall’Amore, con Amore, per Amore»

Questo il testo integrale del messaggio di saluto dell’arcivescovo Santo Marcianò, fatto pervenire ai partecipanti al convegno “Amare non fa male” – Educare all’amore vero”, tenutosi a Fiuggi sabato 13 febbraio 2026, organizzato dall’Azione Cattolica diocesana, area famiglia & vita, dall’associazione La Caramella buona e dall’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Anagni-Alatri Messaggio convegno (pdf) Carissimi,nell’impossibilità di partecipare ai vostri lavori, non voglio far mancare il mio salutoal convegno: «Amare non fa male!». È un titolo che, partendo dal fotografare la realtà,esprime la speranza che mai più si chiami “amore” ciò che è esattamente il suo contrario: laviolenza, lo sfruttamento, l’uso, l’abuso… ogni forma di prevaricazione e dominio sull’altro,che «fa male», che provoca il male. Un male che spesso riempie le pagine della cronaca e alquale bisogna imparare a dare un nome, per conoscerlo e per contrastarlo. Ecco ladimensione educativa, sulla quale il vostro convegno si vuole concentrare.«L’amore – diceva Giovanni Paolo II – non è cosa che si impari, eppure non c’è cosache sia così necessario imparare». Una definizione paradossale, come paradossale, del resto,è l’amore stesso. Ma una definizione che apre un panorama straordinario: l’apprendimentodell’amore è quanto di più necessario si possa immaginare. Non è una frase fatta, uno slogantra i tanti con i quali oggi si vuole sdoganare un’educazione affettiva che, come si suol dire,comprende “tutto e il contrario di tutto”. Si tratta piuttosto di individuare la radice di questa«necessità» dell’educazione all’amore, che è prettamente antropologica. Del resto, è stato lostesso Giovanni Paolo II, nella sua prima Enciclica (Redemptor Hominis, 10), ad affermareche «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essereincomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se nons’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipavivamente».Sì, cari amici. Imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere,rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitarecomportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umanouna persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è lapossibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. Educareall’amore è educare all’umano!Il tema dell’educazione all’amore, dunque, è emergenza e urgenza; al contempo, cene rendiamo conto, è estremamente delicato, proprio per l’antropologia, ovvero l’idea diuomo che presuppone e veicola. E l’antropologia personalista, che il cristianesimo riconosce econdivide con molte altre culture e religioni, vede la persona umana come unità integrata eintegrale di corpo, psiche e spirito, fatta per entrare in relazione e chiamata a una libertà cheè anzitutto rispetto della verità e dignità propria e altrui.Tutto questo, se ci pensiamo bene, è «rivoluzionario»! Implica quella «rivoluzionedell’amore» che, riprendendo l’invito di Papa Leone, fin dal giorno di inizio del mio ministeronelle nostre Diocesi ho voluto indicare come programma, offrendone le linee principali nellaLettera Pastorale Capii che l’amore è tutto. In tale testo, partendo proprio dall’affermazionedi Giovanni Paolo II – «l’uomo non può vivere senza amore» – vi invitavo a osservare che«l’amore è oggi una delle parole più complesse ed equivocate», ricordando, al contempo, che «“Dio è amore”, l’amore è Suo dono e si concretizza nel Suo Progetto su ciascuno di noi, suogni vocazione. Occorre dunque chiedersi sempre cosa significhi amare, per rispondere erimanere fedeli alla propria chiamata all’amore in ogni vocazione» perché, in definitiva, «ognivocazione nasce dalla gioia di sentirsi amati a dall’essere chiamati ad amare».Il vostro Convegno affronta il tema dell’educazione all’amore con relatori qualificatie ricchi di esperienza; e la Chiesa ha profondamente a cuore la dimensione vocazionaledell’amore. E pensando alla dimensione formativa dei giovani, desidero riproporre a tutti voil’interrogativo espresso nella Lettera Pastorale, su cui i vostri lavori possono offrire unprofondo contributo di riflessione: «Come impostare una pastorale vocazionale che, partendodalla riscoperta dell’essere e sentirsi amati, aiuti ogni giovane a interrogarsi sul Progetto diamore Dio, unico e irripetibile, e sia integrata da un’educazione affettivo-sessuale e daun’educazione all’amore in grado di indicare l’orizzonte del dono di sé come realizzazionedella persona?»Cari amici, «l’orizzonte del dono di sé»! Ecco la radice antropologica alla quale ladimensione educativa si deve ancorare, per contrastare una cultura edonista e relativista,che riduce l’amore alla dittatura del puro sentimento aprendo il varco a comportamentiegoistici: da diverse forme di immaturità affettiva, fino alla violenza e a ogni genere diabuso, specie nei confronti di donne, minori e persone vulnerabili.La «Rivoluzione dell’amore», come ho voluto sottolineare, «ci pone dinanzi l’amorenon solo come sentimento ma come dinamica di tutta la persona: corpo, psiche, spirito,intelligenza, volontà», nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi benema “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Vegliadi Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!Che questo convegno ci aiuti a riscoprire nel “dono di sé” il segreto che permetteall’amore di non fare male e promette all’essere umano la felicità a cui egli è chiamato,perché creato dall’Amore, con Amore, per Amore.A tutti, buon lavoro!

“Amare non fa male – Educare all’amore vero”: il convegno di Ac

Si è tenuto venerdì 13 febbraio, il giorno prima della festa di San Valentino, il convegno sull’affettività promosso dall’Azione Cattolica della Diocesi di Anagni-Alatri. Un convegno fortemente voluto dal Settore Adulti e l’Area Famiglia e Vita, che si inserisce nella programmazione annuale dell’AC in collaborazione con la pastorale diocesana per accompagnare nella formazione e nella spiritualità i propri aderenti e simpatizzanti. Nel discorso di apertura la Presidente Concetta Coppotelli ha ricordato come negli ultimi anni l’Azione Cattolica abbia organizzato appositi convegni aperti a tutti, compresa la società civile, la scuola e la politica, ponendo l’attenzione su diverse tematiche: l’eutanasia, l’intelligenza artificiale, la partecipazione e quest’anno l’Amare. Un convegno per riflettere insieme sul tema dell’affettività e delle relazioni autentiche, consapevoli delle fragilità e delle difficoltà che i giovani incontrano nelle loro vite. Il tema dell’educazione all’amare è oggi molto sentito, ci interpella quotidianamente e riguarda la quasi totalità delle fasce di età. L’Azione Cattolica opera costantemente nella formazione a tutto campo nelle parrocchie e nella diocesi, e quest’anno tramite la coppia cooptata diocesana ha posto l’attenzione proprio sul tema dell’educare all’amore vero. L’Arcivescovo Santo Marcianò ha fatto pervenire un suo messaggio a tutti i presenti sull’importanza di imparare ad amare sottolineando quanto “imparare l’amore è necessario per diventare sé stessi; per essere, rimanere, diventare persone umane in senso compiuto e, di conseguenza, evitare comportamenti che non esiteremmo a definire “disumani”. E ciò che fa di un essere umano una persona realizzata, prima che il lavoro, la carriera, l’accumulo di titoli e competenze, è la possibilità di accedere, per così dire, a questo fondamentale “apprendimento”. […] nella consapevolezza che amare non significa «sentire o sentirsi bene ma “perdere”, donare la propria vita»; e che, come ha detto Papa Leone ai giovani alla Veglia di Tor Vergata lo scorso 2 agosto, «donare sé stessi è la felicità»!” Qui l’intervento completo del Vescovo: Marco Vari e Rossella Salvatori, coppia di sposi di AC che collabora nella pastorale per la famiglia, hanno introdotto con queste parole: “Come adulti impegnati nell’Azione Cattolica, il nostro obiettivo è duplice: da una parte comprendere come accompagnare i giovani nella costruzione di relazioni sane e rispettose; dall’altra, promuovere una cultura dell’amore autentico, capace di unire attenzione alla persona, prevenzione del disagio e responsabilità educativa. Desideriamo essere custodi di fiducia, testimoni coerenti e guide sensibili per le nuove generazioni, perché l’amore autentico non fa male, ma cresce, sostiene e trasforma. […] l’amore autentico non ferisce, non manipola, non domina, ma custodisce, accompagna e fa crescere.” Il convegno è stato animato dall’intervento di relatori qualificati e ricchi di esperienza, appartenenti all’Associazione “La Caramella Buona” e alla Pastorale diocesana della famiglia. Il Dott. Roberto Mirabile, presidente e fondatore, ha parlato della Onlus nata nel 1997 a Reggio Emilia spiegando come essa si spenda contro gli abusi e la tutela dei minori, fornendo assistenza legale, case di accoglienza per donne e bambini in fuga da situazione di violenza, formazione professionale sulla prevenzione e gestione di casi di abuso, sensibilizzazione culturale specie nelle scuole anche per dare voce alle vittime. Per il Dott. Mirabile il convegno ha rappresentato un’occasione di sensibilizzazione in sinergia con la chiesa e altre associazioni che si occupano di tutelare la famiglia e il matrimonio. Ha ricordato come il ruolo sociale dei bambini sia radicalmente cambiato nella storia: da “contenitori vuoti e senza diritti da riempire da parte dell’adulto” – situazione che ancora persiste in alcune parti del mondo attraverso pratiche di schiavitù, bambine spose, infibulazone – alla rivoluzione del Cristianesimo, di come Gesù abbia messo i più piccoli al primo posto, come il bambino sia “proprietà di nessuno perché è figlio di Dio” e, citando il Vangelo di Matteo con riferimento alla giustizia divina, che “chi scandalizza uno solo di questi piccoli sarebbe meglio gli fosse appesa una macina al collo e fosse gettato negli abissi del mare”. Ha poi evidenziato come una società sana sia fatta di adulti che sono stati bambini sani, ecco perché occorre prendersi cura dei piccoli sempre di più. Riferendosi alle finalità della Onlus, ha sottolineato la dedizione alla salvaguardia dei sopravvissuti alle violenze, in particolare attraverso il lavoro di un team di avvocati specialisti che li accompagna nelle aule di tribunale. “Il risultato più bello – dichiara – è il sorriso che torna sul volto delle vittime, aiutare a recuperare la fiducia in sé stessi, negli altri, nella vita, tutte queste cose sono la soddisfazione più grande al di là della punizione del colpevole: può esserci difficoltà ad avere giustizia, ma è più importante che venga fuori sempre la verità”. Non secondaria è poi l’attività di formazione e informazione svolta in favore degli studenti contro le “relazioni tossiche” e le manipolazioni affettive:  “se non hai rispetto, di che amore vuoi parlare?” Ha chiuso il suo intervento ricordando delle proposte di legge presentate al Consiglio dei Ministri  che troppo spesso ricevono tante promesse e pochi fatti. Nonostante questo, ha voluto esprimere la certezza che “occorre agire in sinergia per costruire un futuro di bellezza”. La Dott.ssa Anna Maria Pilozzi, Vice Presidente e Capo Ufficio Stampa de “La Caramella Buona”, responsabile della sede di Acuto, ha concentrato il suo intervento sul concetto che “l’amore non si insegna a parole, ma con l’esempio”. Esempio che i giovani di oggi non sperimentano stando per strada e che un tempo era più facile ricevere all’interno di oratori animati da sacerdoti e religiose che accoglievano i ragazzi dando insegnamenti con gesti amorevoli più che con le parole (ricorda la sua esperienza in AC e con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo, in particolare la figura di Suor Assunta Pasqua). L’amore si sperimenta ancora prima all’interno della propria famiglia, anche con esempi di accoglienza e attenzione ai più bisognosi perché “nascere in un contesto sano è una grazia da portare a chi non ce l’ha”. Ha parlato poi della casa di accoglienza per donne vittime di violenze presente ad Acuto e di come l’Associazione non apra solamente le porte delle loro sedi, ma anche quelle dei cuori dei volontari

In tanti alla Marcia della Pace interdiocesana di Azione Cattolica

Sabato 31 gennaio, ore 14.30 ad Alatri, in Piazza Santa Maria Maggiore, il silenzio del dopo pranzo prevale su qualche motore che sporadicamente attraversa la piazza. Alle 15 cominciano a risuonare le voci dei primi arrivati, convocati dall’Azione Cattolica per la consueta Marcia della pace, che la nostra diocesi organizza a conclusione del mese della pace da oltre 35 anni. Sono bastati pochi minuti per vedere la piazza gremita di bambini, ragazzi, giovani e adulti, provenienti dalle diocesi di Anagni-Alatri e Frosinone-Veroli-Ferentino che, insieme, con questa iniziativa hanno voluto dare voce al messaggio di pace che Papa Leone XIV ha lasciato al mondo il primo gennaio del 2026 e che le presidenze di Azione Cattolica hanno raccolto e a loro volta, consegnato a tutti i partecipanti. Una pace disarmata e disarmante, chiede il Santo Padre. Quella pace che dagli arrivi ai saluti finali, abbiamo potuto assaporare nei sorrisi dei bambini che, durante il corteo, gridavano di volere la pace; quella pace che abbiamo visto negli abbracci e nelle pacche sulle spalle che i giovani si scambiavano con semplicità scherzosa; quella pace che gli adulti hanno trasmesso accogliendo le differenze e le unicità di ciascuno, condannando la violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti che, nel mondo adulto, tendono a portare divisione e violenza, soprattutto a danno dei più piccoli. I saluti del sindaco di Alatri, Maurizio Cianfrocca, che ha elogiato l’iniziativa, accogliendola con gioia e che ha chiesto soprattutto ai giovani di impegnarsi a vivere per un mondo in pace; il saluto del parroco di Alatri, don Walter Martiello e degli assistenti Ac don Rosario Vitagliano e don Giovanni Ferrarelli, che hanno consegnato ai partecipanti il saluto del nostro Vescovo Santo Marcianò, impossibilitato ad essere presente, ma con il pensiero rivolto a tutta la piazza; il saluto dei presidenti di entrambe le diocesi Concetta Coppotelli e Giovanni Vasta, che hanno unito le due realtà associative per vivere insieme questo importante richiamo alla pace. Significativa, la presenza dei parroci don Pierluigi Nardi, don Antonio Castagnacci, Padre Efrain Mora Garcia e naturalmente don Walter a sostegno delle rispettive associazioni parrocchiali; una presenza che ha mostrato quanto sia importante la collaborazione, l’accompagnamento e l’amicizia tra laici e parroci, per lavorare per il regno di Dio. Un gesto condiviso da tante persone, che hanno acquistato la spilla della pace con lo scopo di fare del bene a qualcuno.  Dopo i saluti, la divisione in settori Adulti, Giovani, ACR per lo svolgimento delle attività propedeutiche alla marcia e infine il corteo: un fiume di persone, tanti striscioni, cartelloni e slogan gridati.  Un corteo colorato, rumoroso che urlava e pregava la pace. Una marcia partecipata, che parlava di unione, di condivisione, di fratellanza e di vita. Si, la marcia era viva! E Dio ci accompagnava, come sempre! Un’emozione unica vedere diverse generazioni insieme, unite, con lo stesso desiderio di dire no alla violenza e di dire sì all’ascolto e al rispetto, dell’uomo e del creato. Uno spazio importante, come detto, è stato dedicato alla vendita del gadget pensato dall’Azione Cattolica Nazionale per il mese della Pace 2026, la spilla della pace, il cui ricavato sarà destinato ad aiutare la Terra Santa, martoriata dalla guerra. La marcia,dopo aver percorso le vie di Alatri, si è conclusa con un momento di preghiera unitaria, presso la chiesa degli Scolopi, per ringraziare il Padre che ci ha voluti figli e dunque fratelli, in Cristo e che ci ha permesso di vivere un momento così significativo ed emozionante. La certezza che lui è sempre accanto a noi per farci sperimentare questa bellezza in ogni giorno della nostra vita, è ciò che ci guida ad essere suoi discepoli nel mondo in cui lui stesso ci ha pensati.   di Giusy Secondino Vicepresidente adulti Presidenza Azione Cattolica diocesi Anagni-Alatri

Il Vescovo a Mole Bisleti: «Amicizia e comunione, i doni più belli»

«Quello dell’amicizia è il dono più grande. Quanto è bello dire: tu sei mio amico, un altro me stesso! Ma ricordiamoci pure che si impara a diventare amici, perché il dono dell’amicizia si accoglie». Con queste parole – che sono risuonate anche come un ulteriore augurio di proseguire nel cammino già intrapreso – l’arcivescovo Santo Marcianò ha concluso l’omelia della Messa celebrata nel tardo pomeriggio di giovedì 22 gennaio nella chiesa parrocchiale di Mole Bisleti, nell’ambito della sua visita all’unità pastorale delle “Parrocchie in comunione con Maria”, formata anche dalle comunità di Pignano, Laguccio, Sant’Emidio e Basciano, affidate a don Luca Fanfarillo. E non poteva esserci filo conduttore migliore di quello dell’amicizia nell’incontrare delle comunità che in questi ultimi anni hanno saputo unirsi, pastoralmente ma non solo, proprio nel segno di una “comunione” a tutto tondo, dando vita a molteplici attività e con una serenità negli animi che è apparsa evidente anche nella gioia con cui è stato accolto il vescovo, culminata in un bel momento conviviale dopo la celebrazione. Una Chiesa-comunione che è stato l’elemento ulteriore colto da Marcianò, che ha detto tra l’altro: «Se dovessimo definire la Chiesa, non solo quella di mattoni, parleremmo di una unione di cuori. E qui questo è ancor più vero perché tutti collaborate e la comunione parla più delle parole: testimoniamo Dio attraverso il volerci bene. L’amore è il grido di verità di Dio. Quando due persone si vogliono bene, si alleano per amore. E questa è la vera alleanza di cui oggi c’è bisogno. Nell’amicizia bisogna credere nella misura in cui due cuori sono in uno. In quell’amicizia che scaturisce dall’Amico per eccellenza. Lui che ha dato la vita per i suoi amici, per tutti, senza mai chiamare nessuno “nemico”. Chi ama è una persona libera. E allora, domandiamoci: io come sono un amico, cosa faccio per i miei amici?». Il vescovo Marcianò, che prima della celebrazione ha visitato la vicina cooperativa che accoglie persone fragili «e sono rimasto incantato dall’amore degli operatori», è stato accolto dal parroco don Luca Fanfarillo, che ha presentato la molteplicità delle iniziative parrocchiali, presenti anche don Rodrigues Muzola Diyamona, sacerdote congolese collaboratore parrocchiale, il diacono Giovanni Straccamore, il sindaco Maurizio Cianfrocca, i seminaristi diocesani Lorenzo Ambrosi e Lorenzo Sabellico. All’inizio della celebrazione, don Luca Fanfarillo ha illustrato al vescovo le varie attività interparrocchiali: i gruppi liturgici, quello dei catechisti, la Caritas. E poi i gruppi di servizio: dal Santa Marta, che si occupa della pulizia delle chiese, al San Giuseppe, che provvede alla manutenzione ordinaria degli edifici sacri; dal San Camillo, accanto agli anziani al San Lazzaro, vicino alle famiglie nel tempo del lutto. E ancora, i comitati che si occupano delle feste parrocchiali. Insomma, una comunità viva che, anche alla luce della Lettera pastorale del vescovo Santo, ha preso l’impegno di dare ancora più attenzione alla cura delle famiglie, dei giovani, dei bambini, della catechesi. E di lasciare un segno concreto, anche oltre il Giubileo, con l’avvio del progetto di una casa-alloggio per anziani e persone fragili. «Andate avanti così – ha poi detto il vescovo unendo tutte queste componenti in un solo, grande “grazie” – e mi raccomando, perché io mi aspetto ancora altre grandi cose da voi!». di Igor Traboni

Delegazione di Ac nel carcere di Frosinone, perché “l’uomo non è il suo errore”

Sabato 8 novembre, invitati da don Guido Mangiapelo e da don Onofrio Cannato, responsabili della Pastorale penitenziaria delle diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri, una rappresentanza dell’Azione Cattolica diocesana, guidata dai vice adulti e accompagnata dall’assistente diocesano don Rosario Vitagliano, ha incontrato, presso la Casa circondariale di Frosinone (nella foto) alcuni detenuti, in occasione del Giubileo a loro dedicato. Un incontro voluto per portare ai detenuti il messaggio di speranza che l’Anno Santo ci ricorda ogni giorno e che noi, laici di AC ma soprattutto cristiani, siamo chiamati a portare in ogni luogo, anche in carcere. Incertezza, dubbio, paura e sicuramente anche curiosità: queste le emozioni che hanno avvolto ciascuno di noi. Varcare le soglie del carcere, tra permessi, perquisizioni, metal detector, cancellate rumorose che si aprivano e chiudevano alle nostre spalle, ci ha da subito scossi. Non abbiamo pensato che i detenuti, con le loro azioni, avessero meritato quel luogo, ma abbiamo provato forte empatia verso di loro, per la perdita di un bene prezioso, quello della libertà. Perché a stare lì dentro, anche per poco tempo ti manca proprio la libertà. E, purtroppo, ce ne siamo resi conto dal vivo. In un primo momento ci ha accolto Pasquale, operatore Caritas e membro della pastorale penitenziaria. Un uomo che, con grande umiltà, dedica il suo tempo a farsi prossimo dei detenuti, in particolare di coloro che al di fuori del carcere non hanno una famiglia alle spalle o che ce l’hanno, ma che non ha “accettato” lo sbaglio dei loro familiari. Una frase che spiega la difficoltà di comprendere appieno la loro condizione è: “L’uomo non è il suo errore”.  Ci ha spiegato poi che in carcere, i detenuti godono di vitto e alloggio e di niente altro. Se non hai una famiglia che da fuori ti sostiene, è possibile che tu non abbia neppure spazzolino e dentifricio per lavarti i denti, oppure un rasoio per raderti o un paio di calzini da indossare dentro le scarpe, le scarpe stesse e tanto altro. E allora Pasquale e i tanti altri volontari delle varie associazioni che collaborano con la pastorale penitenziaria, si occupano di procurare loro questi semplici oggetti, che tanto semplici non sono, perché sono le piccole cose che danno dignità all’uomo, come potersi vestire o come potersi lavare i denti. Verso le 11 incontriamo alcuni detenuti, li immaginavamo vestiti tutti uguali, con tute anonime, come nei film, invece erano lì, come noi e non era un film. Don Onofrio ha preso la parola parlando di Giubileo e del suo significato, partendo dalle origini storiche e arrivando a quello che per noi è oggi. Subito dopo, ci ha invitati a vedere un video, il cortometraggio “Il circo della farfalla”. Venti minuti circa, ma pieno di significato per tutta una vita: se hai qualcuno che crede in te, puoi fare l’impossibile. Ed è stato proprio sul messaggio del film che ci siamo confrontati con i detenuti. Divisi in gruppo, ci siamo presentati e abbiamo lasciato libero sfogo alle emozioni che il film ha suscitato. Ed ecco allora che Mario chiede se davvero esistono persone che sono disposte ad aiutarti anche dopo che hai commesso degli errori, perché lui non ci crede. Del resto, la sua famiglia lo ha abbandonato da quando ha commesso ‘lo sbaglio’. Ma in carcere ha imparato l’arte della sartoria, ora sa cucire, sa usare le macchine e il suo sogno è quello di aprire un laboratorio una volta uscito dal carcere. E allora Mario, chi ti ha insegnato a cucire, non è forse una di quelle persone che tu pensi non esistano? Incontri Paolo che ama cucinare e che cucina nel carcere e che vorrebbe insegnare ad altri; c’è Marian, costruttore, che ha il sogno di “raddrizzare” la sua ditta di costruzioni per realizzare opere concrete. Siamo andati per testimoniare che nonostante la mancanza della libertà e dei tanti errori che si possono fare nella vita, è sempre possibile rialzarsi, soprattutto se siamo aiutati, se sappiamo chiedere aiuto, e se siamo accolti per quello che siamo, anche per i nostri errori, esattamente come Dio fa con noi. Siamo andati per portare speranza e speranza ci è stata donata. I vice presidenti di AC Diocesi Anagni-Alatri